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Servi dei suini, alzatevi!

La Sedia di Vincent (1888) - Vincent Van Gogh. National Gallery, Londra (UK)

(Guarda il video)

La vogliamo smettere di prendere in giro la brava gente? La facciamo finita con le sensazionali notizie che seminano il terrore riferendo circa fantomatiche e pericolose epidemie? Sarà tutto vero?

E' da più di due settimane che, in TV e sui giornali (anche su quelli presunti seri), c'è gente la quale terrorizza il paese circa l'arrivo minaccioso della cosiddetta "influenza suina". Ad aggravare il tentativo di allerta ci sono informazioni che riferiscono circa casi, sparsi qua e là della nazione, sui contagi subiti da alcuni malcapitati e addirittura sulla morte di alcuni altri a causa del "nuovo virus" (ufficialmente ad oggi, quest'ultimi sono 2 su 61 milioni di abitanti in Italia!). Il governo, da parte sua, stabilisce le regole di questo "gioco": evitare le effusioni innocenti nelle scuole, le stesse strutture devono essere pronte a chiudere in caso di codice rosso, presto sarà disponibile sul mercato il vaccino che spazzerà ogni paura. Gli ospedali rispondono al "gioco" sistemando gli affetti, giunti preoccupati in pronto soccorso, nel reparto malattie infettive; per sicurezza!

Sembra che la questione sia davvero molto seria e preoccupante! Allora perché non ritardiamo l'apertura delle scuole (nelle scuole, questo nuovo virus, potrebbe svilupparsi ulteriormente)? Dal potere, però, ci avvertono che la questione è sotto controllo, che non c'è motivo di prendere una decisione del genere e che presto gli italiani saranno vaccinati. Ma intanto i media continuano a dedicare ampi spazi sull'argomento e a far nutrire ansie a chi li segue. E allora, perché tutto questo clamore? Probabilmente, ciò significa che forse non ci si fida delle rassicurazioni che arrivano dai palazzi del potere oppure, visto che si insiste, che vi è qualcuno il quale vuole dire o fare qualcos'altro! Di che si tratta?

A chi non lo ha ancora capito, glie lo dico io di che si tratta: di soldi. Credo che queste operazioni, le quali approfittano della credulità pubblica, siano un esempio di economia immorale che coinvolge i governi e che ha il solo fine di prosciugare la ricchezza dei popoli, in quanto non dedita alla creazione di valore per un uomo. Vedete, all'anno, circa 500 mila individui, nel mondo, muoiono di sola influenza comune (perché molto al di sotto della soglia di povertà o perché già sofferenti di altri disturbi molto più gravi). Molti altri milioni di uomini muoiono di malattie comunemente guaribili nei paesi sviluppati come la diarrea oppure la polmonite. Sapete, invece, quanti ne sono morti, presumibilmente, di questo nuovo virus influenzale nel solo inverno australe? Appena 25 mila nel mondo circa (ricordiamoci che siamo più di 6 miliardi di persone nel mondo). L’influenza comune, i popoli ricchi sanno già come combatterla, una nuova invece no. E anche se una nuova non esiste, ce la si inventa, magari per gli inizi dell’autunno (periodo in cui si è biologicamente più esposti a risentire delle temperature più fredde). A quale scopo? Probabilmente per vendere vaccini agli Stati del mondo, per milioni e milioni di euro. Dicono che il governo italiano garantirebbe la vaccinazione del 40 percento della popolazione italiana; e il restante 60 percento? Lo lasciamo al suo destino? Non ha senso morale tutto ciò. Probabilmente quel 40 percento è il piatto con cui qualcuno di noi potrebbe essere riuscito a banchettare con la lobby delle case farmaceutiche al solo fine di incassare indirettamente del vile denaro pubblico, col risultato di fare ricco il farmacista e infame chi dovrebbe rispondere per conto della gente comune.

L’individualismo è una brutta bestia! Esso impoverisce drammaticamente l’esistenza. Un uomo assume valore in base a quanto e a come egli è in grado di annullare il proprio ego. (Guarda il video)

Postato il 15/09/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Cittadini sottosopra

Siamo schiavi! Con l’illusione di un’impossibile libertà ma, sempre e comunque, schiavi di qualcuno o di qualcosa!

Mediamente, più di un terzo dello stipendio lordo di un impiegato (senza carichi di famiglia) è prelevato coattivamente dal governo, più del quaranta percento del reddito di un’impresa è destinato alle casse dello Stato, ogni italiano (neonati compresi), senza saperlo, ha quasi trentamila euro di debito pubblico sulla propria capoccia, il risparmio degli italiani è sempre più diminuito fino a costituire, nell’ultimo decennio, meno di un decimo del reddito lordo di ogni residente. In televisione, le maggiori emittenti nazionali hanno affollato i propri palinsesti soltanto di reality show, di quiz televisivi, di fiction inneggianti alle forze armate e di telegiornali che informano prevalentemente circa gli impegni istituzionali dei governanti, i delitti commessi dagli extracomunitari e di bollettini meteo i quali rivelano che in estate farà caldo e che in inverno farà freddo, mentre l’investimento totale nella cultura in Italia è un’attività di difficile determinazione quantitativa. L’unica speranza sembra essere davvero quella di  vincere al Superenalotto.

Probabilmente, le conseguenze di una pratica costante di questo operato, da parte di uno Stato, sono esattamente quelle di cui quotidianamente ne lamentiamo il disagio: stipendi insufficienti per l’elevato costo della vita, licenziamenti di massa, vertiginosi sali e scendi dei prezzi, lavoro precario, ansia di apparire nella società, incomprensibilità e ignoranza delle materie tributarie e fiscali, potere affidato ai soliti noti e perdita degli ideali. E mentre in TV e sui giornali si annuncia che siamo vicini alla ripresa economica (badate che si diceva così anche alla fine dell’estate scorsa), i cittadini continuano a vivere sempre con la stessa sensazione di un peso gravante sulle proprie spalle.

Questi sono i cinque aspetti per i quali un sano sistema economico non dovrebbe generare problemi:

-          servizi alle famiglie;

-          salvaguardia della ricchezza di capitali;

-          informazione e condivisione del sapere;

-          arricchimento della conoscenza.

Sembra che la parola “stato” sia il termine con il quale poter indicare la posizione dei cittadini, all’interno della società, e che consiste nel vivere tutti alle spalle degli altri. Infatti esso è sempre più presente nelle nostre vite attraverso le tasse, le imposte e i sussidi. Oggi, la parola cittadino sembra nascondere quella di schiavo. Ogni uomo dovrebbe essere considerato non in quanto membro di una nazione (e quindi un cittadino) bensì come membro della propria famiglia, alla quale un organismo (se proprio dobbiamo parlare di ente pubblico!) dovrebbe garantire solo i servizi della giustizia, della sanità, della sussistenza in caso di calamità naturale, della protezione civile e della rappresentanza all’estero. Nulla di più. Per il resto, il mercato, se lasciato veramente libero, permetterebbe ad ogni famiglia di provvedere autonomamente al proprio sostentamento, senza l’assistenza statale, senza subire le distorsioni sul valore delle cose esistenziali per un uomo. Ma probabilmente, prima di tutto ciò, sarebbe necessario comprendere quanto sia importante riappropriarsi delle responsabilità di pater familias, rifiutando la facile decisione di delegare il governo della propria esistenza ad un rappresentante (la vera causa degli abusi sulla nostra vita), riscoprendo il senso del risparmio del capitale (l’unica opera che determina veramente la ricchezza economica di una persona) e dedicando il proprio intelletto alla condivisione delle scoperte che riguardano la natura umana, le sue origini e il miglioramento della sua vita (ciò aumenta la consapevolezza di sé stessi e le opportunità di sfruttamento delle risorse terrestri).

E’ preferibile che una persona annulli il proprio “io” per raggiungere la santità rispetto ad una che dovrebbe annullarsi a favore di un ente immaginifico e spesso insignificante per l’umanità.

Postato il 26/08/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Il falso specchio

Falso specchio (1928) - René Magritte. Museum of Modern Art, New York (USA)

Ci sono persone che parlano, scrivono (o fanno scrivere) a vanvera, con l’intenzione di esprimere il loro presunto sdegno, contornando il tutto con un’ostentata e pressoché fallimentare ironia, sulle questioni che riguardano la comunità ruvese.

Ci sono ruvesi i quali, uniti in fantomatiche associazioni pro Sud, sostengono che Ruvo abbia perso la sua vitalità a causa del provvedimento che regolarizza i parcheggi delle automobili nel nostro centro storico. Infatti, da qualche settimana a questa parte, in una delle piazze del centro storico, è possibile notare nuovi cartelli che segnalano la possibilità di parcheggio e opportune strisce bianche tracciate sulla pavimentazione che lo disciplinano.

Prescindendo dal fatto che le intenzioni di tali affermazioni sembrerebbero puramente pretestuose, col probabile fine di fare un’infantile ostruzione al governo di turno (un turno che, ovviamente, dura da quasi un ventennio visto che il palazzo di città è abitato sempre dagli stessi signori!), ritengo che asserire quanto suddetto sia un esempio per capire i motivi per cui Ruvo non progredisce. Il centro storico è stato costantemente frequentato da automobili  ed esse vi sono sempre state parcheggiate (anche durante il minuto prima in cui apponevano la relativa segnaletica). Quindi, se la questione stesse veramente a cuore di chi si oppone alla presenza delle auto nel centro antico, perché la voce non si è alzata prima, ma solo ora, quasi alle porte delle nuove elezioni comunali? In dichiarazioni di questo tipo non c’è nulla di costruttivo. Il centro storico di Ruvo, a differenza di molti altri centri storici d’Italia (i quali, sulla base di una precisa scelta dei governanti, sono diventati luoghi d’affari in cui si ospitano prevalentemente uffici nei quali si lavora), è completamente abitato da famiglie che ci vivono, che crescono i propri figli e che provano a dare loro un futuro in questa cittadina. Se la bellezza del centro storico è garantita, lo si deve esclusivamente al loro desiderio di viverlo, i quali hanno provveduto con i personalissimi sacrifici e con i soli e propri denari alla ristrutturazione delle abitazioni, le quali fanno da stupenda cornice al fascino del centro abitato più invidiato dai paesi limitrofi. E dopo tutto ciò, si vorrebbe togliere loro la comodità di un parcheggio vicino la propria casa?

Ruvo è morta dal momento in cui non si è più provveduto a stimolare e a concentrare il commercio nelle nostre piazze (soprattutto quello storico del pesce e dell’orto-frutta). Ruvo è regredita nell’esatto istante in cui non si è avuto il buon senso di custodire e preservare i centri di aggregazione culturale esistenti, costringendoci a ricominciare da capo e con mille difficoltà. Ruvo è ferma perché coloro che hanno la garanzia dei voti sufficienti per salire nei palazzi in cui si governa, su questi temi, operano solo con parole fatte d’aria, col fine di colpevolizzare e giustificare il compagno che gli deve il cambio della poltrona. Dobbiamo occuparci di un efficiente piano di commercio per la città di Ruvo, perché generi una ripresa. Dobbiamo sostenere la cultura, perché arricchisca la conoscenza. Dobbiamo dare una seria disciplina ai figli ruvesi, perché si possa progredire. Un cittadina come la nostra non muore di certo perché si parcheggiano le auto in pieno centro abitato.

Le intenzioni sono vere allucinazioni che fanno piacere solo a chi le partorisce, lasciando gli altri indifferenti. L’ironia è finta ignoranza dello stato delle cose, che compiace chi ne è l’autore e che intrattiene con allegria i commensali. Il falso riferire dei fatti è l’inizio di un fallimento per tutti coloro che ne sono interessati.

Postato il 17/08/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica
L'incubo della dea

L'incubo (1782) - Heinrich Fussli. Institut of Arts, Detroit (USA)

(Guarda il video)

Tutti, almeno una volta nella vita, siamo sicuramente arrivati primi. Basta risalire al momento in cui ciascuno di noi è riuscito nell'impresa di fecondare l’ovulo della mamma, giungendo prima di tutti gli altri! Ma non può succedere sempre; non esageriamo nel credere che, la vincita ad una lotteria di Stato, possa essere l’unica speranza di cambiare la propria vita!

In queste ultime e calde settimane d’estate, la corsa alla ricerca della combinazione vincente del Superenalotto, ossia il più popolare gioco d’azzardo nostrano, si sta facendo sempre più sostenuta, avvincente e contagiosa. Il motivo è costituito dalla montagna di soldi messi in palio e accumulatosi dopo mesi in cui nessuno sia riuscito ad azzeccare la fila di numeri fortunati e vincenti. Ho raccolto testimonianze che riferiscono dell’incremento delle persone che tentano la fortuna, tra le quali anche di coloro che spendono centinaia di euro alla settimana senza nemmeno poterselo permettere, al sol fine di accaparrarsi un numero cospicuo di combinazioni, sperando così di poter dare una svolta alla propria vita.

Vincere una tale somma esagerata equivarrebbe, contrariamente a quanto si crede, ad un aumento indecifrabile di preoccupazioni e di ossessioni che costellerebbero la vita futura di un neomilionario. Immaginiamo cosa potrebbe accadere ad un uomo che, da un giorno all’altro, si ritrovi ricco con più di cento milioni di euro in banca. Così come in molti potrebbero consigliarlo, egli inizierebbe ad investire quei soldi nell’acquisto di appartamenti, ville, attività commerciali e, le banche, molto probabilmente suggerirebbero di immobilizzare parte del capitale in titoli mobiliari sicuri (certo, come no!). Insomma, il patrimonio del fortunato vincitore si incrementerebbe in un modo impensabile fino a qualche giorno prima. Così operando il nostro fantastico amico si ritroverebbe nella circostanza di dover giustificare allo Stato il proprio nuovo ed incrementato patrimonio, pagando su di esso le relative imposte sugli immobili diventati di sua proprietà, sulle rendite percepite dai vari titoli mobiliari acquisiti e sull’attività produttiva svolta per via degli investimenti effettuati in attività commerciali. Senza considerare le spese vive e necessarie per sostenere il possesso e la cura delle grandi abitazioni comprate e i costosi consigli di professionisti quali commercialisti, avvocati e notai. Insomma lo Stato, indirettamente, inizierebbe a riprendersi tutto quanto indietro e in modo inesorabile qualora, gli investimenti effettuati, non fossero tutti sufficientemente redditizi. Dimenticavo, esiste anche l’imposta sui redditi i quali andrebbero a colpire anche le nuove ricchezze che il nostro uomo potrebbe produrre con i suoi nuovi esercizi.

Un incubo! E così sarebbe soprattutto per chi non ha mai gestito somme talmente spropositate per una sola persona. Il segreto per non impazzire totalmente sarebbe quello di sbarazzarsi il più possibile della maggior parte di quegli euro vinti (magari donandoli alle persone più vicine o dandoli in beneficenza), così da potersi gestire soltanto la restante somma, quella ritenuta sufficiente per far vivere di rendita la generazione presente della propria famiglia e, al massimo, di quella immediatamente futura, evitando acquisti in eccesso di proprietà che potrebbero rendere meno rispetto a tutti quegli oneri relativi al loro mantenimento e i quali prosciugherebbero, in meno che non si dica, tutto il proprio bottino. Insomma, l’obiettivo sarebbe quello di rendersi la vita più agiata senza però complicarsela, destinando la spesa di buona parte del denaro in beni e servizi di consumo.

La partecipazione ad una lotteria di Stato reca solo tre benefici: quello di favorire il sentimento della speranza in un uomo, di nutrire la sua capacità di sognare e di contribuire con piacere alla spesa pubblica. Per il resto essa costituisce il divertimento per colui che è giudizioso oppure una ”tassa per colui che è imbecille”. (Guarda il video)

Postato il 11/08/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
I soldi dal cilindro

Comprendo benissimo l’incomprensibilità del linguaggio economico. Troppi paroloni, vagonate di neologismi di derivazione anglosassone e acronimi che confondono il cervello, il quale, all’ora di pranzo (o a quella della cena) dovrebbe interpretare il tutto fra una forchettata  di spaghetti e un sorso di vino.

Quanti di voi non si sono mai trovati davanti alla TV o alla radio, sintonizzati con un trasmissione (del telegiornale o di un approfondimento giornalistico), riguardante l’argomento “economia e finanza”? Per chi ha provato almeno una volta questa esperienza, sarà certamente d’accordo con me  sulla questione riguardante il buio pesto che genera il linguaggio e le tematiche affrontate, le quali provocano effetti imbarazzanti per l’intelligenza di chi tenta di capirci qualcosa.

Mi sono ripetuto più volte in merito, asserendo che la confusione che impera circa l’argomento “economia” è spudoratamente voluta da chi controlla le azioni delle banche e di quelle dei politici, i quali non hanno alcun interesse affinché il cittadino medio comprenda cosa muove i meccanismi del sistema economico, all’interno del quale, lo ricordo, ci siamo dentro tutti, fino alla cima dei propri capelli. Si vela l’ovvio con noiosi programmi televisivi e radiofonici, con stupidi editoriali della carta stampata i quali dicono di tutto sull’andamento dei titoli, su cosa succede in borsa, degli stock option, di titoli derivati, ma non spiegano le cose elementari e necessarie. Si parla tanto di crisi e nessuno ci dice in che cosa essa consiste, da che cosa è dovuta e se le misure che si intendono adottare funzionerebbero oppure no. Ogni riferimento a tali problematiche è debellato dall’informazione moderna. Si discute di crisi, si nomina il fenomeno dell’inflazione e ci si limita a spiegarla come un aumento generale dei prezzi (ciò che prima si acquistava con un euro, oggi lo si acquista con due euro).

Questo è ciò che i santoni dell’economia in TV intendono con inflazione. Però, dare certe definizioni è l’ormai classico trucchetto che oggi si usa per non parlare delle cause dei problemi. In realtà l’inflazione è un aumento considerevole delle banconote e delle monetine che ci sono in giro, in quanto i politici chiedono alla banca centrale di stamparne delle nuove (ovviamente, pagando alla banca emittente un interesse con i soldi che noi versiamo con le tasse) per fronteggiare la crisi nel modo più semplice, erogando nuovi finanziamenti alle imprese. Ciò porta alla conseguenza che, nel lungo andare, si resta poveri pur avendo tanti soldi in tasca perché quella nuova moneta in circolazione (che le imprese gireranno alle persone sottoforma di stipendi e di investimenti) non è giustificata da un aumento della produzione delle aziende nazionali, ma solo da aria fritta. La soluzione più ovvia sarebbe ritirare i soldi in eccesso dalla circolazione, aumentando le tasse e le imposte (come se non fossero già alte qui in Italia!). Non è così semplice! Il problema è che, avendo così operato, il danno è ormai fatto (perché intanto i prezzi sono aumentati), scatenando conseguenze cicliche che determinano quegli alti e bassi del costo della vita, ai quali siamo tanto abituati a subire. L’inflazione non è una conseguenza  o un fenomeno dovuto alla disfunzione del sistema economico. L’inflazione è un vero e proprio interruttore, azionato volontariamente dai governi, per condizionare il comportamento della gente, al fine di poter effettuare ciò che veramente distorce il mondo in cui viviamo, ovvero il cancro della nostra società, ossia le speculazioni finanziare, le quali fanno credere che qualcosa (tipo una casa, un’azienda, una valuta monetaria, ecc.) valga tanto mentre in realtà essa equivarrebbe a meno di zero (o viceversa).

Oggigiorno, il linguaggio viene barbaramente corrotto dai mass media che ne controllano la sua diffusione, provocando il disinteresse comune al significato delle parole e al senso a cui esse intendono, lasciando che se ne occupi solo quella minor parte degli uomini che si arricchisce sull’ignoranza altrui.

Postato il 03/08/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Italia: cresce il debito pubblico

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Nel mese di maggio 2010, il debito pubblico italiano raggiunge quota 1.812,790 miliardi di euro. E’ il picco più alto mai raggiunto nel nostro paese. Esso è aumentato del quasi 3 percento dall’inizio di quest’anno; praticamente siamo poco più di 60 milioni di italiani, ognuno con più di 30 mila euro di debiti sulla propria capoccia. In molti si chiederanno: ma a chi li dobbiamo tutti questi soldi? Eppure a qualcuno li dobbiamo! Precisamente, alle banche cari lettori e, agli altri soggetti privati e pubblici che hanno acquistato, negli anni passati, i titoli di stato emessi dal governo italiano, per colmare gli sprechi della spesa pubblica nazionale. E intanto dilaga la disonestà intellettuale dei politici nostrani, i quali tentano di distogliere l’opinione pubblica dalla gravità del fenomeno, minimizzando con definizioni banali circa questo aumento del debito pubblico, ritenendolo scontatamente un “dato inerziale” in quanto causato dal normale e cospicuo intervento statale a favore di coloro i quali sono più deboli in questo periodo di crisi. Dobbiamo capire che questo normale interventismo statale dei nostri giorni è una delle chiavi per comprendere le origini di questa recessione, che ha soffocato il sistema capitalistico il quale, da vent’anni a questa parte, non ha più la libertà sufficiente per produrre i benefici che esso ha sempre dimostrato di generare, e che invece ha dato spazio a un sistema finanziario marcio, fatto solo di promesse, di pagherò e, quindi, di debiti. (Guarda il video)

Postato il 15/06/2010 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Microblog.





Manovra finanziaria: chi si sacrificherà?

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Tutti protestano contro la manovra finanziaria che prevede tagli per 24 miliardi di euro. Protestano i manager della pubblica amministrazione, i magistrati, i medici e gli operatori culturali, i quali si sono visti tagliare il proprio stipendio o la riconferma di un lauto finanziamento; insomma, molti di coloro che fanno parte della classe più abbiente del paese, hanno presunte ragioni per insorgere in opposizione al provvedimento. I politici furbacchioni, invece, hanno protestato già prima che il decreto legge n. 78/2010 fosse promulgato, ottenendo dal ministro il depennamento della proposta di riduzione del proprio stipendio del 10 percento, pensando bene di far ricucire tale operazione solo per quei politici di governo non eletti parlamentari ma con incarichi per nomina. E sapete quanti sono questi, attualmente? Essi sono appena 10 in totale (bello sforzo!). Mentre le banche (super tassate in tutto il mondo) in Italia continueranno ad essere privilegiate anche in questa occasione, perché dal decreto non sono citate neanche di striscio. Gli unici che non protestano significativamente per tutto ciò sono gli altri, ossia i liberi professionisti, i lavoratori autonomi, gli umili lavoratori precari e i dipendenti del settore privato, i quali sono ormai rassegnati all'idea che accadrà esattamente ciò che è sempre successo. Ma si può sapere chi dovrà fare i sacrifici che l’Italia dovrebbe compiere per poter uscire fuori dalla crisi? Saremo tutti quanti noi insieme oppure saranno solamente i ricchi o soltanto i poveri? Tanto per cambiare, volete vedere che saranno unicamente quest’ultimi?

Postato il 09/06/2010 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Microblog.





 

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Pasquale [08/08/2010] scrive: infatti dario! Il punto è che se noi perdiamo un vantaggio comparato nella produzione di auto mentre è la Serbia che lo guadagna, sarebbe il sistema italiano a dover garantire la libertà di far sorgere nuove produzioni (quelle in cui poter essere migliori), le quali andrebbero a compensare tale perdita, affinché siano anche i Serbi a comprare da noi ciò che loro non possono produrre e che ad essi è necessario per vivere meglio. Accadrebbe naturalmente se si lasciasse più libertà. Vai al post

dario [08/08/2010] scrive: @ sere: nessuno in Italia affronta questo problema. cerchiamo di salvare chi produce con la scusa di non aumentare la disoccupazione. I lavoratori godono di rendite enormi grazie a ciò che hanno ottenuto i sindacati negli anni. però l'efficienza istituzionale del nostro paese è bassa perché grantisce poco sulla riqualificazione dei lavoratorie sul loro reinserimento Vai al post

sere [08/08/2010] scrive: certo, ma se invirtù di questo trasferimento i consumatori perdono il lavoro, come potranno comprare quei prodotti (anche se a prezzi inferiori)? a questo tu non ci pensi? Vai al post

 
 
 

 

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