REGISTRATI   LOG IN
twitter twitter google+ rss
  Home | Chi sono | Leggere Orme | Contatti | Plugin | Help |
  sito di Cultura Economica
 

Categorie > Tutti i post | Cultura | Economia | Politica | Comunicazioni


pensione.jpg

Il jingle tormentone del Gratta e Vinci che risuonava incessantemente nelle case degli italiani, al grido “ti piace vincere facile”, cita nel suo elementare testo la parola “ponzi”.

Non saprei dire quali fossero le reali motivazioni dei creativi di questo spot circa la scelta dell’uso di quel  “ponzi”, ma a me esso non risuona come un semplice suono onomatopeico di un jingle. Quel “ponzi” mi ricorda il nome di una persona le cui gesta sono passate alla storia: tale Charles Ponzi.

Mister Ponzi è stato un truffatore italo americano il quale nei primissimi anni del ‘900 fece la sua fortuna grazie ad uno schema d’affari da lui congeniato, tramite il quale egli attirava ingenti capitali da innumerevoli investitori americani, promettendo ad essi altissimi guadagni come nessun altro investimento riusciva a fare in quei tempi negli USA.

Ponzi anziché investire quei capitali nell’attività svolta dalla sua società (così come egli diceva di fare agli investitori che convinceva) li tratteneva segretamente a sé destinandoli al suo consumo personale, non li utilizzava affinché divenissero redditizi. Nel momento in cui giungeva la scadenza della restituzione dei capitali ai legittimi investitori (più i relativi interessi), Ponzi contava di poterli soddisfare soltanto grazie ai capitali di nuovi investitori,  i quali sarebbero stati attratti all’interno del sistema così come lo erano stati i primi investitori.

E’ ovvio immaginare che il sistema di Ponzi abbia funzionato fino a quando sono affluiti i capitali di sempre più nuovi investitori, tanti quanti ne erano necessari per soddisfare le attese remunerative degli investitori meno recenti. Ma quando i nuovi investitori divennero sempre meno rispetto a quelli che dovevano essere favoriti della restituzione dei loro denari, tutto venne a galla. Infatti, chi aveva investito nella società di Ponzi scoprì di non aver finanziato alcuna attività remunerativa e che le promesse ricevute non potevano essere più soddisfatte, perdendo enormi fortune. Fu così che mister Ponzi fu dapprima denunciato e poi sbattuto al fresco con l’accusa di truffa.

Per me è davvero esilarante notare che il testo del jingle promozionale di un gioco d’azzardo di stato faccia riferimento al nome di uno storico truffatore. Ma io voglio cogliere l’occasione di questa mia osservazione per chiedervi: questo sistema truffa di Ponzi non vi ricorda niente? Non trovate una certa affinità con il sistema pensionistico italiano?

Effettivamente, come nel sistema di Ponzi,  il sistema pensionistico italiano gestito dallo stato promette, ad una sempre meno certa data, un vitalizio a chi ha contribuito alla previdenza durante il periodo lavorativo. I contributi versati non vengono investiti dallo stato italiano in attività redditizie, ma vengono usati per foraggiare la spesa pubblica, quindi quei contributi vengono destinati al consumo. E come lo era per il sistema truffa di Ponzi, i contribuenti che giungono all’età pensionistica vengono soddisfatti solo grazie ai contributi più recenti versati da chi entra nel mondo del lavoro o ancora vi permane, non grazie al fatto che quei contributi abbiano prodotto un reddito, da distribuire a chi ha contribuito per generarlo.

Come per il sistema Ponzi, anche il sistema pensionistico dello stato sarebbe una truffa e l'arteficie andrebbe condannato. Solo che nel caso di Ponzi egli non aveva il potere di fare le leggi per rendersi immune ad una condanna; nel caso dello stato invece, il potere di legiferare esso ce l'ha ed è per questo motivo che, la stessa pratica truffaldina gli è legalmente permessa. E così quest’ultimo può condannare il privato che è dedito ad una truffa, ma se a praticare la truffa è lo stato (o una sua appendice) allora essa è consentita.

Il problema di una tale truffa, sia che essa venga svolta da un privato, sia che essa venga svolta da un ente pubblico, è che il danno procurato agli ignari partecipanti è della medesima gravità.


Postato il 28/09/2015 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





elettori,jpg

Avete mai visto il film (o letto il libro) Hunger Games? La vicenda narra dei giochi commemorativi organizzati da un governo totalitario, il quale ha ridotto in schiavitù la maggioranza dei cittadini i quali sono obbligati a lavorare per nutrire l’élite più ricca e dominante di una società post apocalittica. Questi sono giochi sanguinari per i quali il governo sorteggia ogni anno giovani schiavi (fra i 12 e i 18 anni) e li costringe a combattere l'uno contro l'altro all’interno di una mega arena (che nello stesso tempo è anche un colossale e avveniristico set televisivo). Il singolo concorrente, se vuole sopravvivere, deve uccidere chiunque si trovi davanti a sé; vince il gioco l’unico concorrente che resta in vita dopo aver ammazzato tutti gli altri, guadagnandosi così la libertà (almeno così il governo fa loro credere), la gloria e una vita agiata.

Avete presente le votazioni di stato a cui periodicamente partecipate per l'elezione dei rappresentanti istituzionali? Ebbene, le elezioni sono una versione più raffinata e meno barbara di un gioco al massacro come lo è quello romanzato in Hunger Games. I cittadini aventi l’età ritenuta giusta dalla legge dello stato sono ammessi all’interno dell’arena elettorale, tutti contro tutti (o uniti in alleanza con alcuni contro gli altri) sotto i riflettori dei media nazionali.

Attraverso la scuola pubblica, lo stato ha indottrinato i cittadini a credere che la libertà si ottiene votando e soggiogando il prossimo che esce sconfitto dall’arena elettorale. E infatti, chi partecipa al gioco elettorale crede di difendere la propria libertà esercitando il proprio voto. In realtà, sia che vinca l’alleanza a cui il singolo cittadino ha aderito, sia che questa perda il gioco elettorale, comunque egli rimarrà un sottomesso dei potentati che effettivamente costituiscono lo stato: ovvero gli alti dirigenti pubblici, i magistrati, i comandanti delle forze armate e i banchieri.

Come in Hunger Games, per lo stato non importa chi sia il vincitore del gioco elettorale. L’importante è che i cittadini continuino a lavorare e a cedere il frutto della loro fatica nelle tasche di chi fa le leggi e amministra il denaro pubblico, ossia ai potentati di cui sopra.

Per lo stato è importante che la gente riconosca, nella celebrazione del gioco elettorale, la supremazia di stato, anche allorquando esso concede ai cittadini una parvente possibilità di riscatto.

Come in Hunger Games, per lo stato è importante che i cittadini provino, una volta ogni tanto, l’unica cosa più forte della paura, ossia la speranza; giusto un barlume di speranza di cambiamento della loro condizione di asserviti, non di più. Purché gli animi restino sempre assopiti sotto la magnificenza dei giochi elettorali.


Postato il 23/05/2015 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





astensione.jpg

Ieri si sono tenute le votazioni per l’elezione dei consigli regionali di Calabria ed Emilia Romagna. Gli astenuti dal voto sono più del 60% degli aventi diritto.

Il messaggio chiaro (ma non a tutti) è: “non vogliamo più democrazia, vogliamo più libertà”.

Chi non l’ha capito sono i politici e gli aspiranti tali in primis. Ma circa costoro, non si fanno molti sforzi per comprendere il motivo per cui essi non ci arrivino a capirlo. La restante parte di coloro che non afferrano il messaggio dei non votanti sono invece tutti quelli che votano e che sono per “votare sempre e comunque”.

L’élite che in Italia siede nei palazzi del potere governerebbe a prescindere che essi siano votati o meno dai cittadini. Non vi è bastato capirlo da come si sono formati gli ultimi tre governi italiani? Già non ve lo ricordate più?

Si può votare quanto si vuole, ma l’attuale élite, proprio perché siede già nelle stanze del potere, trova sempre il modo per non andare a casa. Certo, i risultati elettorali possono mischiare le carte. Ma quelle carte restano sempre le stesse, non le si cambia con le votazioni. Non basta prendere atto dell’esperienza del M5S, i cui sforzi vengono resi vani e ogni volta boicottati dalla irremovibile classe dirigente?

Il problema italiano è che la gente vota dando carta bianca a chi viene eletto.

In Italia non vi è un istituto che permetta ai cittadini di controllare i governanti dopo che questi siano stati eletti. In Italia abbiamo un accentramento tale dei poteri che produce deleteree distanze fra governanti e governati. In Italia ormai, votiamo con la rassegnazione che dopo il voto si esaurisca ogni possibilità del cittadino di determinare le sorti della sua convivenza nella società.

Non dovrebbe essere così. E’ necessario che tutti i cittadini abbiano la responsabilità del proprio futuro e non di delegare in bianco questa responsabilità ad altri da eleggere. Questo è il vero gioco forza del potere e non quello demagogico secondo cui “se non voti consenti che altri decidano su di te”: perché non c’è differenza sostanziale fra votare e non votare; anche votando consenti che altri decidano su di te.

Qualcuno interpreta l’astensionismo come l’anticamera per la rivoluzione. Io non lo interpreto così. Anche perché non credo nella rivoluzione (che è sempre potere che scaccia potere con la violenza - siamo sempre lì, insomma!).

Credo però nel cambiamento delle persone. Cambiare è pacifico fino a prova contraria. Si può disubbidire al potere, si può anche fuggire dal potere.

Disubbidienza ed esodo, queste sono l’anticamera del cambiamento. In effetti, l’azione del non votare ha molto a che fare con questi due concetti e poco con il concetto di rivoluzione. La rivoluzione, non sempre significa cambiamento.

Anche se, il non votare non basta da solo per un cambiamento; è più che altro una presa di coscienza.

Se il 60% dei cittadini che non ha votato avesse voluto più democrazia (o più dittatura, fate voi, per me sono la stessa cosa) oppure avesse voluto persone diverse al potere, sarebbe comunque andato a votare (anche annullando la scheda, credendo nell’istituto del voto così come è concepito in Italia). Non vi pare?

Invece non è stato così. La mia interpretazione circa il fatto che il 60% degli aventi diritto al voto di Calabria ed Emilia Romagna non sia andato a votare è che calabresi, emiliani e romagnoli non vogliono democrazia. Essi vogliono libertà.


Postato il 24/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





pescesalta.jpg

La scorsa settimana il 50,5% dei cittadini chiamati alle urne per il secondo turno delle elezioni dei sindaci dei comuni italiani non ha votato (nel comune di Bari non ha votato il 63,85% dei baresi - perché al mare o allo stadio dove la squadra di calcio cittadina si giocava l'accesso in serie A). Stanno aumentando gli italiani i quali hanno compreso che ogni schieramento di partito protagonista della sciagurata politica nostrana è un covo di farabutti o incapaci e, probabilmente, stanno anche comprendendo che, oggi, partecipare alle elezioni (a prescindere da chi si vota) significa soprattutto contribuire all'unico meccanismo giuridico che legalizza la delinquenza e l'idiozia a governare in Italia.

Durante queste elezioni 2014, lo devo ammettere, mi sono divertito tantissimo a provocare gli italiani in rete circa il fenomeno dell'astensionismo dal voto. I miei post in merito, pubblicati sul blog e sui social network, sono stati seguitissimi (vi ringrazio), a volte sono stati disprezzati a volte molto quotati e compresi: il bello della libertà di opinione!

Ma fra le tante frasi fatte e qualunquiste sprecate, le quali condannano chi non vota e per cui non mi interessa esprimermi oltre ciò che ho già avuto modo di disquisire, solo un lettore in particolare ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere. Egli ha scritto: "[…] sarebbe il caso di dare un senso al partito degli astensionisti, visto che è il primo partito in Italia […]".

Probabilmente, secondo questo commentatore, il senso da dare alla dilagante diserzione dalle urne sarebbe un senso politico. Io invece colgo questa occasione per provare a proporre, non un senso politico (la soluzione a questa Italia non è politica, è invece dapprima individuale e culturale), ma a considerare quelle che dovrebbero essere le condizioni ideali da pretendere affinché l'astensionismo dal voto possa aver un senso.

Allora immaginate una società in cui il singolo cittadino abbia la possibilità di scegliere se servirsi dei servizi pubblici oppure no e, di conseguenza a tale scelta, che il cittadino sia libero di contribuire oppure no allo stato che offre tali servizi. Chi non contribuisce al finanziamento dei servizi di stato non avrebbe né il diritto al voto né il diritto ad usufruire dei vantaggi dei servizi di stato (laddove ce ne fossero).

Lo so, qualcuno di voi lettori avrà già storto il naso. Ma vi assicuro che, per quanto estrema possa essere questa idea (e non lo è nemmeno così tanto rispetto a come io la pensi veramente), essa non è assolutamente campata in aria. Se avete la pazienza di seguirmi, vi illustro il perché.

Per proporre una condizione in cui il cittadino sia libero di scegliere se contribuire o meno ai servizi pubblici io faccio riferimento all'osservanza di un principio naturale che ritengo basilare per il rispetto della dignità dell'essere umano, a cui ogni stato, governo o costituzione, attualmente, non è mai soggetto, ma che invece dovrebbe rispettare e considerare sopra ogni cosa:

"niente e nessuno può violare l'altrui diritto di disporre del proprio corpo e dei propri beni"

Esso è un principio molto semplice che, in assenza del quale (o in presenza di inopportune deroghe), giustizia e pace fra gli individui sono in continua violazione.

Possiamo estrapolare da questo principio primario il seguente corollario:

"niente e nessuno può agire contrariamente alla volontà di un altro individuo circa la sua proprietà"

Ciò cosa significa? Nel nostro caso significa semplicemente che, se riconoscete come veri e sacrosanti i principi di cui sopra, dovrete riconoscere come vero e sacrosanto anche il fatto che ogni imposizione fiscale perpetuata dallo stato sui redditi di proprietà di una persona, se contraria alla volontà di quest'ultima, ha sempre violato il principio e il corollario su enunciati, dai quali invece si deduce che nessuno (nemmeno uno stato) può disporre dei redditi di proprietà altrui (ad esempio, attraverso l'imposizione delle imposte e contributi sui redditi di proprietà delle persone).

Ebbene, affinché tali enunciati non siano violati e la dignità dell'individuo sia rispettata, si dovrebbero lasciare liberi i cittadini di non aderire allo stato per cui essi sono in disaccordo e non dovrebbe essere riconosciuto allo stato il potere di obbligare il cittadino all'adempimento fiscale senza prescindere dalla volontà di quest'ultimo. Quindi, costoro, in quanto contrari allo stato e ai servizi da esso erogati, non dovrebbero essere minacciati di pagare le tasse per finanziare i servizi pubblici non graditi, altrimenti i principi di cui sopra verrebbero scalfiti.

Quali sarebbero le conseguenze di una simile condizione?

Innanzitutto, in un simile contesto, i cittadini si potrebbero ritenere veramente liberi di poter destinare tutti i propri averi (e non solo una parte di essi) ad attività ritenute solo da essi più efficienti e necessarie, senza che qualcuno abbia il diritto di estorcergliene una parte contro la propria volontà, o che gli detti come destinarli.

In secondo luogo, i cittadini i quali decidono liberamente di non contribuire alle spese per i servizi pubblici ad essi non graditi, dovrebbero vedersi esclusi, non tanto dalla possibilità di usufruire dei servizi pubblici in sé, quanto dalla possibilità di usufruirne ai probabili più convenienti prezzi pubblici, i quali invece sarebbero riservati soltanto a chi è regolare contribuente dello stato. Chi non contribuisce alle spese pubbliche avrebbe comunque la possibilità di usufruire dei servizi pubblici ma, per essi, solo ai prezzi di mercato.

Contestualmente, sarebbe doveroso pretendere che i mercati relativi ai servizi offerti dalla pubblica amministrazione siano liberalizzati, nel senso che si dia la possibilità di erogare gli stessi servizi offerti dallo stato anche ad enti privati, senza che vi sia alcuna concessione di privilegi ad una categoria piuttosto che ad un'altra, senza che vi sia possibilità alcuna di costituire in questi mercati monopoli legali (quelli stabiliti per legge dallo stato).

Sarebbe di fondamentale importanza assicurarsi che lo stato eroghi i suoi servizi pubblici in perfetta concorrenza con quelli erogati dai privati, affinché i servizi siano messi in continua discussione e vengano continuamente migliorati. In libera concorrenza, i prezzi di mercato sarebbero liberi di allinearsi con le reali disponibilità economiche di coloro che si rivolgono agli operatori privati anziché a quelli pubblici. A tale scopo, lo svolgimento delle attività degli operatori privati di questi servizi non dovrebbe essere mai condizionata dal rilascio di abilitazioni da parte dello stato (se si lasciasse questo potere allo stato, ci sarebbe un conflitto di interessi da parte di quest'ultimo, per cui esso avrebbe la possibilità legale a suo favore - esclusiva rispetto al resto della concorrenza - di mettere il bastone fra le ruote al settore privato concorrente e impedire che quest'ultimo si sviluppi liberamente).

Tutto ciò per dare la possibilità di usufruire dei servizi necessari alla propria vita, non solo a coloro che decidono liberamente di contribuire allo stato e ai suoi servizi, ma anche a coloro che, altrettanto liberamente, decidono di non contribuirvi e di rivolgersi privatamente.

Un'ultima conseguenza degna di considerazione è che, in un regime in cui uno stato non posa pretendere imposte e contributi dai cittadini a prescindere dalla loro volontà, questo stato sarebbe costretto a rendere sempre appetibili, concorrenziali ed efficienti i propri servizi, affinché gli si riconosca un gettito fiscale dai cittadini. Inoltre, la sua funzione istituzionale nella società si ridurrebbe, rispetto a quella che noi oggi conosciamo, a quella di garantire il minor interventismo statale nelle vite dei cittadini, per dedicarsi alla più utile attività di scoperta delle consuetudini rispettate spontaneamente dalla società, così da renderle parte delle norme di diritto e di difenderle, il tutto al fine di rispettare la libertà degli individui e il principio naturale cardine su enunciato.

Ma veniamo alla mia risposta circa la questione che ha aperto il presente post: che senso dare al non voto?

In condizioni come quelle poc'anzi descritte, a coloro che non contribuiscono al finanziamento dei pubblici servizi, regolarmente e alle condizioni dello stato, non dovrebbe essere consentito il diritto al voto, in quanto essi andrebbero considerati rinunciatari (per propria volontà) al sostegno della pubblica attività. È una condizione, questa, rispettosa soprattutto nei confronti di coloro che vogliono e sostengono lo stato, ed è logica e accettabile per chi, in disaccordo con uno stato per cui non ha interesse a finanziarne i servizi, dovrebbe essere tanto meno interessato a poterlo votare.

Quindi, libertà di mercato e la non obbligatorietà a contribuire alle spese pubbliche, come sopra intesi, sarebbero le condizioni ideali che darebbero un senso alla libertà di un cittadino a non partecipare alla votazione di uno stato con cui è in disaccordo. In altre parole, la libertà di mercato e la libertà di esprimere il proprio dissenso sono due condizioni che insieme, se poste correttamente in essere, danno un senso alla possibilità concessa ad un cittadino di negare l'esercizio del voto per uno stato non gradito.

Il post terminerebbe qui se non fosse per il fatto che, date le mie particolari doti di preveggenza, sono sicuro che più di qualcuno obietterà a quanto finora da me scritto, con argomentazioni idiote alle quali rispondo di seguito, ancor prima che mi vengano poste. Al netto di ciò che segue, resto a disposizione, in sede di commenti a questo post, circa una discussione riguardante il come mettere in pratica tutto ciò di cui vi ho parlato.

Prima obiezione: "se a ognuno si concedesse la libertà di non pagare le tasse è ovvio che non le pagherebbe più nessuno"

Se nessuno pagasse più le tasse, approfittando della libertà concessa a non pagarle, significherebbe che tutti considerano lo stato inutile e incapace di offrire efficientemente i servizi utili alla vita in una società rispetto al più efficiente settore privato e, per questo, non meritevole di continuare ad essere finanziato con i soldi sudati dai singoli cittadini, i quali, sottraendosi dal pagamento di imposte e contributi, si rifiutano di contribuire all'inefficienza pubblica. Grazie a questa possibilità, quello stato sarebbe giudicato inutile (o dannoso) e, laddove ci fosse una necessità spasmodica ad avere per forza uno stato, in questo modo si manderebbe a casa lo stato inefficiente e si stimolerebbe la formazione di un altro stato maggiormente a favore delle necessità dei cittadini, più velocemente di quanto non lo si possa fare attraverso cento, cinquecento, mille, diecimila consultazioni elettorali.

Seconda obiezione: "chi non desidera sottostare alle decisioni di uno stato con cui è in disaccordo, dovrebbe andarsene in un altro stato ad egli più favorevole, e non pretendere di rimanerci senza contribuire alle spese della collettività"

In una società libera, quella della fuga dallo stato non più gradito deve essere un'opzione concessa e mai ostacolata come oggi purtroppo avviene, perché osservante di un altro corollario (non oggetto di questo post): il diritto all'autodeterminazione degli individui. Se si avesse l'arguzia di organizzare un paese secondo il più civile modello istituzionale adottato dalla vicina Svizzera del quale, per ciò che interessa questo post, vi evidenzio la particolarità di esso nell'aver disegnato le proprie regioni (detti cantoni) ognuna con una propria sovranità fiscale, in concorrenza con quella delle altre, questo principio sarebbe efficacemente rispettato, perché una pluralità di sistemi fiscali presenti nello stesso territorio darebbe l'opportunità di scegliere con più facilità e meno onerosità il luogo più adiacente alle proprie esigenze e disponibilità.

In uno stato accentratore come l'Italia invece, lasciare il proprio paese, non significa trasferirsi da una regione all'altra, ma emigrare in paesi con culture completamente distanti a quelle di origine. Ma questa non è una soluzione per tutti praticabile, per svariate ragioni, non necessariamente economiche, ma soprattutto affettive, formative, lavorative, psicologiche, ecc.. Se una società vuole ritenersi libera, civile e rispettosa della dignità dell'individuo, allora deve anche concedere la possibilità di autodeterminazione a colui che ritiene di essere in grado di potersi servire da soggetti diversi da quelli pubblici (o da differenti soggetti pubblici). Dare a costui, come unica prospettiva, quella di abbandonare il luogo in cui risiedono le sue attività, i suoi affetti e i suoi patrimoni, è stupidamente sfavorevole per l'intero paese, perché ci si priva di una risorsa la quale, anche se ha deciso di non contribuire alle spese per il finanziamento dei servizi pubblici che non desidera usufruire, egli serve comunque la società svolgendo il suo mestiere, contribuisce comunque a far girare l'economia, può arricchire il territorio col suo talento e la sua sensibilità.

Terza obiezione: "secondo il tuo ragionamento, a chi non contribuisce alla spesa pubblica non dovrebbe essere consentito nemmeno il passaggio sulle strade pubbliche per cui egli non contribuisce alla loro manutenzione. Inoltre, come si escluderebbe costui da servizi pubblici come l'illuminazione pubblica visto che, non pagando le tasse utili per sostenere i costi collettivi dell'energia elettrica, egli non ne avrebbe diritto?"

Come già detto, colui che rinuncia ai servizi pubblici e che, secondo le condizioni ipotizzate nel post, può non contribuire alle spese pubbliche, costituisce comunque una risorsa per la società. Ad uno stato non converrebbe impedire a costui la circolazione sulle strade pubbliche, o il godimento dell'illuminazione pubblica perché, così facendo, lo stato ostacolerebbe l'esperienza di vita di costui all'interno della società e rinuncerebbe all'occasione di far incrementare i redditi di coloro i quali hanno deciso di contribuire alle spese pubbliche. Infatti, non consentire a chi ha deciso di non contribuire alle spese pubbliche di percorrere le strade pubbliche (e di godere dei servizi annessi) ostacolerebbe l'interazione di egli con la società, a favore di quest'ultima. Di conseguenza, la società non approfitterebbe, per esempio, delle occasioni di spesa che costui farebbe nei negozi e nelle svariate realtà economiche della società, cosa che contribuisce alla formazione del reddito dei suoi componenti i quali, contrariamente a costui, hanno invece deciso di contribuire alle spese pubbliche, e su cui lo stato potrebbe calcolare maggiori imposte e contributi, che costituirebbero, a loro volta, maggiore gettito fiscale.

Per intenderci, è come se per le vie comuni di un grande centro commerciale, il gestore non consentisse alla gente di percorrere le sue vie illuminate e attrezzate perché essa non contribuisce direttamente alle spese di manutenzione (riservandole solo ai negozianti che pagano il fitto per esercitare la loro attività commerciale nei lotti del centro commerciale): così facendo, il gestore non consentirebbe ai negozianti di ricevere comodamente la clientela, grazie alla quale essi possono produrre un reddito e con esso riuscire a pagare il fitto. Se così fosse, il gestore non farebbe il proprio interesse.

Attenzione: se coloro i quali abbiano deciso di non contribuire alle spese pubbliche, possedessero una proprietà nel territorio in cui abbia giurisdizione lo stato con cui essi sono in disaccordo, questi non sarebbero dei semplici locatari (come invece lo sarebbero i negozianti del centro commerciale di prima), essi sarebbero dei proprietari a tutti gli effetti. E come tali, il rapporto fra essi e lo stato non sarebbe da considerare come quello fra locatari e affittuario, fra contribuenti ed esattore, fra servi e padrone, bensì come quello fra proprietari di cose distinte. In considerazione di ciò, il regolamento dei rapporti fra essi e lo stato dovrebbe essere demandato alla libera contrattazione fra le parti: lo stato come proprietario delle strade pubbliche, coloro che non contribuiscono alle spese pubbliche come proprietari della loro abitazione o dei locali in cui esercitano un'attività.

Buona riflessione.


Postato il 17/06/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





ecig.jpg

Negli ultimi anni, su tutto il territorio nazionale, si è sviluppato un mercato innovativo costituito dalla vendita delle sigarette elettroniche. Esse consentono al tabagista una maniera alternativa di assumere nicotina: aspirando vapore, anziché il fumo delle sigarette tradizionali, le quali sono pluri conclamate cancerogene e vendute dallo stato in regime di monopolio legale.

Sapete cosa accadrebbe se qualcuno avesse l'iniziativa di mettere su un proprio business in un territorio il cui mercato è già sotto il controllo di una banda di criminali? Accadrebbe che i criminali beccherebbero coloro che hanno avuto l'ardire di mettersi in concorrenza con essi e li minaccerebbero di procurare loro un torto allorquando non si ponga fine all'attività svolta in proprio e ritenuta indesiderata. Se al malcapitato gli andasse bene, gli verrebbe concessa la possibilità di continuare a lavorare, ma per i criminali, se gli andasse male, chiuderebbe baracca e burattini, senza non molte spiacevoli conseguenze.

Sapete cosa accade quando qualcuno decide di svolgere un'attività concorrenziale a quella già svolta dallo stato? Accade la stessa cosa che accadrebbe nel caso in cui si avesse a che fare con dei criminali.

Rispetto alle tradizionali sigarette, quelle elettroniche risultano essere più economiche, non regolamentate da norme assurde e il principio secondo il quale si basa il suo consumo (aspirazione di semplice vapore) appare essere meno dannoso per la salute dell'utilizzatore e di chi gli è attorno. Inoltre, è offerta la possibilità di assumere soltanto vapori aromatizzati con prodotti naturali, non necessariamente arricchiti di nicotina.

E' sempre un'alba d'oro quella che segue una nuova scoperta, fatta di opportunità e di concrete promesse per la prosperità.

Così è stato per l'alba giunta dopo l'arrivo in Italia della sigaretta elettronica. Infatti, un nuovo mercato attendeva di essere esplorato e servito e le persone disoccupate (soprattutto giovani) hanno avuto l'opportunità di inventarsi un nuovo lavoro per importare, far conoscere e distribuire l'innovativo prodotto della sigaretta elettronica e venderlo. Inoltre, l'annosa questione circa i danni causati dal fumo da tabacco sulla salute delle persone poteva essere contrastata in modo concreto, rapido e senza ostacoli, attraverso l'offerta delle più innocue sigarette elettroniche. Infine, grazie alla sigaretta elettronica, la dipendenza da nicotina, oltre a poter nuocere meno alla propria salute, non svuotava le tasche degli italiani così come lo fanno le sigarette tradizionali.

Ricapitolando, quello delle sigarette elettroniche è un fenomeno che ha dato risposte concrete (e non chiacchiere da politici) affinché:

- si aprisse un nuovo mercato in grado di procurare nuove opportunità di guadagno alle iniziative imprenditoriali degli italiani;

- si contrastasse la dilagante disoccupazione italiana (soprattutto quella giovanile);

- si rendesse meno nociva e meno costosa la dipendenza da nicotina dei cittadini fumatori rispetto all'insindacabile e scientificamente riconosciuta dannosità della sigaretta tradizionale.

Insomma, grazie a questa innovazione, molti cittadini italiani, in assoluta autonomia, in maniera del tutto spontanea e senza macchinose interferenze burocratiche, hanno iniziato a determinare le opportunità sopra elencate, le quali avrebbero potuto fornire un valido contributo alla tanto auspicata crescita economica del paese.

Di fronte a questo straordinario e positivo scenario, cosa pensate che abbia fatto lo stato italiano, che tanto dice di volere bene ai suoi cittadini? Pensate che esso abbia assecondato le libere scelte imprenditoriali, lasciandole libere di esprimersi, così da consentire maggiore occupazione e migliore soddisfazione dei bisogni? Assolutamente no. Lo stato, attraverso i suoi rappresentanti, promette la crescita economica ed una maggiore occupazione, ma difronte ad una reale occasione di risalita economica, come quella costituita dal mercato nascente delle sigarette elettroniche, ne ostacola il libero sviluppo.

Infatti:

- da gennaio 2014, come da DL n. 76 del 28 giugno 2013 art. 11 c. 22 potrebbe scattare l’accisa del 58,5% sul prezzo di vendita delle sigarette elettroniche (e loro accessori). Non scordiamoci che al prezzo del prodotto si applica anche l'IVA (recentemente passata dal 21% al 22%). Quindi è stato decretato che sul prezzo della sigaretta elettronica si applichi una prima tassa (l'accisa), per poi applicare l'altra tassa finale (l'IVA). Tasse su tasse; un tipico esempio questo di come lo stato distorce la struttura dei prezzi di mercato, aumentandoli senza aver conferito alcun valore aggiunto al prodotto;

- da gennaio 2014, la commercializzazione dovrebbe essere assoggettata alla preventiva autorizzazione dell'agenzia delle dogane e dei monopoli di stato per i soggetti aventi gli stessi requisiti previsti per ottenere la licenza di vendita dei tabacchi (DL n. 76 del 28 giugno 2013 art. 11 c. 22);

- l'utilizzo della sigaretta elettronica è vietato nei pubblici locali e ai minori di 18 anni come da ordinanza del ministero della salute del 26 giugno 2013;

- la pubblicità la quale abbia ad oggetto le sigarette elettroniche è vietata, come disposto dal DL n. 76 del 28 giugno 2013 art. 11 c. 23.

Tutto questo perché? Perché lo stato ci vuole talmente tanto bene che si è preso la briga di condurre delle ricerche lampo su queste sigarette elettroniche e avrebbe dimostrato che esse sarebbero dannose per la salute di chi le utilizza, paragonando i loro effetti a quelli delle sigarette tradizionali.

Che carini quelli del governo! Non vogliono che ci facciamo del male! Per loro, noi siamo incoscienti, non sappiamo ciò che è bene e ciò che è male per noi; loro invece sì e, secondo la loro ineguagliabile  saggezza, il mercato delle sigarette elettroniche sarebbe da regolamentare perché potenzialmente dannoso.

Ma se fosse vero che le sigarette elettroniche nuocciono alla salute, perché lo stato non le vieta del tutto, come già accade per altri prodotti, la cui vendita è attualmente vietata? Oppure, perché non ostacola con altrettanta ferocia ogni dispositivo soltanto ipotizzato dannoso, come si dice che lo sarebbero i cellulari, le automobili, i cibi grassi, ecc.? In verità, avrei da ridire anche in questi ultimi casi, ma almeno sarebbe la mossa più logica, laddove fosse sincera la preoccupazione che lo stato avrebbe per la nostra salute! Non trovate?

Sulla pericolosità delle sigarette elettroniche il dibattito è ancora aperto. Quiqui e qui trovate ricerche pareri autorevoli e notizie riguardanti ricerche scientifiche che invece non attribuiscono alle sigarette elettroniche effetti collaterali pericolosi, tanto quanto lo siano altresì quelli delle sigarette tradizionali (circa le quali, rispetto alle sigarette elettroniche, non trovereste un solo studio scientifico che non riconosca la loro cancerogenicità). Inoltre, assodato che aspirare fumo, derivante dalla combustione di qualsiasi cosa, è di per sé dannoso mentre aspirare vapore non lo sia, l'obiezione secondo la quale ci sarebbe il rischio che sia il liquido utilizzato nelle sigarette elettroniche ad essere nocivo è idiota, in quanto non esiste una sola marca di liquidi, non tutti risultano essere nocivi e il rischio di trovarne uno dannoso sarebbe lo stesso che si correrebbe nell'acquisto di un pacco di farina la quale potrebbe essere inconsapevolmente contaminata; ma non per questo si applicano accise sulla farina, si limita il suo consumo o si vieta la sua pubblicità!

E' evidente che, in merito, lo stato sarebbe preoccupato per tutto tranne che per la nostra salute.

È la sua cassa che piange a preoccupare lo stato. Se esso vietasse la vendita delle sigarette elettroniche, non coglierebbe l'occasione di lucrare su un nuovo mercato in ascesa, tutto da tassare. Infatti, i negozi che vendono al dettaglio queste tecnologiche sigarette hanno ottenuto un così grande successo di richieste da parte dei consumatori, tanto da aver destabilizzato il fatturato del monopolio di stato derivante dalla vendita dei tabacchi, minando le entrate dello stato ottenute a scapito della salute dei suoi cittadini.

Quello delle sigarette elettroniche è un mercato che ha generato nel 2012 un fatturato di circa 350 milioni di euro, con più di 3.000 punti vendita su tutto il territorio nazionale e con l'impiego di circa 4.000 mila persone, senza considerare l'indotto del fenomeno commerciale (dati dell'associazione di categoria Anafe).

Pensate all'assurdità della cosa: allo stato non va giù che, a guadagnare del successo di una iniziativa privata, siano solo i soggetti privati che l'hanno messa in pratica. Col nascente mercato delle sigarette elettroniche, le persone si sono spontaneamente rimboccate le maniche per combattere la crisi e si sono inventati un lavoro, rischiando di tasca propria, senza alcun incentivo di stato o pianificazione di governo, senza nessun richiamo alla spesa pubblica. Stando così le cose, perché mai il guadagno (materiale e immateriale) derivante da ciò non debba essere goduto esclusivamente dai produttori, distributori, venditori e consumatori privati di questo nuovo prodotto?

Purtroppo, per quanto questo fenomeno vada a beneficio dei cittadini, ciò non importa allo stato. Per esso, i cittadini hanno fatto i cattivi, si sono intromessi nel business del tabacco (interamente controllato dallo stato) ed essi devono essere disciplinati. Così ragiona lo stato che votate, cari italiani! Se la vostra iniziativa privata si intromette in qualche modo con un business di stato, non siete liberi di intraprenderla, anche se essa dovesse recare maggiori vantaggi alla collettività. E questo del fenomeno delle sigarette elettroniche è l'esempio più recente e lampante di come lo stato si comporti come un criminale: se gli pesti i piedi, accade che esso ti rovina oppure, come in questo caso, ti estorce il pizzo, in cambio della possibilità di poter continuare a svolgere la tua innocua e vincente iniziativa imprenditoriale, con la scusa di un presunto danno sociale che essa recherebbe e per nulla dimostrato.


Postato il 17/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





agonia.jpg
* libero riadattamento di "The Agony of a Martyr". La caricatura originale è relativa alla crisi spagnola del 1892

Nei giorni seguenti alle votazioni del parlamento italiano, guardando la televisione, leggendo i giornali o cliccando su internet, è molto facile imbattersi in innumerevoli analisi del voto. Alcune di esse le ho trovate molto interessanti, tutte però, che ripiegano su considerazioni riguardanti lo sterile dilemma  su che cosa significhi per l'Italia questo risultato elettorale, il quale determina l'ingovernabilità di fatto del paese.

In verità, bisognerebbe interrogarsi su cosa significhino queste singolari elezioni italiane per l'Unione Europea e i soggetti che investono nel bel paese. Di seguito, vi spiego il mio perché.

Innanzitutto, desidero evidenziare ai lettori il fatto che, sommando la percentuale degli elettori astenuti, quella delle schede bianche e quella degli elettori che non hanno più votato i tradizionali partiti occupanti la scena politica italiana degli ultimi 10 anni (comprese le liste loro amiche, con all'interno le solite facce), più del 45% degli italiani aventi diritto al voto ha dimostrato di non credere più alle fandonie di tutti coloro i quali si presentano come esperti della politica, profondi conoscitori del popolo italiano e abili conducenti alla guida della macchina amministrativa pubblica. Il PDL (compresa le sue costole Fratelli D'Italia e FLI) ha perso più del 40% dei consensi rispetto al 2008, la Lega Nord ne ha persi circa il 54%. Il PD ha perso più del 28% dei consensi rispetto al 2008. IDV e La Sinistra L’Arcobaleno (quest’anno Rivoluzione Civile e SEL) hanno perso assieme quasi il 32% dei voti. L’UDC ha perso addirittura più del 70% dei suoi voti. Tutti questi signori potranno anche ritenersi soddisfatti o meno e mai sconfitti dal recente risultato elettorale, ma resta il fatto che il trapasso di questi partiti ancora in attività, potrebbe essere finalmente iniziato. Si attende solo un loro grande passo falso in parlamento, tale che anche uno gnu sarà in grado di comprendere l'assoluta inaffidabilità di questi comitati d'affari (perché chiamarli partiti politici, sarebbe un’offesa all’idea di politica).

Tornando alla vera domanda che secondo me dovrebbe condurci ad una più larga riflessione del voto degli italiani, ossia cosa esso possa significare per l'avanzamento del progetto europeo e per le intenzioni dei soggetti che investono nell'Italia, questa non deve essere ritenuta inappropriata. Infatti, dovrebbe essere dato per acquisito il fatto che, da più di un ventennio a questa parte, la guida politica del nostro paese è fortemente condizionata dalle direttive politiche di Bruxelles e dalle manovre economiche di Francoforte. Senza dimenticare l’influenza esercitata dalle intenzioni di investimento nell’Italia, da parte delle istituzioni internazionali (pubbliche o private che siano). Molti degli italiani non tengono a mente tutto ciò quando votano o quando essi si riferiscono ai loro rappresentanti istituzionali. Credere di votare persone al parlamento italiano, affinché queste trovino, indipendentemente da qualcuno, le soluzioni per la ripresa economica, oggi più che mai, significa pretendere dall'eletto che egli faccia, per gli elettori, i conti senza l'oste.

Senza citare necessariamente le fonti normative, le quali cedono di fatto parte della sovranità nazionale a favore degli organi europei, a sostegno di quanto su asserito, è molto più immediata la sua dimostrazione se si fa semplicemente riferimento all'imposizione del governo tecnico subito dagli italiani nel vicino 2011, nominato dal presidente della repubblica (che ricordo non essere eletto da nessun cittadino), su pressione della commissione europea (il cui contributo alla sua nomina, da parte degli italiani, è sostanzialmente nullo), della massima carica della BCE (anch'essa per niente votata dai cittadini) e dall'espressione, sui mercati finanziari, dei creditori del nostro paese.

E' stato evidente che, nel momento più delicato e cruciale della crisi finanziaria e di quella economica, l'opinione degli italiani sul da farsi non è valsa proprio a niente. Anzi, date le mutate condizioni del governo di allora, l'opinione dei cittadini non è stata proprio richiesta. La gestione di una simile emergenza, per fortuna o purtroppo, non è rimasta affidata ai rappresentanti allora in carica, espressi dalla cosiddetta volontà popolare, ma è stata affidata a rappresentanti espressi dalla volontà di chissà quale altro e più ristretto gruppo di interesse, comunque ben più accetti dall'Unione Europea e dai creditori dell'Italia, di quanto non lo fossero quelli eletti dal popolo. Fu così che, assieme alla contestuale politica attuata della BCE, si giunse ad un temporaneo allentamento delle tensioni internazionali circa l'evidente insolvibilità dello stato italiano.

Le elezioni conclusesi lo scorso lunedì 25 febbraio dovrebbero aver sancito, finalmente, le premesse parlamentari per la costituzione di un più popolare governo italiano. Queste però non determineranno la formazione di un governo stabile e sperato da tutti coloro che si sono recati alle urne, dato che il centrosinistra (ben auspicato dai vertici UE, visto e considerato le intenzioni antiliberiste del suo programma e, soprattutto,  l'occhio più volte strizzato alla lista del premier "tecnico" uscente, beniamino dei vertici UE) non controlla in modo assoluto il senato, dove sarebbe in balia dei venti che tirerebbero dalle vie della coalizione di centrodestra e del sorprendente Movimento 5 Stelle (unica e sola spina nel fianco dei maggiori e tradizionali partiti nostrani).

Aldilà di come andranno le consultazioni previste per la formazione di un governo, il quale potrebbe scaturire da curiosi accordi fra le forze in parlamento affinché si ottenga una maggioranza dalle "larghe intese" (immaginate cosa potrebbe significare una simile espressione, data la dubbiosa integrità etica della maggioranza dei partiti in parlamento!), il compito a cui si dovrà adempiere (sia che questo governo fosse politico o nuovamente tecnico) sarà quello di gestire il fallimento finanziario ed economico di uno stato, dalle spese pubbliche insostenibili con le sole tasse prelevate dai cittadini.

Fino ad ora, chi ha veramente scongiurato il default italiano è stato il governatore della BCE. Nessun’altro. Egli però non potrà più posticipare l'inevitabile schianto della nostra economia come ha già fatto in passato. Perché statutariamente non gli è concesso fare di più. Per fortuna, io direi, visto che agli stimoli della politica monetaria della BCE, il tessuto economico italiano non risponde più in modo tanto euforico quanto accadeva in passato, talmente l’economia italiana si sarebbe atrofizzata! E le carte rimaste da utilizzare sono quelle costituite dall'operazione OMT e dal progetto "fondo salva stati" (di cui ho già scritto qui e qui), i quali entrambi sarebbero una trappola per l'Italia, laddove fosse costretta ad usufruire delle opportunità creditizie che queste manovre offrirebbero. Ciò perché l'aiuto da parte del "fondo salva stati" sarebbe condizionato da un possibile commissariamento del nostro governo, da parte degli organi che gestiranno il fondo.

Questi due piani in cantiere sarebbero l'ultima strategia praticabile per quella elite di banchieri e politici i quali credono ancora al progetto europeo e bramano per un'unione politica e fiscale europea.

Quindi, cosa dovrebbero aspettarsi gli italiani? Purtroppo essi dovranno aspettarsi un governo il quale continui sulla scia tracciata da quello tecnico (quel governo che, guardando in fondo al tunnel, vedeva la luce del treno che si dirige minaccioso contro il paese confondendola con la via di uscita) e che conduca il paese al claustrofobico progetto europeo, di integrazione politica e fiscale, il quale porterà alla fine della sovranità nazionale. Oppure che gli italiani si aspettino uno stallo governativo (o un governo provvisorio) fino a quando il centrodestra e il centrosinistra non avranno ottenuto un peggioramento dei dati economici dell'Italia, tale da attribuirne la colpa all'opposizione del Movimento 5 Stelle e cercare di fermare l'ascesa dei suoi consensi, giustificando così agli italiani ingenui la necessità del governo dalle "larghe intese" o di un ritorno al voto con una nuova legge elettorale, ma cucita su misura dei partiti già agonizzanti.

D'altronde i cittadini italiani ci sono già cascati una volta, bevendosi la storiella secondo la quale sarebbe stato necessario, per il loro bene, l'introduzione di un governo tecnico, il quale ben poco ha fatto per il loro bene.

Un po’ mi rincuora il fatto che più del 45% circa degli elettori italiani non abbia più sostenuto i politici i quali sono stati la causa della sciagura italiana. Il comportamento del 45% degli elettori italiani io lo interpreto come un "basta" alle precarie condizioni causate dal rapporto fra Europa e politici nostrani. Lo interpreto come un “no” alla prosecuzione del fallimentare progetto di unificazione politica e fiscale europea.

Dal 25 febbraio, i potenti politici d'Italia si stanno affannando per mantenere il loro status quo, minacciato da un lento e sempre più ardito sentimento di ribellione dei cittadini, parte dei quali hanno dovuto rendere determinante in parlamento un inedito movimento politico, che si trova al cavallo dello stato di indignazione popolare (e spero, niente di più!).

Per questo i partiti ancora al potere e sopravvissuti a queste elezioni saranno costretti ad assecondare le mire accentratrici di chi tiene al guinzaglio la nazione italiana: l'Unione Europa, appunto.

Infine, bisogna prendere atto che ci sia ancora un 75% di elettori italiani i quali sostengono, col proprio voto, programmi politici che attribuiscono esclusivamente allo stato il compito di risolvere la vita degli italiani. Ciò  è per me un motivo di preoccupazione per la salvaguardia della libertà degli individui. Sia il centrodestra, sia il centrosinistra, sia i centristi, sia anche il Movimento 5 Stelle, hanno esposto intenzioni programmatiche le quali non riducono l'azione dello stato nella vita privata degli individui e nelle loro interazioni economiche. Anzi, esse la incrementano. Gli italiani nutrono la speranza di una vita migliore, non credendo nelle proprie capacità e abilità, così da assumersi la responsabilità del proprio futuro, ma chiedono che il loro sperato successo nella vita dipenda dallo stato. Essi vogliono che sia lo stato a provvedere al bene comune e che questo non sia affidato alla responsabilità di ogni singolo individuo; anche a costo di minore libertà.

Ci si illude ancora del fatto che, la soluzione a questa crisi, sia politica. Non è così! La soluzione politica è continuamente applicata, ma fallisce miseramente, ormai da anni. E questo, il 75% degli italiani non lo ha ancora capito e spera in una soluzione politica, migliore rispetto a quella precedente, ma puntualmente disattesa, mentre tutto continua ad andare a rotoli.

Ciò è indice del fatto che gli italiani non hanno ancora ben capito perché siamo giunti al triste epilogo di questa stato italiano così indebitato, che ha condotto politiche di assistenza ai cittadini costate oltre le proprie possibilità di spesa, compromettendo la capacità private di auto sostenersi. Per questo si è resa complice di un sistema monetario che impoverisce i più anziché aiutare a vivere meglio con gli altri, ha sostenuto un sistema previdenziale che non garantisce più la pensione delle nuove generazioni.

Ecco perché, se da un certo punto di vista, queste elezioni mi hanno un po’ rincuorato, dall'altra esse mi hanno ulteriormente preoccupato.


Postato il 04/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





scheda.jpg

Stiamo assistendo ad una campagna elettorale sempre più battente. La solita destra (cialtrona), la solita sinistra (cialtrona anch'essa) e poi gli altri. Gli altri sono quelli del tecnico (del professore messo in politica dopo essere stato nominato senatore ottenendo così un cospicuo vitalizio), il quale dice di aver salvato l'Italia. Aumentando le tasse. Come se il più idiota del paese non fosse capace di posticipare i problemi facendo altrettanto! E infine, ci sono i vari movimenti civili che vogliono essere ascoltati dalla gente, attraversando mille difficoltà per essere ammessi alle elezioni (alla faccia della democrazia!).

Capita sempre più spesso, accendendo la televisione (anche se per sbaglio), di ritrovarsi davanti ad uno dei soliti faccioni, che da anni ti promettono ciò che negli stessi anni non hanno mai provato a realizzare, pur potendo. Sono soggetti, questi, dalle ignare consapevolezze circa le conseguenze sociali di ciò che dicono, o intendono realizzare, ma che, per il loro personale tornaconto, la sanno molto più lunga (vedi ad esempio, la vergognosa faccenda fra il PD e il Monte dei Paschi di Siena, balzata agli onori della cronaca solo ora, mentre in 10 anni non è uscita fuori nessuna parola di denuncia affinché gli investitori aprissero gli occhi ben prima su cosa veramente accadesse in quell’istituto. Si sa, la campagna elettorale è il momento ideale per far uscire certe magagne! E chissà se, nei prossimi giorni, non uscirà qualcos’altro di simile anche per i falsi sostenitori della libertà del centrodestra italiano! Come se veramente, quella del Monte Paschi di Siena, sia un caso isolato!

Nonostante oggi ci sia una facilità d'accesso a infinite fonti per informarsi (e per formarsi) in autonomia, tanto da potersi accorgere del politico ignorante e bugiardo, continua ed esserci gente che, tristemente, incita questi a realizzare quel fallimentare modo di vivere alle spese dello stato (cioè alle spese degli altri). Chiedono più finanziamenti, più stato (come se non ne avessimo abbastanza!), mentre i più lobotizzati chiedono ancora più europa.

La maggior parte degli italiani pensa che ci sia un solo modo di vivere in pace: in una finta democrazia, con uno stato centrale che dovrebbe assistere i cittadini in difficoltà. E' istericamente esilarante il fatto che, questa stessa gente, continui a sostenere tale modo di vivere pensando che ciò sia gratis, senza conseguenze per la stabilità sociale futura, per poi meravigliarsi, con tanto di occhi a palla, quando gli si dice che il debito pubblico della sua nazione è di 2 mila miliardi di euro e che, tirando la cinghia, bisogna che tutti contribuiscano a ripagarlo. Oppure quando gli si dice anche che il Monte dei Paschi di Siena è in dissesto finanziario e che lo stato deve intervenire, con i soldi recuperati dalle tasche dei contribuenti esanimi, per aiutare l'istituto a non fallire e per evitare di mandare a casa i padri di famiglia che ci lavorano.

I responsabili di simili scandali attribuiscono la colpa del disastro di stato agli evasori fiscali. Come se gli eccessi dello stato terminassero allorquando più nessuno evadesse! Siamo uno dei paesi con la più alta e punitiva pressione fiscale al mondo, con un gettito fiscale in continuo aumento e non riusciamo a mantenere i servizi pubblici senza indebitarci. Non vi sembra che la cosa non quadri? Si attribuisce la colpa del disastro finanziario del nostro paese agli speculatori. Come se la speculazione fosse un crimine. Anche noi, al supermercato, approfittiamo delle offerte del giorno, acquistando di più oggi e di meno domani, quando l'offerta non ci sarà più. E' speculazione anche questa ma, pensereste mai di aver fatto male a qualcuno? (è un rischio, questo sì, ma se la fai con i soldi tuoi e non con quelli degli altri - vedi il caso Monte dei Paschi di Siena - che male c'è? I rischi fanno parte della vita!).

Questi uomini di potere, incolpando gli evasori, gli speculatori, o finanche le multinazionali straniere (molte delle quali invece offrono beni e servizi che, a parità di qualità, sono più efficienti e convenienti rispetto a quelli offerti dalle aziende locali), si esonerano dalle responsabilità per cui sono stati votati (o vogliono essere votati) e non sono capaci di fare; o che in realtà non vogliono fare. E tutt'ora ci chiedono di insistere nel puntare sulla loro incapacità.

Così dicendo (e facendo), questi politici, mettono i cittadini l'uno contro l'altro. Non ve ne rendete conto? In campagna elettorale si promette di tutto (meno tasse, più sicurezza, più equità, ecc. - tutte promesse puntualmente disattese). In cambio di cosa? Di una X sulla scheda elettorale, la quale non è altro che la nostra firma (tipica degli analfabeti), su di una delega in bianco che consegna a questi politici (farabutti nella maggior parte dei casi) la gestione della vita di tutti a favori di pochi.

Vorrei chiedere agli italiani che si apprestano al voto: ma quando entrerete nella cabina elettorale, non vi verrà voglia di strappare tutto e di dire "ma che andassero loro al diavolo"?


Postato il 28/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





democrazia.jpg

Ho appena finito di leggere un libro molto interessante: “Oltre la Democrazia” di Frank Karsten e Karel Beckman (traduzione di F. Carbone) edito da USEMLAB.it e il mio giudizio è ottimo; sotto ogni punto di vista. Un testo rivoluzionario, direi!

Questo libro mi ha stimolato a riflettere sulla democrazia e su quello per cui, fra qualche mese, gli italiani saranno chiamati a fare in occasione delle elezioni politiche 2013. Essi, democraticamente, voteranno i propri rappresentanti nel parlamento della repubblica italiana, rinnovando così una tradizione, nemmeno tanto secolare.

A mio modo di vedere la questione, quello di votare è qualcosa che ha sempre meno a che fare con l’esercizio di un presunto potere detenuto dal popolo e sempre più l’aria di un rito; un rito simile a quello religioso. Sì, perché, se ci pensate su, la democrazia sembra essere la religione più popolare che, dagli inizi del secolo scorso, si è sempre di più imposta (o meglio, è stata imposta) alle civiltà occidentali. Ci si riferisce ad essa considerandola come il massimo esercizio di espressione della libertà. Il suo testo sacro è la carta costituzionale, il pastore supremo è il presidente della repubblica, i rappresentanti istituzionali e i politici eletti costituiscono la curia, i privilegiati nominati a cariche pubbliche sono i santi profeti, i partiti corrispondono alle parrocchie clericali e i cittadini mortali sono invece i fedeli di questa moderna religione.

Non intendo criticare alcun esercizio religioso. Per carità! Solo che, in qualunque religione, l’unica speranza che non si può mai nutrire è la possibilità, anche minima, di diventare il soggetto della fede (il dio o il profeta da adorare). Nell’esercizio democratico invece, la speranza di ricoprire il ruolo del soggetto a cui dedicare la “fede”, è concessa eccome! Per la maggior parte dei cittadini, ciò comporta che la democrazia è sempre e comunque fuori discussione, perché essa concede la possibilità a chiunque, senza discriminazione alcuna, di far parte, un giorno, di quel sistema di privilegi che solo agli eletti dal popolo sono riservati. Questo induce a credere che la democrazia sarebbe l’unico sistema giusto, generoso e concepibile per organizzare un paese! Una strana religione, questa della democrazia, la quale lascia intendere che anche tu fedele puoi diventare il dio che oggi tutti adorano. Non è una religione frustrante come le altre, non comporta sacrifici, ma solo diritti e doveri civici, in cambio della libertà di scegliere il rappresentante a cui riporre le proprie speranze, attraverso il semplice esercizio del voto. Sarebbe una religione perfetta!

La democrazia non ha nulla a che vedere con la libertà e chi continua a credere ad una simile fandonia, molto probabilmente ha un concezione molto labile di libertà. La democrazia, come ogni religione, ha bisogno dei suoi dogmi, a cui bisogna crederci e basta, senza mai metterli in discussione. Perché? Perché la democrazia è la democrazia. E’ così! Punto. Se leggete il libro “Oltre la Democrazia”, questi dogmi (13 in tutto) sono ben individuati, particolarmente descritti è sapientemente demoliti dagli autori (acquistalo qui)

Ciò che non ci viene insegnato nelle nostre scuole è che la democrazia, al pari del nazismo, del fascismo, del socialismo e del comunismo, è un sistema politico di stampo collettivista. In quanto tale, la democrazia è un sistema politico che mira a sottrarre la ricchezza ai cittadini con la forza, per poi ridistribuirla alla collettività, sottoforma di servizi gestiti da un governo centrale (spesso sotto la veste di monopolista) oppure come finanziamenti o incentivi per una certa categoria sociale anziché per un’altra. Chi ha vissuto le forme estreme di collettivismo o è abituato al ragionamento economico conosce molto bene gli effetti negativi di lungo periodo che un simile sistema produce. Certo, la democrazia è un collettivismo meno doloroso delle altre forme politiche su citate, ma il minimo comune denominatore che le accomuna è la mancanza del senso assoluto di libertà: infatti, anche nella democrazia si ammettono deroghe alla libera contrattazione e alla proprietà privata. Deroghe sono previste anche per la libertà di espressione e di pensiero, tant’è vero che, ad esempio, io che scrivo in un paese ritenuto democratico, non sono libero di dire proprio tutto ciò che voglio, altrimenti verrei subito accusato di vilipendio. Parafrasando un po’ Pasolini, dico che io stesso non voglio proferire certe cose innanzi all’ingenuità o alla sprovvedutezza di alcuni lettori e, per questo, sono costretto ad autocensurarmi.

Dalla democrazia non si può scappare. Non puoi scegliere di non farci parte. Di conseguenza, vi chiedo dov’è la libertà nella democrazia?

Diceva Giorgio Gaber in una sua famosa canzone “la libertà è partecipazione”. Infatti aveva ragione: la libertà è partecipazione, non la democrazia. L’esercizio della democrazia, il cantautore italiano la paragonava al farsi uno shampoo, ad una sorta di auto-lavata di testa, giusto per sentirsi più puliti, più profumati, accontentandosi solo di poter scegliere il colore preferito del prodotto da usare e di riuscire così ad ingannare uno stato di noia perenne (ascoltate il brano Lo Shampoo. E’ divertentissimo!).

In effetti, la democrazia è tutt’altro che partecipazione! In uno stato di democrazia gli individui della società dovrebbero essere chiamati a votare per prendere delle decisioni: a votare se mandare le truppe italiane in Afganistan oppure no; se cambiare la legge elettorale oppure no, e se sì in che modo; se realizzare un ponte oppure no; e così via. In realtà, nella democrazia, i cittadini non sono chiamati a partecipare ad una decisione, bensì essi sono chiamati ad esprimere una scelta, non sempre direttamente, di chi li dovrà comandare e rappresentare. Sarà costui che poi deciderà per loro. Quindi, il risultato sarà che, come nella dittatura, i cittadini saranno comandati da qualcuno. Solo che nella democrazia quel qualcuno è pressato dai vari gruppi di interesse che lo hanno votato (le cosiddette forze sociali), mentre nella dittatura, queste pressioni, sono ridotte molto all’osso e ciò permette al dittatore di decidere molto più velocemente le restrizioni alle libertà individuali. Anche nella democrazia le libertà  individuali si riducono, ma a differenza della dittatura, esse si restringono solo in un modo molto più lento e graduale, a causa delle pressioni multi direzionali dei vari gruppi di interesse, i quali allungano i tempi di attuazione dei provvedimenti. Ma il risultato finale è identico!

Con la democrazia si sceglie il proprio rappresentate, apponendo su una scheda elettorale la propria firma con una X, dando così il mandato a comandare ad un soggetto terzo. Pensate un po’, ci obbligano per anni a studiare e ad imparare a leggere e a scrivere, per poi chiederci di firmare il mandato a governare con una X, così come firmano gli analfabeti! Che bella considerazione ha il sistema democratico di noi e della nostra istruzione! Quanto siamo fortunati!

L’illusione sta proprio nel far credere ai cittadini di partecipare democraticamente alla vita istituzionale del proprio paese. Ma non è così! Con l’elezione dei rappresentanti parlamentari, il popolo smette di partecipare allo svolgersi istituzionale, per il solo motivo per cui egli ha precedentemente delegato altri ad occuparsi del suo presente e futuro. Così facendo, il cittadino non è più interpellato per prendere le decisioni sul da farsi e che lo riguardano. Considerato ciò, io mi chiedo: dov’è la democrazia in tutto ciò? Forse è pensiero comune credere che sia impensabile consultare direttamente milioni di cittadini per ogni singola e complessa decisione da prendere. Ma se è così, allora si ammette che la democrazia (quella propriamente detta) non è un sistema efficace per far esprimere la libera volontà di milioni di cittadini così come il concetto di democrazia richiederebbe. Infatti, è stata necessaria una rivisitazione di essa, che l’ha trasformata in quella che oggi noi esercitiamo, la quale non è la democrazia bensì è una “democrazia rappresentativa”. E questa non c’entra nulla con la democrazia. E’ solo un surrogato ignobile di un concetto originario nobile.

Il bello del libro “Oltre la Democrazia”, il quale ha ispirato questo post, non è solo quello di discutere e sfatare i miti della democrazia, ritenuti ingenuamente incrollabili, ma è anche quello di parlarne in maniera accessibile a chiunque, di essere letto nell’arco di una mezza giornata e, soprattutto, di suggerire l’idea di un sistema sociale alternativo alla democrazia, ovvero quello delle comunità autonome e concorrenti. Un sistema, quest’ultimo, più rispettoso della libertà individuale e tutt’altro che utopico.

Per saperne di più però, vi invito a leggere “Oltre la Democrazia” edito da Usemlab, che potete acquistare qui. Potrebbe essere un’idea originale da regalare a Natale ai vostri cari. Non perdetelo!


Postato il 19/12/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





imumuro.jpg

Appello ai sindaci d’Italia: azzerate l’Imposta Municipale Unica (IMU)! Adesso, solo voi potete rendere possibile ciò. Con una semplice delibera. La cosa è fattibile ed è sufficiente solo la volontà di farlo.

E’ stata mia intenzione proporre una bozza di mozione consiliare a qualche rappresentante nel consiglio comunale del paese in cui risiedo, il comune di Ruvo di Puglia (BA), con la quale suggerisco le ragioni e il modo per far sì che l’IMU sulla prima casa risulti, per il cittadino, di un importo dovuto a saldo pari a zero euro. Spero che sia presa seriamente in considerazione!

L’IMU è una vera e  propria tassa patrimoniale. Essa colpisce il patrimonio del cittadino senza alcun senso logico e senza nemmeno alcun senso costituzionale, visto che il suo concepimento e la sua applicazione non rispettano, così come non rispettavano anche quelli della vecchia ICI, gli artt. 29, 42, 47 e 53 della carta costituzionale italiana.

Inoltre, con essa lo stato continua a prosciugare i redditi delle famiglie, nonostante la crisi economica che stiamo attraversando, per la quale si è già chiesto molto agli italiani in termini di sacrifici economici, infranto molti dei sogni di realizzazione di essi (soprattutto della popolazione più giovane, sempre più dedita alla fuga da questa nazione) e illuso magistralmente la maggior parte dei connazionali attraverso i provvedimenti del governo di liberalizzazione dei mercati, risultati poi essere semplici canovacci per raccontare barzellette all’italiana.

Con il famoso e anche il più triste decreto dei decreti, il così detto “decreto salva-Italia”, l’applicazione dell’IMU prevista nel D.Lgs. n. 23/2011 per l’anno 2014, è stata anticipata all’anno 2012, sostituendo definitivamente l’ICI. Essa si applica sulla prima casa e sue pertinenze, con un’aliquota base del 4 per mille della rendita catastale, con la possibilità, per ogni singolo comune, di aumentarla o di diminuirla del 2 per mille. L’IMU si applica anche sugli altri immobili, diversi da quelli destinati ad abitazione principale, però con un’aliquota ordinaria del 7,6 per mille della rendita catastale, con la possibilità per ogni comune di aumentarla o di diminuirla del 3 per mille. Eccezionalmente, per il 2012, l’IMU sulla prima casa si può pagare in tre soluzioni. In alternativa, il tutto è pagabile in due rate.

Ma che fine farà la parte di reddito così espropriata al cittadino? Il gettito fiscale proveniente dall’applicazione dell’IMU sulla prima casa rimarrà tutto nelle casse comunali mentre, quello che proverrà dall’applicazione dell’IMU sugli altri immobili (la fetta più grande), verrà spartito fra il comune e lo stato al 50%. Un meccanismo questo, tramite il quale lo stato centrale con una mano sembra concedere risorse al singolo comune, mentre con una pala glie le toglie. Infatti, il decreto stabilisce che l’eventuale minor aliquota applicabile sugli altri immobili, deliberata dal comune, non può essere fatta gravare sul gettito da IMU spettante allo stato. Ciò significa che solo la “stecca” spettante al comune si può ridurre, mentre quella destinata allo stato resta fissa (il 7,6 per mille previsto sugli altri immobili). In altre parole, se il comune volesse bene ai cittadini e decidesse di far pagare loro meno IMU (o non farla pagare affatto), il minor gettito fiscale sarebbe interamente a carico del comune. E sarà quest’ultimo a pagare allo stato la parte di IMU non prelevata ai cittadini.

Non solo. L’eventuale maggior gettito da IMU, rispetto a quello da ICI registrato nell’anno 2011, comporterà una riduzione corrispondente dell’importo da riconoscere in sede di ripartizione fra i comuni del fondo sperimentale di riequilibrio (FSR), annullando così l’effetto espansivo di cassa che l’IMU genererebbe.

Tutto questo mi permette di asserire che l’IMU, non solo è un’imposta incostituzionale così come dicevo in apertura, ma che è anche un mero strumento di prelievo centralizzato e indiscriminato di ricchezze, che tra l’altro disincentiva un processo orientato all’autonomia locale. In sintesi, questa imposta scellerata:

-       riduce le amministrazioni locali a semplici esattori di un vero e proprio pizzo imposto dallo stato centrale;

-       priva gli amministratori locali di reali opportunità di autonomia;

-       deresponsabilizza gli amministratori pubblici nei confronti dei cittadini che li hanno votati;

-       accontenta i comuni, per il servigio prestato al governo centrale, con le briciole;

-       contribuisce significativamente all’aumento della pressione fiscale e all’accentuarsi della recessione economica in corso.

E pensare che basterebbe una semplice delibera comunale, con la quale dapprima si fissa l’aliquota IMU sulla prima casa al livello più basso consentito dalla legge e, successivamente, si riconoscono ai cittadini ulteriori detrazioni fiscali a credito, liberamente consentito ai comuni fino alla soglia massima di 600 euro, sufficienti per neutralizzare l’IMU dovuta da ciascun cittadino.


Postato il 18/06/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





finestra.jpg

(Guarda il video)

Dagli Stati Uniti d’America giungono lezioni di economia dall’inquilino della Casa Bianca, il quale, riferendosi alla crisi europea, sembra aver asserito che l’UE sarebbe ancora in crisi perché non ha adottato politiche di aumento della liquidità, così come è stato invece fatto negli States.

Ovviamente, il caro presidente degli stati uniti deve portare l’acqua al suo mulino; dopotutto egli è già in piena campagna elettorale! Ma, francamente, io ritengo che certe affermazioni se le possa anche risparmiare. La causa che ha generato questa crisi è proprio quella di aver adottato, in passato, politiche che affogavano l’economia nel denaro stampato dal nulla. Di conseguenza, cogliere il suggerimento di perpetuare nell’errore così come egli ha fatto per il proprio paese, sarebbe da veri idioti! Aumentare la liquidità significa far aumentare l’indebitamento dei singoli governi europei. Ma è proprio di questo eccessivo indebitamento che i paesi del vecchi continente stanno soffrendo! Che razza di soluzione ci dà, caro presidente! Qui in Europa, il problema non è di scarsa liquidità. Per chi non se ne è ancora accorto (e fra questi, evidentemente, vi è anche il presidente degli USA), qui il problema è di scarsa solvibilità.

Dopo che in USA scoppiò la bolla immobiliare (2008/2009), la FED (la banca centrale americana), in accordo con il nuovo governo appena insediatosi, ha lanciato la politica del Quantitative Easing (QE) così da salvare le banche, le quali furono foraggiate di denaro fresco per cambiare i bond a breve termine con quelli di più lunga scadenza, mettendo il governo americano nelle condizioni di dover gestire qualcosa come 1,2 biliardi di dollari di deficit annui e 15 biliardi di debito pubblico. Così facendo, nei tempi non ancora maturi, si sarà anche rimandata la lacerazione del tessuto economico americano, ma nel lungo periodo, ci sarebbe ben poco da fidarsi di un paese tanto indebitato. Tutti gli investitori lo hanno capito ed essi si tengono alla larga dai bond americani. E così la FED, pur di mantenere bassi i rendimenti dei bond governativi made in USA, ne acquista a più non posso con moneta nuova di stampa. E’ vero che, da quando il QE è stato lanciato, nulla del denaro creato si è ancora riversato nell’economia reale, ma sono convinto che, prima o poi, accadrà e l’inflazione riprenderà a crescere.

Continuando con questi ragionamenti e tali politiche, non si fa altro che spostare in avanti il problema (come si è sempre fatto), pagando il tutto in termini di minore potere d’acquisto. Ma poi, non era lui il candidato presidente che prometteva il cambiamento a suon di “change, change, change”? Adesso, invece, egli professa e agisce alla vecchia maniera, rimandando i problemi e favorendo gli appassionati del gioco d’azzardo di Wall Street!

Circa la politica americana, dal 2008 ad oggi, è uscito in questi giorni un interessantissimo e-book di Mario Margiocco, intitolato “Obama contro Obama - Il destino di un presidente”, il quale analizza i quattro anni dell’era Obama, evidenziando le debolezze dell’operato presidenziale, all’indomani delle promesse di cambiamento che l’America non ha mai visto. Nemmeno con il binocolo. In questo e-book edito da Fazi Editore, che potete acquistare qui a solo 1 euro, si forniscono dati i quali fanno emergere la reale entità di una crisi che sembra non avere fine, in un momento storico di estrema confusione, dove non sembrano esserci concrete alternative, dove l’America torna al voto ma senza una vera e diversa opzione, in una competizione elettorale in cui l’attuale presidente avrebbe poco da temere di chi sarà il suo futuro rivale, ma solo delle sue contraddizioni, incertezze e mezze verità. Insomma, il vero avversario di cui dovrebbe temere sarebbe solo sé stesso.

L’e-book “Obama contro Obama”, si aggiunge alla collana di e-book “One euro” di Elido Fazi, che comprende anche “La Terza Guerra Mondiale? La verità su Monti, le banche e l’euro”, “La Terza Guerra Mondiale? Chi comanda, Obama o Wall Street?”. (Guarda il video)


Postato il 12/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





imu.jpg

Questo governo italiano possiede una profonda attitudine a prendere per i fondelli i cittadini.

Sarà per il fatto che trattandosi di un governo tecnico, con un mix di caratteristiche quali la facoltà di decidere chi danneggiare e chi no e quella di avere consapevolezza (tecnica) di ciò che combina, esso riesca a darla meglio a bere ai più. Non saprei. Ma resta il fatto che dopo aver discusso su questo blog il decreto sulle “fanta liberalizzazioni”, mi trovo nuovamente a tornarci su e a scrivere (non bene) circa le disposizioni riguardanti la nuova tassa sugli immobili IMU.

In particolare, mi riferisco all’emendamento che riguarda le esenzioni dall’IMU, approvato qualche giorno fa in commissione industria del Senato, il quale suggerisce l’aggiunta dell’art. 91-bis al D.L. 1/2012. Ad essere interessati sono, fra gli altri, anche la Chiesa. In tempi troppo maturi, i giornali, i talk show televisivi e i quotidiani della carta stampata hanno gridato ai quattro venti che giustizia sarebbe stata fatta, ora che si ventilava che anche la Chiesa avrebbe dovuto pagare la tassa sugli immobili. E’ bastato attendere qualche mesetto per rendersi conto che si sia trattato di solo fumo narcotizzante, per far placare la pubblica opinione sulla questione dei privilegi fiscali riservati alla curia, che continua a restare immune alle misure di austerità del governo.

Ecco cosa dice la norma 91-bis a questo proposito. In buona sostanza gli immobili destinati al culto, ad attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, erano esenti dalla vecchia ICI e restano esenti dalla nuova imposta IMU. Mentre saranno soggetti ad imposta gli immobili nei quali si svolge un’attività con modalità commerciale (chissà cosa significherà mai! Poi lo preciseranno).

Inoltre, saranno soggetti ad imposta le unità immobiliari che abbiano un'utilizzazione mista. In questo caso, l'esenzione si applica solo alla frazione di unità nella quale si svolge l'attività di natura non commerciale, in cui si svolgono attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive o di culto. Così, i finti conventi dove in realtà si svolgono vere e proprie attività ricettive in modalità commerciale (per dirla alla maniera della legge in esame), non potranno più mascherarsi per sottrarsi al pagamento dell’imposta immobiliare.

Nel classico stile all’italiana, hanno cambiato una legge per non cambiare un bel niente. A volte anche per peggiorare la situazione. Vi spiego perché. L’IMU la si deve intendere come una vera e propria imposta patrimoniale, perché essa colpisce effettivamente coloro che sono proprietari di un patrimonio specifico, un immobile appunto. Come tale essa si dovrebbe pagare solo e soltanto sulla base del fatto di essere proprietari dell’immobile e dunque sulla sua rendita catastale, la quale stima in maniera più oggettiva possibile il valore imponibile del bene oggetto di tassazione. Così varrà sia per gli immobili privati destinati all’abitazione o ceduti in fitto, sia per quelli pubblici, privati e della Chiesa in cui si svolge attività commerciale.

Ma ciò non varrà per gli immobili in cui si svolge attività non commerciale ma di rilevanza sociale, siano essi di privati o della Santa Sede. Per questi, l’IMU si applicherà solo sulla parte di immobile destinato ad attività commerciale (se esiste. Chissà poi come la si individuerà!) e quindi sulla base dell’esistenza di un flusso reddituale. In buona sostanza, l’applicazione dell’IMU, da essere di tipo patrimoniale, in questo caso diverrebbe di tipo sui redditi; come l’IRES o l’IRPEF, per intenderci. Tutto dipende da quale senso sarà dato alle parole “modalità commerciale”. Ciò è una confusione concettuale intollerabile, a mio avviso; ma loro, cose tipo questa, osano chiamarla semplificazione!

Non solo, cari lettori. Ma così facendo non si risolve l’annosa distorsione economica che questa imposta produce nel nostro malmesso mercato; la discriminazione ingiustificata fra imprenditori. Infatti, se ad esempio tu sei un imprenditore che eroghi un servizio scolastico privato, organizzato sottoforma di società commerciale, proprio perché quella compagine la ritieni più utile per gestire in modo efficace l’attività che produrrebbe un utile e che, intascandolo, dovrebbe darti a campare, sei passibile di IMU.

Se invece sei una persona che offre lo stesso servizio di cui prima (magari, riconosciuto paritario con quello pubblico) ma che, invece di metterti in tasca l’utile prodotto, esso lo reinvesti tutto nella tua attività (quindi, senza fine di lucro), allora non sei passibile di IMU. Ma siamo sicuri che gli enti no-profit reinvestono tutto quello che guadagnano nella loro attività?

In quest’ultimo caso infatti, se sei una persona furba potresti riuscire ad impiegare, buona parte di ciò che si guadagna con l’attività no-profit, in attività bancarie ad esempio, facendo maturare degli interessi, che a loro volta accrescono sì la tua cassa, senza però che essi si configurino come lucro ai fini del pagamento dell’imposta e a continuare ad essere tranquillamente esente da IMU. E stessa cosa con gli accantonamenti  per le consulenze più disparate che in realtà sono veri e propri accantonamenti di utili, con i rimborsi spese che in realtà sono veri e propri compensi ai soci, con le quote associative che in realtà sono rette a tutti gli effetti. Insomma, si sa come si fa in Italia a mascherare un’attività propriamente commerciale con la storia dell’ente no-profit!

Questa discriminazione che la legge pone in essere, che favorisce gli uni ma penalizza gli altri, da che cosa è giustificata? Dal fatto che in teoria, gli enti no-profit, non accumulando utile, si occupano davvero del bene della gente? Ma perché, gli enti commerciali invece, si occupano del male della gente? Dove starebbe scritta questa equazione immediata e assoluta? E poi, nell’esempio del servizio scolastico, sia che per un ente no-profit che per uno commerciale, la gente che usufruisce del servizio sborserebbe una retta maggiore di quanto pagherebbe per un istituto pubblico. Fra le due opzioni, per il consumatore, dove sarebbe il vantaggio che l’istituto no-profit garantisce e che quello commerciale non fa? Forse il punto a favore delle organizzazioni senza scopo di lucro risiede nella maggiore qualità che si presume essa possa offrire, considerato che le intenzioni di questi non mirano al profitto? Ma di buone intenzioni sono lastricate le vie per l’inferno (la Sacra Bibbia docet)! Ve l’ho spiegato prima. Di questo io non sarei così sicuro. La concorrenza fra più realtà; questa sì che stimola gli attori economici ad offrire e a garantire la migliore qualità al prezzo più basso, pur di non essere scalzati dal concorrente. Certamente, ciò non lo determina mica il fatto di essere un ente profit piuttosto che uno no-profit.

Il risultato dell’applicazione di questo tipo di imposte è che chi vuole fare veramente l’imprenditore viene danneggiato, chi invece riesce a fare utili e a nascondersi dietro una realtà no-profit risulta essere premiato, perché riesce a non pagare l’obolo di legge a cui invece l’imprenditore dichiarato non sfugge. Io non sono fra coloro che vogliono che la Chiesa paghi l’IMU come tutti quanti gli altri. Ritengo che tutti debbano avere pari opportunità sul mercato, senza che ci sia qualcuno che goda di privilegi immotivati rispetto agli altri. Tutt’al più io sarei a favore dell’esenzione dall'IMU per tutti quanti, così come già lo è per la Chiesa. Contrariamente a ciò, si preferisce creare più confusione, si fanno pagare più tasse, si distorce di più il mercato e basta solo riuscire a far abbassare lo “spread”, che si fa credere che le cose si stiano aggiustando. Ma in realtà si stanno aggiustando solo per i pochi già arricchiti. Lo spread può scendere fino a zero, ma per la maggior parte di noi, non si sta aggiustando un bel niente!


Postato il 13/03/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





giornali.jpg

Mi ero promesso di non intervenire sul blog fino alla fine delle festività. Purtroppo non me la sento di continuare a mantenere la parola datami perché sento il bisogno di parlarvi di ciò che in rete si vocifera circa il tema delle liberalizzazioni.

In pratica si teme per la soppressione dell’albo dei giornalisti pubblicisti (da non confondersi con quello dei giornalisti professionisti). Il motivo di tale timore è rappresentato dalla manovra “Salva Italia” (?), Legge n. 183 del 2011, art. 10 in cui si parla di riforma degli ordini professionali, con la quale si abrogano le leggi vigenti sugli ordinamenti professionali, a partire dal giorno 13 agosto 2012. Entro tale data infatti, tutti gli ordinamenti devono essere riformati secondo il disposto normativo del Decreto Legge n. 138 del 2011, art. 3. In particolare, ai sensi di quest’ultimo decreto si ribadisce l’obbligatorietà dell’esame di stato per l’esercizio della professione regolamentata e di un tirocinio obbligatoriamente retribuito.

In effetti, la prima impressione è che da tale disposizione di legge verrebbe colpita proprio la figura regolamentata del giornalista pubblicista, per la cui iscrizione nel relativo albo non è attualmente previsto né un tirocinio né un esame di stato. Quello del gioranlista pubblicista è sempre stato un leggero margine di libertà concesso a chi ha voglia di fare il giornalista per hobby, oppure di svolgere questa attività solo occasionalmente, così da favorire a tutti una più libera espressione del pensiero.

A tale proposito, ritengo che sia necessario attendere le disposizioni dell’ordine nazionale dei giornalisti prima di gridare all’abolizione definitiva di questo albo. Anche perché, le norme succitate fanno riferimento all’abrogazione dei regolamenti vigenti degli ordini e mai all’abrogazione dell’ordine dei giornalisti pubblicisti.

Se di abolizione si dovesse trattare, allora la partita politica si giocherà proprio sulle disposizioni di transizione, le quali cercheranno di danneggiare il meno possibile coloro i quali già ne fanno parte. Ma a questo proposito, io riterrei beffardo invece, dover prendere atto che da questa manovra di “salvataggio” possa, con tutta probabilità, conseguire un’abolizione dell’ordine dei giornalisti pubblicisti ma non quella dell’ordine dei giornalisti professionisti. Che è una cosa assurda, se riteniamo necessarie, ora più che mai, queste benedette liberalizzazioni delle professioni. Se si deve liberalizzare, che si liberalizzi tutto questo apparato che ingessa lo svolgimento di una professione, non solo una parte di esso. Non lo si farà mica per proteggere qualcuno (i soliti) a discapito dei tanti (altrettanto soliti)? Se è così allora non si è capita la lezione!

Se davvero si abolirà quest’ordine, per il cui ingresso oggi bastano più o meno 24 mesi di pubblicazioni retribuite su testate giornalistiche registrate, senza inutili tirocini e senza sostenere assurdi esami di stato (e per questo scommetto che già dovremmo dire grazie a mamma stato!) si restringerà l’ingresso alla professione di giornalista e alla libera attività di espressione del proprio pensiero. Altro che liberalizzazione! E se non lo si abolirà, allora l’ingresso non sarà più così libero come lo è oggi o come il decreto contempla, dopo aver però abrogato disposizioni già un po' più favorevoli alla libertà di svolgere questa professione.

In Italia siamo dei geni! Riformiamo per non cambiare nulla.


Postato il 30/12/2011 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





La grande guerra (1964) - Renè Magritte. Collezione privata

Torniamo a responsabilizzarci! Diamo un taglio netto alla confermata e ormai depravata consuetudine della delega delle proprie responsabilità.

Questo non è un grido. E’ il mio modo di prendere atto di una speranzosa inversione di tendenza. Vivo in una piccola cittadina del sud Italia che in questi giorni di tardo autunno mi ha letteralmente stupito; ossia Ruvo di Puglia. Infatti, percorrendo il suo centro storico non ho potuto non notare l’iniziativa dei commercianti della zona di animare il passeggio di questi giorni prenatalizi dei passanti, non solo con semplici e reclamizzanti decorazioni che teatralizzano questo “gran varietà religioso”, ma anche con un lieve e delizioso sottofondo musicale natalizio, il quale riempie lo spazio sonoro di un luogo tanto bisognoso di essere “reinventato” e soprattutto ravvivato. Insomma, laddove la pubblica amministrazione di questa cittadina non arriva a comprendere appieno la semplicità e la grandissima utilità del decoro del paese in alcuni momenti della vita in comune degli uomini, trascurando, con legittime giustificazioni, la scarsa messa in opera delle decorazioni natalizie, ci arriva chi è decisamente e direttamente interessato; ossia il singolo membro della comunità  (in questo caso, i commercianti), collocando alberi di natale negli angoli della strada principale, addobbandoli con elementi che pubblicizzano l’insegna dei negozi che esercitano nelle vie storiche, decorando gli ingressi degli esercizi con festoni tra loro in sintonia fra una rivendita e l’altra, installando un impianto stereo che si estende lungo quasi tutta la strada maggiore e che amplifica musiche con temi natalizi.

La qualità estetica di questa privata iniziativa è di sicuro sindacabile ma, a me, interessa cogliere l’occasione di riferire questo accadimento perché sembra esemplare per riflettere sulla necessità, nelle nostre vite, di evitare il vicolo ceco in cui spesso ci imbattiamo e rappresentato dall’attendersi, di ognuno, che sia qualcun altro (per esempio, lo Stato) a risolvere i nostri bisogni. Accade che, ormai sempre più spesso, assumiamo un atteggiamento di deresponsabilizzazione sull’organizzazione della vita in comune. Pensiamo, giustamente, che chi abbia ricevuto i nostri voti politici, debba risolvere i problemi della collettività, ma poi ci scordiamo, soprattutto in momenti come questi, che probabilmente quei voti da noi espressi in passato, siano stati oggetto di uno scambio di promesse clientelari che riguardavano soltanto la risoluzione di un proprio problema, come per esempio, potrebbe essere la raccomandazione per ottenere un posto di lavoro, magari mai ricevuto (perché soggiogati dall’astuzia del politicante) e, per nulla essi abbiano riguardato, ad esempio, la promessa che a Natale il paese fosse illuminato a festa. Quindi, deleghiamo allo Stato (e alle sue appendici locali) troppo e ci attendiamo che questo ente si occupi di noi così come farebbe la mamma con il proprio figliolo. Ma lo Stato non è la nostra mamma e quindi le promesse possono anche non essere mantenute, con il risultato che, chi lo rappresenta sedente su di una poltrona, ha il potere di disporre delle nostre vite (perché da noi delegato col voto). Il resto dei cittadini, invece, avrà partecipato soltanto alla scelta del candidato ma non alle decisioni che effettivamente riguarderanno l’organizzazione della nostra vita. In effetti, su quelle si perde la propria voce in capitolo nell’esatto momento in cui si appone il segno sulla scheda elettorale, perché così facendo si dichiara di non volersi occupare direttamente della risoluzione dei problemi della società, i quali, probabilmente, da coloro che riceverebbero il potere, non saranno considerati minimamente, perché nella scala delle priorità dell’uomo viene prima il proprio interesse e dopo quello altrui.

Noi dovremmo essere lo Stato e non chi ci rappresenta. Così come è accaduto ai cittadini ruvesi i quali, avendo ricevuto dal proprio Comune una scarsa illuminazione a festa del paese e solo un suo particolare interesse alla tradizionale realizazzione di un caro presesepe nella piazza principale di Ruvo, sono stati i commercianti del luogo che si sono ad esso sostituiti, regalando a chi abita questo paese il colore e il calore del Natale. Allo stesso modo dobbiamo comportarci sulle altre questioni che riguardano la nostra vita, come, ad esempio, la pulizia delle nostre strade, la cura e la preservazione del verde, l’accoglienza turistica nella nostra terra e tanto altro ancora. Dai nostri rappresentati istituzionali invece, dovremmo solo pretendere che difendano, per conto di tutti, la libertà di ognuno di decidere in concerto e in prima persona della propria vita nella collettività.

Un’alta dose di libertà richiede una quantità altrettanta uguale di responsabilità. Ma avere responsabilità significa rispondere ai valori in cui si crede, così da potersi immedesimare in essi.


Postato il 13/12/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





Falso specchio (1928) - René Magritte. Museum of Modern Art, New York (USA)

Ci sono persone che parlano, scrivono (o fanno scrivere) a vanvera, con l’intenzione di esprimere il loro presunto sdegno, contornando il tutto con un’ostentata e pressoché fallimentare ironia, sulle questioni che riguardano la comunità ruvese.

Ci sono ruvesi i quali, uniti in fantomatiche associazioni pro Sud, sostengono che Ruvo abbia perso la sua vitalità a causa del provvedimento che regolarizza i parcheggi delle automobili nel nostro centro storico. Infatti, da qualche settimana a questa parte, in una delle piazze del centro storico, è possibile notare nuovi cartelli che segnalano la possibilità di parcheggio e opportune strisce bianche tracciate sulla pavimentazione che lo disciplinano.

Prescindendo dal fatto che le intenzioni di tali affermazioni sembrerebbero puramente pretestuose, col probabile fine di fare un’infantile ostruzione al governo di turno (un turno che, ovviamente, dura da quasi un ventennio visto che il palazzo di città è abitato sempre dagli stessi signori!), ritengo che asserire quanto suddetto sia un esempio per capire i motivi per cui Ruvo non progredisce. Il centro storico è stato costantemente frequentato da automobili  ed esse vi sono sempre state parcheggiate (anche durante il minuto prima in cui apponevano la relativa segnaletica). Quindi, se la questione stesse veramente a cuore di chi si oppone alla presenza delle auto nel centro antico, perché la voce non si è alzata prima, ma solo ora, quasi alle porte delle nuove elezioni comunali? In dichiarazioni di questo tipo non c’è nulla di costruttivo. Il centro storico di Ruvo, a differenza di molti altri centri storici d’Italia (i quali, sulla base di una precisa scelta dei governanti, sono diventati luoghi d’affari in cui si ospitano prevalentemente uffici nei quali si lavora), è completamente abitato da famiglie che ci vivono, che crescono i propri figli e che provano a dare loro un futuro in questa cittadina. Se la bellezza del centro storico è garantita, lo si deve esclusivamente al loro desiderio di viverlo, i quali hanno provveduto con i personalissimi sacrifici e con i soli e propri denari alla ristrutturazione delle abitazioni, le quali fanno da stupenda cornice al fascino del centro abitato più invidiato dai paesi limitrofi. E dopo tutto ciò, si vorrebbe togliere loro la comodità di un parcheggio vicino la propria casa?

Ruvo è morta dal momento in cui non si è più provveduto a stimolare e a concentrare il commercio nelle nostre piazze (soprattutto quello storico del pesce e dell’orto-frutta). Ruvo è regredita nell’esatto istante in cui non si è avuto il buon senso di custodire e preservare i centri di aggregazione culturale esistenti, costringendoci a ricominciare da capo e con mille difficoltà. Ruvo è ferma perché coloro che hanno la garanzia dei voti sufficienti per salire nei palazzi in cui si governa, su questi temi, operano solo con parole fatte d’aria, col fine di colpevolizzare e giustificare il compagno che gli deve il cambio della poltrona. Dobbiamo occuparci di un efficiente piano di commercio per la città di Ruvo, perché generi una ripresa. Dobbiamo sostenere la cultura, perché arricchisca la conoscenza. Dobbiamo dare una seria disciplina ai figli ruvesi, perché si possa progredire. Un cittadina come la nostra non muore di certo perché si parcheggiano le auto in pieno centro abitato.

Le intenzioni sono vere allucinazioni che fanno piacere solo a chi le partorisce, lasciando gli altri indifferenti. L’ironia è finta ignoranza dello stato delle cose, che compiace chi ne è l’autore e che intrattiene con allegria i commensali. Il falso riferire dei fatti è l’inizio di un fallimento per tutti coloro che ne sono interessati.


Postato il 17/08/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





René Magritte

Lo avevo detto! Prima o poi, in Italia, avrebbero iniziato a regolamentare internet (leggi qui). Ci sono stati (e continueranno ad esserci) molteplici tentativi a tale scopo ma, blogger di tutta Italia, niente paura!

E’ una notizia di tutti i giorni, da qualche mese a questa parte (e ovviamente, su internet non sui classici strumenti di informazione di massa), quella relativa all’estensione, in Italia, del diritto di rettifica all’informazione via web (dimenticando che internet già garantisce il diritto di rettifica, per sua natura) e che ha prodotto una densa nube di panico sull’esercito di internauti allarmati dai poco felici effetti che procurerebbe, una proposta normativa (già quasi al traguardo dell’iter legislativo), nei confronti di chi commetterebbe questo “reato” di esercizio della libertà di opinione.

E’ assurdo che ciò accada in questa maniera, dopo che l’alfabetizzazione è diventata cruciale per un uomo che vive nella società occidentale, la quale rende una persona ben capace di reperire informazioni allo scopo di barcamenarsi nel migliore modo possibile all’interno di un aggrovigliato periodo storico come quello dei nostri giorni. E’ deludente che tentativi di questo tipo vengano fatti avanzare e passare quasi inosservati fra quella popolazione che crede di vivere in uno stato di completa libertà. E’ degradante doverne parlare dopo che la storia ci ha insegnato che gli errori legati all’incoerenza si pagano atrocemente nel mondo che ci siamo inventati e creati. Io mi chiedo; a fronte di tutto ciò, potrebbero i blogger prendere alcuni piccoli accorgimenti preventivi per poter continuare, con una certa tranquillità, a fare ciò che una probabile legge li ostacolerebbe a fare: ossia, a condividere liberamente informazioni ed opinioni?

Forse, sì. Infatti, per evitare il rischio di scontare le sanzioni previste dal disegno di legge, la quale obbligherebbe la pubblicazione di una rettifica, qualora la richiesta dovesse essere avanzata da chi si sentisse leso dalle affermazioni di un qualunque post, i blogger probabilmente potrebbero:

-          apporre una piccola, apparentemente “insignificante”, consuetudinaria e formale dicitura in fondo ad ogni post, con la quale si informa che i fatti e le persone menzionate siano puramente casuali  (in questo modo, ci si rimangerebbe, in modo solo formale, ciò che si è detto, anche se, sostanzialmente, si è comunque riferito ciò che si vuole condividere);

-          far ospitare il proprio blog su un server straniero (in questo modo, le autorità italiane non potrebbero sequestrare il blog al fine di ottenere anche i tabulati di connessione e di trasferimento dati, in quanto fisicamente presente su di un territorio in cui la legge italiana non ha nessuna giurisdizione).

Così operando, nessuno avrebbe la necessità di chiedere di rettificare un post che smentisce (solo formalmente) con una clausola come sopra ipotizzata, quanto immediatamente prima asserisce. Inoltre, localizzando il blog all’estero, sarebbe praticamente impossibile procurarsi dal server straniero (in quanto non obbligato da un paese estero a derogare il diritto alla privacy dei propri clienti) le prove utili le quali dimostrerebbero che una determinata persona, ad una determinata ora, con una specifica rete di connessione, risalente ad una precisa zona geografica (in cui il reato sarebbe stato commesso) e codice IP, abbia effettivamente trasferito dati all’indirizzo web in causa e reso pubblico esattamente il testo incriminato. Lo riconosco; concepire tali stratagemmi per aggirare una legge così, è profondamente seccante se ci si sente italiani eredi legittimi di questo che è sempre stato un meraviglioso paese.

Bisogna riconoscere che internet è la struttura più democratica mai esistita nella storia dell’uomo, perché i meccanismi che la controllano sono esattamente tanti quante sono le persone che vi accedono, la utilizzano e vi partecipano.


Postato il 23/07/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





Alle volte ci si accontenta della vita che si conduce a Ruvo e altre volte si insorge con proteste fatte di parole sincere e legittime, ma alla fine, a Ruvo, in pochi sono contenti e in molti fuggono via.

Ruvo è un paese che sta invecchiando assieme ai suoi cittadini residenti (gli ultrasessantenni costituiscono quasi un quarto della popolazione), perde di attrazione anno dopo anno, si spopola sempre di più di giovani, i quali non avendo prospettive di vita nella nostra comunità, fuggono per cercarle altrove e si continua a menarla sulla patetica questione che a Ruvo bisogna rilanciare il turismo (non c’è paese al mondo che abbia risolto i propri problemi grazie al turismo; esso è solo una conseguenza). A Ruvo esiste, da anni, un malcontento manifestato, bisogna riconoscerlo! Purtroppo, a ciò, non è mai conseguita una reazione che conducesse veramente ad un cambiamento.

Se i giovani (cioè coloro che manifestano il malcontento) continueranno ad essere costretti a lasciare la propria città, di cambiamenti ne vedremo ben pochi (perché andranno via proprio coloro che sono il movente caldo affinché Ruvo cambi). Tra l’altro, la colpa di questa emorragia demografica è difficilmente attribuibile ai vivi presenti, perché sono i nostri nonni coloro che hanno dissipato le risorse della nostra comunità, sfruttando le ricchezze del territorio e non preoccupandosi di svilupparlo. I nostri genitori, invece, costituiscono l’ultima generazione che ha avuto la possibilità di farsi una posizione nella comunità ruvese e, purtroppo, c’è una parte di loro che si limita a “piangere” assieme ai propri figli e la restante parte degli stessi, invece, che si preoccupa minimamente.

La soluzione è quella di puntare sui giovani. Se essi sono la fonte del malcontento ruvese, questi non devono fuggire via, ma devono rimanere, perché essi sono interessati, in prima linea, a cambiare le cose. Dunque, che si realizzi un contratto di quartiere orientato ad incentivare il ritorno di una comunità giovane a Ruvo, imponendo sul mercato immobiliare prezzi dignitosi per un appartamento (così i giovani potranno crearsi una famiglia a Ruvo). Che si sviluppi la ricchezza della nostra terra, ossia l’agricoltura, facendo sì che le imprese agricole abbiano la possibilità di realizzare proprie reti di vendita dei prodotti realizzati e proprie strutture logistiche (questo attiverà nuova offerta di lavoro a giovani capaci, preparati, creativi e competenti). Che si concentrino gli sforzi per una Ruvo più bella, decidendo di investire in una sola cosa, quella in cui i ruvesi sono più bravi degli altri: secondo me, nella musica. Abbiamo un’invidiabile tradizione musicale, validissimi maestri con passione da vendere e tanti ragazzi che amano quest’arte (ciò darà carattere alla nostra Ruvo e un’immagine precisa della comunità). Che si ritorni a fare proposte per la comunità e non solo per sé stessi, a parlare per la gente con le parole usate solo con una e prioritaria funzione: definire e chiarire.

Solo due sono gli scopi delle parole: descrivere i fatti o le cose e spiegare le idee o le opinioni. Spendere parole per qualsiasi altro motivo è solo normale sollazzo oppure il principio di un disonesto atto di imbroglio.


Postato il 30/01/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





Potremmo cominciare ad avere un altro problema in Italia! I cacciatori di poltrone cominciano ad intuire che la rete Internet, è davvero un “luogo” in cui la libertà di pensiero può fare danni a chi, in nome di essa, fonda partiti senza senso comune e, perciò, propongono di regolamentarla.

Apprendere che i politici sfruttino Internet per diffondere le proprie idee è una ventata di freschezza ma, leggere da Internet che, quei stessi politici cercano di regolamentarla in Parlamento, è uno sfiato troppo puzzolente per poterci almeno ridere sopra. Sta succedendo ciò che temevo qualche settimana fa, i politici italiani intendono porre un freno a un media come Internet che è  in grado di smentire tutto e tutti, di smascherare le malefatte latenti dei furbi e di far confrontare milioni di persone, le quali veramente contano qualcosa nella diffusione della conoscenza. Questi politici presentano proposte di legge che limiterebbero l’uso del web a tutti i cittadini italiani, i quali sarebbero puniti per “stampa clandestina” qualora non fossero registrati in appositi albi che li autorizzi a pubblicare la propria opinione.

Le notizie che trapelano sulla rete circa questo proposito sono molto allarmiste; e lo credo bene! Innanzitutto perché è una ulteriore conferma che il potere di oggi in Italia è tutt’altro che democratico. E poi perché, da ciò, si deduce che chi ci governa e ci rappresenta, abita in un mondo totalmente diverso da quello in cui vivono coloro ai quali hanno elemosinato i voti in campagna elettorale, perché, fino a quando non introducano una legge che bandisca l’utilizzo di Internet sul suolo italiano (con la conseguenza che, chiunque faccia ricorso al media ad oggetto finisca al fresco), ogni provvedimento in merito sarebbe inefficace.

Infatti, un provvedimento come quello proposto negli ultimi giorni in Parlamento sarebbe neutralizzabile semplicemente pubblicando il proprio sito web su di un qualsiasi server di un qualunque altro paese straniero, in cui la regolamentazione italiana sia completamente inapplicabile. Ma nonostante questo dato di fatto, che farebbe tirare un sospiro di sollievo a tutti i blogger italiani, l’amarezza di questa soluzione è segno che da qualcosa, noi italiani, staremmo cercando di scappare.

Non accettare le offese alla dignità umana non è sufficiente al fine di sopprimerle. E’ necessario non tollerarle, bandirle senza possibilità di perdono, perché il rispetto del prossimo è un obbligo verso sé stessi, prima che verso gli altri. Dobbiamo imparare a reagire alle offese rivolte alla nostra persona, altrimenti si perde l’attimo in cui è possibile decidere che esse non si debbano ripetere mai più.

Regolamentare la libertà non ha alcun senso. Chiunque lo proponga dovrebbe essere cacciato senza indugio dalla società. La libertà si merita. E meritare qualcosa significa essere riconosciuti dal prossimo come rispettabili.


Postato il 26/11/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





Terrazza del caffè alla sera (1888) - Vincent Van Gogh. Museo Kröller-Müller, Otterlo

Che bella festa! Una sagra di paese in cui Ruvo ha festeggiato, in onore della propria tradizione culinaria, i suoi valori e la propria identità. Tutto lascia credere che niente sia ancora morto nel paese e che, forse, mai lo sarà.

La sagra che si è svolta una settimana fa circa nella nostra cittadina, è un successo per tutta la comunità di Ruvo. Un oceano fatto di persone che scorreva lungo le stradine della Ruvo antica e che inondava qualsiasi tristezza e qualunque cattivo pensiero. Tanta gente che è accorsa nel nostro paese (cosa che tanto raramente accade) per tuffarsi in un mare di spensieratezza, di profumi e di luce avvolgente che solo una vera festa può irradiare e, soprattutto, rendere caloroso l'animo di chi ad essa partecipa divertendosi. A Ruvo, le persone hanno gioito nello stuzzicare i propri sensi, trascorrendo la serata davanti agli stand di commercianti orgogliosi di abbondare le bancarelle di prodotti della nostra terra e appartenenti alla tradizione di casa nostra; banchi che, come braccia aperte, accoglievano i presenti affettuosamente.

Eventi come questo, hanno ripercussioni positive, e da decenni insoliti, sulla nostra comunità. E’ un volano per l’economia, perché la moneta circola più velocemente aiutando gli scambi e la città si arricchisce di quella moneta ceduta da tutte le persone che giungono da fuori paese. Il ritorno è anche politico, perché la comunità è stimolata a contribuire all’organizzazione della vita comunale, i commercianti vengono stimolati a partorire nuove idee per il mercato locale e gli amministratori pubblici ad intervenire per agevolare le attività. Gli effetti si realizzano nel sociale, perché i cittadini percepiscono occasioni di ritrovo, di divertimento e soprattutto di appartenenza ad una comunità viva e ancorata sul territorio.

Insisto nel suggerire la continuità in tutto ciò, affinché i benefici descritti diventino reali e per tutti. La continuità è data da una organizzazione stabile e programmata, che concentri gli interessi comuni e che sia  proiettata alla valorizzazione del nostra provenienza. Un comitato composto da commercianti e da cittadini potrebbe essere una soluzione, il quale persegua uno scopo altruistico, di pubblica utilità e ad opera di una pluralità di persone, promuovendo una raccolta di risorse fra i portatori di interessi nella realizzazione di eventi e di manifestazioni che valorizzino la nostra identità.

La festa è la celebrazione della vita in comune, è un messaggio univoco trasmesso agli invitati: condividere i risultati di un successo fortemente voluto per tutti.


Postato il 16/11/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





sa 'I pensatori di buchi' (2002) - Diego Perrone

Guidare per le strade di Ruvo è come attraversare i sentieri dissestati e improvvisati che si percorrono nel bel mezzo della foresta amazzonica. Tante voragini sono lì, su qualunque zona del manto stradale, che attendono gufanti i poveri malcapitati ruvesi (oppure, i loro malcapitati ospiti) i quali, tra una sterzata e l’altra, fanno lo slalom per evitare di diventarne vittime assieme alla propria autovettura e stando attenti ad evitare che, magari, ci si scontri con un'autoambulanza a sirene spiegate.

Ho compreso benissimo perché a Ruvo aumentano i fuoristrada 4x4 in circolazione. In qualche modo bisogna pur difendersi da un manto stradale diventato, praticamente, una costellazione di buche (e in molti casi, di voragini) che disegnano tutti i percorsi della nostra cittadina. Personalmente, da quando sono tornato a Ruvo (circa sette mesi fa), ho fatto visita al mio meccanico per ben tre volte (troppi per quanto simpatico egli sia), perché la mia automobile ha più volte risentito dei colpi che subisce in marcia, per via delle strade dissestate di Ruvo. Guidare, stare attenti a chi attraversa la strada, a dover dare la precedenza a destra, ai segnali stradali e poi doversi anche preoccupare, per tutto il tragitto da compiere da una parte all’altra del paese, di guardare in basso al fine di individuare le buche onnipresenti e tentare di evitarle, diventa irritante. Anzi, direi che diventa pericoloso, per i guidatori e per i pedoni. Insomma, il pericolo è in agguato per tutti i cittadini e i loro ospiti (da vergognarsi!).

Il nostro sistema giuridico non aiuta direttamente il cittadino il quale desideri che si ripristini una condizione decorosa del manto stradale. Infatti, il diritto che i cittadini avrebbero alla manutenzione delle strade, dei lampioni, ecc. e, del quale, la pubblica amministrazione deve garantirne l'immediata soddisfazione, essendo un cosiddetto “diritto di fatto”, i singoli cittadini non ne sono i soggetti, per tanto, non possono chiederne la tutela al giudice (a meno che, il singolo cittadino non subisca un danno dal mancato obbligo della pubblica amministrazione di tenere in buono stato la città – in questo caso verrebbe leso un “diritto soggettivo” e, solo in quest'ultimo caso, è possibile chiedere il risarcimento al giudice). Praticamente, la nostra legge dà per scontato che la pubblica amministrazione debba provvedere a tenere in buono stato la nostra città. Ma nella realtà, sembra non essere così.

Chi vuole che le cose cambino non deve necessariamente attendere che la sua auto subisca un danno per poi essere legittimati ad agire davanti ad un giudice al fine di ottenere il risarcimento (se vi capita però, fatelo!). E nemmeno “buttarsi” eroicamente e volutamente nelle buche delle strade di Ruvo per rompere la propria auto, chiedere il risarcimento dei danni e, lanciare così, un messaggio alle istituzioni (se vi va di farlo, vi schierereste fra i più disonorevoli kamicazee della storia!). Bisogna parlarne e manifestare il proprio disagio all’amministrazione comunale di turno (anche se non sono tenuti, per legge, ad assecondarci – però sono tenuti ad ascoltarci), con lettere dirette al comune, con petizioni (se le si ritengano utili), articoli sui giornali locali e, soprattutto, essere in tanti per questa operazione. Io inizio con questo post, a breve, proverò ad escogitare un modo (magari con l’aiuto di qualcuno) per acquisire dati significativi e istruire una richiesta legittima di volere una città più bella e soprattutto più sicura per le nostre passeggiate.

Le strade di una città sono il segno e il riflesso della sua evoluzione, esse compongono la firma tracciata da chi rivendica il diritto a viverla.


Postato il 02/11/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





Trovare lavoro è difficile; si sa. Trovare un lavoro stabile diventa sempre più impossibile; si vede. Trovare il lavoro che ci piace è un miracolo; è sempre stato così. Ma a partire da quando la vita dell’uomo è minacciata dal pericolo di non trovare un lavoro?

La disoccupazione in Italia sta aumentando, toccando i picchi più alti degli ultimi anni, proprio in questi mesi. A tale proposito, un bagno nella valle di lacrime, si può fare già da decenni giù nel Mezzogiorno, ma il fenomeno della mancanza di lavoro, si sta abbattendo un po’ su tutta la “nazione”. Il pianto è visibile in chi è intento alla ricerca di un’occupazione ed è celato in chi si protegge dal mondo rifugiandosi nelle scuole e nelle università (toccherà anche a loro!), ma lo spettro dello scioperato aleggia da più di un secolo sulle vite degli uomini.

Dalla rivoluzione industriale in poi (praticamente, dalla seconda metà dell’800) gli uomini lasciavano le attività tradizionali per andare a lavorare nelle fabbriche, abbandonando le periferie e concentrandosi nelle città. Questo ha prodotto un aumento della concorrenza sul piano dell’occupazione, vincolando lo svolgimento dell’attività lavorativa dell’uomo alle necessità di entità “produttive” (delle aziende) e non a quelle delle persone (della collettività). Questo ha prodotto un meccanismo che si è andato sempre più sviluppando, tanto da realizzare un enorme paradosso, il quale per noi, ormai, è del tutto normale: l’uomo lavora solo se sono le aziende ad averne la necessità e non se ne ha la comunità, comportando un dilemma che spesso mi assale; ma è possibile che oggi, l’uomo rischi ogni giorno di trovarsi senza lavoro? Se una persona resta senza lavoro, significa che non c’è nulla da fare. E’ possibile non ci sia nulla da fare in questo mondo? E’ possibile che il fare qualcosa (e quindi lavorare) dipenda  solo dalla necessità di un’azienda?

L’iniziativa privata è disincentivata dalle istituzioni pubbliche (aprire un’attività, a Ruvo, è improponibile: norme articolatissime, tasse e controlli spengono ogni entusiasmo) e, la congiuntura economica del momento è totalmente scoraggiante (gli acquisti sono bassi e gli affitti sono altissimi). Il futuro sarà ancora più nero, prepariamoci a tempi sempre più duri, aggrappiamoci ai valori che ci hanno trasmesso i nostri nonni come la famiglia, il rispetto, la cortesia, la tradizione e il coraggio. Ne avremo tanto bisogno!

E’ inconcepibile privare l’uomo del lavoro, che è la salvezza del suo animo, che ne occupa l’esistenza, lo responsabilizza e gli restituisce dignità. Senza un lavoro e senza un’occupazione l’uomo diventa peggio di una bestia: un mostro.


Postato il 25/10/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





Ecco perché non si muove mai nulla! «Ruvo sta perdendo quello che ha», «Ruvo non rinasce», «Ruvo  non ha mai avuto una decente amministrazione». Tutti i cittadini non hanno una percezione positiva di chi amministra la città. E nessuno conosce il perché (“conoscere”; volutamente ho utilizzato questo anziché l’altro verbo, cioè “capire”. Il perché tutti lo hanno capito).

A causa della mia curiosità, la quale, nuovamente, finge di ascoltare la mia coscienza che, puntualmente, mi urla «fatti i fatti tuoi!», ho voluto conoscere (cioè fare un’esperienza) il “mondo politico”. Da qualche settimana incontro esponenti della politica locale i quali (cribbio!) dicono veramente delle sciocchezze (e, cosa per me incomprensibilmente possibile, queste, loro le dicono credendoci  veramente!). Parlano di cittadini (dei ruvesi), parlano dei problemi di tutti e dicono che le cose non vanno per la maggioranza di noi (insomma, tra di loro ripetono le stesse lamentele che, ad apertura di questo post, ho citato a proposito dei cittadini). Ma, leggete leggete, quando si tratta di attivarsi concretamente, la loro preoccupazione non è il cittadino (cosa che logicamente dovrebbe comportare) bensì (ora c’è da sbigottirsi) cosa potrebbe pensare l’opposizione. In pratica le persone che ci chiedono di votarle, non si preoccupano di cosa può pensare il cittadino del loro operato, ma di cosa potrebbe pensare la parte politica concorrente. Praticamente, loro danno conto non ai ruvesi, ma ai loro avversari politici. Come direbbe un mio carissimo amico “questi se la cantano e se la suonano tra di loro”.

E’ questo il meccanismo secondo cui i cittadini diventano vittime di chi li governa. Gli amministratori comunali, quando informano i cittadini lo farebbero in modo velato o non dicendo tutto, anche quando c’è di buono nelle loro azioni, perché quest’ultime (proprio perché buone) potrebbero urtare gli avversari politici, i quali, a loro volta, reagirebbero in modo da creare, con le loro critiche, una guerra mediatica al fine di distogliere gli elettori dal votarli. Ecco spiegato perché non converrebbe, a nessuno di loro, fare gli eroi ma, probabilmente preoccuparsi solo dei loro interessi. I cittadini, li considerebbero solo voti, dote che ogni esponente politico ha per scambiarli con favori.

I giovani devono cambiare le cose (perché hanno un futuro davanti), quelli che sono seduti in consiglio comunale da più di dieci anni consecutivi non porteranno a nessuna novità (il loro futuro l’hanno già avuto e, a loro, converrebbe che le cose restino così come sono). I giovani devono tornare a seguire gli ideali e a battersi per essi. Solo così si inizierà di nuovo a fare politica.

Da sessant’anni, nel modo di governare, non ci  sono stati più gli ideali da difendere ma solo interessi. Torneremo agli ideali quando scopriremo di nuovo i valori.


Postato il 21/08/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





Risveglio al mattino - Jean Mirò

Ruvo è in uno stato di coma. Ma non del tipo naturale; è in un coma farmacologico. Praticamente è indotto per precisa volontà di chi non è interessato diversamente e che, purtroppo per noi altri, avrebbe il potere di risvegliarla.

Ruvo non riesce ad arrestare la forte emorragia di cittadini che scappano dal paese. I giovani trovano lavoro ed emigrano altrove mentre, quei pochi che restano, passano il loro tempo libero nei paesi limitrofi, i quali offrono più spazi di divertimento e svago. Ma c’è anche chi, non potendone più, si trasferisce con la propria famiglia nei paesi vicini (e questo pare essere un dato sempre più crescente negli ultimi anni). La cosa più inquietante è che, ad oggi, nessuna misura viene presa per contrastare questo problema (perché è un problema), anzi, le occasioni di intervento vengono sistematicamente non colte e quando le stesse occasioni vengo create, a chi si rende pioniere, gli attende una marea di difficoltà veramente scoraggianti. Un esempio di occasione creata è quella realizzata da un famoso pub ruvese che ogni mercoledì sera permette di far esibire dal vivo gruppi musicali nello spazio antistante e all’aperto del proprio locale, radunando un manipolo nutrito di giovani ad ogni appuntamento. E’ un evento raro e che fa pensare più ad un sogno che ad una realtà.

E’ vero che i politici hanno una grossa porzione di responsabilità sul dilagare di questo fenomeno e sulla ostilità che incontra chiunque si attivi, al loro posto, che cerchi di guizzare contro la corrente di un fiume che, attraversando rapide sempre più insidiose, svanisce in una conca d’acqua sempre più melmosa e stagnante. Ma è anche vero che, il potere di cambiare le cose, risiede in quella classe della società che ha i presupposti per prendere iniziative convincenti: i commercianti, gli imprenditori e, soprattutto, gli operatori turistici (i gestori di negozi, ristoranti, bar, pub, alberghi, bed&breakfast, ecc.). Questi sembrano essere in perenne competizione tra loro, alimentando un’antipatica concorrenza che non porta a niente, se non ad un disequilibrio di prezzi e alla perdita di quote di mercato a favore delle realtà turistiche delle altre zone del nord barese.

Mi rivolgo alle strutture turistiche, in particolar modo, ma non solo; associatevi, condividete le vostre idee sull’animazione della città di Ruvo (ognuno ha dimostrato di averle), create un sistema che stabilizzi i prezzi dei vostri servizi e fate in modo che Ruvo abbia un carattere attraente (Ruvo non ha un carattere). Ai politici non interessa l’idea, ai politici interessano le cifre a loro vantaggio; approcciatevi con loro puntando sul numero di risorse da impiegare e da richiamare agli eventi che volete realizzare. Non rimanete semplici granelli di sabbia, unendovi diventerete una spiaggia dove approdare, forti e soprattutto una realtà di riferimento (quello che ancora oggi, purtroppo non siete).

Ogni idea è un sogno. Ogni sogno è destinato a morire. Ma se l’idea fosse tanto forte da essere un progetto, allora sì che essa diventa realtà.


Postato il 30/07/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





Content Management Powered by CuteNews

 

Cerca sul Blog

Ricerca avanzata

Iscriviti alla Newsletter del Blog

 

Inserisci il tuo indirizzo Email:



Vorrei ricevere informazioni circa:
Tutto
Cultura
Economia
Leggere Orme
Politica

Cliccando su "Vai" dichiari automaticamente di aver preso visione della nota informativa sulla Privacy e dai il consenso al trattamento dei dati.


 

Ultimi Commenti
 
pasquale [27/07/2016] scrive: Le banche le abbiamo inventate perché fungessero da deposito di beni merci (metalli preziosi, principalmente), proprio perché circolassero le rappresentative note di banco (il denaro contante, appunto).
Studia meglio Claudio, perché articoli come questo sono la prova schiacciante che non tutti vogliono rimanere nell'ignoranza dilagante. Ignoranza dilagante di cui il tuo commento ne è purtroppo una prova schiacciante. Vai al post

claudio [24/07/2016] scrive: Abbiamo inventato le banche per non circolare con il denaro. Eravamo i primi siamo oggi indietro come le palle dei cani e l'articolo ne è prova schiacciante. Ps. Sarà mica casuale che abbiamo il record dei pagamenti in contanti e il record dell'evasione fiscale. Vai al post

claudio [29/06/2016] scrive: C'è qualcuno che potrebbe dirmi quanto costa stampare e coniare moneta nella UE e in Italia? Vai al post

Le Battaglie del Blog

 

Contante Libero

 

I Portali del Blog

 

Ultimi post inseriti:

Link Amici
 
Segui il blog:
EconoMia & Finanza
LunarPages.com
CutePHP.com
Altervista.org
Histats.com
OkNotizie.Alice.it
Segnalo.Alice.it
Fai.Informazione.it
RischioCalcolato.it
WallStreetItalia.com
Trend-OnLine.com
Facebook/Bloggeritalia
BorsaWeb.altervista.org
ContanteLibero.it
 
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog 
Liquida 
Aggregatore 
Blog Directory 
http://www.wikio.it 
 

 

© 2008-2017 MarneviBlog 1.5 by Pasquale Marinelli - Tutti i diritti sono riservati | Designed by Pasquale Marinelli | Diffusione dei contenuti | Privacy |
loghi creati il 24/04/2011 | ® registrati il 06/06/2011 | pubblicati il 06/06/2011 | Autore: Pasquale Marinelli | © Titolare del copyright: Pasquale Marinelli | Limiti di utilizzo