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assalto.jpg

Molti, anziché contestare e denunciare le malefatte dello stato italiano ai danni dei cittadini, esortano il suo governo truffa, quello “dalle larghe intese” insediatosi da qualche mese a questa parte, a trovare i soldi per mantenere in ordine i conti pubblici e contemporaneamente far risollevare l'economia italiana. E' il solito atteggiamento italiota secondo il quale, l'incapace si rivolge sempre allo stato quando si tratta di mettere le mani sui soldi degli altri, così da poter risolvere i problemi derivanti dalla sua incompetenza.

Ho la vaga impressione che quelli del governo i soldi a loro necessari li abbiano già trovati. Devono solo capire come, quando e a chi distribuirli.

Dove li avrebbero trovati questi soldi? Ebbene, a questo proposito, è da più di un anno che ce la menano, a noi italiani; noi siamo quelli che in Europa abbiamo il più alto risparmio privato, noi siamo quelli che, considerato il numero di persone proprietarie di immobili, saremmo molto più ricchi dei virtuosi cittadini tedeschi, la ricchezza privata delle famiglie italiane dovrebbe essere ricompresa nel calcolo del rapporto debito/PIL, ecc..

Insomma, se non l'avete ancora capito, i soldi necessari, che lo stato avrebbe già trovato per attuare la sua politica, secondo il sottoscritto sarebbero quelli che noi italiani abbiamo sistemato nell'acquisto delle nostre case e quelli che, parsimoniosamente, abbiamo messo da parte nei libretti di deposito e attraverso la sottoscrizione dei buoni ordinari postali.

Infatti due sono le notizie che recentemente si sono susseguite e che mi hanno indotto a credere fermamente quanto testé esposto. La prima riguarda quella secondo la quale, un'idea avanzata a Poste Italiane (PI) vorrebbe che essa rilevasse il malandato Monte dei Paschi di Siena (MPS). Leggi qui.

Per PI l'affare potrebbe risultare interessante visto e considerato che sono anni ormai che essa tenta di ottenere la licenza bancaria senza alcune esito positivo, e che invece, una probabile fusione con MPS, permetterebbe a PI di raggiungere l'obiettivo tanto ambito.

Infatti, in mancanza di una licenza bancaria, a PI non è concesso prestare ai privati i depositi da essa raccolti. I prestiti ai privati attualmente proposti da PI, in realtà sarebbero frutto di convenzioni poste in essere fra PI e banche commerciali, per i quali essa risulterebbe essere solo un intermediario commerciale. Di conseguenza, i soldi prestati ai clienti di PI non sarebbero quelli da essa raccolti con il servizio di deposito dei risparmi e di conto corrente, bensì quelli raccolti dalle banche sue partner. L'unico soggetto privato a cui PI concederebbe prestiti è Cassa Depositi e Prestiti s.p.a. (CDP), di proprietà del Ministero dell'Economia e Finanza, che usa il denaro raccolto per investirlo, principalmente, in titoli di stato italiani.

Un ulteriore dimostrazione del fatto che PI non sarebbe una vera e propria banca è quella secondo la quale PI non pagherebbe gli assegni emessi dai suoi correntisti anticipando la relativa somma, così come  fa normalmente una banca (la quale, in questo modo, crea di fatto nuova moneta dal nulla). Infatti, se non esiste la provvista necessaria per coprire l'assegno emesso, PI normalmente non concede la possibilità di andare in rosso, non paga l'assegno e protesta immediatamente il correntista.

Dunque, PI, non essendo una vera e propria banca, non potrebbe disporre dei depositi dei propri clienti per esporli ad alti rischi così come possono fare le banche normali, ai danni degli ignari risparmiatori (vedi il caso MPS). Certo, alla fin dei conti, in base a quanto testé detto, i depositi dei correntisti di PI sarebbero utilizzati per essere investiti in titoli di stato, che di sicurezze ne danno anch'essi ben poche da qualche anno a questa parte, ma perlomeno gli investimenti di PI non sono principalmente costituiti dagli ancora più pericolosi titoli derivati e la sua attività non è ampiamente dedita ad azzardi morali sui mercati finanziari.

Teoricamente, potremmo dire che i soldi depositati in PI sono esposti a rischi minori rispetto a quelli depositati nelle normali banche. (E' un'affermazione questa, da prendere con le pinze, ovviamente!)

Delle condizioni in cui versa MPS ho ripetutamente scritto su questo blog; esse sarebbero disastrose, proprio perché pare che essa sia stata gestita con scarso riguardo dei principi di prudenza ed economicità, rivelandosi più una banca dedita agli affari, usando i soldi degli altri (ossia quelli dei suoi correntisti), che un intermediario finanziario.

In definitiva, se PI acquisisse veramente MPS, comprerebbe un buco nero che rischierebbe di compromettere l’integrità dei depositi dei risparmiatori di PI, i quali non sarebbero più al sicuro tanto quanto lo sarebbero attualmente.

Questa voce circa la fusione fra PI e MPS, avrei potuto considerarla come una semplice voce di corridoio, alla quale inizialmente non volevo darci peso più di tanto, per non preoccupare ulteriormente i risparmiatori circa i possibili rischi a cui potrebbero essere esposti i risparmi di una vita.

Poi ho dovuto leggermente ricredermi quando ho appreso la seconda notizia, ossia quella riguardante l'idea di far giungere lo stato italiano in soccorso di un'altra azienda italiana, anch'essa acciaccata: Telecom Italia s.p.a..

Infatti, a fine maggio, il cda di Telecom Italia ha deliberato l'intenzione di scorporare dalla compagnia telefonica italiana la sua rete telefonica, i cui costi di gestione sembrerebbero pesare troppo sul suo bilancio, il quale evidenzierebbe un debito di circa 28 miliardi di euro. Leggi qui.

Nel dettaglio, l'idea di Telecom Italia sarebbe quella di costituire una nuova società e di vendere le infrastrutture della rete telefonica a quest'ultima, le cui quote di proprietà verrebbero cedute a terzi, purché il pacchetto di controllo di essa resti sempre in mano agli attuali proprietari di Telecom Italia.

In tempi non sospetti, gli azionisti della società hanno palesemente fatto capire che non sono disposti ad alcuna ricapitalizzazione dell’azienda telefonica, rimettendoci di tasca propria. Stando così le cose, l’azienda ha pensato bene di non cercare altri soci privati, interessati ad entrare nella trattativa e aventi lo stimolo imprenditoriale giusto per rinnovare la qualità tecnologica della compagnia (una soluzione più auspicabile rispetto a qualunque altra). Telecom Italia avrebbe pensato invece di bussare alle porte del governo italiano per trovare un accordo che riguardasse la sopravvivenza dell’azienda.

In merito, se un accordo con il governo italiano dovesse essere raggiunto, conseguentemente alla delibera del cda di Telecom Italia, lo stato potrebbe intervenire nell’operazione acquisendo quote di minoranza della società di nuova costituzione la quale, come già detto, gestirebbe la più che onerosa rete telefonica scorporata da Telecom (la bad company). In questo modo, Telecom otterrebbe dallo stato i soldi necessari per ridurre la perdita di 28 miliardi, senza però perdere il controllo della rete ceduta alla nuova società (visto che, come deliberato dal cda, la quota di maggioranza di essa dove essere di Telecom).

Ciò che resterebbe della compagnia telefonica italiana, dopo lo scorporo, sarebbe l’attività di Telecom che genera più utili (la good company), nella quale lo stato non c’entrerebbe nulla e che resterebbe di esclusiva proprietà degli attuali soci privati (furbetti), i quali hanno sostenuto la non molto virtuosa dirigenza di Telecom Italia fino ad ora e che riuscirebbero a salvaguardare i propri interessi di guadagno, non grazie ai risultati della compagnia telefonica ottenuti sul mercato, ma grazie all’ottenimento di soldi pubblici. Bello fare gli imprenditori con i soldi degli altri, non è vero?

Ricapitolando, lo stato (tramite CDP) entrerebbe in affari beccandosi l’attività di Telecom che sarebbe meno profittevole, salvando così l’azienda da un probabile default, mentre gli attuali proprietari della compagnia telefonica italiana si terrebbero l’attività più redditizia. Queste sono le tipiche operazioni degli italiani, che prima permettono il salvataggio economico degli inefficienti e poi si chiedono come mai l’Italia non cresca!

In effetti, chi sarebbe il fesso che entrerebbe in una trattativa del genere, accollandosi gli oneri di gestione di una rete obsoleta, percependo la fetta minore dei redditi derivanti da tale infrastruttura, tutta da rimodernare (non scordiamocelo)? Lo stato italiano, no?

E con quali soldi lo stato italiano acquisterebbe le quote della nuova società? Con quelli raccolti dai cittadini da Cassa Depositi e Prestiti s.p.a.. Ecco spuntare di nuovo la gallina dalle uova d'oro, da 213 miliardi di risparmi raccolti nell’anno 2012 (leggi qui la notizia).

Pochi giorni dopo in cui CDP è stata tirata in ballo per il salvataggio del MPS in pericolo di default, oggi lo è nuovamente, per il salvataggio di Telecom Italia da una grave perdita in bilancio.

Dopotutto, secondo la L. 56/2012, il governo ha potere di veto avverso su qualunque delibera, atto o operazione adottata da una società (anche se privata) e riguardante i settori strategici dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni! Qualsiasi decisione in merito dunque, per legge, deve passare dal benvolere dello stato. Qualcuno si chiederebbe: ma che libertà economica sarebbe mai questa? Infatti, non è mica uno paese libero quello italiano! Non lo sapevate?

Quindi, lo stato può permettersi (ed è questo il bello; nessuna legge vieta ad esso di farlo) di usare i soldi degli ignari risparmiatori italiani, per favorire i già ricchi proprietari della compagnia telefonica in difficoltà. In questo modo questi ultimi continuerebbero a controllare la rete telefonica e l’intera compagnia, senza un soldo uscito dalle loro tasche, e a spolparsi quel che resta di buono dell'azienda. I costi di gestione dell’attività scorporata, verrebbero condivisi con CDP, la quale parteciperebbe agli utili solo in minima parte, mentre la storica compagnia tornerebbe ad assumere i tratti velati di un’azienda pubblica la cui gestione economica, come bene sappiamo, sarebbe paragonabile a ciò che ci si aspetterebbe da uno scimpanzé messo davanti al timone di una nave da crociera (quindi, addio progresso italiano nel campo delle telecomunicazioni!).

Come è possibile che nessuno ritenga che sarebbe cosa corretta quella di dover chiedere, a coloro che ci mettono realmente i soldi (cioè i singoli risparmiatori privati), se essi siano o meno disposti a rischiare i denari risparmiati, in un’operazione dai dubbi vantaggi per la collettività?


Postato il 19/06/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Da mercoledì 8 maggio, il tasso di interesse in base al quale gli euro freschi di stampa vengono prestati dalla BCE al sistema bancario, è stato ulteriormente ridotto, passando dallo 0,75% allo 0,50%. Ciò significa che oggi, per le banche, comprare euro dalla banca centrale europea è più a buon mercato e ciò dovrebbe riflettersi sul costo dei prestiti bancari alle famiglie e alle imprese, il quale si dovrebbe ridurre di conseguenza. Almeno così è come ce la raccontano. Ma starebbero davvero così le cose? Secondo me, no!

Questa mossa era prevedibile; era solo una questione di quando ciò potesse accadere. D’altronde, l'attuale governatore della BCE ha dimostrato di saper fare solo questo: svalutare l'euro e "regalare" denaro alle banche. Ricordiamoci che egli, non appena fu nominato governatore della BCE, la prima cosa che dispose fu proprio una riduzione del tasso di interesse, dall'1% allo 0,75%. Inoltre, sin dalla sua nascita, l'euro non ha fatto altro che svalutarsi. Ovviamente, nulla a che vedere con la svalutazione ben più incisiva made in USA, Japan e UK (per fortuna, direi!).

Se ci si ferma alle parole del governatore della BCE si concluderebbe che l'intenzione sarebbe proprio quella di stimolare le banche affinché esse inizino a prestare i denari a famiglie e a imprese, in modo tale che la nuova moneta emessa venga riversata nell'economia la quale, secondo un assurdo pensiero, avrebbe bisogno di più moneta per riprendersi.

Io mi chiedo, se la riduzione di 0,25 punti percentuali effettuato all'inizio del mandato dell’attuale governatore non ha sortito alcun effetto significativo per la ripresa economica, perché un ulteriore taglio dello 0,25% dovrebbe fare la differenza ora, considerato che stiamo peggio di prima?

Molto probabilmente, le ragioni di questo taglio del tasso di interesse sono ben altre.

Dovete sapere che il tasso di interesse sul conto corrente che ogni banca europea ha presso la BCE, attualmente, è pari allo 0%. Cioè, avere un conto corrente presso la BCE, per le banche non costa nulla. Alla luce di ciò, si potrebbe concludere che se è vero che per le banche, comprare euro, da adesso sarà meno oneroso (buon per loro), è altrettanto vero che a queste ultime converrebbe di più che quei soldi acquisiti al nuovo e minor tasso dello 0,50% di interesse, stiano comodamente depositati presso la banca centrale (dove non costa nulla), anziché assumersi il rischio di prestarli ad imprese potenzialmente inadempienti, le quali navigano in un'economia profondamente incerta, come quella europea.

Di fatto, la convenienza per le banche a lasciare parcheggiati i soldi presso la BCE annulla gli effetti che il governatore vorrebbe che si verfichino sull'economia reale, a seguito di questo taglio del tasso di interesse. Con una simile contraddizione, come non si può pensare che il taglio del tasso di interesse sia un’operazione nuovamente a favore del sistema bancario e non dell’economia reale?

Analizziamo meglio la situazione. Il flusso dei capitali provenienti dall’estero ha ripreso a scorrere dall’America e dal Giappone verso l’Europa, a causa delle politiche di svalutazione che questi due paesi stanno adottando massicciamente, inducendo gli investitori a difendere il valore dei propri capitali, portandoli lì dove è più conveniente. Questa è la motivazione per cui i rendimenti dei titoli di stato europei continuano a restare molto bassi.

Detto questo, non dimentichiamoci che le banche europee si sono riempite di titoli di stato europei (soprattutto a seguito delle politiche di LTRO) e che, per esse, questi titoli rappresentano l’investimento più appetibile  rispetto a quello ottenuto in alternativa, cioè lasciando parcheggiati i propri denari presso la BCE (che ricordo essere nullo). Mentre di prestarli all’economia reale, non se ne parla per niente (troppo rischioso); lo abbiamo detto prima.

Ora che dagli USA e dal Giappone, gli investitori stanno acquistando titoli di stato europei, i prezzi di questi ultimi stanno salendo, ma il loro rendimento sta calando sempre di più. Quindi:

- le banche europee, le quali hanno fatto indigestione di titoli di stato, detengono in pancia titoli che, rivendendoli sul mercato, renderebbero di più, visto che il loro prezzo è cresciuto a seguito dell'aumento della domanda dall'estero;

- le banche europee potrebbero iniziare a non ritenere più conveniente continuare ad usare i denari della BCE per acquistare nuovi titoli di stato, i quali rendono sempre di meno;

- di conseguenza, c’è il rischio che le banche inizino a rivendere i loro titoli di stato, innescando nuovamente il problema dei debiti sovrani, il quale non è stato per nulla risolto, da nessun paese europeo.

Ecco quindi trovata una ragione ben più plausibile circa il taglio dello 0,25% del tasso di interesse. Ovvero, la BCE ha voluto rendere meno oneroso l’approvvigionamento di euro per le banche, così da  salvaguardare ancora la convenienza, per queste ultime, di continuare a comprare titoli di stato europei, evitando il rischio che esse rivendano agli stranieri quelli in loro possesso.

L'economia reale deve restare ancora al palo. Tutto questo per il bene delle tasche dei banchieri e dei politici. Cosa vi credevate?

Altro che aiuto all’economia reale! Qui si continua ad aiutare solo le banche ormai fallite e i governi ostinatamente spreconi.


Postato il 15/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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(leggi Parte 1 di 3) - (leggi Parte 2 di 3)

Terza e ultima parte di Discussioni di Economia dedicato all’economia giapponese. Nella seconda parte ho analizzato il rapporto fra emissione monetaria e PIL e sfatato il mito secondo cui la deflazione sarebbe una minaccia per l'economia. Con questo post conclusivo, parlerò della pericolosa scommessa della banca centrale giapponese la quale ritiene di rilanciare l’economia del Giappone a suon di inflazione.

Quasi il 25% delle entrate fiscali dello stato giapponese è assorbito dal suo elefantiaco debito pubblico, per il pagamento dei relativi interessi (pensate solo che, per l'Italia la percentuale è di solo - si fa per dire - il 10%).

Secondo il recente annuncio della banca centrale del Giappone, il suo obiettivo sarà quello di aumentare l'inflazione al 2%. Tradotto significa voler raddoppiare l'attuale emissione monetaria e svalutare lo Yen, entrando così nella guerra valutaria, attualmente in corso fra USA, Regno Unito e Cina.

Come ho ampiamente detto più sopra, riprendere ad aumentare le banconote in circolazione significa rompere con la precedente e ideale situazione di stabilità dei prezzi, inflazionandoli allorquando quelle banconote in più tracimeranno nell'economia reale, attraverso massicce erogazioni di finanziamenti pubblici e mutui agevolati.

Il punto è anche un altro. Le nuove banconote emessa verrebbe ro principalmente cedute dalla banca centrale allo stato nipponico, in cambio di titoli di debito pubblico. Ciò stimolerà il debito pubblico giapponese ad incrementarsi ulteriormente e la previsione del raggiungimento, a fine anno 2013, della quota 250% del rapporto debito pubblico/PIL, diventa veramente realistica.

A questo punto, facciamo un semplice conticino. Gli esperti ritengono che, una volta che il costo del debito pubblico inizierà ad aggiustarsi ai tassi di interesse aumentati, gli interessi sul nuovo debito pubblico potrebbero giungere al 2,5%. Moltiplicando questa percentuale per quella dell'ipotetico debito/PIL previsto, ossia 250%, si ottiene 625 (in termini percentuali 6,25%). Ciò significa che per sostenere il debito pubblico in aumento, nei prossimi anni il PIL nominale del Giappone dovrà crescere del 6,25% l'anno, altrimenti il debito pubblico inizierà a fagocitare i redditi dei giapponesi. Obiettivo abbastanza arduo dato il trend discendente del tasso di crescita del PIL giapponese (vedi grafico n. 7)!

Guardate il grafico seguente. Esso descrive la curva dei prestiti delle banche al settore privato:

prestiti.JPG

Grafico n. 10. Prestiti al settore privato giapponese, dal 1990 al 2013 (Fonte: Bank of Japan)

Per più di un decennio, i prestiti ai privati sono diminuiti drasticamente, al fine di contenere i disastri provocati negli anni 80; gli anni dal credito facile e dagli investimenti mal allocati. Di conseguenza, c'è stata poca possibilità di investimento in attività innovative. Tali possibilità si sono ulteriormente ridotte anche a causa di un altro dato di fatto, molto più importante: la popolazione nipponica è preoccupantemente invecchiata e questa non è più propensa al risparmio così come lo era una volta. Guardate qui:

risparmio.JPG

Grafico n. 11. Tasso di risparmio del Giappone, dal 1970 al 2013 (Fonte: OECD)

Ciò ha causato:

-          sempre meno investimenti nei settori innovativi; facendo diminuire la qualità del Made in Japan rispetto alle economie emergenti che sono in forte crescita;

-          saldi negativi della bilancia commerciale, a partire dal 2010 (vedi grafico n. 5);

-          mancati rinnovi del debito pubblico, il quale viene ripagato ai relativi risparmiatori che ne fanno richiesta.

Ecco perché banchieri e politici giapponesi hanno pensato di percorrere la via più semplice per evitare l'irreparabile: aumentare l'offerta monetaria per poi far crescere il PIL nominale. Così il PIL crescerà come desiderato (artificialmente), ma non l'economia reale, la quale rimarrà al palo così come ho spiegato nella seconda parte del post.

A seguito della politica di incremento dei prezzi dei beni, decisa dalla banca centrale giapponese, gli effetti illusori di una crescita economica si manifesteranno in termini di un accrescimento della domanda di beni e servizi, dei consumi, della ripresa degli investimenti e di un'espansione delle esportazioni; il tutto, grazie ad una massiccia svalutazione della valuta giapponese. Ma questo avverrà solo temporaneamente e nel breve termine. Negli anni '80 i giapponesi pensarono di risolvere la crisi energetica proprio in questa maniera. Ma noi abbiamo visto, nella prima parte del post, i danni riportati da simili condotte (da ciò è evidente che i politici e i banchieri giapponesi non hanno ancora capito bene quella lezione).

I giapponesi vogliono combattere una deflazione che non c'è (leggi la seconda parte), che se anche ci fosse, sarebbe un connotato più che positivo anziché una minaccia, perché in un libero mercato, il crescente potere d'acquisto della valuta, ovvero il calo dei prezzi di beni e servizi, è il meccanismo che rende accessibile a molte persone una grande varietà di prodotti, aumentando così il benessere di sempre più consumatori.

Sostenere al rialzo il livello dei prezzi impedisce la diffusione di uno standard di vita più elevato. Questo è ciò che politici e banchieri hanno deciso per i cittadini giapponesi. Essi pomperanno nuova banconote e, a beneficiarne saranno le imprese emergenti grazie alla politica monetaria espansiva, mentre a risentirne saranno le imprese che fino ad allora hanno generato veramente ricchezza.

I beni consumati dai generatori di ricchezza non sono mai sprecati, perché finanziati dalla loro produzione. I consumatori di ricchezza, ossia coloro che ricevono ricchezza grazie ad un prestito agevolato, a prescindere dalla sua solvibilità, o ad un sussidio di stato, a prescindere dalla bontà della sua iniziativa,essi consumano e basta, senza la benché minima garanzia di produrre qualcosa di veramente utile in cambio.

Tutto va per il meglio finché c'è lo stimolo della banca centrale che emette banconte a profusione nell'economia. Ma quando essa interrompe il flusso di espansione monetaria, il trasferimento della ricchezza, dai produttori ai consumatori di essa, si interrompe. E' da allora che iniziano i guai economici causati dalla politica espansiva della banca centrale. La domanda si indebolisce, poiché i consumatori di ricchezza, non percependone altra e non essendo in grado di prodursela, riduce i consumi ed esercita una pressione sui prezzi al ribasso. Così la bolla si sgonfia e svela quanto la domanda stimolata nel periodo di espansione monetaria non fosse mai stata reale, cioè che essa non è mai stata finanziata da una effettiva ricchezza risparmiata, ma solo da pezzi di carta emessi in più rispetto alla reale crescita economica. Un po’ come accade a qualche sportivo il quale, anziché allenandosi, per aumentare le proprie capacità usa sostanze dopanti, con conseguenze certamente dannose per il proprio organismo, il quale resta comunque non allenato (e quindi troppo fragile) per sopportare la fatica che certi sforzi, quella sostanza, gli permette di compiere, anche se solo temporaneamente (finché l’effetto farmacologico non si esaurisce e si torna ad essere gli “incapaci” di prima).

Il ritiro della politica monetaria espansiva, permette ai generatori di ricchezza (imprese e risparmiatori) di arrestare le perdite subite durante il periodo di boom, i prezzi calano riflettendo così l'arresto dell'impoverimento dei generatori di ricchezza, i quali possono riprendere a soddisfare i reali bisogni dei consumatori, a prezzi sempre più accessibili per tutti.

La banca centrale del Giappone, annunciando di stimolare i prezzi dell'economia al rialzo, non risolverà il vero problema, ossia il grosso debito pubblico del paese, che sta condizionando l'economia giapponese a compiere sforzi e sacrifici anti economici. La politica decisa dalla banca centrale forse riuscirà a rialzare i prezzi dei beni e servizi, ma lo farà solo artificialmente (come lo farebbe una sostanza dopante nei confronti dello sportivo), ma ciò non rilancerà l'economia perché la nuova ricchezza sarà creata dal nulla, senza una corrispondente esistenza reale.

Solo la ricchezza reale (costituita dai risparmi reali e dai beni capitali efficienti) può finanziare nuove attività economiche generatrici di benessere (per approfondire il concetto, leggi questa favola).

 

 


Postato il 07/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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(leggi Parte 1 di 3) - (leggi Parte 3 di 3)

Questa è la seconda parte del post di Discussioni di Economia (DdE) dedicata all'economia giapponese. Nella prima parte del post ho raccontato un po' di storia economica del Giappone e ho illustrato le condizioni di sostenibilità del debito pubblico giapponese, le quali stanno venendo sempre meno. In questa seconda parte del post invece, analizzo il rapporto fra emissione monetaria e PIL. Inoltre proverò a sfatare il mito secondo cui la deflazione sarebbe una minaccia per l'economia.

A partire dal 1996, il Giappone non ha registrato alcuna diminuzione significativa dei prezzi (vedi il grafico sotto). Fra alti e bassi, possiamo dire che l'andamento di essi è stato pressoché piatto. Quindi, non esiste alcuna deflazione dei prezzi in Giappone. Esiste, invece, un invidiabile decennio di stabilità dei prezzi dei beni e servizi scambiati nella sua economia.

Grafico n. 6. L'inflazione giapponese dal 1968 al 2013 (Fonte: Ministry of Internal Affairs & Communications)

Questa dell'assenza di deflazione è una situazione fortemente auspicabile rispetto ad una circostanza opposta, in cui si registri un incremento generalizzato dei prezzi di mercato. Infatti i giapponesi, per oltre un decennio, non hanno sofferto cambiamenti significativi dei prezzi di mercato, perciò essi sono riusciti a difendere e a mantenere inalterato il potere d'acquisto dei soldi guadagnati col proprio lavoro. Questo è un positivo effetto economico che si ottiene quando non si inonda l'economia di ulteriori banconote, a fronte di una meno crescente produzione di beni e servizi. Ovvero, l'esatto contrario di ciò che la banca centrale del Giappone ha deciso di fare.

Però, è opinione diffusa quella di ritenere che il Giappone verserebbe in uno stato drammatico di stagnazione economica, per colpa della politica di restrizione monetaria, la quale avrebbe reso lo Yen sopravvalutato e, quindi, la causa della decrescita dello strategico export giapponese.

In primis, lo Yen si è rivalutato rispetto ad anni orsono, solo perché, ad essersi svalutate, sono state le altre valute mondiali (il dollaro innanzitutto).

In secundis, l'export giapponese sta venendo meno, non perché lo Yen non sarebbe più competitivo a livello internazionale, ma perché il Giappone non possiede più i capitali sufficienti per finanziare nuove e più innovative imprese, come invece riescono a fare i paesi emergenti quali Cina e India. Ciò perché l'enorme debito pubblico, costituito dai bond di stato acquistati a vagonate negli anni 80 dalla banca centrale del Giappone, sta attualmente sottraendo i risparmi dei cittadini dagli investimenti, assorbendoli in un buco nero grande quanto il 224% del PIL nazionale.

I guru dell'economia mondiale dicono che il Giappone deve preoccuparsi della sua bassa crescita economica, osservabile dal seguente grafico, che illustra il tasso di incremento del PIL nazionale e il quale, effettivamente, cresce sempre di meno:

Grafico n. 7. Tasso di crescita del PIL giapponese, dal 1970 al 2013 (Fonte: OECD)

Alla luce di ciò, bisogna chiarirsi su un paio di cose. Innanzitutto, si ha crescita economica allorquando sia riscontrabile un miglioramento dello stato di benessere, quando i beni e i servizi necessari alla soddisfazione dei bisogni siano sia più abbondanti e qualitativamente più efficaci rispetto ad un momento precedente, sia più accessibili a fronte di meno ore di lavoro necessarie per potersi permettere il loro acquisto.

Inoltre, è necessario essere consapevoli anche del fatto che il dato del PIL nominale, in sé per sé, non calcola la variazione di produzione fisica di nuovi beni e servizi, bensì esso calcola solo ed esclusivamente la quantità di denaro speso per l'acquisto di beni e servizi, in una certa nazione.

Di conseguenza, dedurre la crescita economica di un paese osservando l'andamento del PIL nominale è assurdo. Infatti se, ad esempio, rispetto all'anno scorso, i beni e i servizi di un paese oggi costano di più, il valore del PIL risulterà ovviamente maggiore quest'anno rispetto all'anno prima. Ma ciò non significa che sia aumentata la produzione, l'efficienza o la capacità di soddisfare la domanda da parte dei beni e servizi prodotti in quel dato paese e, quindi, che sia aumentato il benessere. Significa solamente che quest'anno la vita è costata di più e che bisogna lavorare di più per ottenere i beni di cui si necessita. Altro che benessere! Vi spiego perché.

Se rispetto all'anno prima, il PIL nominale è aumentato, significa che quasi tutti i beni e i servizi di un paese sono stati acquistati a prezzi più alti. Ma da che mondo è mondo, non è possibile attribuire la causa di ciò ad un incremento simultaneo della domanda, la quale si registrerebbe, contemporaneamete, in quasi tutti i settori dell'economia. Nella realtà non accade che la domanda di tutti i beni aumenti all'improvviso. Quindi non si può dedurre che le persone acquisterebbero di più e che quindi l'economia giri di più. Pensate che, in assenza di politiche monetarie che interferiscano con l'economia, il PIL nominale rimarrebbe pressocché stabile fra un periodo e l'altro. E se esso aumentasse, non potremmo dire che ciò sia accaduto in seguito ad un incremento generalizzato della domanda di tutti i beni e i servizi prodotti in un certo paese. Perché, lo ripeto, non succede questo nella realtà. Potrebbe essere mai possibile che ogni individuo, di un certo paese, in momenti non distanti fra loro, aumenti contemporaneamente la domanda di tutti i beni e i servizi offerti nell'economia, senza rinunciare a qualcuno di essi a favore di qualcos'altro? E' impossibile!

Facciamo un esempio. Immaginiamo un'economia in cui si commerciano solo 4 beni: 10 unità di caffè, 10 di thè, 10 di sigarette e 10 di sigarette elettroniche; tutti beni questi che costano solo un euro ciascuno. L'anno scorso sono state acquistate tutte le 10 unità di caffè, zero di thè, tutte le 10 unità di sigarette e zero di sigarette elettroniche. Il PIL, dunque, è stato di euro 20. Quest'anno la produzione non è aumentata; è esattamente come l'anno scorso ma, rispetto ad allora, 3 consumatori hanno sostituito il caffè con il thè mentre altri 3 hanno sostituito le sigarette con quelle elettroniche. I prezzi non sono variati e, nonostante siano cambiate le abitudini di consumo, anche quest'anno il PIL è rimasto a quota 20 euro e il tasso di crescita è stato pari a zero. Ma ciò non significa che l'economia sia in difficoltà: sono solo cambiate le abitudini dei consumatori, i quali chiedono al mercato nuove soluzioni per il loro benessere.

In questo esempio, il PIL sarebbe potuto aumentare se la produzione generale dei beni prodotti fosse cresciuta assieme agli acquisti. In tal caso avremmo anche potuto dedurre un'effettiva crescita dell'economia.

Ma un altro caso in cui il PIL sarebbe potuto aumentare, sarebbe stato quello di far incrementare, contemporaneamente, i prezzi di tutti i beni prodotti (e non solo quelli di alcuni). Nel nostro esempio, solo i prezzi del thè e delle sigarette elettroniche sarebbero potuti aumentare spontaneamente, mentre quelli degli altri due beni sarebbero potuti solo diminuire (compensando la variazione al rialzo dei primi due beni). Questa è la dimostrazione del fatto che la domanda non può mai aumentare per tutti i beni e i servizi contemporaneamente. A meno ché, non si emettano nuove banconote nell'economia, provocando un'inflazione dei prezzi. In quest'ultimo caso, registreremmo sì un aumento generalizzato dei prezzi, e quindi un incremento del PIL. Ma sarebbe solo artificioso; non sarebbe aumentato il benessere, perché sarebbe aumentato il costo della vita, i beni prodotti sarebbero stati sempre gli stessi e, i beni che prima erano accessibili a molti, non lo sarebbero stati più.

Quindi, i prezzi di un'economia aumentano tutti (o quasi tutti) simultaneamente e in tempi vicinissimi fra loro, non per cause naturali e spontanee, bensì solo se ci sia stato un incremento delle banconote in circolazione. In questo senso, le variazioni del PIL nominale ne sono semplicemente un riflesso e, per queste ragioni, il PIL è una statistica che non può dimostrare un'effettiva crescita economica, ma può solo fornire indicazioni sulla variazione della quantità di banconote in circolazione: se il PIL nominale aumenta, è aumentata la valuta in circolazione, se il PIL nominale diminuisce, è diminuita la valuta in circolazione, se il PIL nominale è stazionario, tutto procede nella normalità e nessuna forza esterna distorce l'andamento dell'economia.

Pertanto, ciò che non si vuol far capire è che, fintanto che l'economia giapponese sia riuscita a non far annegare i mercati di banconote emesse in eccesso,:

-          i prezzi sono rimasti bassi e stabili (vedi sopra, il grafico n. 6) e che il potere d'acquisto interno dello Yen è cresciuto a favore dei cittadini consumatori;

-          correggiendo il PIL nominale dagli effetti dell'inflazione, si nota che il prodotto interno lordo procapite annuale è realmente e costantemente aumentato negli ultimi anni (vedi il seguente grafico n. 8). Ma come è possibile ciò se abbiamo visto che il tasso di crescita del PIL decresce? E' semplice! La diminuzione del tasso di crescita del PIL mostrato nel grafico n. 7, non rappresenta la contrazione della crescita economica, ma indica la contrazione della crescita monetaria;

-          che la disoccupazione è tendenzialmente in diminuzione nell'ultimo decennio (vedi il seguente grafico n. 9);

-          che purtroppo i risparmi sono prevalentemente assorbiti dal costo del debito pubblico, anziché dalle imprese bisognose di ulteriori investimenti per migliorare la loro offerta;

-          che i risparmi non sono stati completamente distrutti, così come lo sarebbero stati, laddove si fosse aumentata spropositatamente la massa monetaria in circolazione, facendo così diminuire il potere d'acquisto della valuta in cui i risparmi sono espressi.

Grafico n. 8. PIL procapite giapponese a parità di potere d'acquisto, dal 1980 al 2013 (Fonte: World Bank)

Grafico n. 9. Tasso di disoccupazione giapponese, dal 2000 al 2013 (Fonte: Ministry of Internal Affairs & Communications)

Ora dovrebbe essere più chiaro a voi lettori, che (contrariamente a quello che ci insegnano) la stabilità dei prezzi aiuta l'economia a crescere. Essa non è nemica dell'economia, perché protegge il potere d'acquisto dei consumatori e non altera artificialmente le loro possibilità di risparmio. Non solo! Un calo dei prezzi (la cosiddetta deflazione) aiuta l'economia a crescere più velocemente, perché aumenta le possibilità di risparmio dei privati, oltre che al loro benessere. Tali maggiori risparmi poi, si rendono utili investendoli in maggiori e più efficienti beni capitali, i quali andrebbero a migliorare la produzione e l'offerta di beni e servizi ai cittadini. Ovviamente, sempre che le nuove ricchezze generate non siano aspirate da un debito pubblico del 224% del PIL, il quale ostacoli questo processo di miglioramento.

Prendete ad esempio il caso del settore della tecnologia; continuamente in evoluzione. Prodotti altamente tecnologici (PC, tablet, cellulari, televisori, ecc.), appena usciti sul mercato, sono accessibili solo per le tasche di pochi e facoltosi consumatori. Ma col passare del tempo, la natura vuole che sempre più persone riescono ad acquistarli a prezzi sempre più bassi (vuoi per la forte concorrenza presente nel settore, vuoi per il sorgere di una crescente richiesta, vuoi per l'accentuata capacità innovativa delle imprese che vi operano, vuoi per la bassa interferenza fiscale presente in questo settore). In un mercato come questo, dove i prezzi sono sempre in calo, non mi risulta che le imprese del settore stiano subendo perdite di profitto (anzi, quello tecnologico è il settore che non ha subito flessioni nonostante la crisi globale), come anche non mi risulta che, a causa della deflazione dei prezzi dei beni venduti, il settore non sia innovativo e non proponga continuamente nuove, divertenti e utilissime diavolerie tecnologiche, che migliorano il nostro benessere!

Di conseguenza, che cosa ci trovate di male in un processo di deflazione? Niente, se voi siete consumatori, produttori e lavoratori. Ma se siete banchieri o politici, ci si arriva benissimo (anche se costa molto tempo e studio) a capire quanto un processo deflazionistico disturbi i vostri progetti per arricchirvi (alle spalle di chi lavora) e per il consolidamento del vostro potere sui cittadini (magari di questo ne parlerò in modo più approfondito in un prossimo post, o in sede di commento).

Bisogna essere consapevoli del fatto che, un'emissione di banconote maggiore rispetto alla crescita della domanda di beni e servizi, crea più risparmi di quanto ne esistano realmente, distorcendo così la struttura degli investimenti, i quali si spingono oltre le reali possibilità di sostenimento della popolazione. Di conseguenza, si ha un sganciamento fra l'entità dei nuovi investimenti e i reali risparmi (che sono ben minori rispetto a quelli generati artificialmente dalle nuove banconote in circolazione).

Quindi, solo i risparmi reali riflettono l'effettiva sostenibilità dei nuovi investimenti di un certo paese, mentre le banconote di nuova emissione tendono solo ad illudere che ci sia più ricchezza da investire, quando in realtà essa non è mai stata prodotta. E quest'ultima, non essendo realmente presente, non permetterà ai consumatori di smaltire gli eccessi prodotti da investimenti che, solo dopo, risulteranno essere male allocati, perché magari inutili e non convenienti per le più esigue disponibilità delle tasche dei consumatori. (continua a leggere Parte 3 di 3)

Termina qui la seconda parte del post. Nella terza ed ultima parte, alla luce di quanto esposto fino ad ora, esprimerò le mie considerazioni conclusive circa la decisione della banca centrale del Giappone di innalzare il livello di inflazione dell'economia e quindi di svalutare lo Yen.

 


Postato il 26/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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In questo nuovo post della rubrica Discussione di Economia (DdE), suddiviso in tre parti, analizzo dettagliatamente la situazione del Giappone, alla luce della recente decisione della banca centrale (BOJ) di svalutare la valuta giapponese (lo Yen).

Se si parla di crisi europea, c'è sempre qualche pagliaccio che, in TV o sui social network, per giustificare la teoria secondo la quale, incrementare il debito pubblico aumentando le banconote in circolazione non sarebbe un problema, suggerisce come un ebete di prendere ad esempio il caso del Giappone il quale, nonostante il suo elevato debito pubblico e grazie alla sua irrinunciabile sovranità monetaria, può aumentare a proprio piacere la quantità di banconote in circolazione, ritenendo di poter così scongiurare una crisi economica. Analizziamo seriamente il caso del Giappone, sconfessando definitivamente queste chiacchiere da bar.

E' la notizia degli ultimi giorni quella secondo la quale il governo giapponese ha imposto alla banca centrale del Giappone di portare l'inflazione del paese al 2% entro due anni (alla luce di ciò, chi crede ancora che ci sia una differenza fra una banca centrale pubblica e una privata, questa poi me la spieghi).

Dopo quasi vent'anni in cui la politica monetaria è stata molto cauta a non azzardare una simile operazione, considerato proprio il già enorme debito pubblico, pari a circa 224% del PIL nazionale, vedi il grafico seguente:

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Grafico n. 1. Debito pubblico del Giappone in percentuale di PIL, dal 1970 al 2013 (Fonte:OECD)

ora il neo governatore della banca centrale, nominato appositamente dal governo giapponese, annuncia uno spaventoso doppio incremento di emissione monetaria nell'economia, il quale sortirà l'inevitabile svalutazione della valuta nipponica; il tutto, dice il governatore (ma non è il solo a ritenerlo), per uscire da una situazione di presunta deflazione (cioè, di riduzione costante dei prezzi al consumo), la quale sarebbe il problema economico principale del Giappone.

Un po' di storia economica giapponese

Fino agli anni settanta, l'economia giapponese ha mostrato tutto il suo fervore e progresso, attestandosi come una delle più potenti economie del mondo. Poi ci fu la crisi petrolifera del 1973 e per l'economia giapponese non fu più tutto rose e fiori. E' negli anni 80 che il Giappone sembrò aver trovato la soluzione per una nuova crescita economica. Ma ciò non fu altro che fumo negli occhi, causato da una enorme emissione di banconote nel sistema, la cui euforia ebbe modo di esprimersi creando solo una bolla immobiliare (stile subprime, made in USA), pronta ad esplodere solo dopo che le banche giapponesi si resero conto di aver prestato denari per investimenti inutili ed antieconomici.

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Grafico n. 2. Il mercato immobiliare in Giappone, per aree urbane, dal 1985 al 2012 (Fonte: Japan Real Estate Institute)

E così fu. Alla fine degli anni 80, inizi anni 90, la bolla del settore immobiliare scoppiò (vedi il grafico sopra) e, di questo, ne risentì anche la finanza nipponica (vedi il grafico seguente, relativo all'indice della borsa di Tokyo, che in 2 anni perse più del 50%):

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Grafico n. 3. Indice Nikkei dal 1984 al 2013 (Fonte: Yahoo! Finanza)

La bolla immobiliare e finanziaria degli anni 80 fu gonfiata niente di meno che dalla banca centrale del Giappone, la quale decise di adottare una politica prevalentemente di espansione monetaria, riducendo i tassi di interesse. Il ché permise un ingigantimento della spesa pubblica e un'espansione del credito, per cui i giapponesi potevano godere di lauti sussidi statali e meravigliosi finanziamenti dai bassi tassi di interesse, offerti da un generoso sistema bancario, il quale accettava di erogare prestiti anche in situazioni palesemente rischiose, dove le promesse di restituzione, con gli interessi, da parte dei beneficiari di tali prestiti, non sarebbero state mai mantenute.

Guardate l'alto livello del tasso di crescita dell'offerta di liquidità giapponese degli anni 80:

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Grafico n. 4. Aggregato monetario M2 giapponese, dal 1980 al 2013 (Fonte: Banca del Giappone)

La liquidità monetaria cresceva ad un ritmo compreso fra il 7% e il 12,5% l'anno. Poi, con lo scoppio della bolla, la banca centrale ha prontamente chiuso i rubinetti dai quali fuoriusciva nel sistema liquidità a tutta forza,  facendo registrare così un brusco calo della crescita monetaria, che è diventata pressoché stazionaria fino ai giorni nostri.

Dopo questo breve excursus storico, l’analisi che condurrò di seguito sarà orientata a dimostrare non solo che la tanto sbandierata auto sostenibilità del gigantesco debito pubblico giapponese sia una realtà a sé stante, per nulla rassicurante e per niente replicabile in altri contesti (soprattutto in quello italiano - fornendo così una risposta a coloro che sostengono il contrario; un chiaro segno circa costoro, di ignoranza oppure di mala fede). Dimostrerò anche che la tanto temuta deflazione giapponese in realtà non è mai esistita, che quest'ultima non è mai stato il problema del paese del sol levante (anzi!), che le vere preoccupazioni per il Giappone, invece, dovrebbero concernere la riduzione dei risparmi e l'enorme peso del debito pubblico che grava sulla sua economia. Infine, vedremo che la recente scelta della banca centrale giapponese di inflazionare l'economia è una pericoloso azzardo.

L'elefante nel negozio di cristalli

Come ho già detto più sopra, il debito pubblico giapponese si attesta al 224% del PIL. Per fortuna, i creditori di questo immenso debito sono costituiti, per circa il 90%, da investitori nazionali; prevalentemente istituti di credito e fondi pensione, seguiti dai piccoli risparmiatori.

Inoltre, osservate la bilancia commerciale dell'economia giapponese, descritta nel grafico seguente:

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Grafico n. 5. Bilancia commerciale giapponese, dal 1979 a 2013 (Fonte: Ministry of Finance Japan)

Dagli anni 80 fino all'anno 2010, la bilancia commerciale è stata prevalentemente positiva. Il Made in Japan, soprattutto quello tecnologico, ha invaso il commercio internazionale così come ora lo sta facendo quello della Cina. Il progresso tecnologico giapponese si è affermato ovunque nel mondo e la sua alta qualità e capacità di produzione l'ha resa competitiva in ogni dove.

Inoltre, il discreto tasso di risparmio, mantenuto dai giapponesi negli anni seguenti allo scoppio della bolla immobiliare (fino agli anni 2000), ha giocato a favore della sostenibilità del debito pubblico, potendo contare su una popolazione ben propensa a risparmiare.

Quindi, condizioni quali l'alto tasso di detenzione nazionale del debito pubblico, il buon livello di risparmio del settore privato e la costantemente positiva bilancia commerciale, finora hanno garantito al Giappone, per quasi vent'anni:

-       una bassa esposizione alla speculazione internazionale sul preoccupante indebitamento dello stato giapponese;

-       un afflusso continuo di capitali interni ed esteri nelle casse dello stato, tanto sufficienti da assicurare il pagamento del costo del crescente debito pubblico nipponico e il suo rifinanziamento.

Ora capite bene che il Giappone è come un enorme elefante che cammina in un negozio di cristalli, dove il venir meno di una sola di queste tre delicate condizioni (ricordo che esse sono quelle relative alla detenzione del debito pubblico, alla bilancia commerciale positiva e ad un sufficiente tasso di risparmio), lascerebbe l'economia nipponica schiacciata dal debito pubblico accumulatosi fin ora e che pende sulla testa dei giapponesi come una enorme spada di Damocle.

Alla luce di ciò, se cercaste di verificare se anche l'Italia possieda (o possa soltanto aspirare a possedere) simultaneamente queste stesse tre condizioni, che invece il Giappone ha vantato fino a qualche anno fa, vi rendereste conto di quanto sia assurdo ritenere l'esperienza giapponese esemplare per gli italiani, o addirittura comparabile. Quando ciò accade, è sintomo di ignoranza bella e buona, di colui che affermi ciò!... (continua a leggere Parte 2 di 3)

Mi fermo qui per ora. Nella seconda parte, di questo post della rubrica DdE, parlerò della presunta deflazione dei prezzi in Giappone e dell’irrazionale timore che certi esperti di economia incutono nella popolazione, circa la condizione di stabilità o di riduzione dei prezzi al consumo di un’economia.

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Postato il 18/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Micropost

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E' stato appena deliberato dal consiglio dei ministri il contenuto dei punti riguardanti il cosiddetto "decreto del fare". Leggi qui il testo integrale. Vi dirò la verità, ero scettico sulla buona sostanza di questo provvedimento, non tanto per il pregiudizio che nutro nei confronti dell'attuale esecutivo, ma per il curioso nome attribuito al decreto "decreto del fare", che esprime un intento (il fare) ma trascura di comunicare come fare (fare bene o fare male?), lasciando così intendere che l'importanza del provvedimento sia solo quello di fare qualcosa, a prescindere che lo si faccia bene o male. Infatti, per quanto condivisibili siano i punti del decreto in cui vengono ridotte le procedure burocratiche, aumentata la liberalizzazione del settore energetico, multata la P.A. per i ritardi dei suoi pagamenti, riduzione fiscale al settore della nautica e la liberalizzazione dell’accesso a Internet tramite le connessioni wi-fi, ritengo che sia stata persa un'altra occasione per affrontare seriamente la risoluzione dei problemi italiani. Infatti, il decreto non dispone nulla di significativo sul taglio della spesa pubblica e non spende più di una parola (o due) sulla riduzione della pressione fiscale. In alcuni settori, le uscite pubbliche vengono destinate in maniera leggermente diversa rispetto a prima, i costi fiscali vengono trasferiti da un soggetto all’altro, l'IMU resta ancora in vigore anche se parzialmente sospesa (ma non avevano detto di eliminarla?) e l'aumento dell'IVA, previsto per il prossimo mese, non è stato scongiurato. Con simili provvedimenti, questi ministri continuano a credere di potercela dare a bere con la storia dei loro presunti intenti sul bene comune. In effetti, hanno tutte le ragioni per essere sicuri che gli italiani si lascino abbindolare; fino a quando il 75% degli italiani si reca ancora alle urne, nonostante la palese incapacità di chi propone loro un'offerta politica in grado di mantenere le promesse elettorali, di cosa dovrebbero avere paura questi politici?



Postato il 17/06/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





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Li senti al bar, li senti nel treno. Ma li leggi anche su facebook e sui giornali. Ancora tanti italiani che, all'indomani delle elezioni, sprecano il loro fiato inneggiando la coalizione vincente per essersi imposta su tutti, che scherniscono gli sconfitti per la sonora batosta subita, altri ancora che sminuiscono la vittoria degli avversari. Poi c'è chi, riconoscendo la sconfitta, invita i vertici della coalizione perdente a prendersi le proprie responsabilità e chi "urla" che vi sarebbe aria di cambiamento. A questi italiani basta che cambi la faccia di chi li governa per credere che in Italia cambi qualcosa. Cari lettori del blog, una sola cosa emerge di significativo dalle recenti elezioni amministrative 2013: i non votanti del primo turno sono stati il 37,62% degli aventi diritto (un incremento del 14,78% rispetto alle passate amministrative). Invece, in occasione del secondo turno, gli aventi diritto che non si sono presentati alle urne costituiscono il 51,49% (più della metà non è andata più a votare). Oggi come oggi, questi sono i veri segnali di voglia di cambiamento degli italiani, e non l'inversione di tendenza degli esiti elettorali. Infatti, sempre più gente sceglie di non legittimare più i governi di questo sistema politico, non recandosi alle urne e, quindi, i cittadini italiani votano sempre meno. Discorsi su chi abbia vinto o perso le elezioni non servono a nulla. Non è più sufficiente che cambino le persone al governo perché la situazione politica ed economica migliori, è indispensabile che cambi l'idea di come si vive e ci si organizza in una comunità. Che al potere salga Tizio, piuttosto che Caio, è ormai solo una questione di sterile alternanza fra soggetti figli del sistema già corrotto e da cambiare. Coalizioni di destra o di sinistra non cambieranno il sistema che un numero crescente di italiani desidererebbe invece che cambi. Perché, come coloro che oggi lasciano il governo dei rispettivi comuni, anche quelli che ora li sostituiscono sono in quel sistema; non ne sono fuori. Anzi, essi, per il solo fatto di essersi candidati al gioco delle elezioni, sono diventati il sistema; quello che è democraticamente farlocco, anti meritocratico, disprezzante della proprietà privata e della libertà degli individui. In un contesto in cui sempre più italiani non partecipano più alle votazioni, ci vorrà sempre più coraggio per chi osa governare in Italia.



Postato il 12/06/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





 

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Manlio Pezzano [19/06/2013] scrive: C'è un interessante post in un blog della London School of Economics sul dibattito italiano circa l'uscita dall'euro:
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carlo [12/06/2013] scrive: Non votanti, lamentatevi con chi è stato eletto dalla minoranza degli elettori. Solo così vi riconoscerete. Dicono che chi non vota poi non si dovrebbe lamentare; lo dicono perché, se i non votanti si lamentassero e fossero in tanti, per chi è stato eletto dalla minoranza dei cittadini ci sarebbe da aver paura di chi, astenendosi, non li ha legittimati ad amministrarli e ha dimostrato di rifiutare il sistema... Vai al post

carlo [12/06/2013] scrive: più della metà degli italiani non ha scelto il sindaco che deve amministrare la loro città. E se questi si ribellassero alle disposizioni di chi è stato eletto da una minima parte dei cittadini? E se tutti questi non votanti si rifiutassero di obbedirgli, così come si sono già rifiutati di andare a votare? Che si fa? Li si arresterebbe tutti? O li si giustizierebbe? Eh già, se i non votanti sapessero che stanno diventando così tanti, cosa non combinerebbero! Devono solo riconoscersi fra loro... Vai al post


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