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Cerchiamo di capirla con parole più semplici possibili questa storia dell’“Euro sì, Euro no”. Non mi stancherò mai abbastanza di suggerire che i problemi economici dell’Italia non sono stati causati dall’adozione dell’euro come valuta per la sua economia, bensì dalla struttura normativa, burocratica, fiscale, bancaria e istituzionale nella quale il “bel paese” è ingabbiato.

E’ negli anni novanta che si manifestarono tutti i problemi strutturali dell’economia italiana, quando i cittadini necessitavano di riforme che vertessero sulla liberalizzazione dei mercati, su un sistema monetario non corrotto dai governi, su una minore pressione fiscale, su una drastica riduzione della spesa pubblica, su una maggiore certezza del diritto e un minore ricorso al debito pubblico. I politici di allora non ebbero il coraggio di affrontare seriamente i problemi emersi, si nascosero dietro finte riforme (vedi, ad esempio, la farlocca legge Amato del 92, di cui vi ho parlato tempo fa qui) e preferirono non adottare le misure veramente necessarie per la ripresa economica, per paura che esse risultassero impopolari e compromettessero la loro capacità futura di reperire consensi utili per il mantenimento del loro potere.

Essi invece videro nell’euro l’occasione per poter continuare a non risolvere i problemi e a nasconderli sotto il tappeto. Abbandonando una lira che non aveva più credibilità (soprattutto a livello internazionale), tanto essa fu svalutata da quei stessi politici che non hanno mai avuto interesse a riformare il paese, con l’adozione di una nuova valuta (l’euro appunto) i creditori dell’Italia iniziarono a dare più fiducia all’Italia; attraverso l’euro essa poteva ridurre i costi delle importazioni utili per la ripresa della domanda interna e della produzione e a godere di finanziamenti impensabili fino a qualche decennio prima.

Dopo nemmeno dieci anni con l’euro nelle tasche dei cittadini, i problemi strutturali dell’Italia, che mai furono risolti in tempo debito, si sono ripresentati più grossi e gravi di prima.

Ed ora gli italiani cosa si chiedono? Così come si sono già sbagliati negli anni novanta, sbagliano tutt’oggi chiedendosi ancora se sia meglio cambiare di nuovo valuta oppure no. Addirittura, ci si chiede se non sia meglio ritornare alla sciagurata lira! Gli italiani dimenticano in fretta e non ricordano che, più di dieci anni prima, essi hanno già giocato la carta che consisteva nel cambiare valuta e che da sola essa non ha risolto i loro problemi economici; anzi, li ha peggiorati. Quindi, gli italiani non hanno capito che l’operazione di cambiamento della valuta non è una condizione sufficiente per risolvere i loroo grossi problemi economici.

Concludo dicendo che, senza avere la consapevolezza di una più efficacie e diversa alternativa all’euro o a ciò che l’ha preceduto (ossia, alla lira), e ad una proposta di riassetto del nostro sistema normativo, bancario e istituzionale, ogni dibattito circa l’abbandono dell’euro è un dibattito sterile e superficiale; in una sola parola: demagogico.

Il vero dramma per gli italiani non è tanto il fatto di adottare l'euro come valuta, quanto quello di non avere una valida alternativa ad esso.


Postato il 27/10/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





austriaci.jpg

Non sono solito scrivere post sul mio blog per commentare gli articoli altrui. Ho sempre preferito usare il mio blog per divulgare i miei studi e le mie opinioni sull’attualità economica; al massimo l’ho usato per fare critica economica (non giornalistica) sugli scritti di altri blogger di economia. Ma in questo caso farò uno strappo alla regola, visto che l’inconsistenza di quanto sto per segnalarvi non mi permette di fare di più.

Non ho potuto sottrarmi dal leggere questo post dal titolo “Un dibattito mancato e la cosiddetta teoria austriaca”, e di esprimere con queste due righe cosa ne penso (anche se avrei tanto voluto evitare di fare entrambe le cose), visto che a chiedermi ciò sono stati alcuni lettori del blog.

Ebbene, l’autore di questo articolo afferma che la scuola economica austriaca, quella che è per il minor interventismo dello stato nella vita delle persone e contraria alle banche centrali, non esisterebbe. Ad esistere sarebbero solo le sue idee.

Contrariamente a quanto questo signore dice nel suo post, la Teoria della Scuola Austriaca esiste eccome! Egli cerca di smontarne i cardini riferendosi ad un estratto a portata di click ripreso da Wikipedia (???), quando in realtà, da ricercatore economista quale egli sarebbe, circa la scuola austriaca mi sarei aspettato argomentazioni riferite direttamente a contenuti ripresi dalla vastissima antologia di questo secolare pensiero economico, costituita da saggi e trattati economici, scritti da economisti illustri come Menger, von Bohm-Bawerk, von Mises, Rothbard, Hazlitt, de Soto, solo per citarne alcuni, spesso anche da premi Nobel per l’economia del calibro di von Hayek.

A lasciarsi ispirare dalle teorie austriache ci sono stati politici come Margaret Tatcher e Ronald Regan. Di politici contemporanei, l’unico degno di menzione è per me l’americano Ron Paul, membro attuale della Camera dei Rappresentanti. Troppo pochi, purtroppo!

Lo so, leggere i trattati degli economisti su elencati non è veloce e semplice come leggere un sunto su Wikipedia o divertente come leggere le divulgazioni dei signoraggisti e dei signori della teoria delle scie chimiche, o quelle della MMT, standosene comodamente seduti sotto l’ombrellone. Leggere gli scritti economici dei personaggi di cui sopra richiede dedizione e concentrazione tali da impegnare molto tempo, energie e studio per la loro comprensione. Forse l’autore economista del post in oggetto non ha tempo, voglia o forse chissà cos’altro gli mancherebbe per ridursi a “studiare”, per poi scrivere, semplicemente documentandosi da Wikipedia.

Ritengo che il problema non sia tanto il fatto se la Scuola Austriaca esista o meno. Vorreste vedere che non basterebbero a dimostrare la sua esistenza tutto quanto ci è stato lasciato in eredità dai suoi fondatori economisti (li ho citati prima), dai suoi padri intellettuali (fra i quali vi sono filosofi come George, Locke, Bastiat, Hoppe, ecc.) e i loro tantissimi divulgatori, iniziando dagli illustri Gary North e Philipp Bagus, fino ad arrivare ai tanti autori di testi divulgativi e blogger italiani, dei quali ne cito solo alcuni, senza pretesa di esaurimento,  www.vonmises.it, www.usemlab.com, www.movimentolibertario.com, www.johnnycloaca.blogspot.it,  www.rischiocalcolato.com, compreso (permettetemi) questo mio personale e modestissimo blog di economia?

Il problema di fondo, infatti, consiste nel fatto che ad esistere ancora siano proprio quelle teorie diffuse di economia di cui l’autore del post ne parla a favore (quella keynesiana e neo-keynesiana, per intenderci), le quali, da decenni, procurano ai più conseguenze economiche negative, che la scuola austriaca ha studiato e da sempre denunciato, spiegato e dettagliatamente dimostrato.

Trovo ridicola la “supercazzola” usata dall’autore del post per dire che una secolare scuola di pensiero addirittura non esisterebbe. E quale sarebbe la “geniale” dimostrazione? Sarebbe quelle secondo cui, considerato che, tutto ciò che c’è di buono (per lui) della teoria austriaca già sarebbe presente nella "teoria dominante", mentre ciò che di non buono c’è (sempre per lui) nella teoria austriaca sarebbe stato scartato dalla "teoria dominante", allora la scuola austriaca non esisterebbe. Una “supercazzola” questa, impropriamente promossa dall’autore nella sfera dell’ontologia, che è senza alcun senso oggettivo. A questo punto, utilizzando lo stesso ragionamento puerile dell’autore, si potrebbe anche dire che nemmeno la scuola economica di Chicago esisterebbe, in quanto ciò che c’è di buono in essa è già presente nella teoria austriaca e ciò che di non buono c’è in quel pensiero è stato rifiutato dalla scuola austriaca; quando in realtà la scuola di Chicago esiste tanto quanto esiste quella austriaca o quella keynesiana. In pratica, l’autore pare proprio dire a chi legge il suo articolo che, o la si pensa come dice lui, oppure il pensiero diverso dal suo non esiste. E’ assurda come argomentazione. Soprattutto se ad asserirla fosse un ricercatore.

Dopo aver faticosamente letto (lo ammetto) il lunghissimo post ad oggetto, mi chiedo solo queste due cose: se non si è d’accordo con una scuola di pensiero, non si fa prima e migliore figura se si dice semplicemente che non si è d’accordo con essa, punto e basta? Se si conosce solo da Wikipedia ciò di cui si scrive, non sarebbe il caso di non perdere la ghiotta occasione di starsene zitti?


Postato il 11/10/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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Uno dei motivi per cui l'Italia è un paese dato ormai per spacciato, il quale vedrà una ripresa economica solo nelle vacue parole di chi la governa, è il fatto che lo stato non permette ai suoi cittadini di operare in liberi mercati.

Superare le condizioni stagnanti di un'economia allo stallo come quella attuale è possibile solo in due modi:

- distruzione di tutto prima, per ricostruire poi (ad esempio, una guerra alla quale poi segue la ricostruzione del dopoguerra);

- oppure, adozione e libera diffusione di una o più innovazioni tecnologiche, di prodotto o di servizio che rivoluzionano la vita delle persone.

E' ovvio che io sia per la seconda possibilità: perché, contrariamente alla prima, essa è la più pacifica e considera al centro di tutto il benessere dei singoli individui e non quello di una o più élite di potere.

Ebbene, in Italia lungi da poter sperare nella possibilità che un'innovazione possa contribuire alla ripresa economica.

A suo tempo, analizzai un esempio di come lo stato italiano abbia letteralmente inibito ogni possibilità di crescita economica e occupazionale data dal fiorente e nascente mercato innovativo delle sigarette elettroniche (leggi qui) per favorire la classe dei tabaccai e proteggere il monopolio legale dei tabacchi da esso stesso gestito.

Oggi vediamo il caso del servizio Uber che, dalla lontana San Francisco, sta conquistando sempre più quote di mercato nel mondo. Uber è un’agenzia che offre un servizio di intermediazione del trasporto di persone, la quale consente, a chiunque possieda un cellulare o uno smartphone, di richiedere un passaggio in auto, semplicemente inviando ai centri locali Uber un sms oppure inoltrando la richiesta attraverso l'uso di una app. Uber fa in modo che all’appuntamento concordato si presenti l’automobile del modello che si è richiesto, guidata da un autista (che è il proprietario dell’auto) selezionato e certificato dalla stessa Uber, disponibile ad accompagnare l’utente ovunque egli voglia, alle tariffe stabilite dall’agenzia. All’autista non si deve nulla e il pagamento avviene tramite carta di credito, direttamente alla Uber.

Il servizio è sbarcato anche in Italia (a Roma, Milano e Genova) e a mio avviso ciò sarebbe motivo di rallegramento, visto che c’è ancora qualche straniero che non viene in Italia solo per campare della carità di stato, ma c’è anche chi viene per investire.

Purtroppo, è notizia di questi giorni che nel comune di Genova la polizia municipale ha multato, sequestrato l’auto e sospeso la patente ad un autista che serviva un passaggio ad un persona grazie all’intermediazione della Uber (leggi qui). Il reato contestato è l’esercizio abusivo al pubblico della professione di trasporto di persone, per la quale la legge italiana prevede innanzitutto il rilascio di una specifica licenza.

In Italia, quello dei taxi è uno dei mercati più protetti e regolamentati dallo stato. Nessuno può intraprendere l’attività di trasporto di persone se non per provvedimento pubblico amministrativo. I taxisti costituiscono la categoria più risentita da questa idea che reinventa il servizio di trasporto di persone. Infatti, si apprendono notizie varie in cui autisti Uber sono aggrediti a suon di ceffoni dai taxisti italiani (ad esempio, leggi qui).

Quale sarebbe la colpa di chi partecipa in questa nuova avventura della Uber e che meriterebbe simili aggressioni? La colpa non è quella di truffare il prossimo, non è nemmeno quella di attentare alla sicurezza di chi riceve il servizio. La colpa sarebbe quella di aver proposto un nuovo e più efficiente modo di trasportare le persone, liberamente da un luogo ad un altro e di farlo meglio rispetto a chi ha una licenza di stato per trasportare le persone.

Che paese civile è il nostro! Costituito da uno stato che punisce chi fa innovazione e una classe mafiosa di cittadini che difende i propri privilegi arrivando anche alle mani.

La Uber non offre un servizio di trasporto di persone su pubblica piazza così come lo fanno invece i taxi, ma esercita un’attività sul web di mera intermediazione fra chi ha la disponibilità di tempo e di un’automobile e chi ha bisogno di un passaggio nel breve tempo possibile. La Uber fa intermediazione così come la fa un qualunque sito di incontri o di annunci di lavoro, per cui non è prevista alcuna autorizzazione pubblica. Inoltre, la disponibilità del proprietario dell’auto ad offrire un passaggio ad un’altra persona, messi in contatto fra loro da un intermediario (la Uber appunto), è frutto di un accordo privato e riservato, così come lo sarebbe quello fra due conoscenti che si accordano affinché uno accompagni l’altro in un dato luogo e per cui, colui che riceve il favore riconosce al gentile proprietario dell’auto il rimborso della spese sostenute.

Questo servizio innovativo apre uno scenario di mercato completamente nuovo, in cui gli operatori, se lasciati liberi di esprimersi, esplorerebbero la possibilità di offrire agli individui l’opportunità di non essere più vincolati dai costi di mantenimento di un’auto di proprietà (assicurazione, bollo e manutenzione) e di sostenerne i relativi costi solo quando si fa effettivamente uso dell’automobile. Di non essere più condizionati dalle sole tariffe dei tradizionali trasporti pubblici (taxi, autobus e metropolitana), prestabilite per decreto o delibera amministrativa, ma di avere l’occasione di spuntare prezzi e condizioni di trasporto più convenienti e più adatti alle proprie esigenze, formatesi sul mercato libero.

Quello aperto dalla Uber è un mercato che crea nuove opportunità di lavoro per chi decide di avventurarsi a scoprire un modo diverso di soddisfare esigenze di trasporto sempre più particolareggiate, di persone estremamente esigenti.

Insomma, in un paese come il nostro, sobbarcato dal debito pubblico e da una dilagante disoccupazione, non abbiamo bisogno di un governatore più buono e magnanimo da votare, o di un banchiere centrale che incrementi la stampa di nuovo denaro o distorca i tassi di interesse di mercato. Abbiamo bisogno di innovazione e di individui che sappiano innovare.

Non abbiamo bisogno di leggi che rendono certa la vita della classe dei taxisti (né quella di chiunque altra classe), intenti a mantenere i propri privilegi sul mercato ottenuti, non per avere il merito di rendere migliore, più economico e confortevole il soddisfacimento dei bisogni delle persone, ma solo grazie ad un’esclusiva licenza di stato che li protegge dall’eventuale concorrenza. Abbiamo bisogno che il settore del trasporto di persone sia stimolato a reinventarsi, lasciando gli innovatori liberi di esprimersi, senza che essi siano puniti o malmenati per aver provato ad offrire soluzioni migliori alle persone.


Postato il 29/09/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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Dopo aver appreso dell'ulteriore taglio al tasso di interesse alla soglia record di 0,05%, con questo post della rubrica Discussioni di Economia (DdE) approfondiremo nel dettaglio una delle operazioni già annunciate nella passata conferenza di agosto della BCE e che partirà il 18 settembre prossimo, ossia quella relativa al Targeted Longer Term Refinancing Operations (TLTRO). Chiariremo cosa è e come funziona.

Esso è una versione rivisitata di un’operazione di nostra vecchia conoscenza, ossia del LTRO di cui ho scritto approfonditamente in questi uno, due e tre post del 2012. Il LTRO fu ufficialmente adoperato dalla BCE per rilanciare l’economia reale. Ma in realtà non andò così. Ad avvantaggiarsene furono solo il sistema bancario europeo e i governi europei malandati, per cui il primo riuscì a ricapitalizzarsi, mentre i secondi videro ridursi il costo del loro crescente indebitamento. L’economia reale invece rimase al palo.

Nel 2014, si ripropone la stessa operazione, questa volta chiamata T-LTRO, con la stessa giustificazione di due anni fa, ossia quella di rilanciare l’economia reale. La strategia, questa volta, è leggermente diversa: prestare altri 894 miliardi di euro freschi di stampa al sistema bancario europeo, al tasso ridicolo dello 0,15% (0,05% più uno spread dello 0,10%; praticamente gratis), da restituire nel 2018. Ma in cambio la BCE chiede alle banche europee che i soldi presi in prestito siano usati a loro volta per essere prestati specificatamente a famiglie e ad imprese. Vediamo più nel dettaglio le pretese della BCE.

Le banche europee che fanno richiesta di partecipare alle aste di aggiudicazione dei prestiti della BCE potranno usufruire del nuovo denaro emesso solo alle seguenti condizioni:

1.     per le prime due tranche di TLTRO da 400 miliardi totali circa, ciascuna banca potrà prendere a prestito dalla BCE solo una somma pari al 7% dello stock di finanziamenti ancora in essere al 30 aprile 2014;

2.     per le restanti 6 tranche di TLTRO da 494 miliardi totali circa (le cui aste si terranno fra il 2015 e il 2016, con scadenze trimestrali), ciascuna banca potrà prendere a prestito dalla BCE una somma proporzionata all’ammontare dei nuovi prestiti erogati da maggio 2014 al secondo mese precedente a quello di aggiudicazione del prestito;

3.     i crediti concessi presi in considerazione per la determinazione delle somme chieste in prestito alla BCE dovranno essere quelli erogati ad imprese e a famiglie, purché non siano di natura immobiliare;

4.     qualora la banca che ha ricevuto in prestito il denaro della BCE, fra maggio 2014 e aprile 2016, riduca l’ammontare dei prestiti (non immobiliari) concessi alla propria clientela, essa dovrà restituire il prestito TLTRO con 2 anni di anticipo (entro settembre 2016) e non alla più comoda data di settembre 2018.

Esaminando il documento tecnico diramato dalla BCE, si osserva che l’operazione TLTRO lungi dall’essere qualcosa direttamente riferito a vantaggio dell’economia reale.

Infatti, la BCE stabilisce due parametri di riferimento per la valutazione del rispetto della condizione secondo la quale i soldi ricevuti in prestito con TLTRO dovrebbero essere destinati all’erogazione di crediti a famiglie ed imprese, entrambi di discutibile validità:

-       per le banche che negli ultimi 12 mesi hanno incrementato lo stock di finanziamenti alle famiglie e alle imprese, il parametro di riferimento sarà semplicemente pari a zero. Ciò vale a dire che per questi istituti non sarà necessario incrementare i prestiti alle imprese e alle famiglie per ottenere il prestito allo 0,15% di interesse, da restituire comodamente nel 2018, ma che sarà sufficiente mantenere costante, fino ad aprile 2016, il valore dei finanziamenti alla propria clientela rilevato nei 12 mesi precedenti alla data di aggiudicazione del prestito della BCE;

-       per le banche che negli ultimi 12 mesi hanno invece diminuito lo stock di finanziamenti alle famiglie e alle imprese, il parametro di riferimento sarà addirittura di valore negativo fino a d aprile 2015 e poi pari a zero fino ad aprile 2016. Ciò vale a dire che anche per questi istituti non sarà necessario incrementare i prestiti alle imprese e alle famiglie per ottenere i nuovi euro dalla BCE, da poter restituire comodamente nel lontano 2018, ma che essi potranno addirittura continuare a diminuire lo stock di finanziamenti alle imprese e alle famiglie fino ad aprile 2015, per poi mantenere costante lo stock registrato fino ad allora per i 12 mesi a seguire.

Ecco cosa si cela dietro questo TLTRO: un nuovo aiuto al disastrato sistema bancario europeo.

Innanzitutto, le prime due tranche di TLTRO verranno attribuite sulla base di un dato storico, che poco ha a che vedere con l’intento di incentivare le banche ad incrementare i prestiti alle famiglie e alle imprese. Esse infatti potranno ambire a prendere in prestito dalla BCE il 7% di qualunque sia lo stock di crediti già erogati alla clientela. Una volta ottenuto il prestito, nulla obbliga effettivamente gli istituti ad aumentare i finanziamenti concessi o vieta severamente ad essi di diminuirli. Una volta che in queste prime due tranche di TLTRO si sarà aggiudicato il prestito agevolato, le banche potranno fare ciò che vogliono dei soldi ricevuti dalla BCE, perché non sono previste sanzioni o penali se essi non verranno prestati a imprese e famiglie; male che vada le banche restituiranno alla BCE i soldi ottenuti nel 2016 anziché nel 2018, pagando pur sempre il prestito con un irrisorio interesse dello 0,15%.

Considerato che le banche europee devono restituire alla BCE ancora 362 miliardi della vecchie operazioni LTRO 2011 e 2012, è immediato credere che buona parte di questi primi 400 miliardi possano essere utilizzati da esse proprio per saldare i vecchi LTRO. Oppure si consideri che, per queste prime 2 tranche, le banche italiane potranno chiedere alla BCE fino a 75 miliardi di euro (fonte: dati BCE), ossia esattamente l’ammontare delle obbligazioni in scadenza a fine 2014. Altro che incrementare i finanziamenti alle imprese e alle famiglie! Vedrete.

Per quanto riguarda il meccanismo di determinazione delle seguenti 6 tranche di TLTRO, se da una parte esso potrebbe risultare un effettivo incentivo alle banche di incrementare la concessione dei finanziamenti alle imprese e alle famiglie (da marzo 2014 infatti, più le banche avranno finanziato o finanzieranno, più soldi potranno chiedere in prestito alla BCE, trimestralmente fino al 2016), dall’altra parte esso è più un incentivo a mantenere inalterati gli stock di finanziamento alla clientela, più che ad incrementarli, perché il parametro di riferimento in base al quale si confronterà la variazione di stock dei finanziamenti concessi non è mai superiore allo zero. Basterà non variare il valore dei finanziamenti già erogati negli anni precedenti per poter ottenere i nuovi euro della BCE allo 0,15% di interesse, da restituire fra 4 anni.

I quasi 1000 miliardi di euro che la BCE stamperà per la nuova operazione TLTRO, rischiano nuovamente di non essere destinati all’economia reale, ma di essere utilizzati dalle banche per la ricapitalizzazione dei propri bilanci, per acquistare altri titoli di stato o per effettuare operazioni speculative sui mercati finanziari. Il tutto, senza usare soldi propri.

E’ tutta una balla la storia che questi nuovi euro stampati dalla BCE saranno d’aiuto alle famiglie e alle imprese. Punto primo: ogni nuovo euro stampato in eccesso rispetto alla effettiva ricchezza di un paese, nel lungo periodo, è dannoso alla sua economia; e questo è purtroppo il caso della situazione europea attuale. Punto secondo, il tessuto economico europeo è estremamente lacerato dalle distorsioni create dalle precedenti politiche monetarie della BCE sui tassi di interesse, dal mare di leggi e dalla delirante burocrazia imposte dai governi all’economia, dall’incivile oppressione fiscale a cui sono sottoposti i redditi e i patrimoni degli europei, dai troppi monopoli di stato.

Ciò lo sanno benissimo le banche europee, per questo non troveranno conveniente investire in un’economia allo stallo, bensì finanziarsi dalla BCE a tassi prossimi allo zero, al massimo per soli 2 anni (anziché per i potenziali 4) e reinvestirli in attività più redditizie del mondo della finanza.

 

 


Postato il 15/09/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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Se foste produttori di farina, secondo voi cosa conterebbe di più per voi, possedere un quintale di grano duro da trasformare subito in farina e fare il vostro business, oppure possedere banconote emesse dalla BCE per il corrispondente valore del grano di 24 euro?

Possedere il quintale di grano duro, ovviamente, perché potendolo trasformare in farina potreste rivendere il prodotto finito ad un prezzo superiore.

Ebbene, cosa accade oggi che il tasso ufficiale di interese dell'euro vale 0,10 punti percentuali in meno rispetto a ieri, per volere della BCE (leggi qui), che ne ha il monopolio di emissione? Accade che l’euro vale meno, perché la BCE ha disposto che, rispetto a ieri, le banche possono chiedere denaro in prestito ad essa pagando un tasso di interesse prossimo allo zero (0,05%; praticamente gratis). Questo significa che per le banche, bisognose di svolgere le proprie attività speculative nei mercati borsistici, costerà molto poco prendere a prestito nuovo denaro dalla BCE e immetterlo, ad esempio, anche nelle borse merci dove si scambia il nostro grano duro.

Ciò determinerà un afflusso di euro maggiore rispetto a prima, che nel mercato in cui si scambia il grano duro potrebbe essere utile per comprare maggiori quantità di esso. Ma più si domanderà grano duro con quei maggiori euro a disposizione, più il suo prezzo inizierà ad aumentare. Così non pagheremo più un quintale di grano duro a soli 24 euro, bensì a 25, 26 a 30 euro al quintale.

Insomma per possedere un  quintale di grano noi produttori di farina saremmo costretti a procurarci euro in più per comprare lo stesso quantitativo di grano che prima si acquistava con meno euro.

Eppure la produzione di grano non è diminuita tanto da rendere il grano più raro e giustificare un incremento del suo prezzo. E la gente consuma sempre lo stesso quantitativo di farina di prima e non chiede maggiore farina, tanto da essere disposta a pagare di più rispetto a prima e farne aumentare il prezzo alla vendita. Perché mai allora il costo del grano e della farina dovrebbero aumentare?

Se la gente non può spendere di più rispetto a prima per l’acquisto dello stesso quantitativo di farina, i produttori inizieranno a chiedere in prestito gli euro, necessari per comprare la materia prima, alle banche (che ad esse, ora costa poco quanto niente). Un aumento delle domande di prestito di denaro da parte dei produttori significa per le banche approfittarne e aumentare il costo dei loro prestiti concessi; quindi maggiori tassi di interesse che i produttori devono pagare per finanziarsi.

Chi non potrà permettersi un finanziamento a costi incrementati sarà costretto a chiudere l’attività. Chi invece potrà permetterselo, fin quando sarà conveniente, incrementerà il costo della farina prodotta (affinché si possa  rientrare anche del costo del debito contratto) e la venderà solo alla gente più ricca che può pagarla di più rispetto a prima.

Certo, ci si potrebbe inventare qualcosa per incrementare il quantitativo di farina prodotta e guadagnare sull’economia di scala; ma tutto ciò restando alla speranza che un’innovazione tecnologica, la quale sia in grado di aumentare la produzione, sia presto resa disponibile al produttore, che i lavoratori siano disposti a lavorare di più per produrre di più, che i redditi dei clienti magicamente aumentino e che il maggiore quantitativo di farina prodotta non resti invenduto perché si rivela essere in eccesso rispetto alle effettive esigenze della gente!

E che dire di chi ha risparmiato i propri redditi in fondi comuni di investimento, i quali riceveranno euro svalutati rispetto ai propri piani iniziali, con i quali potrebbero comprare meno farina rispetto a prima? E delle importazioni, ad esempio di energia (petrolio e gas), che con un euro più svalutato costerebbero di più, pur acquistando la stessa quantità?

Queste conseguenze si riassumono con una sola parola: impoverimento.

E questo accade per una sola e deleteria decisione arbitraria di un ente centrale (la BCE) di abbassare artificialmente il costo del denaro, con una semplice disposizione tecnica, ad essa concessa per legge.

Ci arrivate cari lettori? A decidere se una banconota sia valida (e se sì, quanto valida) per acquistare un quintale di grano non è l’insieme delle contrattazioni fatte da chi opera sui mercati, quello del mercato del grano compreso (ossia, coloro che producono, che trasformano, che ne acquistano il prodotto finito, ecc.). Lo decide un ente per tutti. E se questo ente svaluta il denaro per favorire i suoi amici banchieri e governanti (e questo è proprio il caso della realtà degli ultimi decenni), gli operatori di mercato non possono sostituire quel denaro svalutato con un altro migliore, più efficiente e meno corrotto, perché per legge, chi in un modo chi in un altro, è obbligato ad usare quel denaro che rende improvvisamente più oneroso l’acquisto di materie prime e prodotti finiti.


Postato il 05/09/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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Martina77 [30/10/2014] scrive: Gli italiani hanno memoria cortissima: quando esco neppure ricordano del governo Letta,figuriamoci del 1992,da dove tutto è partito (e l'Euro non c'era).A questo punto della situazione il ritorno ad un'altra valuta sarebbe una incognità asssoluta,forse perché il tutto andava previsto molto prima e non adesso,ma prima andava bene a tutti.
A volte,sentendo certi discorsi mi sento disorientata: la gente non pensa,ripete. Vai al post

Martina77 [30/10/2014] scrive: @Fabry...non so che lavoro faccia lei,ma si guardi i rapporti ocse anni 90';l'Italia nel 1992-98 non era affatto la settima potenza c'era crisi a non finire,neppure nel 2001,lei sogna,eppure c'era la Lira.
Non sono una pro-euro,ma quando mi sentivo di criticarlo ciioè nel 2003,venivo additata come quella che rompeva sempre i.....,da tutti compreso dai leghisti farlocchi che dopo non aver fatto nulla per contrastare l'immigrazione,adesso con dementi patentati e falsi economisti si ergono a "no euro". Vai al post

pasquale [29/10/2014] scrive: ATTENZIONE cari lettori. Questo mio post non vuole essere un elogio dell'euro (assolutamente no).

Ho scritto tutto il blog schierandomi CONTRO L'EURO. In questo stesso post critico ancora una volta l'euro per aver dato l'occasione ai delinquenti che ci governano di nascondere i problemi che hanno provocato anziché di risolverli! Che cavolo!

Nel post non è in discussione l'abbandono dell'euro; è anche mia opinione che ne dovremmo uscire, laddove si potesse scegliere come opzione o si potesse non condividere con gli altri stati membri il destino a noi riservato (così come ha già detto Gio).

Qui è mia intenzione discutere l'ALTERNATIVA proposta dai più del RITORNO ALLA LIRA; nel post metto in discussione il fatto di "ballare" da una VALUTA FIAT ad un'altra, cosa che per me non è una condizione sufficiente per risolvere i problemi economici dell'Italia.

Sono contro le VALUTE FIAT, di conseguenza sono contro l'euro e contro la lira, che sono entrambe valute fiat e che entrmbe nutrono il germe che corrompe il denaro e la sua funzione indispensabile nell'economia Vai al post

Fabry [28/10/2014] scrive: L'Italia i prodotti li fà! Vai al post

Gio Tomei [28/10/2014] scrive: Sull'Euro, il problema di scegliere non si pone. Il destino tra i Paesi è comune. E poi, l'Otalia, nelle condizioni in cui è ridotta che ha per competere? E se fosse solo il turismo, con quel che varrebbe la lira, regaleremmo a poco e all'insufficineza anche l'unico settore che da soli potremmo provare a "vendere". Poi, il mondo a blocchi di oggi e di domani mattina che spazio darebbe alla barchetta piena di buchi e "pezze a colore" (come si dice a Napoli) dell'italica penisola. Non ne parliamo più, è fiato sprecato: resta la politica elettiva, non questa, come strumento. E qui si reinserisce la banca no profit. Ma che c'entra la riserva frazionaria? A scopo unico e no profit su regole stringenti da statuto e regolamenti occorre valutare la certezza della restituzione del debito e il valore dato anche ad un piccolo aumento della capacità di consumi sulla numnerosità della platea. Si tratta di servizio e non di profitto, ma occorre avere ego altruistico per comprendere visione e prospettiva. Buona vita Vai al post

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