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Sono ormai tre i giorni di disagio che sta comportando la protesta nazionale degli autotrasportatori, per la quale i distributori di carburante sono oramai a secco. Questa si accoda ad un’altra protesta, quella del Movimento dei Forconi, che dalla Sicilia è già dilagata in molte altre zone del meridione.
Io sono molto attento ai dettagli. Pochi vanno a guardare i dettagli di ciò che gli capita davanti. Perciò mi sono procurato le richieste formali di coloro che hanno promosso l’iniziativa di protesta, per cercare di capire le ragioni di questo fermento. In particolare, quelle degli autotrasportatori potete leggerle qui e quella del novello movimento qui.
Per quanto riguarda le richieste degli autotrasportatori, ho poco da eccepire. In buona sostanza essi chiedono di potersi difendere dalla tassazione subita con l’acquisto del carburante, più certezza del credito, controlli e sanzioni più efficaci, esenzione da obblighi inutili e nuove regole per il rimborso delle spese autostradali. Insomma, questioni su cui il governo poteva e doveva prendere delle decisioni ma che non ha considerato minimamente. Inoltre, più che una lista di richieste questa mi è sembrata la preghiera di qualcuno che non ce la fa più. Quasi a dire “mamma stato, ti prego, non ti curar più di me!”. E ciò la dice lunga sulla soglia di disperazione raggiunta dalla classe operosa del paese!
Più scettico sarei per quanto riguarda alcune delle richieste avanzate dalla protesta di questo Movimento dei Forconi. Ho letto che essi sono per l’indipendenza e, addirittura, per una nuova moneta sicula. E poi che essi basano le ragioni della manifestazione di protesta sul riscatto del sud, sulle ingiuste confische subite con l’Unità d’Italia, sulla drammatica emorragia delle giovani menti alla ricerca di regioni più ospitali e tanto altro ancora. Ragioni, queste, che onestamente mi trovano interessato ad approfondirne gli aspetti, le cui argomentazioni le ritengo importanti e su cui bisogna dar sufficiente luce per iniziare finalmente a vedere oltre e a concepire in meglio la società in cui viviamo.
Purtroppo, leggendo poi le richieste che sono oggetto della loro protesta di questi giorni, c’è da concludere che ad oggi sono molti a non aver capito ancora un bel niente di cosa stia accadendo.
Si chiede la defiscalizzazione del carburante. E su questo siamo d’accordo! Si chiedono maggiori controlli sui costi fissi delle utenze, meno rigore burocratico (circa il rilascio del DURC), esenzione dall’IMU a favore della produzione rurale locale, meno oneri fiscali sul tardato pagamento esattoriale, meno discriminazione fiscale con le altre regioni a statuto speciale, erogazione immediata delle spettanze da calamità e immediata compensazione delle tasse. Insomma, tutte richieste sacrosante. E’ innegabile che la realtà produttiva sia con l’acqua alla gola e che legittime siano tali lamentele.
Ma mi cadono le braccia quando leggo in particolare:
“Arginare con leggi che limitino le strategie commerciali messe in atto dalla GDO che fa cartello nei confronti di un’offerta frazionata ed a tutela del consumatore pensare anche ad un ricarico massimo ammissibile.”
“Leggi ferree per scongiurare il taroccamento dei prodotti e conseguente intenso monitoraggio della Guardia di Finanza sui traffici merci alle frontiere ed ai porti.”
“Applicazione di una tassa per chilogrammo agli importatori di ortofrutta e prodotti ittici, devolvendo tale introito ad un fondo di riserva per l’agricoltura italiana e la pesca.”
“Abolizione degli sconti che la grande distribuzione richiede alle imprese commerciali che la riforniscono, e pagamenti più celeri secondo il modello francese.”
“Perequazione dei maggiori costi di produzione che sostengono le aziende agricole siciliane.”
“Istituire una legge in base alla quale nei supermercati si limiti ad un massimo del 50% la presenza di prodotti ortofrutticoli ed ittici di provenienza non siciliana.”
“Applicazione di una tassa su “cibi spazzatura” ed introduzione della TAXA SODA applicata in Francia ed altri paesi.”
Praticamente si predica l’indipendenza meridionale, però poi si chiede, come soluzione ai problemi denunciati, l’intervento dello stato, affinché si occupi di equilibrare le storture del mercato (quelle che esso stesso ha provveduto a creare con i suoi passati e presenti interventi nell’economia). E in che modo? Controllando i prezzi sia al consumo sia alla vendita fra distributore e fornitore, pianificando i mercati, non permettendo che sia la gente a trovare il giusto prezzo fra domanda e offerta. La conseguenza empirica è che l’offerta prima o poi diminuisce, a causa dei prezzi di vendita fissi, che rende sconveniente lavorare per non conseguire un opportuno margine di guadagno.
Si pretende il poliziotto alla frontiera per proteggere il consumatore dall’ingresso di prodotti falsi. Come se il consumatore fosse un bambino incapace di intendere e volere, tanto da non essere in grado di riconoscere (autonomamente o in gruppi organizzati) il prodotto originale da quello tarocco. Addirittura, si vogliono ripristinare i dazi doganali all’entrata, che farebbero di sicuro aumentare i prezzi di vendita dei prodotti importati. Poi si propone di girare il gettito che se ne ricava al settore agricolo locale. Praticamente si chiede e si pretende di organizzare e ricevere elemosina! Anche pretendendo, udite udite, il livellamento dei costi di produzione sostenuti delle imprese del sud con quelli sostenuti dai produttori di altre zone d’Italia. Circa quest’ultima richiesta, non si capisce bene come intervenire in tal senso ma, intuendone i capricci che ne sono alla base, direi che questa sia la più grossa delle sciocchezze elencate, dopo la taxa soda ovviamente, della quale evito di parlare visto che mi sono già espresso nel merito con questo post.
Credo che il sud non sia ancora culturalmente pronto per dare inizio alla rivoluzione del presente e per sostenere un nuovo modo di vivere e organizzare la propria società. In maniera indipendente, con un approccio più responsabile. Il sud riserva le ultime forze per gridare e urlare così da chiedere le attenzioni di mamma stato, perché gli risolva la vita, anziché per liberarsi dalle inefficienze che l’apparato statale ha coltivato in seno, nella sua secolare proliferazione nella società.
Comprendo il malcontento, comprendo le urla disperate e la rabbia che giunge al limite dell’esplosione. Ma non posso tollerare il perseverare di vecchi ragionamenti come quelli che si evincono da queste manifestazioni, i quali fanno passare per buone le vecchie soluzioni di comprovata inefficacia. Tali principi conservatori mirano solo al protezionismo e alla redistribuzione coercitiva della ricchezza, che per quanto apprezzati siano da chi ha interesse a non perdere lo status quo, limitano le opportunità di realizzazione della vita degli altri, perché basati su presupposti non meritocratici. Perseverare con questi ragionamenti significa alimentare il male sociale dei giorni nostri, ossia la deleteria deresponsabilizzazione dell’individuo per le sue azioni, a favore di banchieri e politici approfittatori.
Anzi, perseverare con questi ragionamenti significa anche essere un po’ imbecilli. Scusate!
Postato il 26/01/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

Ai confini della genialità, dopo aver disposto di tartassare gli italiani a più non posso, solo ora il governo si è apprestato per la redazione di disposizioni circa le liberalizzazioni. Sfogliando la bozza del decreto in discussione, hanno attirato la mia attenzione alcune misure, quali:
1. l’aumento del numero delle farmacie; non eliminando l’obbligo di licenza di vendita ma fissando un nuovo rapporto obbligatorio (una farmacia ogni 3.000 abitanti);
2. il favorire maggiore concorrenza fra i prodotti farmaceutici; non eliminando il vincolo di vendita nelle sole farmacie ma obbligando i medici ad indicare nella prescrizione medica il farmaco equivalente se di minor prezzo;
3. l’incremento dell’occupazione giovanile; non con la riforma del diritto del lavoro e la semplificazione fiscale ma introducendo una nuova compagine societaria, la “società semplificata a responsabilità limitata” per chi ha meno di 35 anni, costituita senza atto pubblico, con un capitale sociale simbolico di 1 euro;
4. la facilitazione dell’accesso dei giovani alle professioni; non abrogando l’obbligo di iscrizione agli albi ma concedendo agli atenei la possibilità di integrare la pratica professionale nel piano di studi universitario;
5. l’aumento del numero dei notai; non abrogando il relativo albo ma incrementando i ruoli a concorso a più di 1500 nuovi notai, in 500 nuove sedi, ponendo limiti temporali minimi per l’apertura degli studi e aumentando la competenza territoriale degli stessi;
6. l’incremento della concorrenza fra imprese assicuratrici; non abrogando l’obbligo agli automobilisti di assicurarsi ma imponendo agli intermediari di informare i clienti circa le condizioni contrattuali di altre tre diverse compagnie assicuratrici;
7. la liberalizzazione del settore energetico e dei trasporti; non favorendo l’eliminazione dei vincoli normativi e infrastrutturali per l’ingresso sul mercato di nuovi concorrenti ma costituendo un’ennesima autorità garante (l’Autorità per le Reti).
Non è che a me non vada bene mai niente! Questa bozza, fra l’altro, prevede alcune misure ben accette per un processo di liberalizzazione, come l’abrogazione delle tariffe professionali minime e massime o la concessione ai punti vendita del diritto di rifornirsi da più fornitori anziché esclusivamente da uno solo. Ma da quanto emerge da una prima lettura, direi che il mio concetto di liberalizzazione stride con quello che si deduce dal disegno di questo disposto normativo. Liberalizzare per me significa rimuovere vincoli a favore di una maggiore concorrenza fra gli attori economici. Invece l’intento di quanto su evidenziato è apporre altri obblighi e orpelli!
Ad esempio, obbligare i medici ad indicare il farmaco generico, gli intermediari ad indicare le condizioni contrattuali di più compagnie, continuare ad obbligare il numero massimo di licenze per la vendita dei farmaci o delle abilitazioni alla professione di notaio, come diavolo contribuisce a liberalizzare i rispettivi mercati che da anni sono ingessati e non producono un libero abbassamento dei prezzi di vendita? Non si tratta nemmeno del concetto di semplificazione, il quale sarebbe un vero inizio per transitare alla liberalizzazione vera e propria. Invece qui si impongono altri obblighi inutili al fine dichiarato. Comunque il settore farmaceutico resta protetto e comunque la professione notarile resta protetta. Essenzialmente, non cambia nulla!
E che dire di un probabile aborto giuridico quale sarebbe la “società semplificata a responsabilità limitata”? Ma non si faceva prima a riformare la compagine societaria a responsabilità limitata già esistente? L’inutilità prevista dell’atto pubblico per la costituzione di essa la si poteva estendere a quella di tutte le tipologie di società previste dal nostro ordinamento. Purtroppo, dare un senso all’esistenza dei notai è più forte di avviare una liberalizzazione seria per questo paese! Trovo ridicolo l’euro simbolico per la costituzione del capitale sociale di questo tipo di società, perché quest’ultimo invece è la vera garanzia verso i terzi e non la firma del notaio sull’atto. Già me le vedo; migliaia di imprese organizzate con questa forma societaria i cui soci investono rischiando capitali simbolici da 5, 10, 100, 500 euro. Che razza di imprese saranno queste, da valere così poco che nemmeno i soci stessi rischiano più di tanto in esse! Figuriamoci se ci sarà qualche istituto a concedere loro dei prestiti? Se si avviano imprese di così scarso valore, che bisogno c’è di istituire un’altra compagine societaria? Bastano gli istituti per l’impresa già previsti dal nostro diritto!
Inoltre, per gli albi professionali. Va bene far perdere meno tempo per il compimento del tirocinio ma comunque gli ordini professionali continueranno ad esistere e a vincolare obbligatoriamente l’ingresso all’esercizio delle professioni.
E infine, l’istituzione di un’altra autorità, la quale diriga il mercato energetico e dei trasporti, intervenendo sulla formazione delle tariffe e sulla concessione delle licenze. Praticamente un altro mostro amministrativo che non permetterà alla domanda e all’offerta di interagire liberamente tanto da consentire una naturale allocazione delle risorse in base alle reali esigenze, ma che centralizzerebbe le decisioni nelle mani del solito soggetto pubblico. Chiedo ai nostri governanti: così si liberalizza, accentrando le decisioni?
Niente da fare, cari lettori! In Italia lo stato non vuole schiodare dal ruolo di mamma di tutti noi . E, considerate le pressioni delle categorie sociali e professionali, l’Italia più forte non vuole cambiare bensì ma vorrebbe continuare sulla rotta che ha condotto la nostra economia in una gabbia, fregandosene delle generazioni future. Ci dicono che dobbiamo continuare a fidarci della macchina che è la causa dell’intasamento del nostro sistema di vita sociale; lo stato. Quindi esso deve continuare a regolare tutte le nostre relazioni e, conseguentemente, di liberalizzazioni se ne sente solo parlare. Purtroppo!
Postato il 21/01/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

Quando qualche volta si adottano provvedimenti non solo necessari ma anche sensati, per cortesia non aggiungiamo confusione su confusione!
L’articolo 31 del D.L. n. 201/2011 sancisce che “[…] costituisce principio generale dell’ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura […]”, stabilendo così l’incondizionata liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali a partire da oggi, 6 gennaio 2012.
Ne sono seguiti fiumi di proteste all’italiana! I commercianti (per la maggior parte, piccoli commercianti), arrabbiati, sono insorti in questi giorni, denunciando la compiuta ingiustizia contro la loro categoria a favore delle grandi aziende di distribuzione (iper, centri commerciali, grandi magazzini, ecc.), sostenendo l’inutilità di un dispositivo del genere per fronteggiare la crisi, il quale lederebbe il loro mestiere e dunque l’intera economia.
L’arrabbiatura dei piccoli commercianti è comprensibilissima; li è stato tolto un privilegio. Ossia quello di garantirsi che nessun’altro concorrente svolga l’attività commerciale durante un predeterminato giorno di chiusura, in cui tutti devono obbligatoriamente riposarsi, stando tranquilli che nessuno, in quello stesso giorno, lavori fregando i clienti all’altro che invece ozia.
Prima di questa liberalizzazione, i consumatori hanno dovuto sempre assecondare l’obbligo di chiusura imposto ai commercianti, subendo l’antipatico disagio settimanale di non trovare aperto, nello stesso giorno, un solo negozio di alimentari fino all’indomani (a chi non è capitato mai?). Inoltre, prima di ciò, l’esercente che riteneva opportuna l’apertura continuata della sua nuova attività, al fine di soddisfare meglio la clientela da conquistare, non ne poteva approfittare in tal senso.
Invece ritengo che svincolare l’apertura degli esercizi sia un esempio di come creare opportunità:
- prima di tutto per la gente che acquista, la quale ha la possibilità di poter soddisfare facilmente i bisogni urgenti e dell’ultimo momento, in qualunque ora e giorno liberi dai propri impegni, i quali magari non permettano di dedicare tempi più comodi per fare la spesa;
- per i commercianti stessi, i quali, se lo desiderano, possono tenere alzate le saracinesche anche in quei giorni e in quelle ore solitamente di chiusura forzosa, per approfittare delle opportunità di vendita che altrimenti sarebbero sfuggite. Un’occasione utile in periodi di difficoltà economica come questi;
- per chi è in cerca di un lavoro, perché il titolare dell’esercizio che non intende rinunciare al giorno o alle ore tradizionali di chiusura dell’attività ma, contemporaneamente, vuole sfruttare l’opportunità di offrire il servizio continuato, potrebbe assumere un dipendente che copra il turno di lavoro interessato;
- per chi crede ancora alla favola che più acquisti facciano girare l’economia, i quali adesso potrebbero ritenersi contenti e soddisfatti e possono continuare a declinare la solfa che ha annebbiato la vista a tutti.
A parte l’ultimo punto, che ammetto essere una cattiveria nei confronti dei keynesiani (non me ne vogliano!), per quanto riguarda gli atri tre, conosco già le probabili repliche degli interessati. Ad esempio “soldi non ce ne sono, non si arriva a fine mese, figuriamoci a cosa servirebbe per la ripresa economica, restare aperti quando poi la gente non acquista comunque!” oppure “nessun esercente potrà permettersi il meritato riposo settimanale sapendo che nello stesso giorno, qualche suo concorrente sul territorio stia lavorando e fregandosi i suoi potenziali clienti!”. E ancora “tutto questo favorisce solo la grande distribuzione organizzata”.
Il decreto summenzionato non obbliga niente a nessuno, dice semplicemente “fate come vi pare!”. Che non è poco di questi tempi! Quindi se l’esercente vuole chiudere l’attività per il tradizionale riposo settimanale, nessuno glie lo vieta. Se poi egli ha il timore che, durante il suo giorno e le sue ore di riposo, qualcun altro gli stia fregando la clientela, allora nessuno gli vieta di restare anch’egli aperto e di assumere un aiutante che gli copra il periodo che fino a ieri sarebbe stato di chiusura. E se questo non è sostenibile per i piccoli esercenti, ma solo per i grandi colossi multinazionali della distribuzione, i quali possono permettersi l’investimento in nuovo personale e il costo fiscale di un ulteriore assunzione, allora è di questo che bisogna parlare ed è per questo che ci si deve arrabbiare. Non discutere se sia giusta o sbagliata la liberalizzazione dell’apertura degli esercizi, la quale offre indiscutibilmente delle opportunità di guadagno, di spesa e di occupazione, ma dell’ostacolo fiscale, con cui lo stato opprime l’economia, che rende vana la liberalizzazione concessa e che non permette a tutti (ma solo a pochi) di cogliere le opportunità che essa riserva.
Non lasciamoci distrarre dai falsi problemi! L’ingiustizia non sta nel rendere più concorrenziale il mercato (che non può che fare bene alla collettività), ma nell’abuso del potere di prelievo della ricchezza dei cittadini da parte dello stato. Quella fiscale è una delle distorsioni del mercato che lo stato procura alla società e di cui vi ho sempre parlato. Tartassando eccessivamente, lo stato non permette al mercato di individuare oggettivamente gli attori che meritano perché ritenuti i migliori. Spesso oggi le imprese stanno chiudendo perché l’imposizione fiscale e i rischi che ne derivano sono insostenibili, non perché non si è bravi nel servizio offerto. Lo ripeto: questa è l’ingiustizia.
Postato il 06/01/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

Mi ero promesso di non intervenire sul blog fino alla fine delle festività. Purtroppo non me la sento di continuare a mantenere la parola datami perché sento il bisogno di parlarvi di ciò che in rete si vocifera circa il tema delle liberalizzazioni.
In pratica si teme per la soppressione dell’albo dei giornalisti pubblicisti (da non confondersi con quello dei giornalisti professionisti). Il motivo di tale timore è rappresentato dalla manovra “Salva Italia” (?), Legge n. 183 del 2011, art. 10 in cui si parla di riforma degli ordini professionali, con la quale si abrogano le leggi vigenti sugli ordinamenti professionali, a partire dal giorno 13 agosto 2012. Entro tale data infatti, tutti gli ordinamenti devono essere riformati secondo il disposto normativo del Decreto Legge n. 138 del 2011, art. 3. In particolare, ai sensi di quest’ultimo decreto si ribadisce l’obbligatorietà dell’esame di stato per l’esercizio della professione regolamentata e di un tirocinio obbligatoriamente retribuito.
In effetti, la prima impressione è che da tale disposizione di legge verrebbe colpita proprio la figura regolamentata del giornalista pubblicista, per la cui iscrizione nel relativo albo non è attualmente previsto né un tirocinio né un esame di stato. Quello del gioranlista pubblicista è sempre stato un leggero margine di libertà concesso a chi ha voglia di fare il giornalista per hobby, oppure di svolgere questa attività solo occasionalmente, così da favorire a tutti una più libera espressione del pensiero.
A tale proposito, ritengo che sia necessario attendere le disposizioni dell’ordine nazionale dei giornalisti prima di gridare all’abolizione definitiva di questo albo. Anche perché, le norme succitate fanno riferimento all’abrogazione dei regolamenti vigenti degli ordini e mai all’abrogazione dell’ordine dei giornalisti pubblicisti.
Se di abolizione si dovesse trattare, allora la partita politica si giocherà proprio sulle disposizioni di transizione, le quali cercheranno di danneggiare il meno possibile coloro i quali già ne fanno parte. Ma a questo proposito, io riterrei beffardo invece, dover prendere atto che da questa manovra di “salvataggio” possa, con tutta probabilità, conseguire un’abolizione dell’ordine dei giornalisti pubblicisti ma non quella dell’ordine dei giornalisti professionisti. Che è una cosa assurda, se riteniamo necessarie, ora più che mai, queste benedette liberalizzazioni delle professioni. Se si deve liberalizzare, che si liberalizzi tutto questo apparato che ingessa lo svolgimento di una professione, non solo una parte di esso. Non lo si farà mica per proteggere qualcuno (i soliti) a discapito dei tanti (altrettanto soliti)? Se è così allora non si è capita la lezione!
Se davvero si abolirà quest’ordine, per il cui ingresso oggi bastano più o meno 24 mesi di pubblicazioni retribuite su testate giornalistiche registrate, senza inutili tirocini e senza sostenere assurdi esami di stato (e per questo scommetto che già dovremmo dire grazie a mamma stato!) si restringerà l’ingresso alla professione di giornalista e alla libera attività di espressione del proprio pensiero. Altro che liberalizzazione! E se non lo si abolirà, allora l’ingresso non sarà più così libero come lo è oggi o come il decreto contempla, dopo aver però abrogato disposizioni già un po' più favorevoli alla libertà di svolgere questa professione.
In Italia siamo dei geni! Riformiamo per non cambiare nulla.
Postato il 30/12/2011 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica

Direi che si sia capito molto bene. Il governo tecnico serve per introdurre aumenti di tasse e reintrodurre quelle abolite. Queste sono le misure impopolari imposte dalla UE, per le quali nessun politico si è voluto assumere la responsabilità di governo del paese. Questa sarebbe la ricetta per la rinascita economica italiana: visto che non ci compriamo volontariamente (e razionalmente, direi!) i titoli di stato italiani, allora ci dicono che bisogna incrementare l’imposizione fiscale. Poi, se si strozza l’economia e il risparmio dei cittadini, che male fa! L’importante è che per ora lo stato possa far fronte ai debiti in scadenza. Quindi subiremo:
- aumento delle aliquote straordinarie IVA del 10% e 21% che passano rispettivamente al 12% e 23%;
- introduzione di varie tasse sui patrimoni di lusso e dei capitali scudati;
- aumento delle addizionali regionali;
- tassazione della prima casa dello 0,4%;
- aumento delle accise sulla benzina;
- abolizione del contante fino a 1.000 euro;
- ennesima posticipazione dell’età pensionabile e blocco della rivalutazione delle pensioni superiori a quella minima.
Sono presenti solo timidi accenni di liberalizzazione dei mercati. Quasi per prendere in giro la gente. Quindi si prevedono la liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C, dell’approvvigionamento del carburante da parte dei distributori, integrale deduzione dell’IRAP per chi assume, incentivo ACE per la capitalizzazione delle imprese.
Si deduce che l’intento della stangata miri proprio a colpire non tanto i beni capitale (e vorrei vedere!) bensì i patrimoni. Come nel 1992. Il punto è che tutto ciò servirà solo per ossigenare le casse dello stato fino al 2014, che è esattamente l’emergenza “saltapoltrone” a cui avrebbe dovuto far fronte chiunque si fosse trovato a governare e a cui nessuno politico riesce a fare i conti. Se non un governo tecnico, a quanto pare! L’emergenza reale invece, quella di noi altri, è che si continuerà ad avere meno possibilità per realizzarci professionalmente, meno margine di crescita per chi combatte per mantenere la propria posizione sul mercato, meno certezze per poter mettere su famiglia e mantenerla. Lavoreremo sempre di più per lo stato e sempre meno per noi. Nessuno ha dato ancora risposta a tali questioni. Ma semplicemente perché nessuno può darla con sincerità!
Il nostro è un sistema in cui circolano informazioni falsate sull’economia (come i prezzi dei beni e servizi, gli indici macroeconomici, le voci dei rendiconti aziendali) per colpa di una presenza ossessiva dello stato nella vita di tutti noi. Esso è presente attraverso l’eccessivo prelievo fiscale, i finanziamenti vari e gli incentivi esclusivi per qualcuno e non per altri e la gestione pubblica di imprese di servizi in regime di monopolio legale. Per questo gli imprenditori sbagliano i conti, scontandoli quando ormai è troppo tardi. E adesso è già troppo tardi. Ora che ci impoveriamo, a causa di questi coatti prelievi di ricchezza, con quali forze dovremmo risollevare la nostra economia? L’enorme spesa pubblica, quella ritenuta eccessiva, uno spreco, che ci ha affossato fino ad ora, la si taglia oppure dobbiamo continuare a chiedere di finanziarla? Ciò che è superfluo, sarebbe logico eliminarlo di netto, senza indugio e sarebbe possibile, visto che questo governo è tecnico e non deve preservare una popolarità mai acquisita. Altrimenti non capisco perché ci si affanni affinché si cerchi di continuare a sostenere ciò che è ritenuto e comprovato come uno spreco. Forse qualcosa bolle in pentola? Cosa si prevede che solo noi altri, comuni mortali, ancora non sappiamo? Qual’è la magia di questa volta, stile anni novanta, per rimandare il problema?
Nel dirci che noi dobbiamo sacrificarci, loro piangono, forse per lavarsi la coscienza con le lacrime. Noi altri invece, dopo aver riso d’isteria, dovremmo iniziare ad essere più consapevoli e a proporci noi stessi come il cambiamento, senza aspettarcelo da chi non sa, non può e non deve proporlo per ognuno di noi.
Postato il 05/12/2011 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
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