Il Blog di Pasquale Marinelli http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php en-us CuteNews <![CDATA[Il capitalismo è morto]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1328455409&archive= schiacciato.jpg

Sento dire che siamo giunti alla fine del sistema capitalistico. Lo sento dire soprattutto da certi tipi, di certe ideologie dai principi mal compresi. Lo sento dire col sorrisino imbecille da chi non lo ha letto ma che glie l’hanno solo detto, che era stato già previsto ne “Il Capitale”, che loro avevano ragione! Ma guarda un po’! Be’ è vero! Il sistema capitalistico è giunto al capolinea. Ma non oggi, cari miei! E’ già successo un bel po’ di tempo fa, negli anni ’50. Ma soprattutto è accaduto non per le cause espresse dal succitato saggio letterario. Il capitalismo agonizzava prima e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Poi ci fu il boom economico, che in realtà fu una colossale illusione creata da una politica monetaria espansionistica senza precedenti, che con l’accumulazione del capitale per generare ricchezza non aveva nulla a che fare. E infine ci si è messo lo statalismo estremo e la creatività finanziaria. Da lì in poi le valutazioni degli imprenditori sono state effettuate su valori alterati dalle distorsioni di stato, mentre il sistema finanziario, con le sue operazioni dai valori sempre più astratti, ha soppiantato definitivamente quello capitalistico. Tutto ciò da quando le banche non hanno più svolto la mera funzione di intermediazione finanziaria ma quella di biscazzieri, per le quali il risparmio frenerebbe l’economia mentre il consumismo la farebbe evolvere (che per una società, credere a questo, è una gigantesca idiozia di massa). Da quando i mercati finanziari si sono trasformati in casinò globali, nei quali si punta la posta come alla roulette. Da quando i cittadini hanno delegato ogni decisione ai politici farabutti. Da quando lo stato di salute delle imprese si valuta sulla base delle sensazioni degli operatori di borsa e non circa gli aspetti più elementari di un’azienda. Da quando gli stati vengono valutati con criteri analoghi per la valutazione delle imprese private (uno stato che svolge funzioni come se fosse un’impresa privata è già di per sé un’astrazione nonché l’abominio dei tempi moderni, se poi lo si vuole pure valutare come un’azienda, allora questa crisi ce la siamo proprio cercata!). I governi, con le loro leggi e i loro innaturali interventi, hanno soffocato il capitalismo, un sistema sociale che era naturale e non pianificato, che ha smesso di far esprimere in maniera genuina, autentica, gli individui per gli individui. Insomma italiani, dagli anni ’50, chi è al potere e gli amici di questi ci truffano con questi sistemi di pianificazione. Continuiamo ad andare a votare. Votiamo, votiamo! Ma perché  votiamo?

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1328455409 Sun, 05 Feb 2012 07:23:29 -0800
<![CDATA[Forconi e autotrasportatori protestano]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1327586204&archive= capricci.jpg

Sono ormai tre i giorni di disagio che sta comportando la protesta nazionale degli autotrasportatori, per la quale i distributori di carburante sono oramai a secco. Questa si accoda ad un’altra protesta, quella del Movimento dei Forconi, che dalla Sicilia è già dilagata in molte altre zone del meridione.

Io sono molto attento ai dettagli. Pochi vanno a guardare i dettagli di ciò che gli capita davanti. Perciò mi sono procurato le richieste formali di coloro che hanno promosso l’iniziativa di protesta, per cercare di capire le ragioni di questo fermento. In particolare, quelle degli autotrasportatori potete leggerle qui e quella del novello movimento qui.

Per quanto riguarda le richieste degli autotrasportatori, ho poco da eccepire. In buona sostanza essi chiedono di potersi difendere dalla tassazione subita con l’acquisto del carburante, più certezza del credito, controlli e sanzioni più efficaci, esenzione da obblighi inutili e nuove regole per il rimborso delle spese autostradali. Insomma, questioni su cui il governo poteva e doveva prendere delle decisioni ma che non ha considerato minimamente. Inoltre, più che una lista di richieste questa mi è sembrata la preghiera di qualcuno che non ce la fa più. Quasi a dire “mamma stato, ti prego, non ti curar più di me!”. E ciò la dice lunga sulla soglia di disperazione raggiunta dalla classe operosa del paese!

Più scettico sarei per quanto riguarda alcune delle richieste avanzate dalla protesta di questo Movimento dei Forconi. Ho letto che essi sono per l’indipendenza e, addirittura, per una nuova moneta sicula. E poi che essi basano le ragioni della manifestazione di protesta sul riscatto del sud, sulle ingiuste confische subite con l’Unità d’Italia, sulla drammatica emorragia delle giovani menti alla ricerca di regioni più ospitali e tanto altro ancora. Ragioni, queste, che onestamente mi trovano interessato ad approfondirne gli aspetti, le cui argomentazioni le ritengo importanti e su cui bisogna dar sufficiente luce per iniziare finalmente a vedere oltre e a concepire in meglio la società in cui viviamo.

Purtroppo, leggendo poi le richieste che sono oggetto della loro protesta di questi giorni, c’è da concludere che ad oggi sono molti a non aver capito ancora un bel niente di cosa stia accadendo.

Si chiede la defiscalizzazione del carburante. E su questo siamo d’accordo! Si chiedono maggiori controlli sui costi fissi delle utenze, meno rigore burocratico (circa il rilascio del DURC), esenzione dall’IMU a favore della produzione rurale locale, meno oneri fiscali sul tardato pagamento esattoriale, meno discriminazione fiscale con le altre regioni a statuto speciale, erogazione immediata delle spettanze da calamità e immediata compensazione delle tasse. Insomma, tutte richieste sacrosante. E’ innegabile che la realtà produttiva sia con l’acqua alla gola e che legittime siano tali lamentele.

Ma mi cadono le braccia quando leggo in particolare:

“Arginare con leggi che limitino le strategie commerciali messe in atto dalla GDO che fa cartello nei confronti di un’offerta frazionata ed a tutela del consumatore pensare anche ad un ricarico massimo ammissibile.”

“Leggi ferree per scongiurare il taroccamento dei prodotti e conseguente intenso monitoraggio della Guardia di Finanza sui traffici merci alle frontiere ed ai porti.”

Applicazione di una tassa per chilogrammo agli importatori di ortofrutta e prodotti ittici, devolvendo tale introito ad un fondo di riserva per l’agricoltura italiana e la pesca.”

“Abolizione degli sconti che la grande distribuzione richiede alle imprese commerciali che la riforniscono, e pagamenti più celeri secondo il modello francese.”

“Perequazione dei maggiori costi di produzione che sostengono le aziende agricole siciliane.”

“Istituire una legge in base alla quale nei supermercati si limiti ad un massimo del 50% la presenza di prodotti ortofrutticoli ed ittici di provenienza non siciliana.”

“Applicazione di una tassa su “cibi spazzatura” ed introduzione della TAXA SODA applicata in Francia ed altri paesi.”

Praticamente si predica l’indipendenza meridionale, però poi si chiede, come soluzione ai problemi denunciati, l’intervento dello stato, affinché si occupi di equilibrare le storture del mercato (quelle che esso stesso ha provveduto a creare con i suoi passati e presenti interventi nell’economia). E in che modo? Controllando i prezzi sia al consumo sia alla vendita fra distributore e fornitore, pianificando i mercati, non permettendo che sia la gente a trovare il giusto prezzo fra domanda e offerta. La conseguenza empirica è che l’offerta prima o poi diminuisce, a causa dei prezzi di vendita fissi, che rende sconveniente lavorare per non conseguire un opportuno margine di guadagno.

Si pretende il poliziotto alla frontiera per proteggere il consumatore dall’ingresso di prodotti falsi. Come se il consumatore fosse un bambino incapace di intendere e volere, tanto da non essere in grado di riconoscere (autonomamente o in gruppi organizzati) il prodotto originale da quello tarocco. Addirittura, si vogliono ripristinare i dazi doganali all’entrata, che farebbero di sicuro aumentare i prezzi di vendita dei prodotti importati. Poi si propone di girare il gettito che se ne ricava al settore agricolo locale. Praticamente si chiede e si pretende di organizzare e ricevere elemosina! Anche pretendendo, udite udite, il livellamento dei costi di produzione sostenuti delle imprese del sud con quelli sostenuti dai produttori di altre zone d’Italia. Circa quest’ultima richiesta, non si capisce bene come intervenire in tal senso ma, intuendone i capricci che ne sono alla base, direi che questa sia la più grossa delle sciocchezze elencate, dopo la taxa soda ovviamente, della quale evito di parlare visto che mi sono già espresso nel merito con questo post.

Credo che il sud non sia ancora culturalmente pronto per dare inizio alla rivoluzione del presente e per sostenere un nuovo modo di vivere e organizzare la propria società. In maniera indipendente, con un approccio più responsabile. Il sud riserva le ultime forze per gridare e urlare così da chiedere le attenzioni di mamma stato, perché gli risolva la vita, anziché per liberarsi dalle inefficienze che l’apparato statale ha coltivato in seno, nella sua secolare proliferazione nella società.

Comprendo il malcontento, comprendo le urla disperate e la rabbia che giunge al limite dell’esplosione. Ma non posso tollerare il perseverare di vecchi ragionamenti come quelli che si evincono da queste manifestazioni, i quali fanno passare per buone le vecchie soluzioni di comprovata inefficacia. Tali principi conservatori mirano solo al protezionismo e alla redistribuzione coercitiva della ricchezza, che per quanto apprezzati siano da chi ha interesse a non perdere lo status quo, limitano le opportunità di realizzazione della vita degli altri, perché basati su presupposti non meritocratici. Perseverare con questi ragionamenti significa alimentare il male sociale dei giorni nostri, ossia la deleteria deresponsabilizzazione dell’individuo per le sue azioni, a favore di banchieri e politici approfittatori.

Anzi, perseverare con questi ragionamenti significa anche essere un po’ imbecilli. Scusate!

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1327586204 Thu, 26 Jan 2012 05:56:44 -0800
<![CDATA[Decreto liberalizzazioni: ancora in gabbia]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1327140733&archive= gabbia.jpg

Ai confini della genialità, dopo aver disposto di tartassare gli italiani a più non posso, solo ora il governo si è apprestato per la redazione di disposizioni circa le liberalizzazioni. Sfogliando la bozza del decreto in discussione, hanno attirato la mia attenzione alcune misure, quali:

1.     l’aumento del numero delle farmacie; non eliminando l’obbligo di licenza di vendita ma fissando un nuovo rapporto obbligatorio (una farmacia ogni 3.000 abitanti);

2.     il favorire maggiore concorrenza fra i prodotti farmaceutici; non eliminando il vincolo di vendita nelle sole farmacie ma obbligando i medici ad indicare nella prescrizione medica il farmaco equivalente se di minor prezzo;

3.     l’incremento dell’occupazione giovanile; non con la riforma del diritto del lavoro e la semplificazione fiscale ma introducendo una nuova compagine societaria, la “società semplificata a responsabilità limitata” per chi ha meno di 35 anni, costituita senza atto pubblico, con un capitale sociale simbolico di 1 euro;

4.     la facilitazione dell’accesso dei giovani alle professioni; non abrogando l’obbligo di iscrizione agli albi ma concedendo agli atenei la possibilità di integrare la pratica professionale nel piano di studi universitario;

5.     l’aumento del numero dei notai; non abrogando il relativo albo ma incrementando i ruoli a concorso a più di 1500 nuovi notai, in 500 nuove sedi, ponendo limiti temporali minimi per l’apertura degli studi e aumentando la competenza territoriale degli stessi;

6.     l’incremento della concorrenza fra imprese assicuratrici; non abrogando l’obbligo agli automobilisti di assicurarsi ma imponendo agli intermediari di informare i clienti circa le condizioni contrattuali di altre tre diverse compagnie assicuratrici;

7.     la liberalizzazione del settore energetico e dei trasporti; non favorendo l’eliminazione dei vincoli normativi e infrastrutturali per l’ingresso sul mercato di nuovi concorrenti ma costituendo un’ennesima autorità garante (l’Autorità per le Reti).

Non è che a me non vada bene mai niente! Questa bozza, fra l’altro, prevede alcune misure ben accette per un processo di liberalizzazione, come l’abrogazione delle tariffe professionali minime e massime o la concessione ai punti vendita del diritto di rifornirsi da più fornitori anziché esclusivamente da uno solo. Ma da quanto emerge da una prima lettura, direi che il mio concetto di liberalizzazione stride con quello che si deduce dal disegno di questo disposto normativo. Liberalizzare per me significa rimuovere vincoli a favore di una maggiore concorrenza fra gli attori economici. Invece l’intento di quanto su evidenziato è apporre altri obblighi e orpelli!

Ad esempio, obbligare i medici ad indicare il farmaco generico, gli intermediari ad indicare le condizioni contrattuali di più compagnie, continuare ad obbligare il numero massimo di licenze per la vendita dei farmaci o delle abilitazioni alla professione di notaio, come diavolo contribuisce a liberalizzare i rispettivi mercati che da anni sono ingessati e non producono un libero abbassamento dei prezzi di vendita? Non si tratta nemmeno del concetto di semplificazione, il quale sarebbe un vero inizio per transitare alla liberalizzazione vera e propria. Invece qui si impongono altri obblighi inutili al fine dichiarato. Comunque il settore farmaceutico resta protetto e comunque la professione notarile resta protetta. Essenzialmente, non cambia nulla!

E che dire di un probabile aborto giuridico quale sarebbe la “società semplificata a responsabilità limitata”? Ma non si faceva prima a riformare la compagine societaria a responsabilità limitata già esistente? L’inutilità prevista dell’atto pubblico per la costituzione di essa la si poteva estendere a quella di tutte le tipologie di società previste dal nostro ordinamento. Purtroppo, dare un senso all’esistenza dei notai è più forte di avviare una liberalizzazione seria per questo paese! Trovo ridicolo l’euro simbolico per la costituzione del capitale sociale di questo tipo di società, perché quest’ultimo invece è la vera garanzia verso i terzi e non la firma del notaio sull’atto. Già me le vedo; migliaia di imprese organizzate con questa forma societaria i cui soci investono rischiando capitali simbolici da 5, 10, 100, 500 euro. Che razza di imprese saranno queste, da valere così poco che nemmeno i soci stessi rischiano più di tanto in esse! Figuriamoci se ci sarà qualche istituto a concedere loro dei prestiti? Se si avviano imprese di così scarso valore, che bisogno c’è di istituire un’altra compagine societaria? Bastano gli istituti per l’impresa già previsti dal nostro diritto!

Inoltre, per gli albi professionali. Va bene far perdere meno tempo per il compimento del tirocinio ma comunque gli ordini professionali continueranno ad esistere e a vincolare obbligatoriamente l’ingresso all’esercizio delle professioni.

E infine, l’istituzione di un’altra autorità, la quale diriga il mercato energetico e dei trasporti, intervenendo sulla formazione delle tariffe e sulla concessione delle licenze. Praticamente un altro mostro amministrativo che non permetterà alla domanda e all’offerta di interagire liberamente tanto da consentire una naturale allocazione delle risorse in base alle reali esigenze, ma che centralizzerebbe le decisioni nelle mani del solito soggetto pubblico. Chiedo ai nostri governanti: così si liberalizza, accentrando le decisioni?

Niente da fare, cari lettori! In Italia lo stato non vuole schiodare dal ruolo di mamma di tutti noi . E, considerate le pressioni delle categorie sociali e professionali, l’Italia più forte non vuole cambiare bensì ma  vorrebbe continuare sulla rotta che ha condotto la nostra economia in una gabbia, fregandosene delle generazioni future. Ci dicono che dobbiamo continuare a fidarci della macchina che è la causa dell’intasamento del nostro sistema di vita sociale; lo stato. Quindi esso deve continuare a regolare tutte le nostre relazioni e, conseguentemente, di liberalizzazioni se ne sente solo parlare. Purtroppo!

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1327140733 Sat, 21 Jan 2012 02:12:13 -0800
<![CDATA[Mani nelle tasche degli italiani]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1326286428&archive= furto.jpg

Il non eletto presidente del consiglio italiano ha dichiarato che a mettere le mani nelle tasche dei cittadini non è lo stato bensì sono gli evasori fiscali. Un affermazione questa che può presupporre tre cose circa colui che lo dice: che egli sia intellettualmente stupido, che egli sia intellettualmente convinto oppure che egli sia intellettualmente disonesto. Probabilmente il professore basa la sua affermazione sul concetto secondo il quale se tutti pagassero le tasse, non ci sarebbe bisogno di aumentarle, così da sopperire alle mancate entrate fiscali causate dai furbi evasori. A dir la verità i dati dicono tutt’altro. Se si considerano attendibili i dati disponibili sul recupero dell’evasione fiscale, pare che dal 2006 al 2010 si sia registrato un incremento del solo recupero riferito all’Agenzia delle Entrate e all’INPS del 152% (non si considerano le minori compensazioni da credito d’imposta). Mentre nello stesso periodo la pressione fiscale aumenta di 0,6 punti percentuali (dato non depurato dai redditi sommersi). Osservando i relativi grafici qui, noterete la linea arancione che indica il trend in deciso aumento in entrambi i casi. Ciò significa che nemmeno ufficialmente risulterebbe un rapporto inverso fra maggiore gettito fiscale e pressione fiscale, così come invece sostiene il presidente del consiglio. Questo perché l’entità della spesa pubblica non è costantemente invariata nel tempo. L’affermazione del presidente è viziata dalla solita lacuna metodologica del keynesiano d.o.c., ossia quella di considerare fissi parametri che nella realtà sono variabili. Infatti, l’asserzione di partenza è sicuramente valida (ma solo in teoria) se si considera una spesa pubblica la quale, nel periodo considerato, né aumenta né diminuisce. Ma come potete notare nel grafico rosso, la spesa pubblica è variata eccome: dal 2006 è aumentata dell’8,6%! Illustrissimo professore, per principio io sarei contrario all’evasione, ma se siamo giunti a questi livelli e se anche lei ci prende in giro, forse si fa bene a dire che “cà nisciun’ è fess’!”. Non crede?

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1326286428 Wed, 11 Jan 2012 04:53:48 -0800
<![CDATA[Libera apertura dei negozi]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1325855790&archive= negozio.jpg

Quando qualche volta si adottano provvedimenti non solo necessari ma anche sensati, per cortesia non aggiungiamo confusione su confusione!

L’articolo 31 del D.L. n. 201/2011 sancisce che “[…] costituisce principio generale dell’ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura […]”, stabilendo così l’incondizionata liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali a partire da oggi, 6 gennaio 2012.

Ne sono seguiti fiumi di proteste all’italiana! I commercianti (per la maggior parte, piccoli commercianti), arrabbiati, sono insorti in questi giorni, denunciando la compiuta ingiustizia contro la loro categoria a favore delle grandi aziende di distribuzione (iper, centri commerciali, grandi magazzini, ecc.), sostenendo l’inutilità di un dispositivo del genere per fronteggiare la crisi, il quale lederebbe il loro mestiere e dunque l’intera economia.

L’arrabbiatura dei piccoli commercianti è comprensibilissima; li è stato tolto un privilegio. Ossia quello di garantirsi che nessun’altro concorrente svolga l’attività commerciale durante un predeterminato giorno di chiusura, in cui tutti devono obbligatoriamente riposarsi, stando tranquilli che nessuno, in quello stesso giorno, lavori fregando i clienti all’altro che invece ozia.

Prima di questa liberalizzazione, i consumatori hanno dovuto sempre assecondare l’obbligo di chiusura imposto ai commercianti, subendo l’antipatico disagio settimanale di non trovare aperto, nello stesso giorno, un solo negozio di alimentari fino all’indomani (a chi non è capitato mai?). Inoltre, prima di ciò, l’esercente che riteneva opportuna l’apertura continuata della sua nuova attività, al fine di soddisfare meglio la clientela da conquistare, non ne poteva approfittare in tal senso.

Invece ritengo che svincolare l’apertura degli esercizi sia un esempio di come creare opportunità:

-          prima di tutto per la gente che acquista, la quale ha la possibilità di poter soddisfare facilmente i bisogni urgenti e dell’ultimo momento, in qualunque ora e giorno liberi dai propri impegni, i quali magari non permettano di dedicare tempi più comodi per fare la spesa;

-          per i commercianti stessi, i quali, se lo desiderano, possono tenere alzate le saracinesche anche in quei giorni e in quelle ore solitamente di chiusura forzosa, per approfittare delle opportunità di vendita che altrimenti sarebbero sfuggite. Un’occasione utile in periodi di difficoltà economica come questi;

-          per chi è in cerca di un lavoro, perché il titolare dell’esercizio che non intende rinunciare al giorno o alle ore tradizionali di chiusura dell’attività ma, contemporaneamente, vuole sfruttare l’opportunità di offrire il servizio continuato, potrebbe assumere un dipendente che copra il turno di lavoro interessato;

-          per chi crede ancora alla favola che più acquisti facciano girare l’economia, i quali adesso potrebbero ritenersi contenti e soddisfatti e possono continuare a declinare la solfa che ha annebbiato la vista a tutti.

A parte l’ultimo punto, che ammetto essere una cattiveria nei confronti dei keynesiani (non me ne vogliano!), per quanto riguarda gli atri tre, conosco già le probabili repliche degli interessati. Ad esempio “soldi non ce ne sono, non si arriva a fine mese, figuriamoci a cosa servirebbe per la ripresa economica, restare aperti quando poi la gente non acquista comunque!” oppure “nessun esercente potrà permettersi il meritato riposo settimanale sapendo che nello stesso giorno, qualche suo concorrente sul territorio stia lavorando e fregandosi i suoi potenziali clienti!”. E ancora “tutto questo favorisce solo la grande distribuzione organizzata”.

Il decreto summenzionato non obbliga niente a nessuno, dice semplicemente “fate come vi pare!”. Che non è poco di questi tempi! Quindi se l’esercente vuole chiudere l’attività per il tradizionale riposo settimanale, nessuno glie lo vieta. Se poi egli ha il timore che, durante il suo giorno e le sue ore di riposo, qualcun altro gli stia fregando la clientela, allora nessuno gli vieta di restare anch’egli aperto e di assumere un aiutante che gli copra il periodo che fino a ieri sarebbe stato di chiusura. E se questo non è sostenibile per i piccoli esercenti, ma solo per i grandi colossi multinazionali della distribuzione, i quali possono permettersi l’investimento in nuovo personale e il costo fiscale di un ulteriore assunzione, allora è di questo che bisogna parlare ed è per questo che ci si deve arrabbiare. Non discutere se sia giusta o sbagliata la liberalizzazione dell’apertura degli esercizi, la quale offre indiscutibilmente delle opportunità di guadagno, di spesa e di occupazione, ma dell’ostacolo fiscale, con cui lo stato opprime l’economia, che rende vana la liberalizzazione concessa e che non permette a tutti (ma solo a pochi) di cogliere le opportunità che essa riserva.

Non lasciamoci distrarre dai falsi problemi! L’ingiustizia non sta nel rendere più concorrenziale il mercato (che non può che fare bene alla collettività), ma nell’abuso del potere di prelievo della ricchezza dei cittadini da parte dello stato. Quella fiscale è una delle distorsioni del mercato che lo stato procura alla società e di cui vi ho sempre parlato. Tartassando eccessivamente, lo stato non permette al mercato di individuare oggettivamente gli attori che meritano perché ritenuti i migliori. Spesso oggi le imprese stanno chiudendo perché l’imposizione fiscale e i rischi che ne derivano sono insostenibili, non perché non si è bravi nel servizio offerto. Lo ripeto: questa è l’ingiustizia.

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1325855790 Fri, 06 Jan 2012 05:16:30 -0800
<![CDATA[Giornalisti pubblicisti al capolinea]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1325251240&archive= giornali.jpg

Mi ero promesso di non intervenire sul blog fino alla fine delle festività. Purtroppo non me la sento di continuare a mantenere la parola datami perché sento il bisogno di parlarvi di ciò che in rete si vocifera circa il tema delle liberalizzazioni.

In pratica si teme per la soppressione dell’albo dei giornalisti pubblicisti (da non confondersi con quello dei giornalisti professionisti). Il motivo di tale timore è rappresentato dalla manovra “Salva Italia” (?), Legge n. 183 del 2011, art. 10 in cui si parla di riforma degli ordini professionali, con la quale si abrogano le leggi vigenti sugli ordinamenti professionali, a partire dal giorno 13 agosto 2012. Entro tale data infatti, tutti gli ordinamenti devono essere riformati secondo il disposto normativo del Decreto Legge n. 138 del 2011, art. 3. In particolare, ai sensi di quest’ultimo decreto si ribadisce l’obbligatorietà dell’esame di stato per l’esercizio della professione regolamentata e di un tirocinio obbligatoriamente retribuito.

In effetti, la prima impressione è che da tale disposizione di legge verrebbe colpita proprio la figura regolamentata del giornalista pubblicista, per la cui iscrizione nel relativo albo non è attualmente previsto né un tirocinio né un esame di stato. Quello del gioranlista pubblicista è sempre stato un leggero margine di libertà concesso a chi ha voglia di fare il giornalista per hobby, oppure di svolgere questa attività solo occasionalmente, così da favorire a tutti una più libera espressione del pensiero.

A tale proposito, ritengo che sia necessario attendere le disposizioni dell’ordine nazionale dei giornalisti prima di gridare all’abolizione definitiva di questo albo. Anche perché, le norme succitate fanno riferimento all’abrogazione dei regolamenti vigenti degli ordini e mai all’abrogazione dell’ordine dei giornalisti pubblicisti.

Se di abolizione si dovesse trattare, allora la partita politica si giocherà proprio sulle disposizioni di transizione, le quali cercheranno di danneggiare il meno possibile coloro i quali già ne fanno parte. Ma a questo proposito, io riterrei beffardo invece, dover prendere atto che da questa manovra di “salvataggio” possa, con tutta probabilità, conseguire un’abolizione dell’ordine dei giornalisti pubblicisti ma non quella dell’ordine dei giornalisti professionisti. Che è una cosa assurda, se riteniamo necessarie, ora più che mai, queste benedette liberalizzazioni delle professioni. Se si deve liberalizzare, che si liberalizzi tutto questo apparato che ingessa lo svolgimento di una professione, non solo una parte di esso. Non lo si farà mica per proteggere qualcuno (i soliti) a discapito dei tanti (altrettanto soliti)? Se è così allora non si è capita la lezione!

Se davvero si abolirà quest’ordine, per il cui ingresso oggi bastano più o meno 24 mesi di pubblicazioni retribuite su testate giornalistiche registrate, senza inutili tirocini e senza sostenere assurdi esami di stato (e per questo scommetto che già dovremmo dire grazie a mamma stato!) si restringerà l’ingresso alla professione di giornalista e alla libera attività di espressione del proprio pensiero. Altro che liberalizzazione! E se non lo si abolirà, allora l’ingresso non sarà più così libero come lo è oggi o come il decreto contempla, dopo aver però abrogato disposizioni già un po' più favorevoli alla libertà di svolgere questa professione.

In Italia siamo dei geni! Riformiamo per non cambiare nulla.

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1325251240 Fri, 30 Dec 2011 05:20:40 -0800
<![CDATA[Tanti Auguri!!!]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1324477301&archive= natale.jpg

Auguri di un felice e sereno Natale a tutti i lettori del Blog. In questo periodo dell’anno, esiste una frenetica corsa alla conquista di segni, di simboli, di significati, che ognuno desidera mescolare e amalgamare per esprimere il proprio messaggio di auspicio. E ciò può rendere tutti più sereni (almeno per una volta nell’anno). Forse questo non è il massimo per fare della propria vita un capolavoro, ma sicuramente ciò concede l’opportunità di dare o ricevere una dolce carezza allo spirito, della quale abbiamo spesso bisogno per rincuorarci e migliorarci. Cogliamo questa occasione per ringraziare tutti i 150.000 internauti che nel 2011 hanno visitato il blog e che in centinaia lo seguono costantemente. Per noi è un grande orgoglio. Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

Pasquale e Annalisa

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1324477301 Wed, 21 Dec 2011 06:21:41 -0800
<![CDATA[Libera vendita dei farmaci: ritirato]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1323347554&archive= legati.jpg

Guardate come ci prendono in giro. La super discussa manovra salva-Italia, approdata in parlamento lunedì scorso, presenta alcune differenze rispetto al disegno di legge diramato qualche giorno prima. Fra esse ce ne è una sostanziale. Ricordate l’azione prevista circa la liberalizzazione del mercato dei farmaci di fascia C (quelli con la prescrizione medica, ma non rimborsati dallo stato)? Essa si esprimeva a favore delle parafarmacie, le quali avrebbero potuto allargare incondizionatamente i proprio orizzonti commerciali, attraverso la libera vendita di una più vasta gamma di prodotti (ecco la bozza dell'articolo 32 inizialmente diramato). I farmaci di fascia C rappresentano un business di 3 mld di euro l’anno. Un duro colpo per la casta dei farmacisti e un enorme vantaggio per la società, la quale godrebbe degli effetti positivi di una più libera concorrenza, in termini di prezzo alla vendita e di occupazione lavorativa. Ebbene! Tale disposizione è stata neutralizzata. Infatti, in Parlamento è stato presentato il seguente e definitivo testo dell’art. 32 del D.L. n. 201/2011: “In materia di vendita dei farmaci, negli esercizi commerciali (ndr. prafarmacie) […] che ricadono nel territorio di Comuni aventi popolazione superiore a quindicimila abitanti […] in possesso dei requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi fissati con decreto del Ministro della salute […], possono essere venduti anche i medicinali (ndr. di fascia C) [...]”. Ovviamente, ho citato solo le parti interessanti. In pratica, si vincola la liberalizzazione in oggetto solo se ricorrono determinate condizioni. Ma scusate; perché liberalizzare la vendita nei comuni con più di 15.000 abitanti sarebbe diverso da liberalizzarle in quelli con meno abitanti? Cosa cambia fra un paese più piccolo e uno più grande? Quali sarebbero questi “requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi”? E sulla base di cosa si dovrebbero fissare questi requisiti? Messaggio a chi aveva iniziato a considerare la ghiotta possibilità di avviarsi un lavoro in proprio: la liberalizzazione della vendita dei farmaci non s’ha ancora da fare! Siamo alle solite! Uno stato protezionista delle caste, che prende in giro i cittadini, che anziché favorire la libertà degli uomini detta ad essi come vivere e che sottrae con la forza i risparmi di una vita. Con la differenza che oggi, a questo stato, i cittadini nulla gli possono dire con la pretesa di essere ascoltati, perché esso non deve dar conto a chi lo ha eletto ma a chi lo ha nominato o fatto nominare.

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1323347554 Thu, 08 Dec 2011 04:32:34 -0800
<![CDATA[MioFotografo.it è il regalo di Natale per tutti]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1323176614&archive=

Internet ci semplifica decisamente la vita! Continuo con la mia piccola missione di sensibilizzazione a favore di internet, affinché essa sia lasciata sempre libera di evolversi. Questa volta vi segnalo un altro caso commerciale interessante, utile per comprendere come la tecnologia web risponde positivamente ai nostri bisogni, piccoli e grandi.

Si tratta del sito MioFotografo.it, grazie al quale è possibile crearsi regali personalizzati ed originali, pensati esclusivamente per la persona desiderata (parenti, amici, ecc.). E’ un sito di stampa fotografica on-line che permette di ordinare da casa prodotti fotografici in modo divertente e che farà al caso di molti, soprattutto per questo Natale 2011. Infatti, scaricando il software MyComposer, disponibile gratuitamente sul sito, è possibile creare da soli e con estrema facilità le proprie composizioni fotografiche e farle poi confezionare in modo originale, scegliendo fra le varie e simpatiche soluzioni proposte (guarda come è facile!). Oltre alle semplici stampe fotografiche e poster, potete realizzare bellissimi FotoLibri, FotoCalendari, FotoAgende. E poi ancora, personalizzare bellissimi mouse pad per il maritino, teneri cuscini per la fidanzata, giocosi puzzle per i bambini. E tutto questo spendendo veramente molto poco. Che di questi tempi, non è per niente male!

Non è previsto alcun pagamento on-line e nessuna spesa di spedizione. Gli ordini si effettuano comodamente da casa e, altrettanto comodamente, essi sono pagabili e ritirabili dal proprio fotografo di fiducia convenzionato. E infine, l’utente che si registra per la prima volta riceve 30 stampe fotografiche in omaggio.

Grazie alla rete, questa è un’occasione che, noi tutti, possiamo immediatamente cogliere, per realizzare regali particolari e per nulla banali. In assenza di essa, difficilmente avremmo potuto averne accesso e ad un costo contenuto. Solo se lasciata libera di esprimersi, la nuova tecnologia, per il mezzo della creatività umana e del libero mercato, permette di sviluppare soluzioni facili, ma soprattutto disponibili, al minimo costo e per le tasche di tutti.

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1323176614 Tue, 06 Dec 2011 05:03:34 -0800
<![CDATA[La manovra che ci manda a Monti]]> http://www.pasqualemarinelli.com/index2.php?subaction=showfull&id=1323095872&archive= incertezza.jpg

Direi che si sia capito molto bene. Il governo tecnico serve per introdurre aumenti di tasse e reintrodurre quelle abolite. Queste sono le misure impopolari imposte dalla UE, per le quali nessun politico si è voluto assumere la responsabilità di governo del paese. Questa sarebbe la ricetta per la rinascita economica italiana: visto che non ci compriamo volontariamente (e razionalmente, direi!) i titoli di stato italiani, allora ci dicono che bisogna incrementare l’imposizione fiscale. Poi, se si strozza l’economia e il risparmio dei cittadini, che male fa! L’importante è che per ora lo stato possa far fronte ai debiti in scadenza. Quindi subiremo:

- aumento delle aliquote straordinarie IVA del 10% e 21% che passano rispettivamente al 12% e 23%;

- introduzione di varie tasse sui patrimoni di lusso e dei capitali scudati;

- aumento delle addizionali regionali;

- tassazione della prima casa dello 0,4%;

- aumento delle accise sulla benzina;

- abolizione del contante fino a 1.000 euro;

- ennesima posticipazione dell’età pensionabile e blocco della rivalutazione delle pensioni superiori a quella minima.

Sono presenti solo timidi accenni di liberalizzazione dei mercati. Quasi per prendere in giro la gente. Quindi si prevedono la liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C, dell’approvvigionamento del carburante da parte dei distributori, integrale deduzione dell’IRAP per chi assume, incentivo ACE per la capitalizzazione delle imprese.

Si deduce che l’intento della stangata miri proprio a colpire non tanto i beni capitale (e vorrei vedere!) bensì i patrimoni. Come nel 1992. Il punto è che tutto ciò servirà solo per ossigenare le casse dello stato fino al 2014, che è esattamente l’emergenza “saltapoltrone” a cui avrebbe dovuto far fronte chiunque si fosse trovato a governare e a cui nessuno politico riesce a fare i conti. Se non un governo tecnico, a quanto pare! L’emergenza reale invece, quella di noi altri, è che si continuerà ad avere meno possibilità per realizzarci professionalmente, meno margine di crescita per chi combatte per mantenere la propria posizione sul mercato, meno certezze per poter mettere su famiglia e mantenerla. Lavoreremo sempre di più per lo stato e sempre meno per noi. Nessuno ha dato ancora risposta a tali questioni. Ma semplicemente perché nessuno può darla con sincerità!

Il nostro è un sistema in cui circolano informazioni falsate sull’economia (come i prezzi dei beni e servizi, gli indici macroeconomici, le voci dei rendiconti aziendali) per colpa di una presenza ossessiva dello stato nella vita di tutti noi. Esso è presente attraverso l’eccessivo prelievo fiscale, i finanziamenti vari e gli incentivi esclusivi per qualcuno e non per altri e la gestione pubblica di imprese di servizi in regime di monopolio legale. Per questo gli imprenditori sbagliano i conti, scontandoli quando ormai è troppo tardi. E adesso è già troppo tardi. Ora che ci impoveriamo, a causa di questi coatti prelievi di ricchezza, con quali forze dovremmo risollevare la nostra economia? L’enorme spesa pubblica, quella ritenuta eccessiva, uno spreco, che ci ha affossato fino ad ora, la si taglia oppure dobbiamo continuare a chiedere di finanziarla? Ciò che è superfluo, sarebbe logico eliminarlo di netto, senza indugio e sarebbe possibile, visto che questo governo è tecnico e non deve preservare una popolarità mai acquisita. Altrimenti non capisco perché ci si affanni affinché si cerchi di continuare a sostenere ciò che è ritenuto e comprovato come uno spreco. Forse qualcosa bolle in pentola? Cosa si prevede che solo noi altri, comuni mortali, ancora non sappiamo? Qual’è la magia di questa volta, stile anni novanta, per rimandare il problema?

Nel dirci che noi dobbiamo sacrificarci, loro piangono, forse per lavarsi la coscienza con le lacrime. Noi altri invece, dopo aver riso d’isteria, dovremmo iniziare ad essere più consapevoli e a proporci noi stessi come il cambiamento, senza aspettarcelo da chi non sa, non può e non deve proporlo per ognuno di noi.

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1323095872 Mon, 05 Dec 2011 06:37:52 -0800