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L’industria preistorica dell’auto va in Serbia

carhenge.jpg

La storica industria italiana dell’auto se ne va e ci ritroviamo a rimpiangere il momento in cui abbiamo deciso di ripercorrere una vecchia strada, la quale porta inesorabilmente al supplizio dei soliti problemi di un’economia arretrata.

Probabilmente, l’azienda ammiraglia dell’auto italiana chiude i battenti in patria per riaprirli in Serbia. Le ragioni sono squisitamente economiche e legate alla convenienza di produrre l’auto dallo storico marchio Made in Italy all’estero, anziché in Italia. Le polemiche sono piovute da ogni fronte e tutte per bagnare la questione concernente gli enormi finanziamenti e incentivi che il governo italiano ha dovuto stanziare e che quindi sono andati sprecati. Ricordiamo che il mercato dell’auto ha subito un duro colpo a seguito della recessione del settore, la quale è maturata nel corso del 2008 e che ha visto, in Italia, una diminuzione delle vendite di automobili del 12,77 percento rispetto al 2007 e dello 0,19 percento nel 2009 rispetto al 2008. A livello mondiale, in maniera analoga, si è registrato un -4,97 percento nel 2008 e -5,92 percento nel 2009. Infine, i prodotti della casa automobilistica italiana ad oggetto, registrano nel 2009 un calo medio delle vendite europee del 5,64 percento rispetto al 2007. Insomma è stata crisi vera.

Ma il punto più interessante di questa storia è il seguente: i guai provocati dall’accanimento dei governi a finanziare e a salvare imprese che il mercato reputa ormai fuori dal business.

Ogni volta che lo stato mette mano sulle questioni economiche, provoca danni irreparabili. Seguitemi nel ragionamento. Se il mercato non digerisce più l’offerta di una certa azienda:

-       le vendite naturalmente calano fino a ché la produzione non è più conveniente per quell’azienda;

-       in tal caso, essa sarà costretta a reinventare la propria attività o il proprio prodotto;

-       oppure a dover chiudere, come è giusto che accada, facendo spazio a nuove è più progressive soluzioni.

Ciò può verificarsi per tanti motivi (prezzo di vendita troppo alto per il reddito dei consumatori, aumento della concorrenza, incremento insostenibile dei costi della produzione, errori manageriali, ecc.) e, se un’azienda riesce a non fallire, significa che essa sarà stata in grado di evolvere il proprio prodotto (tecnologicamente ed economicamente) altrimenti, significa che è bene chiudere e dare spazio ad altri concorrenti, i quali potrebbero essere molto più efficienti. E’ in questo modo che il mercato autonomamente tende a riallinearsi, selezionando gli agenti economici migliori in base alle più virtuose performance e determinando la naturale evoluzione della società, la quale va progredendo sempre di più, poiché è sempre meglio soddisfatta. Se invece, contrariamente a quanto sopra sintetizzato, si permette ad un agente terzo, come lo è un’autorità pubblica, di interferire con le regole naturali dell’economia di scambio, accade che essa:

-       finanzi l’impresa, incentivi le vendite dell’azienda e agevoli fiscalmente la ripresa di quest’ultima, per tentare di evitare il rischio di fallimento e di perdita del posto di lavoro di migliaia di cittadini (votanti);

-       a questo punto, l’azienda è meno stimolata ad investire nell’evoluzione tecnologica del prodotto;

-       mentre a quel mercato, che non ne può più del prodotto obsoleto o inefficiente (insomma, non più conveniente), gli tocca continuare a sorbirsi ciò che ormai è da considerare un “bidone” inefficiente;

-       al lungo andare, l’azienda non può più riprendersi, perché le risorse finanziarie reperite non sono mai concesse sulla base di un piano di rilancio dell’attività ma sempre secondo un piano di rientro delle perdite;

-       infine, ciò che si è evitato oggi lo si è rimandato a domani, momento in cui ci si  accorge che il settore non si è per nulla evoluto, che è rimasto tremendamente arretrato e che la forza lavoro perde il proprio impiego munito solo di un bagaglio di conoscenze professionali antiquate rispetto alle richieste di nuove sfide.

La tecnologia dell’automobile è drammaticamente la stessa di cinquant’anni fa. Cambia solo il design e il numero degli optional disponibili, soltanto per riscaldare la minestra, per far sembrare nuovo il prodotto, ma solo nella forma, nell’immagine e non nella sostanza, non nell’ingegno di rendere il mezzo più compatibile alle nostre moderne esigenze. Sono convinto che il mercato, lasciato libero dalle azioni distorsive dei governi, ci farebbe progredire in meglio, perché stimolerebbe gli attori economici a fare ciò che hanno dimenticato da parecchi anni, ossia a creare e a scoprire. Quel mercato, lasciato così libero, cancellerebbe anche l’ansia di rimanere disoccupati, perché l’operaio di un’azienda fallita ritroverebbe lavoro dopo soli due minuti dal suo licenziamento, in quanto adeguatamente qualificato e aggiornato per essere riassunto in altre realtà aziendali concorrenti del medesimo settore, sicuramente più efficienti e per nulla scoraggiate da monopoli o da trattamenti di favore che i governi sono soliti riservare per un soggetto piuttosto che per un altro.

Siamo sempre meno creativi e il benessere di questi tempi è la rendita di un’eredità che i nostri nonni hanno creato e lasciato per noi.

Postato il 07/08/2010 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Metà della ricchezza in mano a pochi

bilancia.jpg

Rendiamocene conto; se da più di un secolo i promotori dello stato sociale ci promettono più uguaglianza di trattamento fra i vari individui, essi ci hanno sempre preso per i fondelli.

Ho provato ad incrociare alcuni dati statistici relativi al reddito prodotto dalle famiglie italiane negli ultimi anni (a partire dal 1991) ed è emerso che gli italiani più ricchi hanno un reddito maggiore di quello degli italiani più poveri di ben 12 volte. In pratica, il 10 percento delle famiglie italiane detiene circa il 45 percento della ricchezza nazionale; e ciò si è mantenuto costante per più di dieci anni consecutivi, durante i quali il 90 percento della popolazione italiana si è accontentata di spartirsi il restante 55 percento della ricchezza prodotta. Tra l’altro l’indice di concentrazione misurato su questi dati (senza scendere ulteriormente nei dettagli tecnici della metodologia statistica) rivela che la disparità di distribuzione del reddito è aumentata sempre di più, consolidandosi definitivamente a partire dall’anno 1993 fino ai giorni nostri.

Questo significa tre cose:

-       che i ricchi sono rimasti ricchi;

-       che i poveri sono sempre più poveri;

-       che i risultati di questa modesta ricerca confermano quanto asserisco da tempo circa le origini delle crisi economiche dei nostri anni, le quali risiedono anche nell’ingiusta ripartizione della ricchezza nazionale, provocata dall’eccessivo interventismo statale, il quale genera, non solo il malessere economico, ma anche quello  psicologico delle persone, perché il senso di ingiustizia scoraggia l’iniziativa privata e fomenta il pessimismo generale.

La recessione che stiamo vivendo è iniziata esattamente come potrebbe principiare una valanga, ossia da una piccola palla di neve lanciata lungo il costone di una montagna innevata la quale, man mano che essa acquisisce velocità e metri, si ingigantisce fino a giungere a valle con le dimensioni catastrofiche di una slavina. Il punto è che a pagare i disastri saranno sempre i più deboli e ciò lo si evince già in questi mesi; infatti, i giovani italiani occupati nel 2009 sono 300 mila in meno rispetto al 2008, diventando così la causa principale del tasso di disoccupazione record dell’8,9 percento di aprile 2010, con il quasi 30 percento di giovani senza più lavoro. Considerato quanto suddetto, sono convinto sempre di più che ottenere l’uguaglianza fra la gente sia impossibile, pura illusione e che il santone di turno, il quale agita la folla declamando un simile obiettivo, sia un esaltato cronico. Se mai la meritassimo, dovremmo ambire ad una sola uguaglianza, ossia quella di avere ognuno le stesse opportunità, senza corruzione alcuna.

I movimenti rivoluzionari usano il termine “libertà”, assieme alla parola “uguaglianza”, solo per sostituire la vecchia classe dirigente con una nuova. E basta.

Postato il 22/07/2010 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Salvare l'Euro: che rischio!

sabbia.jpg

A gennaio dicevano (tranne questo blog e alcuni altri amici della rete) che il duemiladieci sarebbe stato l’anno della ripresa economica. Che cavolata! Sono passati cinque mesi da allora e si è già dovuto porre rimedio allo sciagurato destino (per nulla a noi remoto) della Grecia e, alcune settimana fa, i ministri di tutta Europa si sono dovuti incontrare per salvare dalla disfatta, niente di meno che, l’Euro. Capite perché continuo a ribadire che qualcosa non va?

Il submit dei potenti d’Europa, riuniti per stabilire i termini di una manovra che impiegherà circa 750 miliardi di euro a favore delle nazioni europee in pericolo di default, ha raggiunto una serie di accordi riguardanti maggiori sacrifici imposti soprattutto alle nazioni ritenute rischiose, come la Spagna e il Portogallo, una raccolta di 60 miliardi di risparmi dei cittadini (in cambio di titoli garantiti dai fondi del bilancio europeo) da poter prestare poi ai paesi in difficoltà, insieme ai 440 miliardi che saranno racimolati con una colletta alla quale parteciperanno tutti gli stati della zona euro, e ai restanti 250 miliardi che saranno erogati dal fondo monetario internazionale sottoforma di prestiti.

Prima ancora che da laureato in economia, la mia domanda da ragioniere è: alla luce di quanto suddetto, se dopo il tracollo della Grecia si teme il rischio di un effetto domino su tutti gli altri stati di eurolandia, le cui risorse economiche disponibili sono evidentemente insufficienti per fronteggiare il malaugurato crack, come diavolo possono contribuire questi a costituire una colletta di 440 miliardi di euro? Insomma da dove li prenderanno tutti questi soldi, considerando che ognuno di questi stati è già indebitato di per sé con la banca centrale? Io ritengo che quegli euro non esistano; ma che esisteranno! Accadrà che la banca centrale comprerà i titoli di stato di ogni paese d’Europa (comunemente e volgarmente chiamabili “cambiali”) e che, a fronte di ciò, essa stamperà la moneta per il valore equivalente la quale, a sua volta, costituirà questo fondo miliardario da cui i governi in difficoltà potranno attingere solo per rimandare il proprio fallimento (senza così risolvere definitivamente la crisi abbattutasi).  Oltre ad invitarvi a nutrire perplessità circa questa assurda soluzione, invito anche a chiedervi chi restituirà questi altri soldi alla banca centrale (più gli interessi). Saremo tutti noi, cari lettori. Sì, perché ogni stato membro garantirà con la capacità di  risparmio dei propri cittadini, per la quota di competenza, quella che sarà la più grande e massiccia emissione di massa monetaria mai avvenuta nella decennale storia dell’euro (appunto, di 750 miliardi circa di banconote). Come un disgraziato sprofondato nelle sabbie mobili di una sperduta zona paludosa di una foresta tropicale, che coperto ormai fino alle spalle non gli resta alcuna via di uscita se non quella di farsi afferrare dal collo con un cappio, il quale più verrà tirato più strozzerà il povero sventurato, così le nazioni di tutta Europa accetteranno di buon grado che la banca europea emetta per loro conto i miliardi necessari per salvaguardare il continente e, a restituirli alla banca, non saranno i paesi disgraziati che ne avranno beneficiato (essi ormai saranno attaccati ad una spina che li terrà artificialmente in vita), ma saranno i risparmiatori di tutta Europa e i sempre più pochi lavoratori, i quali pagheranno tasse ancora più alte. Ecco la verità! Ci ritroveremo con un Euro che varrà meno rispetto al dollaro, che compreremo dall’estero con costi maggiori rispetto ad oggi, che i prezzi dei beni continueranno ad aumentare, che la disoccupazione incrementerà la sua corsa verso l’alto e che le tasse ci dissangueranno ancora di più, a scapito della crescita della produzione industriale del paese e del nostro progresso.

Mi scuso per tale pessimismo. L’occasione del fatto di estrema attualità che affronto con questo post è ghiotta per riflettere sulla pessima risoluzione economica ad una crisi, che puntualmente viene adottata da circa ottant’anni a questa parte. Di anno in anno, firmare cambiali (dicasi anche titoli di Stato) a nome del popolo, per ricevere dalla banca centrale banconote di nuova emissione utili per pagare gli sprechi della pubblica amministrazione, la quale per nulla agevola l’incremento della produzione del paese affinché essa diventi più redditizia,  genera l’espansione del debito all’infinito, con accelerazioni supersoniche nelle circostanze in cui oggi ci troviamo, ossia quella in cui tutti sono intenti a non fare affondare la nostra moneta. Il sistema monetario basato sull’emissione libera di carta moneta senza una effettiva base reale (così come invece lo era una volta, con l’oro), determina la possibilità per le banche di scelte arbitrarie riguardanti l’aumento del numero di banconote in circolazione, spesso non giustificata nemmeno da una reale crescita della produzione. Esattamente come sta avvenendo negli ultimi giorni. Oggi stiamo assistendo a come l’Italia, fornendo come garanzia la buona capacità di risparmio dei suoi cittadini, si sia ulteriormente indebitata con la banca centrale, per dare la possibilità ai paesi spreconi di ottenere i finanziamenti utili per tirare avanti. Avete capito bene! Ci indebitiamo per poi prestare quei soldi a gente che non sarà mai in grado di restituirli, con le seguenti conseguenze:

-       il problema delle nazioni in pericolo non viene risolto ma semplicemente e pericolosamente posticipato;

-       la capacità di crescita di tali nazioni continuerà ad essere compromessa per altri quattro o cinque anni (allo scadere dei quali, il palloncino da essere solamente gonfio sarà prossimo all'esplosione);

-       il nuovo debito che l’Italia ha contratto (come se non bastasse quello già esistente!), verrà restituito quasi interamente con le tasse imposte ai singoli cittadini italiani ignari di tutto, i quali hanno garantito, per i paesi sciagurati, con la firma apposta dai propri rappresentanti politici.

Come è stato possibile per l’uomo giungere a diventare inconsapevolmente schiavo e a pagare per esserlo?

Postato il 28/05/2010 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Il barbecue di mezzogiorno

barbecue.jpg

La futura Banca del Mezzogiorno puzza di bruciato ancor prima che la selvaggina venga adagiata sul fuoco.

L’idea diffusa dall’attuale ministro dell’economia italiano, ossia di una banca a favore delle esigenze di un territorio economicamente compromesso come quello del sud Italia, parte da un’intuizione di tutto rispetto perché credo che il ruolo di intermediazione creditizia delle banche, svolto all’interno di un libero (con la “L” maiuscola) mercato è come un cuore pulsante per l’organismo animale vivente. Però, dal documento di sintesi pubblicato dal governo circa due settimane fa, si legge che la Banca del Mezzogiorno non dovrebbe erogare il suo servizio direttamente ai cittadini e quindi non avrà gli sportelli per il pubblico come lo è per le banche ordinarie alle quali tutti noi siamo abituati. Questa sarebbe una banca di secondo livello, in quanto fornirà il proprio servizio alle altre banche del territorio, sottoforma di consulenza, di raccolta dei risparmi dei clienti degli istituti che aderiranno al progetto, di erogazione del credito agevolato ed agrario e di emissione di titoli per il finanziamento delle infrastrutture. Probabilmente, le società fondatrici di questa “nuova” realtà sarebbero le già presenti banche di credito cooperative e la nostra prima azienda di servizio postale italiana, le quali avranno il compito di avviare l’attività.

Stando a quanto emerge da un’analisi più approfondita del progetto su citato, si evincono dei lineamenti i quali lasciano credere che quell’idea, più che riguardare l’impianto di un speranzoso organo cardiaco per l’economia meridionale, riguardi un’ennesima incisione delle carni, dalla quale non se ne caverà il vero male del mezzogiorno e che produrrà l’emorragia a cui tanti si auspicano di non fare più fronte. In effetti, ritengo che sia discutibile in primo luogo la decisione di concedere alle banche di credito cooperativo e alle poste italiane il compito di provvedere alla promozione e all’attuazione delle attività di questa nuova banca; perché le prime non sarebbero presenti in tutte le realtà territoriali del sud (soprattutto nei grandi centri urbani), mentre la seconda non godrebbe di una operatività snella e veloce per i servizi bancari che essa presta alla propria clientela (si pensi alle enormi code agli sportelli, ai tempi biblici delle valute che riguardano il versamento degli assegni, ecc.), senza parlare del fatto che essa non concede i finanziamenti di medio lungo periodo, i quali, invece, sono spesso di vitale importanza per le piccole e medie imprese bisognose di aiuto. In secondo luogo, ben più dubbiosa è la priorità squisitamente finanziaria (e ci risiamo!) che probabilmente si prefigge questa Banca del Mezzogiorno, ossia quella di raccogliere risparmi attraverso l’emissione di titoli, allo scopo di sovvenzionare le infrastrutture pubbliche. Forse accadrà anche che un certo comune meridionale potrà ottenere un credito dalla Banca del Mezzogiorno per finanziare la sistemazione delle proprie strade cittadine, attingendo dai risparmi raccolti dalla banca, ovvero quelli dei cittadini i quali sono residenti a chilometri di distanza dal quel comune e che quindi sono lontanamente interessati al problema. Le conseguenze di questo sistema si tradurrebbero in:

-       assistenzialismo gratuito da parte dei risparmiatori più coscienziosi a favore dei comuni spreconi, perché il finanziamento riguarderebbe attività non remunerative;

-       speculazioni finanziare sulla costruzione delle infrastrutture, perché finanziando attività non remunerative, il credito concesso sarebbe esposto ad un alto rischio di insolvibilità da parte del comune debitore, con la conseguente compromissione della capacità della Banca del Mezzogiorno di garantire la restituzione dei risparmi ricevuti in affidamento dai clienti delle banche convenzionate al progetto, i quali si ritroverebbero fra le mani della carta straccia anziché del denaro;

-       fenomeno di finanza creativa, in quanto le pubbliche amministrazioni che ricorrerebbero a questo sistema di finanziamento, avrebbero l’opportunità di far sparire dai bilanci pubblici le tracce che genererebbero un effettivo deficit pubblico.

L’idea di una banca del Sud, così tradotta, non è riconducibile alla definizione di banca ma semplicemente di mediatore finanziario, il quale non serve al Sud. E’ per tale ragione che più ci penso e più credo che questa sia un’imitazione della già esistente Cassa Depositi e Prestiti nazionale. Tra l’altro essa non inciderà sul reale assetto di mercato del sud, perché non potrà mantenere basso il costo di accesso al credito, non agevolando minimamente le piccole e medie imprese meridionali. Interessante è l’opportunità di far finanziare le opere infrastrutturali ai singoli enti locali del sud, ma resto perplesso circa l’alone speculativo che inombra l’intento creditizio di questa bozza di progetto, il quale aprirebbe le porte a probabili e pericolose operazioni finanziare poco ortodosse e altamente rischiose per i risparmiatori. Secondo il mio parere, basterebbero soluzioni come l’introduzione di un meccanismo che escluda una parte del reddito dalla tassazione (la cosiddetta no-tax area) e che permetta lo sviluppo locale senza deformare l’economia meridionale, oppure un coinvolgimento maggiore dei capitali privati attraverso una seria liberalizzazione degli investimenti in infrastrutture.

Chi si è preoccupato della risoluzione della questione meridionale ha sempre cercato di dare la risposta al falso dilemma riguardante l’adeguatezza delle risorse, anziché dello studio  di un sistema che regoli la confusione esistente fra quali siano le reali priorità da affrontare.

Postato il 04/05/2010 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Salsicce di carta

salsicce.jpg

(Guarda il video)

Si parla tanto di crisi. La crisi di qua e la crisi di là! La vita costa, non c’è lavoro e le tasse sono troppe. Qualcuno si chiede il perché e in molti  rispondono con l’ormai trita frase “è tutta colpa della crisi”. Ma che cosa è questa crisi?

Stando a quanto i media riferiscono, questa crisi pare che sia ormai superata e che ci siano buoni segnali di ripresa dell’economia. Peccato che fino a qualche mese fa, questi stessi media escludevano l’esistenza di una crisi, evocando l’ottimismo nazionale. Ma allora, questa crisi c’è stata oppure no? Forse sono il primo ad urlarlo ma ritengo di avere validi motivi per cui asserire che questa famigerata crisi non sia mai realmente iniziata. Non ho detto che essa non esiste ma, semplicemente, che essa debba ancora manifestarsi perché, una qualunque crisi, provoca sempre dei dissesti nella struttura sociale di un popolo mentre, questa presunta crisi, in realtà, non ha ancora influito significativamente sul modo di vivere della maggior parte di noi (per il momento!). La disoccupazione sta veramente aumentando, la produzione è davvero calata, i mercati sono più che saturi, le aziende stanno realmente chiudendo; come si spiega, altrimenti, tutto ciò?

Per comprendere cosa abbia seriamente innescato il timer di una bomba ancora inesplosa, suggerisco di partire riflettendo su quale sarebbe il più grande problema che oggigiorno ogni giovane avrebbe se, da un momento all’altro, egli lasciasse la dimora natale per mettere su una propria famiglia. Ovviamente, la casa in cui vivere. Infatti, un lavoro, bene o male retribuito (anche se instabile o degradante), lo si potrebbe sempre trovare mentre, è un tetto sotto cui riparare il neo focolare a rappresentare l’ostacolo impossibile da superare per i ragazzi di oggi (ameno che non siano ancora i propri genitori a dare una mano); dunque, è nel sistema base dell’attuale mercato immobiliare che bisogna trovare il bandolo di questa enorme matassa. Infatti, correva l’anno 2007 quando, esattamente come una famosissima pubblicità in tv faceva vedere, per i giovani bastava veramente recarsi in banca con il solo water del bagno, rappresentante il cinque percento del valore della casa da acquistare, pretendendo il prestito dell’altro novantacinque percento dall’istituto di credito. Tant’è vero che sin dagli anni novanta, le banche hanno concesso prestiti a valanga, anche a coloro i quali non avrebbero mai potuto permettersene la restituzione, speculando sull’accordo secondo il quale, a chi non sarebbe stato più in grado di restituire la somma ricevuta in prestito, gli sarebbe stato proposto un ulteriore mutuo oppure, la casa ancora non sua, gli sarebbe stata tolta dalla stessa banca, la quale ci avrebbe guadagnato enormemente visto l’eccezionale valore che gli immobili, fino ad allora, avevano. Nel frattempo, questi mutui ad alto rischio di insolvenza sono stati dapprima acquistati da brokers americani e dopo, così come se si trattassero di comunissime salsicce, da questi sono stati letteralmente insaccati per realizzare titoli ad alto rischio, di essi rappresentativi e rivenduti a molti degli stati occidentali e a tanti privati i quali hanno tutt’oggi in portafoglio i famosi e sciagurati fondi pensione, in quanto sono stati attratti da quell’alto rendimento che, per i primi mesi, era garantito dall’allora sistematica restituzione dei finanziamenti da parte dei proprietari degli immobili, i quali ogni mese sono costretti a pagare il proprio mutuo. La risoluzione di questo operato si manifesta già nel 2008, quando i titolari dei mutui (in Italia, quasi il 50 percento di essi) non hanno più potuto restituire i soldi ricevuti in prestito dalla banca (infatti, i  pignoramenti di immobili, nel triennio 2007-2009, sono aumentati del 60,5 percento), frenando di conseguenza il rendimento di quei titoli e facendo svelare ciò che in realtà essi sono: delle vere e proprie salsicce di carta inchiostrata, assolutamente insipide e per nulla nutrienti per i loro possessori, nemmeno se imbevute nell’acqua edulcorata.

Seppur sinteticamente, eccovi svelato il meccanismo, indirettamente azionato dalle banche centrali negli ultimi venti anni, per chiudere a proprio vantaggio l’ennesimo ciclo economico (che in televisione chiamano “crisi”), il cui lait motif è sempre lo stesso:

-       indurre al consumismo più sfrenato;

-       permettere l’aumento sconsiderato della produzione, facendola giungere alle stelle, per poi farla calare;

-       fare conquistare alla gente un gradino più alto della scala del tenore di vita;

-       lasciare che la cinghia si stringa molto lentamente, non rimediando più agli ostacoli che impediscono il soddisfacimento del nuovo fabbisogno industriale e privato.

Ciò è stato fatto accadere clamorosamente negli anni trenta, poi negli anni settanta e ancora una volta si verificherà fra qualche anno. Oggi ci troviamo nell’ultima fase del ciclo e noi non possiamo fare altro che rimandare la completa rottura degli equilibri economici attraverso l’interventismo statale, oppure lasciare che i mercati ridistribuiscano autonomamente le risorse del paese, senza le pretestuose leggi dei governi, e senza le iniezioni letali di denaro e di titoli di carta straccia delle banche. La seconda delle due scelte, sarebbe la più consigliabile ma, purtroppo, è da sempre la più trascurata.

Questo distorto mercato conduce le giovani generazione alla realizzazione dei propri desideri attraverso il consumismo. Ma non sono tanto gli oggetti che si acquistano ed essere consumati, in realtà è la propria vita a consumarsi, perché essa diventa priva di una benché minima  promessa per il futuro. (Guarda il video)

Postato il 20/03/2010 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Buone vacanze!

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Per tutto il resto del mese di Agosto proverò a staccarmi dalla quotidianità di un intenso anno di lavoro e dai mesi di continue pubblicazioni sul blog. Il riposo di quest’estate lo dedicherò alla riflessione ma soprattutto all’apprendimento di cose nuove, alla conoscenza di gente diversa e di realtà interessanti da cui imparare il meglio che si può, così da avere nuove fonti di ispirazione per i prossimi post. A questo saluto e arrivederci si aggiunge Annalisa, che sicuramente rinnova l’appuntamento con “Leggere Orme” sul blog. Un saluto. Pasquale

P.S. Buone vacanze a tutti e arrivederci a Settembre! Pasquale e Annalisa

Postato il 12/08/2010 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Microblog.





PIL. Dieci anni di errori

clicca qui

(Guarda il grafico)

Sapete qual'è la cosa che mi fa sorridere e nello stesso tempo mi fa arrabbiare? Ciò che appare oro colato e si rivela poi solo piombo fuso. Banali e imbellettati pareri vengono ogni anno comunicati come se fossero previsioni evangeliche di natura scientificamente obiettiva. Quante volte abbiamo sentito dire in TV, oppure abbiamo letto sui giornali, le previsioni del PIL per gli anni immediatamente a venire? Ce li comunicano credendoci davvero, e con l’arroganza di chi è estremamente sicuro che noi tutti ci crederemo ancor più di loro. Ho guadagnato, senza neanche troppa fatica, un grafico che spiega ed evidenzia come le previsioni sul PIL dal 1997 al 2007 si siano sempre rivelate errate, commettendo errori molto ampi. Infatti, questo grafico raffronta la media delle previsioni condotte dai principali enti economici in primavera e autunno di ogni anno. Non ne hanno mai azzeccata una! Le colonne bianche indicano, in percentuale, gli errori di previsione nel 2007 per il 2008. Quelle scure indicano la media degli errori commessi fra il 1997 e il 2007 nel prevedere l’anno successivo. Cari lettori del mio blog, non crediate che sia poca roba! Commettere un errore, anche solo dell’1 percento, su un PIL di circa 1.210 miliardi di euro (questo sarebbe il dato registrato in Italia nel 2009), significa sbagliarsi di circa 12 miliardi, ovvero quasi quanto solitamente risulta essere l’ammontare di una intera manovra finanziaria annuale in Italia. (Guarda il grafico)

Postato il 01/08/2010 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Microblog.





 

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Pasquale [08/08/2010] scrive: infatti dario! Il punto è che se noi perdiamo un vantaggio comparato nella produzione di auto mentre è la Serbia che lo guadagna, sarebbe il sistema italiano a dover garantire la libertà di far sorgere nuove produzioni (quelle in cui poter essere migliori), le quali andrebbero a compensare tale perdita, affinché siano anche i Serbi a comprare da noi ciò che loro non possono produrre e che ad essi è necessario per vivere meglio. Accadrebbe naturalmente se si lasciasse più libertà. Vai al post

dario [08/08/2010] scrive: @ sere: nessuno in Italia affronta questo problema. cerchiamo di salvare chi produce con la scusa di non aumentare la disoccupazione. I lavoratori godono di rendite enormi grazie a ciò che hanno ottenuto i sindacati negli anni. però l'efficienza istituzionale del nostro paese è bassa perché grantisce poco sulla riqualificazione dei lavoratorie sul loro reinserimento Vai al post

sere [08/08/2010] scrive: certo, ma se invirtù di questo trasferimento i consumatori perdono il lavoro, come potranno comprare quei prodotti (anche se a prezzi inferiori)? a questo tu non ci pensi? Vai al post

 
 
 

 

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