| |

Già lo scorso aprile si poteva prendere atto del fallimento dell’operazione LTRO (quella che avrebbe dovuto salvare le banche e gli stati europei), quando si registrava l’incremento dello spread italiano, il quale tornava ai livelli pre-LTRO.
Non sono passati nemmeno 3 mesi dalla manovra LTRO-2 (5 mesi, invece, da LTRO-1) e lo spread fra i rendimenti dei BOT e Bund tedeschi è salito ancora, raggiungendo quota 427 punti base, nel momento in cui io scrivo. Non solo! Dopo soli 3 mesi, sembra che le banche europee rischino di tornare ad essere nuovamente in sofferenza di liquidità. Il motivo risiede nei tetri scenari che lo sfacelo della Grecia lascia prospettare. Anche perché gli euro già ricevuti, entro tre anni, devono essere restituiti alla BCE!
E’ assurdo! Con tali manovre sono stati creati dal nulla un trilione di euro, prestati alle banche ad un tasso di interesse dell’uno percento (praticamente regalati!) e siamo punto e a capo? C’è di più! Sembra che le banche si aspettino un'altra tranche LTRO-3, leggete qui.
Il problema è che molti di quegli euro creati dal nulla, rischiano di tracimare nell’economia reale e l’effetto sull’inflazione sarebbe galoppante. E ciò sarebbe un danno non solo per noi comuni mortali che ci ritroveremmo con euro che valgono di meno, ma anche per i signori banchieri, ai quali i prezzi sfuggirebbero dal loro controllo, che schizzerebbero verso l’alto a più non posso. Di conseguenza, in uno scenario di shock di prezzo, i comportamenti individuali degli investitori non sarebbero più condizionabili con la classica leva al rialzo dei tassi di interesse, perché altrimenti il sistema salterebbe.
Ecco che così si spiega il motivo per cui le banche evitano di fare credito con il denaro ricevuto grazie all’operazione LTRO! Non solo per aiutare a coprire i deficit degli stati, incanalando il denaro attraverso il sistema bancario, ma anche per scongiurare il rischio, per tutti sconveniente, di inflazione, così che i banchieri possano continuare ad imporre agli stati, l’adozione delle misure necessarie al fine di condizionare il comportamento degli investitori e risparmiatori, proprio come hanno sempre fatto nell’ultimo decennio (ad esempio, facendo imporre nuove tasse). Il tutto usando come grimaldello la posizione debitoria degli stati stessi e la minaccia di una deflazione dei prezzi, la quale svaluterebbe i mercati reali.
In altre parole, abbiamo un’economia estremamente pianificata da una Banca Centrale Europea, la quale quest’ultima, nel tentativo disumano di controllare le enormi interazioni possibili fra gli individui, attraverso le sue politiche di creazione di denaro all’infinito, è costretta a:
- finanziare le inefficienze degli stessi stati che le conferiscono il potere di controllare la moneta;
- usare il sistema bancario riducendolo da efficienti intermediari del credito a deleterie periferiche che agiscono per conto di essa, al servizio dei governi non virtuosi;
- diluire l’inflazione con la stretta creditizia, evitando che essa esploda e che i conseguenti comportamenti degli investitori diventino da essa non più controllabili;
così da poter minacciare i paesi circa il pericolo di una deflazione.
L’impegno della banca centrale è quindi quello di non far perdere potere sui governi all’intero sistema bancario, tenendoli con una corda attaccata al collo. Tutto ciò la banca centrale non potrà continuare a farlo se non creando sempre più frequentemente trilioni di euro dal nulla, che terranno in vita il sistema di potere finanziario, composto da stati compiacenti e banche suoi vassalli. Al resto dei cittadini invece, composto da imprenditori, famiglie e risparmiatori, il cui sudore del lavoro, per questo sistema di potere, è il nettare da spillare, non resterà altro che continuare a pagare le conseguenze di questo diabolico impianto, in termini di:
- costante svalutazione del denaro imposto loro con la forza per le loro transazioni;
- costante aumento della pressione fiscale gravante sul proprio lavoro e patrimonio restante;
- costante aumento della disoccupazione, indotta dalle assenti o insufficienti politiche di liberalizzazione.
Ameno ché, non ci si svegli una volta per tutte e si reagisca smettendo di legittimare i soli e veri responsabili di questo preludio di un disfacimento epocale, ossia la classe politica impotente circa gli intenti dichiarati circa il bene comune e approfittatrice del potere ad essi conferito.
Postato il 18/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

(Guarda il video)
Dagli Stati Uniti d’America giungono lezioni di economia dall’inquilino della Casa Bianca, il quale, riferendosi alla crisi europea, sembra aver asserito che l’UE sarebbe ancora in crisi perché non ha adottato politiche di aumento della liquidità, così come è stato invece fatto negli States.
Ovviamente, il caro presidente degli stati uniti deve portare l’acqua al suo mulino; dopotutto egli è già in piena campagna elettorale! Ma, francamente, io ritengo che certe affermazioni se le possa anche risparmiare. La causa che ha generato questa crisi è proprio quella di aver adottato, in passato, politiche che affogavano l’economia nel denaro stampato dal nulla. Di conseguenza, cogliere il suggerimento di perpetuare nell’errore così come egli ha fatto per il proprio paese, sarebbe da veri idioti! Aumentare la liquidità significa far aumentare l’indebitamento dei singoli governi europei. Ma è proprio di questo eccessivo indebitamento che i paesi del vecchi continente stanno soffrendo! Che razza di soluzione ci dà, caro presidente! Qui in Europa, il problema non è di scarsa liquidità. Per chi non se ne è ancora accorto (e fra questi, evidentemente, vi è anche il presidente degli USA), qui il problema è di scarsa solvibilità.
Dopo che in USA scoppiò la bolla immobiliare (2008/2009), la FED (la banca centrale americana), in accordo con il nuovo governo appena insediatosi, ha lanciato la politica del Quantitative Easing (QE) così da salvare le banche, le quali furono foraggiate di denaro fresco per cambiare i bond a breve termine con quelli di più lunga scadenza, mettendo il governo americano nelle condizioni di dover gestire qualcosa come 1,2 biliardi di dollari di deficit annui e 15 biliardi di debito pubblico. Così facendo, nei tempi non ancora maturi, si sarà anche rimandata la lacerazione del tessuto economico americano, ma nel lungo periodo, ci sarebbe ben poco da fidarsi di un paese tanto indebitato. Tutti gli investitori lo hanno capito ed essi si tengono alla larga dai bond americani. E così la FED, pur di mantenere bassi i rendimenti dei bond governativi made in USA, ne acquista a più non posso con moneta nuova di stampa. E’ vero che, da quando il QE è stato lanciato, nulla del denaro creato si è ancora riversato nell’economia reale, ma sono convinto che, prima o poi, accadrà e l’inflazione riprenderà a crescere.
Continuando con questi ragionamenti e tali politiche, non si fa altro che spostare in avanti il problema (come si è sempre fatto), pagando il tutto in termini di minore potere d’acquisto. Ma poi, non era lui il candidato presidente che prometteva il cambiamento a suon di “change, change, change”? Adesso, invece, egli professa e agisce alla vecchia maniera, rimandando i problemi e favorendo gli appassionati del gioco d’azzardo di Wall Street!
Circa la politica americana, dal 2008 ad oggi, è uscito in questi giorni un interessantissimo e-book di Mario Margiocco, intitolato “Obama contro Obama - Il destino di un presidente”, il quale analizza i quattro anni dell’era Obama, evidenziando le debolezze dell’operato presidenziale, all’indomani delle promesse di cambiamento che l’America non ha mai visto. Nemmeno con il binocolo. In questo e-book edito da Fazi Editore, che potete acquistare qui a solo 1 euro, si forniscono dati i quali fanno emergere la reale entità di una crisi che sembra non avere fine, in un momento storico di estrema confusione, dove non sembrano esserci concrete alternative, dove l’America torna al voto ma senza una vera e diversa opzione, in una competizione elettorale in cui l’attuale presidente avrebbe poco da temere di chi sarà il suo futuro rivale, ma solo delle sue contraddizioni, incertezze e mezze verità. Insomma, il vero avversario di cui dovrebbe temere sarebbe solo sé stesso.
L’e-book “Obama contro Obama”, si aggiunge alla collana di e-book “One euro” di Elido Fazi, che comprende anche “La Terza Guerra Mondiale? La verità su Monti, le banche e l’euro”, “La Terza Guerra Mondiale? Chi comanda, Obama o Wall Street?”. (Guarda il video)
Postato il 12/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica

Oggi vorrei parlare dell’uscita di uno splendido libro intitolato “A Scuola di Economia” curato da Francesco Carbone, già disponibile on-line qui.
Durante questi quattro anni di vita del blog, avete letto molti miei interventi riguardanti argomenti di grandissima attualità economica, con i quali ho provato, non solo a far risuonare le informazioni di cui pochi (se non, nessuno) dei mass media parlano, ma anche a spiegare, nel modo più semplice possibile, i complicati argomenti della disciplina economica.
Ebbene, tale missione è da me perseguita avendo come riferimento un approccio metodologico dello studio della materia, che ha delle radici ben definite nello sterminato giardino delle scuole di pensiero economico esistenti, il quale è riconducibile alla Scuola Economica Austriaca.
Le teorie che fondano il pensiero austriaco hanno padri economisti del calibro di Carl Menger (1840-1921), Ludowig von Mises (1881-1973), Friedrich Hayek (1899-1992), Murray N. Rothbard (1926-1995), i quali raccolgono l’eredità di Jean-Baptiste Say (1763-1832), Frederic Bastiat (1801-1850), Adam Smith (1723-1790), David Ricardo (1772-1823).
Il libro “A Scuola di Economia” è una trascrizione e rielaborazione delle lezioni di economia, impartite dal prof. Jesus Huerta de Soto, presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid, uno dei massimi esponenti in vita della scuola austriaca.
In questo libro curato da Francesco Carbone (fondatore del sito Usemlab.com), le lezioni del professor Huerta de Soto sono riportate con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti. E’ un manuale completo per chi ha il desiderio di comprendere seriamente l’economia, secondo un punto di vista diverso da quello classico e assurdo, imposto negli studi accademici, dalla maggior parte delle università del mondo. Le pagine di questo libro rivelano le cause dei problemi della nostra economia e fanno capire gli errori commessi nell’applicazione di teorie e teoremi rivelatesi poi completamente errate.
Dice l’autore di questa preziosa raccolta: “Esso ha il pregio di orientare il lettore verso posizioni e scelte corrette, tanto dal punto di vista individuale quanto in una prospettiva sociale”. Mentre il professor Huerta de Soto commenta: “Si tratta della trascrizione delle lezioni così come sono state impartite ai miei alunni e, pertanto, godono di quella freschezza, naturalezza e improvvisazione proprie di un atto pubblico in cui il professore non legge mai e si sforza di trasmettere i concetti in modo stimolante, interessante e motivante.”
Le scuola economica austriaca, contrariamente a quella classica e neoclassica (oggi insegnata con l’esclusiva in quasi tutte le università del mondo e applicata in tutte le economie di stampo occidentale), ritiene che l’economia sia una scienza non esatta e quindi una scienza sociale. Conseguentemente, i fenomeni economici devono essere studiati come tali, in quanto non matematizzabili come i fenomeni naturali. E' un orientamento, questo, che si pone in assoluto contrasto con la metodologia attraverso la quale l'economia viene erroneamente affrontata dalla scuola economica classica. Con i metodi logici e deduttivi, i quali considerano come fondamentale il fattore creativo dell’azione umana, la scuola austriaca è l’unica scuola in grado di spiegare scientificamente i processi della cooperazione sociale fra individui liberi, individuando i modi per ottenere un benessere sociale, compatibile con un benessere economico sostenibile e possibile.
Ad averne avuti di libri così quando studiavo all’università!
“A Scuola di Economia” è un manuale che vi invito ad acquistare qui (a soli 29,00 euro), per scoprire l’economia come scienza dell’uomo e per avere un giusto orientamento, in un periodo storico di estrema confusione. Al momento dell’acquisto, per tutto il mese di maggio, usando il seguente codice voucher SCUOLAECONOMIA, riceverete il libro senza alcun costo di trasporto. Quindi, affrettatevi!
Postato il 05/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura

Ecco la trovata di due economisti americani per fronteggiare il problema del default dei debiti pubblici europei (scarica il paper in inglese divulgato qualche settimana fa). In buona sostanza, l’idea consiste nel far emettere, ai governi, titoli di stato con la clausola “tax-backed”. In pratica funzionerebbero così: in caso di default dello stato, il rimborso del loro valore a scadenza sarebbe possibile attraverso la compensazione di esso con le tasse dovute dal possessore dei titoli stessi allo stato.
La cosa ridicola non è tanto il fatto che un’idea del genere sia stata concepita e poi divulgata, quanto il fatto che questi due, dalla stampa, siano considerati dei geni!
Il principio sarebbe quello di far trasformare in moneta, utile per pagare le tasse, ciò che invece sarebbe carta straccia, in quanto emessa da uno stato ormai fallito.
Scusate, ma qui di geniale c’è ben poco. I titoli derivati raramente sono una cosa buona e la categoria nella quale rientrerebbero questi titoli è proprio quella dei derivati.
Secondo questa ”genialata”, perché i titoli di stato di un paese fallito, da carta straccia si trasformino in moneta accettata per il pagamento delle tasse, sarebbe necessario innanzitutto che quello stato dichiari ufficialmente il proprio fallimento. Invece i governi sono restii a dichiararlo. Checché se ne dica, nessuno degli stati europei ultimamente inguaiati ha mai dichiarato il default e mai lo farebbe (nemmeno la Grecia l’ha fatto, nonostante lo sia tecnicamente. Essa è sempre stata ritenuta semplicemente sull’orlo del fallimento e mai fallita). Infatti, in una situazione di default, ameno ché lo stato sciagurato non abbia intenzione di sostituire l’attuale moneta corrente (l’euro, ad esempio) con una nuova, rappresentata proprio dai titoli di debito da esso emessi, ha bisogno di entrate liquide correnti per far fronte alle varie incombenze che giungono a scadenza (soprattutto se estere). Fra l’altro, le banche non lo permetterebbero mai; pena l’haircut (ovvero, la svalutazione) dei titoli da esse posseduti, con conseguente aumento delle perdite nel loro bilancio.
Un’altra considerazione, riferibile al poco senso pratico dell’idea, è quella riguardante l’inesistenza di una diretta relazione fra la distribuzione dei titoli di stato e le effettive entrate fiscali. Non sono riuscito a trovare dati utili che riferiscano quanti siano (di numero) e chi siano gli italiani che posseggono titoli di debito pubblico del proprio paese. Forse perché sono pochi e noti? Siccome io credo che sia esattamente così e che essi siano la minoranza del paese, allora immagino che, quel famoso 56% di debito pubblico italiano in mano agli italiani (fonte Bankitalia), sia concentrato in grosse dosi per ciascun possessore, per un valore ben superiore rispetto alle imposte da esso dovute allo stato. Di conseguenza, l’impatto sul rendiconto pubblico, teorizzato da questa idea, è decisamente poco rilevante al fine di ridurre l’esposizione debitoria dello stato, poiché questa specie di titoli, sarebbe parzialmente garantita solo nella misura di quanto è dovuto allo stato in termini di imposte. Per la restante parte del loro valore, al possessore di essi non gli rimarrebbe altro che attaccarsi al tram e attendere di poter utilizzare il credito residuo compensando le future imposte, a favore di uno stato ormai fallito.
“Meglio di niente!” sospirerebbe qualcuno. Ma stiate pur certi che avrebbe molto meno da sospirare di sollievo chi invece non acquista titoli di debito pubblico; ovvero la maggior parte di noi.
Cliccando qui potete leggere nel dettaglio una mia modesta relazione, riguardante un esercizio da me condotto, con il quale, attraverso un modello economico, mi sono divertito ad analizzare gli effetti che genererebbe l’introduzione di questa assurda proposta.
Questa di cui stiamo parlando, è una proposta divertente per fini didattici ma, nella pratica, circa la risoluzione della crisi del debito pubblico, è inutile come un coriandolo in un bagno, dove la carta igienica è finita!
Cosa in realtà, di questa proposta, per alcuni sembra essere geniale? Una soluzione del genere, in effetti, indurrebbe a rendere il titolo dello stato in difficoltà competitivo sul mercato finanziario, più di quanto non lo sarebbe uno simile ma del tipo ordinario. Lo renderebbe meno sensibile agli aumenti dello spread. Ma così come ho dimostrato nella mia relazione, tutto questo è geniale solo per i loro interessi; per quelli dei grandi investitori; per quelli delle banche, che con questi titoli di debito derivati attutirebbero il rischio di svalutazione dei bond di stato posseduti.
La trovata sarebbe geniale anche per le politiche dei governi, i quali sarebbero ulteriormente incentivati a perseguire la strada più veloce per ottenere risorse economiche che colmino il deficit prodotto dalle loro politiche, cioè ad indebitarsi, visto che i titoli di stato emessi con la clausola tax-backed sarebbero più appetibili e allocabili sul mercato.
Questi titoli derivati di debito pubblico, sono uno strumento innovativo per poter estendere con più efficacia il rischio di insolvenza dello stato fallito, dai soggetti professionisti che comprano titoli di debito pubblico, e che controllano i mercati finanziari, alle imprese e alle famiglie che non capitalizzano i propri redditi nell’acquisto di essi. Così questi ultimi, oltre a continuare ad essere chiamati a pagare maggiori imposte per ripagare il debito pubblico, pagherebbero ulteriormente perché subirebbero l’inefficienza prodotta dell’azione dello stato sul territorio in cui esercitano la propria attività o conducono la propria esistenza. Nell’esercizio da me effettuato, questa inefficienza è rappresentata dalla sopravvenuta incapacità dello stato di ultimare l’erogazione dello stanziamento spettante all’impresa che realizza una certa opera pubblica.
Che qualcuno potesse fare delle riflessioni logiche del tipo qui esposto, i due “geni dell’economia”, che ci hanno proposto un simile espediente contro la crisi, lo avevano previsto. Per questo hanno composto un preparato a base di vasellina, per tranquillizzare chi realizza la fregatura che si cela dietro, dicendo che, una volta immessi sul mercato, gli splendidi tax-backed bond non avrebbero mai occasione di essere utilizzati per i pagamenti fiscali, “poiché questo sostegno fiscale costituirebbe una soglia minima assoluta, al di sotto della quale il valore dell'asset non potrebbe scendere e, siccome le obbligazioni pagano un tasso di interesse equo e non gonfiato, non comporterebbe alcun rischio di perdita e nessun motivo di rinunciare all'investimento”. Cioè sarebbe sufficiente la consapevolezza della possibilità che i tax-backed bond possano non essere mai effettivamente utilizzati per ripagare le tasse, ma rimborsati normalmente a scadenza, per non perdere mai la fiducia nei titoli emessi dallo stato.
Sottointeso: lo stato, pur accumulando deficit, non fallirebbe mai. Ah, sì? Ma costoro ne sono proprio sicuri?
Da scienziati dell’economia quale essi sarebbero, questa affermazione l’avranno almeno dimostrata? Per quanto mi risulta, no! Ma pur volendo, non possono dimostrarla a priori. Non la potrebbe dimostrare nessuno. E quindi nemmeno io che ne sto parlando. Perché il fattore cruciale di questa stramba teoria sarebbe l’eterna fiducia dell’individuo nello stato. Un fattore, questo, imprevedibile e incontrollabile perché è umano e quindi soggetto a condizionamenti non omogenei. Ma se a dirlo è qualche stallone cattedratico, economista americano, il quale crede ancora che non possa esistere un sistema economico il quale prescinda dai truffaldini pilastri del controllo finanziario e monetario dell’attuale società moderna, quali una banca centrale, una moneta emessa dal nulla a corso forzoso e un tasso di interesse arbitrariamente imposto, che stanno riducendo la nostra vita ad una ininterrotta occupazione sul lavoro in cambio della povertà, dovremmo star sicuri che egli abbia comunque ragione?
Ovviamente no, non ha ragione! Non ha ragione!

Postato il 23/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

(Guarda il video)
Gli effetti reali di una crisi, che ha i suoi albori sin dal 2008 attraverso i mutui subprime, si fanno sentire con maggiore evidenza solo ora, nel 2012, conseguentemente al default dei debiti pubblici europei. Gli stessi indicatori istituzionali (quali il PIL, il debito pubblico, il tasso di disoccupazione) ci avvertono che siamo sulla via di un sistema sempre più fuori controllo. Questa crisi la si può vedere ormai. La si può toccare con mano. Non la senti più solo in TV, non è più circoscritta al mercato della finanza. Gli imprenditori (quelli veri) oggi si ammazzano per la disperazione. Essi non ce la fanno a rispettare le incombenze imposte su di essi dallo stato. Per quest’ultimo motivo, accade anche che le attività produttive (quelle veramente produttive) chiudono. Lavorare per cedere più del 50% del reddito prodotto allo stato sciupone non conviene! I giovani fuggono dall’Italia o si dannano, perché non trovano un lavoro che dia loro l’opportunità di realizzarsi. Secondo l’ISTAT, la disoccupazione giovanile, a febbraio 2012, è giunta addirittura al 31,9%!
Un approfondimento interessante su questa crisi dei nostri tempi ce lo offre Elido Fazi con il suo nuovo e-book dal titolo “Chi comanda, Obama o Wall Street?” (scaricalo qui, a solo 1 euro). E’ il libro secondo de “La Terza guerra Mondiale?”. Fazi si concentra sulla figura e il ruolo di Barack Obama, che ha prima promesso al popolo americano il cambiamento ma poi ha conservato i privilegi riservati al sistema di potere precedente. Un sistema, questo, che fa capo alla Goldman Sachs. Nel secondo capitolo di questo lavoro editoriale si fanno gli strani nomi dei consiglieri economici dell’attuale presidente degli USA e l’autore pone la sua attenzione sulle pericolose misure messe in atto per fronteggiare questa crisi, che ha origine proprio nel tempio della finanza americana di Wall Street. Apostrofa Fazi, immaginando di riferirsi al presidente Obama: “Osservando il tutto da lontano, da Roma, ci è sembrato che Wall Street ti abbia imposto uno “stato di necessità”, cioè l’applicazione a difesa del suo interesse di un non-democratico “superpotere”: idee fredde e gelide, da “fascismo bianco”, che scendono dall’alto verso il basso. Come grande leader eletto dai cittadini tu avresti dovuto metterti al servizio dei popoli, avresti dovuto metterti al di sopra della grande finanza, al di sopra di Wall Street.”.
Il punto di vista che emerge da questa pubblicazione editoriale, porta il lettore a riflettere su come, il potere riservato al presidente di una nazione, sia sistematicamente soggetto a molteplici compromessi, che privilegiano poche ma influenti “corporazioni” a danno della restante parte (più numerosa) di una società. (Guarda il video)
Postato il 03/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura
|
|