Il Blog di Pasquale Marinelli

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lente.jpg

Oggi, nella rubrica "Discussioni di Economia" del blog, condivido con i lettori, in contemporanea con tutti i top blogger indipendenti italiani di economia, un guest post scritto a più mani, riguardante le menzogne diramate in questi giorni dal governo italiano circa i conti pubblici e i relativi calcoli demenziali espressi nell’ultimo documento di economia e finanza. Essi sono puntualmente smascherati da un’approfondita analisi che, seppur prolissa, data l’importanza dei rilievi esposti, merita comunque una particolare attenzione. Buona lettura!

OPERAZIONE VERITA': A CHE PUNTO E’ LA NOTTE ITALIANA

Premessa:

In questi anni di crisi, oltre alle tasse e al disagio economico e sociale, c'è stata un'altra grande costante che ha tenuto compagnia alle nostre giornate, ai nostri momenti: la menzogna proferita in modo sistematico dai vari governi e dai politici di turno che, in maniera spudorata e vergognosa, hanno reiteratamente mentito e mistificato (e continuano a farlo) circa l'esatta situazione dell'economia e dei conti pubblici, in costante ed inesorabile deterioramento.
È' chiaro che tutto ciò incorpora evidenti elementi di criminalità, proprio perché tende ad alimentare false aspettative nei confronti degli agenti economici più deboli: i disoccupati con le loro famiglie e le imprese, prime vittime sacrificali di questa crisi.
Proprio per questo, insieme ad altri siti amici, tra i più seguiti in Italia di economia, tutti liberi e senza padroni, abbiamo pensato di lanciare, coralmente, tutti insieme, questo post divulgativo al fine di far ben comprendere l'esatto stato dei conti pubblici e dell'economia.

menzogne

I grafici  che seguono esplicano in maniera esaustiva i clamorosi  errori previsionali commessi dai vari governi che si sono alternati negli ultimi 3 anni di crisi, su Deficit Pubblico, Debito pubblico e Pil Nominale.

debito2.jpg  deficit.jpg  pil.jpg

Come noto, appena qualche di settimane fa, il governo ha reso pubblica la Nota di Aggiornamento al DEF. Per chi non lo sapesse, il DEF è il documento di economia e finanza che  rappresenta il punto nodale nella programmazione della politica economica e di bilancio del paese. Il punto d’incontro tra politica nazionale e l’Unione Europea, che incorpora le variabili macroeconomiche e di bilancio che il governo stima si possano realizzare, stante una crescita presunta del PIL.

Leggendo il documento licenziato dal governo (n.d.r. scaricalo qui), la cosa che più lascia perplessi, è dover constatare la volgarità della menzogna esercitata dal governo, proprio su talune variabili che risultano manifestamente abbellite, taroccate, per nulla aderenti con la realtà dei fatti,  con l'esatta situazione dell'economia italiana e  dei conti pubblici. Questi ultimi, appositamente “massaggiati” per offrire un quadro della finanza pubblica migliore rispetto a quello che effettivamente è.

Cerchiamo di andare nel dettaglio.

LA MENZOGNA SUI CONTI PUBBLICI

La nota licenziata dal Governo, rispetto al DEF di primavera, con la fine dell'anno ormai alle porte, recepisce ciò che era ormai chiaro da mesi, più o meno a tutti i commentatori di buon senso. Ossia che il Pil, anche quest'anno, diminuirà dell'1.7%(?), posizionandosi a 1.557,3 miliardi di euro, quindi ben oltre l'1.3% previsto solo a maggio dal governo Monti.

Sul fronte della spesa pubblica, il governo, proprio con l’intento di esporre un deficit migliore rispetto a quello reale, da un lato ha aumentato di un miliardo di euro la spesa corrente (pensioni, stipendi, acquisti); mentre, dall’altro,  ha corretto al ribasso la stima della spesa in conto capitale portandola a 807,6 miliardi rispetto agli 810, 6 precedentemente previsti: quindi, 3 miliardi in meno di spese che aiuterebbero (secondo il governo) a far rientrare sotto il 3% lo sconfinamento  deficit/Pil.

Ma entrando nel dettaglio del DEF, si scopre che questo (apparente) miglioramento, è determinato da artifici contabili,  per cui si differiscono all’anno successivo (cioè al 2014) talune spese in conto capitale  originariamente previste nel 2013, nonostante la spesa per investimenti sia stata fortemente ridotta in questi ultimi anni  proprio per esigenze di bilancio, non considerando che questa determina  anche delle manifestazioni virtuose per il ciclo economico. E’ ovvio che, se cossi fosse, questa pratica andrà ad impattare sul fabbisogno del prossimo anno.

Ciò nonostante, analizzando le spese della amministrazioni pubbliche e proiettando al 31 dicembre il consuntivo realizzato nei primi sette mesi dell’anno - dove sono cresciute dell’1.8% rispetto allo stesso periodo del 2012 - si osserva che queste, a fine anno,  dovrebbero aggirarsi intorno ai 678.5 miliardi di euro: cioè 6 miliardi in più rispetto ai valori rettificati dal governo nella nota di aggiornamento.

Sul fronte delle entrate, a causa dell’aleatorietà dei pagamenti da parte degli agenti economici,  la questione è molto più difficile da interpretare. Anche se i dati disponibili delle entrate tributarie, per i primi 8 mesi dell’anno, registrano una diminuzione dello 0.3%  rispetto allo stesso periodo del 2012.

Le entrate contributive, invece, secondo quanto comunicato dalla Ragioneria Generale dello Stato, nei primi sette mesi dell’anno, si sono attestate a circa  124 miliardi di euro, in flessione dello 0.9% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Proiettando a tutto il 2013  i dati sulle entrate tributarie e contributive realizzate nei  primi 9 mesi, dando per certa una copertura del taglio della seconda rata dell’IMU - in parte assorbito anche dal recente aumento IVA -  e, in via del tutto prudenziale, ipotizzando comunque un miglioramento  dell’andamento delle entrate, è verosimile ritenere, a fine anno, un minor gettito che oscilli  tra +0,1 e +0,4% per le entrate del 2013 sul 2012, ad un valore tra 755 e 757 miliardi di Euro, contro 759 preventivati, con un ammanco tra 2,0 e 4,0 miliardi.

Quindi in estrema sintesi, alla luce di quanto sopra esposto, si potrebbe ritenere del tutto verosimile un deficit, a fine anno, oscillante tra il 3.4% e il 3.6%, cioè dai 4 ai 6 miliardi in più rispetto ai 48.7 miliardi stimati dal governo nella nota di aggiornamento, con un debito pubblico prossimo al 134% contro li stima del governo al 132,9%

In buona sostanza, è questo il quadro di finanza pubblica che, con ogni probabilità, ci attenderà da qui a fine anno, salvo ulteriori manovre correttive o giochi di prestigio per esporre un deficit inferiore al 3%. Ma in uno scenario come quello descritto, nel quale si balla proprio ai limiti, nonostante la manovra di contenimento di 1.6 miliardi di euro varata lo scorso 10 ottobre, molto dipenderà dalla crescita economica dell’ultima parte dell’anno e dalle entrate tributarie degli ultimi mesi, anche se, a parer di chi scrive, i margini di ottimismo sembrano piuttosto ridotti, se non addirittura inesistenti.

COME TAROCCARE LE PREVISIONI SULLA SPESA PER INTERESSI

Ma andando oltre, sempre nel DEF, e sempre a proposito dell’inattendibilità delle stime governative, si scopre che, sul fronte della stima della  spesa per interessi, il tandem Letta-Saccomanni, compiono una vera e propria manovra di prestigio, degna di Mago Otelma.

Tanto per renderci conto di cosa stiamo parlando, vi propongo questa tabella che riepiloga la stima della spesa per interessi dal 2014 al 2017: sulla prima riga quella effettuata dal Governo Monti, sulla seconda quella del Governo Letta con la nota di aggiornamento al DEF.

Stima Spesa per interessi Gov. Monti vs Gov. Letta . (dati in migliaia di euro)

 

 

2014

2015

2016

2017

Def . Maggio 2013- MONTI

90377

97465

104384

109289

Agg. Def settembre- LETTA

86087

88827

91858

92500

RISPARMIO

4290

8638

12526

16789

Come è facile intuire, già dal 2014, fino ad arrivare al 2017, il governo Letta stima un robusto e progressivo risparmio per la spesa per interessi, fino a giungere, nel 2017, appunto, a oltre 16 miliardi di euro, equivalenti ad 1 punto percentuale del Pil. E' chiaro che queste presunte economie determinano un miglioramento dei saldi di finanza pubblica.

A questo punto occorrerebbe chiedersi perché il governo stimi una riduzione così significativa del costo per interessi, o secondo quale parametro. Prima di dare una risposta all’interrogativo, è bene precisare che, come giustamente segnala il Prof. Gustavo Piga nel suo blog, ormai da oltre  15 anni  a questa parte, o meglio fino all’ultimo DEF dello scorso maggio, le previsioni di stima della spesa per interessi venivano “formulate utilizzando i tassi impliciti nella curva dei rendimenti italiana rilevati a  metà marzo 2013….”. In buona sostanza si tratta(va) di un criterio riconosciuto dalla comunità scientifica e finanziaria, che traeva fondamento proprio dall’analisi della curva dei tassi in un determinato periodo temporale.

Con la nota di aggiornamento, il governo cambia paradigma.  Infatti, sul documento,  la stima della spesa per interessi fonda  la sua previsione su una “ipotetica e una graduale chiusura degli spread di rendimento a dieci anni dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi a 200 punti base nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017”. Cioè, per dirla in parole più semplici, il costo degli interessi sarebbe destinato a scendere in ragione di una ipotetica diminuzione degli spread.

Siamo quasi al demenziale o, se preferite, al dilettantismo, poiché, un analisi di questo genere, è priva di qualsiasi fondamento, non solo scientifico, ma anche logico. Invero, va precisato che un calo dello spread non significa automaticamente una diminuzione dei costi al servizio del debito (interessi). Infatti, lo spread, altro non è che una variabile che misura la differenza tra il rendimento Btp decennale e quello del bund tedesco: anche quest’ultimo soggetto a variare in ragione di una moltitudine di variabili economiche e di mercato.

Ne consegue, in maniera peraltro del tutto ovvia, che se diminuisce lo spread, ma al tempo stesso aumenta il rendimento del bund, l’aumento del titolo tedesco vanifica in tutto o in parte il beneficio prodotto dal ripiegamento dello spread. Da ciò se ne deduce che se ad un eventuale aumento del rendimento del Bund, non si contrappone un calo più che proporzionale dello spread, il costo del debito aumenta anziché diminuire. Questo, banalmente, per significarvi che la stima fatta dal governo per quantificare la spesa per gli interessi, oltre ad essere infondata nel metodo, lo è anche logicamente.

Detto ciò, con ogni probabilità, ciò che induce il governo a ritenere un ripiegamento dello spread nei confronti del titolo tedesco, verosimilmente, risiede proprio nelle previsioni di crescita del PIL, dal 2014 al 2017, a parer di chi scrive, fin troppo ottimiste, o meglio non realizzabili.

Il perché dovrebbe esser chiaro. Infatti tanto più la crescita si dimostrerà (almeno sulla carta) vigorosa, tanto più i conti pubblici si stabilizzeranno verso sentieri di maggiore sostenibilità (sempre sulla carta) e, di conseguenza, aumenterà anche la fiducia degli investitori nei titoli del debito pubblico, determinando anche un ripiegamento dello spread, magari allineandosi (??) alle previsioni elaborate dal governo nel DEF. Quindi, un rientro dello spread a 100 punti base, in ragione della crescita esponenziale del PIL esposta nel DEF, potrebbe essere verosimile. Ma ciò che non lo è, sono le previsioni sul PIL.

A PROPOSITO DELLE PREVISIONI FANTASIOSE SULLA CRESCITA

Ecco, il punto è proprio la crescita economica.

E’ proprio qui che il governo commette una vera e propria indecenza, proiettando stime che, non senza difficoltà e fantasia, potrebbero semmai essere ospitate nel libro dei sogni, nonostante, nel corso degli ultimi 14 anni ed oltre, il PIL dell’Italia sia cresciuto mediamente ad un livello ben inferiore (oltre 1%) rispetto alla media UE27.

crescita.jpg

Ad ogni buon conto, la Nota di Aggiornamento al DEF si fonda  su una dinamica di tassi di crescita del Pil dal  2014 al 2017 decisamente ottimista:

- 2014 +1,0%;

- 2015 +1,7%;

- 2016 +1.8%;

- 2017 +1.9%.

Cioè, una crescita molto più robusta di quella mediamente prodotta negli ultimi 13/15 anni, ascrivibile, secondo il DEF, all'impatto (positivo) che dovrebbe produrre le riforme varate dai governi negli ultimi anni. Che poi, quali sarebbero queste riforme, sfugge del tutto.

In pratica, una crescita ben superiore a quella prevista da altre istituzioni finanziarie internazionali (es FMI) che appaiono comunque fuori dalla portata dell'Italia, almeno nel contesto che andremo tra poco a chiarire.

E' chiaro che gonfiare ad arte una previsione di crescita per i prossimi anni, in visione prospettica, rende il quadro di sostenibilità delle finanze pubbliche assai più roseo rispetto a quello che altrimenti sarebbe. Per il semplice fatto che, ampliare la base imponibile (maggiore PIL), ha come ovvia conseguenza anche un aumento delle entrate fiscali, determinando un miglioramento dei deficit, senza che ciò derivi da un inasprimento delle aliquote.

E questo favorirebbe anche un maggior interesse nell'acquisto del debito italiano anche da parte degli investitori, che comunque sanno (o meglio dovrebbero sapere) che si tratta di previsioni di crescita del tutto irrealizzabili. Anche perché, se fosse lo stesso governo a disegnare una quadro di sostenibilità delle finanze pubbliche a tinte fosche (cioè più verosimile alla realtà), chi mai avrebbe interesse ad investire sul debito pubblico italiano, se non con un rendimento che incorpori anche un maggior premio di rischio?

Quindi, banchieri compiacenti, ancorché conoscano (o quantomeno lo sospettino) che i dati sulla crescita siano del tutto inverosimili,  acquistano ugualmente  il debito pubblico. Perché sanno che il governo, all'occorrenza e in caso di necessità, in virtù dell'autorità che ha di imporre tasse - nelle forme più fantasiose possibili, patrimoniali comprese - sarà sempre disponibile ad intermediare ricchezza (quella degli italiani, nello specifico) e ripagare il debito nei confronti degli investitori.

Ma siccome il governo ben conosce che i dati sono del tutto dissociati dalla realtà e che si tratta di ipotesi irrealizzabili, destinate a naufragare aprendo buchi nel bilancio dello stato, anticipa gli eventi. Quindi vara una nuova manovra in modo che, quando ci si accorgerà del naufragio delle previsioni di crescita, tutto sarà già più o meno sotto controllo. Perché, è chiaro: le clausole di salvaguardia servono proprio a questo. Salvo ulteriori manovre e quindi altre tasse.

Ed è quello che, in buona sostanza, è stato fatto nei giorni scorsi varando l’ultima legge di stabilità.

Ma tornando al fattore crescita economica, vorrei proporvi un breve ragionamento, di buon senso, per farvi ben comprendere quanto siano infondate le previsioni di crescita formulate dal governo. Ragionamento che, per certi versi, esula dalla solita prospettiva approcciata dagli economisti su tali tipi di analisi. Nulla di complesso e particolarmente difficile.

Per comprende di cosa stiamo parlando, è bene fare un breve excursus su ciò che è stata la crescita italiana negli ultimi 13 anni, ossia dall’introduzione dell’euro. Ragioneremo in termini nominali. Cioè non considerando l’effetto inflazione che si è manifestata nel periodo considerato e che, comunque, giova ricordare, è stata di circa il 30% dal 2000 al 2013.

pil2017.jpg

Grafico1. Banda celeste: Pil nominale secondo le previsioni del DEF

Come è facile osservare, in tutto il periodo considerato, l’Italia è cresciuta in maniera del tutto asfittica: certamente non in sintonia con le proprie necessità e, mediamente, come evidenziato in precedenza, ben oltre un punto percentuale annuo in meno rispetto alla media dei pausi UE27 (n.d.r. anche se questo grafico non permette di osservare il reale andamento del PIL nazionale, che dal 2008 è decisamente crollato - guarda qui -, ma ci fa osservare solo come la politica monetaria della BCE sia stata altrettanta asfittica e cauta negli ultimi 13 anni, rendendo i prezzi dei mercati europei, e quindi anche il suo PIL nominale, quasi stabili). Nel frattempo, il debito italiano ha conosciuto ritmi di crescita molto più sostenuti, con una drammatica accelerazione  proprio dal 2008 in poi. Ossia con l'esplosione della crisi che ha determinato, ad esempio, un maggior esborso da parte dello Stato per sussidi di disoccupazione, o per la partecipazione ai vari piani di salvataggio condotti nel cotesto europeo.

pil-debito.jpg

Tant'è che, dal 2000 in avanti, il debito pubblico non è mai sceso sotto il 103% del Pil - quando i parametri di Maastricht lo vorrebbero confinato al 60% del prodotto lordo - con un'accelerazione vertiginosa proprio nell'ultimo quinquennio.

Fino a giungere, alla fine del 2013, a ridosso del 134% del Pil. Circa 2090 miliardi di euro, a fronte dei un PIl appena sopra ai 1550 miliardi di euro.

Tanto per offrirvi l'idea dell'accelerazione subita dal debito pubblico, giova ricordare che, da fine 2011 ad oggi, il debito è cresciuto di circa 170 miliardi, ossia oltre l'8% dello stock totale.

Arrivati a questo punto, è il caso di ricordare che dal 2015, l'Italia, in applicazione del Fiscal Compact, per i prossimi 20 anni, dovrà procedere ad una riduzione del debito pubblico di 1/20 all'anno in ragione del PIl, al fine di confinare il debito entro il 60% imposto da Maastricht. Per sostenere l'abbattimento del debito pubblico  in un percorso così impegnativo, la condizione necessaria è che il PIL nominale cresca di almeno il 3% per i prossimi 20 anni. In modo tale che - confida il governo - una volta stabilizzato, il debito possa rientrare in maniera quasi automatica. Questa condizione imprescindibile, benché sulle previsioni del governo sia soddisfatta, appare del tutto irrealizzabile, almeno per i prossimi anni.

Ritornando alla dinamica del PIL (nominale) dal 2000 in avanti, giova segnalare che questo  è passato dai 1191 miliardi dell'anno 2000, fino ai 1567 miliardi del 2008. Per poi flettere ai 1520 miliardi con la recessione del 2009, e riprendersi nel 2011, fino a giungere ai 1580 miliardi e per poi flettere nuovamente nel 2012 e 2013, fino ad attestarsi, secondo le stime DEF, ai 1557 miliardi del 2013. Da ciò se ne deduce che il PIL (nominale), negli ultimi 14 anni (comprendendo anche il dato del 2013, indicato nel  DEF a 1557 miliardi) è cresciuto di appena 366 miliardi di euro nominali: ossia solo del 30.74%, appena poco sopra il livello di inflazione cumulata nello stesso periodo. Ossia, non è cresciuto in termini reali (n.d.r. ovviamente, non essendoci una un’aggressiva politica inflattiva da parte della BCE, il dato del Pil nominale non può che rimanere quasi stabile, laddove le condizioni della domanda e dell'offerta dei mercati italiani sono rimaste pressoché immutate).

Secondo le previsioni riportate nel DEF, già dal 2014, il Pil salirà a 1602 miliardi, per poi passare a 1660 nel 2014, 1718 nel 2016 e 1779 nel 2017.

Cioè ben 222 miliardi in più rispetto ai livelli di fine 2013 (quasi il 15% in più), che rappresentano circa il 60% della crescita realizzata negli ultimi 13 anni. Tutto questo è riscontrabile dal grafico (1) sopra esposto, dove dal 2014 in poi, secondo le previsioni del DEF, si assiste ad un irripidimento della curva del PIL nominale, che incorpora tassi di crescita medi nel quadriennio di oltre il 3% annuo.

A questo banale ragionamento, si potrebbe obiettare che è sostanzialmente insensato paragonare la crescita del PIL nominale in due periodi temporali differenti, senza considerare gli effetti inflattivi acquisiti, che hanno comunque contribuito ad  una maggiore crescita dal PIL nominale. Vero: osservazione ineccepibile. Ma che non cambia di molto le previsioni troppo ottimistiche fatte dal governo, atteso che le previsioni sull’inflazione sembrano anch’esse fuori dalla realtà, stante anche la persistente debolezza dei consumi che si protrarrà anche nei prossimi anni, spingendo al ribasso anche le previsioni sull’inflazione. Di conseguenza, con un inflazione che verosimilmente sarà destinata a rimanere al disotto delle previsioni, la performance del PIL nominale appare ben al disopra di ogni ragionevole previsione.

CONDIZIONI ECONOMICHE OPPOSTE

A conferma dello scenario sopra evidenziato e di quanto siano inverosimili le previsioni di crescita del PIL elaborate dal Governo, giova ricordare che nel periodo considerato, almeno fino al 2007, si sono verificate eccellenti condizioni di crescita nelle aree economiche più importanti (del mondo, che, indubbiamente, hanno trainato la crescita italiana, con un export particolarmente dinamico).

In questo periodo, al netto delle distorsioni prodotte, si è assistito anche  ad un abbondanza di credito che è stato riversato nell’economia, determinando una fase virtuosa del ciclo economico.

La facilità di accesso al credito ha consentito agli operatori economici il finanziamento delle proprie attività e dei propri bisogni: le imprese hanno potuto investire in opifici, capannoni, immobili, attrezzature, macchinari e ricerca. Mentre le famiglie ed i privati, nell’acquisto di case, automobili, o altri beni durevoli. E’ evidente che  dinamiche di questo tipo abbiano avuto un enorme impulso sullo sviluppo economico del periodo considerato, determinando fenomeni virtuosi anche nella disoccupazione, che ha conosciuto livelli minimi proprio nel 2007, al 6.1%.  (n.d.r. in realtà ciò ha determinato un incremento del rischio di mal investimenti, i quali hanno gonfiato bolle che, tra il 2008 e il 2009, sono drammaticamente scoppiate).

E’ fuori da ogni dubbio che queste condizioni abbiano contribuito significativamente alla crescita del PIL che, tuttavia, ricordiamo, è stata ben al disotto della media europea e delle necessità del paese.

Ad oggi sembra di vivere in un altro mondo.

Le desertificazione economica prodotta dalla crisi e dalle politiche di austerity è sotto gli occhi di tutti, soprattutto nella monotonia delle tasche degli italiani (n.d.r. un’austerity che in verità non c’è mai stata sul lato del settore pubblico, ma solo sul settore privato, il quale è martoriato da una elevata pressione fiscale, da un’assurda burocrazia e dal credit crunch).

La disoccupazione è doppia (oltre il 12%) rispetto ai tassi minimi del 2007, mentre quella giovanile ha superato la soglia del 40%, con punte ben superiori al 50% in alcune zone del sud. Tuttavia, il tasso di disoccupazione indicato dalle statistiche oltre il 12%, non racconta affatto l'esatta drammaticità della piaga della disoccupazione, poiché non tiene conto di chi ha smesso di cercare lavoro o di chi è sottoccupato.

Non tiene neanche conto delle centinaia di migliaia di persone che ancora godono della cassa integrazione e che sono in forza ad aziende che non avranno mai la possibilità di riemergere da questa situazione. Se di considerassero anche queste variabili, il dato sarebbe proiettato ben oltre la soglia del 20%.

Inoltre, rispetto al periodo  che potremmo chiamare “delle vacche grasse” (2000-2007, N.d.r.), il reddito procapite reale è precipitato ai livelli che non si vedevano da oltre un quindicennio.  La capacità dei spesa della famiglie, anche a causa dell'inasprimento fiscale di questi ultimi anni, ha subito un drammatico tracollo. Decine di migliaia di imprese hanno cessato la loro attività, hanno chiuso i battenti o si sono delocalizzate in aree geografiche ove risulti più conveniente fare impresa.

La pressione fiscale ha raggiunto livelli record, ben superiori a quelli conosciuti fino al 2007.

Ancora: le banche sono  alle prese con  sofferenze record che si attestano ad oltre quota 140 miliardi di euro. Queste, sono almeno quelle ufficiali. Poi ci sarebbero anche quelle non ancora emerse, che le banche cercano di mantenere latenti più a lungo possibile. Stando la fragilità del sistema bancario (solo per usare un eufemismo), appare del tutto improbabile che le banche possano tornare ad allargare i coroni della borsa e sostenere un ciclo economico, ancorché trainato da altre economie mondiali che comunque, pur mostrando segnali di maggior ottimismo, sono ben lontane dai fasti del periodo “delle vacche grasse” (n.d.r. in realtà il maggior ottimismo mostrato dalle altre economie mondiali è meramente illusorio, in quanto alimentato da politiche di aumento della massa monetaria le quali non stanno determinando una maggiore ricchezza reale ma solo un annacquamento dei valori di mercato)

Nel contesto europeo, invece,  giova segnalare che molte economie sono alle prese con percorsi di rientro dai deficit che chiaramente impattano sul ciclo economico di quelle nazioni e, conseguentemente, anche nella componente export del PIL italiano.

Queste sono solo alcune delle variabili economiche fortemente deteriorate che non possono che aggravare le previsioni di crescita per il prossimo futuro, rendendo gli sforzi previsionali del governo del tutto inattendibili.

 E’ chiaro che queste variabili - che costituiscono solo una minima parte di quelle che si potrebbero considerare ai fini della nostra analisi e che confermerebbero comunque il nostro ragionamento -, stando la persistente fragilità, non potranno contribuire alla crescita del PIL, come invece avvenuto in passato nel periodo di crescita economica.

Eppure, questo ragionamento,  che non ha ben poco di dottrina economica, sembra sfuggire del tutto al governo che ipotizza previsioni di crescita fuori da ogni logica di buon senso.

Di conseguenza non si comprendono le ragioni per cui il PIL, nei prossimi 4 anni, debba cresce in maniera così esponenziale come, invece, prevede il governo.

Per dirla in maniera prosaica, potremmo chiederci: alla luce della devastazione economica intervenuta, perche mai l’economia italiana, nei prossimi 4 anni, dovrebbe crescere in maniera ben più sostenuta rispetto a quanto avvenuto nei primi 8 anni del secolo, in condizioni imparagonabili rispetto alle attuali?

La risposta è semplice. Ossia non esiste nessun elemento che possa confermare i livelli di ottimismo profusi dal governo, posto il fatto che, l’Italia, in questa crisi, ha perso anche una buona parte della capacità di reazione ad agganciare cicli economici favorevoli, ancorché indotti da altre economie trainanti.

In altre parole, a parer di chi scrive, l’Italia si trova a vivere un’epoca  di declino economico e sociale di lungo periodo, dalla quale uscirne non sarà affatto facile, se non impossibile, permanendo simili condizioni.

In una situazione come quella descritta, con un cambio non rappresentativo dei  caratteri di debolezza strutturale dell’economia italiana, invertire la tendenza, verosimilmente, sarà del tutto improbabile.

Nella condizione attuale, l’ipotesi che appare più verosimile è quella secondo la quale l’’Italia si troverà ad alternare periodi recessivi con periodi di bassa crescita (stagnazione), in un percorso altamente allarmante e distruttivo che determinerà:

- Declino inarrestabile del sistema produttivo manifatturiero italiano;

- Aumento della disoccupazione e crescita del paese da sognare per lungo tempo;

- Impoverimento continuo delle famiglie, della classe media e poi anche degli altri;

- Collasso del welfare attuale perché insostenibile.

 


Postato il 22/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Negli ultimi anni, su tutto il territorio nazionale, si è sviluppato un mercato innovativo costituito dalla vendita delle sigarette elettroniche. Esse consentono al tabagista una maniera alternativa di assumere nicotina: aspirando vapore, anziché il fumo delle sigarette tradizionali, le quali sono pluri conclamate cancerogene e vendute dallo stato in regime di monopolio legale.

Sapete cosa accadrebbe se qualcuno avesse l'iniziativa di mettere su un proprio business in un territorio il cui mercato è già sotto il controllo di una banda di criminali? Accadrebbe che i criminali beccherebbero coloro che hanno avuto l'ardire di mettersi in concorrenza con essi e li minaccerebbero di procurare loro un torto allorquando non si ponga fine all'attività svolta in proprio e ritenuta indesiderata. Se al malcapitato gli andasse bene, gli verrebbe concessa la possibilità di continuare a lavorare, ma per i criminali, se gli andasse male, chiuderebbe baracca e burattini, senza non molte spiacevoli conseguenze.

Sapete cosa accade quando qualcuno decide di svolgere un'attività concorrenziale a quella già svolta dallo stato? Accade la stessa cosa che accadrebbe nel caso in cui si avesse a che fare con dei criminali.

Rispetto alle tradizionali sigarette, quelle elettroniche risultano essere più economiche, non regolamentate da norme assurde e il principio secondo il quale si basa il suo consumo (aspirazione di semplice vapore) appare essere meno dannoso per la salute dell'utilizzatore e di chi gli è attorno. Inoltre, è offerta la possibilità di assumere soltanto vapori aromatizzati con prodotti naturali, non necessariamente arricchiti di nicotina.

E' sempre un'alba d'oro quella che segue una nuova scoperta, fatta di opportunità e di concrete promesse per la prosperità.

Così è stato per l'alba giunta dopo l'arrivo in Italia della sigaretta elettronica. Infatti, un nuovo mercato attendeva di essere esplorato e servito e le persone disoccupate (soprattutto giovani) hanno avuto l'opportunità di inventarsi un nuovo lavoro per importare, far conoscere e distribuire l'innovativo prodotto della sigaretta elettronica e venderlo. Inoltre, l'annosa questione circa i danni causati dal fumo da tabacco sulla salute delle persone poteva essere contrastata in modo concreto, rapido e senza ostacoli, attraverso l'offerta delle più innocue sigarette elettroniche. Infine, grazie alla sigaretta elettronica, la dipendenza da nicotina, oltre a poter nuocere meno alla propria salute, non svuotava le tasche degli italiani così come lo fanno le sigarette tradizionali.

Ricapitolando, quello delle sigarette elettroniche è un fenomeno che ha dato risposte concrete (e non chiacchiere da politici) affinché:

- si aprisse un nuovo mercato in grado di procurare nuove opportunità di guadagno alle iniziative imprenditoriali degli italiani;

- si contrastasse la dilagante disoccupazione italiana (soprattutto quella giovanile);

- si rendesse meno nociva e meno costosa la dipendenza da nicotina dei cittadini fumatori rispetto all'insindacabile e scientificamente riconosciuta dannosità della sigaretta tradizionale.

Insomma, grazie a questa innovazione, molti cittadini italiani, in assoluta autonomia, in maniera del tutto spontanea e senza macchinose interferenze burocratiche, hanno iniziato a determinare le opportunità sopra elencate, le quali avrebbero potuto fornire un valido contributo alla tanto auspicata crescita economica del paese.

Di fronte a questo straordinario e positivo scenario, cosa pensate che abbia fatto lo stato italiano, che tanto dice di volere bene ai suoi cittadini? Pensate che esso abbia assecondato le libere scelte imprenditoriali, lasciandole libere di esprimersi, così da consentire maggiore occupazione e migliore soddisfazione dei bisogni? Assolutamente no. Lo stato, attraverso i suoi rappresentanti, promette la crescita economica ed una maggiore occupazione, ma difronte ad una reale occasione di risalita economica, come quella costituita dal mercato nascente delle sigarette elettroniche, ne ostacola il libero sviluppo.

Infatti:

- da gennaio 2014, come da DL n. 76 del 28 giugno 2013 art. 11 c. 22 potrebbe scattare l’accisa del 58,5% sul prezzo di vendita delle sigarette elettroniche (e loro accessori). Non scordiamoci che al prezzo del prodotto si applica anche l'IVA (recentemente passata dal 21% al 22%). Quindi è stato decretato che sul prezzo della sigaretta elettronica si applichi una prima tassa (l'accisa), per poi applicare l'altra tassa finale (l'IVA). Tasse su tasse; un tipico esempio questo di come lo stato distorce la struttura dei prezzi di mercato, aumentandoli senza aver conferito alcun valore aggiunto al prodotto;

- da gennaio 2014, la commercializzazione dovrebbe essere assoggettata alla preventiva autorizzazione dell'agenzia delle dogane e dei monopoli di stato per i soggetti aventi gli stessi requisiti previsti per ottenere la licenza di vendita dei tabacchi (DL n. 76 del 28 giugno 2013 art. 11 c. 22);

- l'utilizzo della sigaretta elettronica è vietato nei pubblici locali e ai minori di 18 anni come da ordinanza del ministero della salute del 26 giugno 2013;

- la pubblicità la quale abbia ad oggetto le sigarette elettroniche è vietata, come disposto dal DL n. 76 del 28 giugno 2013 art. 11 c. 23.

Tutto questo perché? Perché lo stato ci vuole talmente tanto bene che si è preso la briga di condurre delle ricerche lampo su queste sigarette elettroniche e avrebbe dimostrato che esse sarebbero dannose per la salute di chi le utilizza, paragonando i loro effetti a quelli delle sigarette tradizionali.

Che carini quelli del governo! Non vogliono che ci facciamo del male! Per loro, noi siamo incoscienti, non sappiamo ciò che è bene e ciò che è male per noi; loro invece sì e, secondo la loro ineguagliabile  saggezza, il mercato delle sigarette elettroniche sarebbe da regolamentare perché potenzialmente dannoso.

Ma se fosse vero che le sigarette elettroniche nuocciono alla salute, perché lo stato non le vieta del tutto, come già accade per altri prodotti, la cui vendita è attualmente vietata? Oppure, perché non ostacola con altrettanta ferocia ogni dispositivo soltanto ipotizzato dannoso, come si dice che lo sarebbero i cellulari, le automobili, i cibi grassi, ecc.? In verità, avrei da ridire anche in questi ultimi casi, ma almeno sarebbe la mossa più logica, laddove fosse sincera la preoccupazione che lo stato avrebbe per la nostra salute! Non trovate?

Sulla pericolosità delle sigarette elettroniche il dibattito è ancora aperto. Quiqui e qui trovate ricerche pareri autorevoli e notizie riguardanti ricerche scientifiche che invece non attribuiscono alle sigarette elettroniche effetti collaterali pericolosi, tanto quanto lo siano altresì quelli delle sigarette tradizionali (circa le quali, rispetto alle sigarette elettroniche, non trovereste un solo studio scientifico che non riconosca la loro cancerogenicità). Inoltre, assodato che aspirare fumo, derivante dalla combustione di qualsiasi cosa, è di per sé dannoso mentre aspirare vapore non lo sia, l'obiezione secondo la quale ci sarebbe il rischio che sia il liquido utilizzato nelle sigarette elettroniche ad essere nocivo è idiota, in quanto non esiste una sola marca di liquidi, non tutti risultano essere nocivi e il rischio di trovarne uno dannoso sarebbe lo stesso che si correrebbe nell'acquisto di un pacco di farina la quale potrebbe essere inconsapevolmente contaminata; ma non per questo si applicano accise sulla farina, si limita il suo consumo o si vieta la sua pubblicità!

E' evidente che, in merito, lo stato sarebbe preoccupato per tutto tranne che per la nostra salute.

È la sua cassa che piange a preoccupare lo stato. Se esso vietasse la vendita delle sigarette elettroniche, non coglierebbe l'occasione di lucrare su un nuovo mercato in ascesa, tutto da tassare. Infatti, i negozi che vendono al dettaglio queste tecnologiche sigarette hanno ottenuto un così grande successo di richieste da parte dei consumatori, tanto da aver destabilizzato il fatturato del monopolio di stato derivante dalla vendita dei tabacchi, minando le entrate dello stato ottenute a scapito della salute dei suoi cittadini.

Quello delle sigarette elettroniche è un mercato che ha generato nel 2012 un fatturato di circa 350 milioni di euro, con più di 3.000 punti vendita su tutto il territorio nazionale e con l'impiego di circa 4.000 mila persone, senza considerare l'indotto del fenomeno commerciale (dati dell'associazione di categoria Anafe).

Pensate all'assurdità della cosa: allo stato non va giù che, a guadagnare del successo di una iniziativa privata, siano solo i soggetti privati che l'hanno messa in pratica. Col nascente mercato delle sigarette elettroniche, le persone si sono spontaneamente rimboccate le maniche per combattere la crisi e si sono inventati un lavoro, rischiando di tasca propria, senza alcun incentivo di stato o pianificazione di governo, senza nessun richiamo alla spesa pubblica. Stando così le cose, perché mai il guadagno (materiale e immateriale) derivante da ciò non debba essere goduto esclusivamente dai produttori, distributori, venditori e consumatori privati di questo nuovo prodotto?

Purtroppo, per quanto questo fenomeno vada a beneficio dei cittadini, ciò non importa allo stato. Per esso, i cittadini hanno fatto i cattivi, si sono intromessi nel business del tabacco (interamente controllato dallo stato) ed essi devono essere disciplinati. Così ragiona lo stato che votate, cari italiani! Se la vostra iniziativa privata si intromette in qualche modo con un business di stato, non siete liberi di intraprenderla, anche se essa dovesse recare maggiori vantaggi alla collettività. E questo del fenomeno delle sigarette elettroniche è l'esempio più recente e lampante di come lo stato si comporti come un criminale: se gli pesti i piedi, accade che esso ti rovina oppure, come in questo caso, ti estorce il pizzo, in cambio della possibilità di poter continuare a svolgere la tua innocua e vincente iniziativa imprenditoriale, con la scusa di un presunto danno sociale che essa recherebbe e per nulla dimostrato.


Postato il 17/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica

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Desidero condividere con voi questo video che reputo vergognoso. Il campo coltivato che ha subito il sopruso ripreso nel video è di proprietà del signor Giorgio Fidenato, un imprenditore veneto che si è reso protagonista di una dura battaglia giudiziaria contro lo stato italiano e che egli ha vinto, per difendere il diritto a piantare prodotti geneticamente modificati nella sua proprietà privata, così come le regole comunitarie lo consentono. L'intera vicenda potete leggerla qui.

Ciò che mi interessa farvi notare, circa questa vicenda, è come l'ottusità ideologica (che sia essa di destra o di sinistra) riduca l'uomo ad un essere di un ignoranza abissale, tanto da far degenerare il suo comportamento, nei confronti della libertà altrui, in un atteggiamento violento senza giustificazione possibile e che, in questo caso, si è tradotto in un atto di violazione del terreno di proprietà di Fidenato e di vandalismo ai danni dello stesso.

Questi oltraggi sono considerati reati e punibili dalla legge italiana, ma le autorità di polizia presenti alla manifestazione vandalica non hanno provveduto minimamente ad evitare quanto accaduto, ne a proteggere un cittadino indifeso da un attacco violento contro la sua proprietà.

Il disprezzo nei confronti della proprietà privata, manifestato da questa marmaglia di gente incivile, è il prodotto di anni di indottrinamento da parte dello stato, il quale è l'esempio di arroganza, superbia, violenza ed invidia per eccellenza, da cui i vandali protagonisti del video hanno appreso questo modo sconcertante di comportarsi con il prossimo.

Infatti, se vi soffermaste ad osservare il comportamento violento assunto dallo stato nei confronti della proprietà dei cittadini, in occasione della confisca dei redditi attraverso la tassazione sempre più abusata, dell'esproprio coatto a favore di una presunta utilità pubblica, della limitazione dell'uso del denaro contante, del monopolio di emissione monetaria concessa ad un ente pubblico o privato, dell'imposizione per legge di un prezzo di vendita, dell'imposizione con le armi della democrazia in certi paesi stranieri, trovereste facilmente un parallelismo con il comportamento violento e irrispettoso assunto da coloro che sono ripresi nel video ad oggetto.

Contrariamente a quanto si sente dire nel video, dalla bocca di quel balbettante e simil barbaro col megafono, la difesa e il rispetto della proprietà privata è in realtà la colonna portante di una società che vuole definirsi civile e dedita al progresso.

Senza il riconoscimento e la difesa della proprietà privata non esisterebbe certezza dei propri diritti, per ognuno sarebbe consentito depredare i beni acquisiti e posseduti dagli altri. Senza proprietà privata si scatenerebbero ritorsioni violente e continue fra chi brama per impossessarsi con la forza dei beni altrui e chi cerca di difendere dai prepotenti ciò che possiede. Guerriglie e scontri fra individui renderebbero ansiosa e tormentata la vita in una società. Chiunque possedesse qualcosa (un terreno, un edificio, un macchinario, un veicolo, ecc.) non sarebbe incentivato ad aguzzare il proprio genio per migliorarla oppure per renderla utile al fine di servire la società in cui vive, visto che nulla garantirebbe alla persona la proprietà esclusiva su quel qualcosa e sui frutti che essa genererebbe. E l'occasione per dimostrare quanto la mancanza di un senso di rispetto della proprietà privata sia causa di violenza ce la dà questo sciagurato video, dove sono riprese persone (per modo di dire!) le quali si comportano in modo violento proprio perché in loro è completamente assente un senso di rispetto della proprietà altrui.

Qui non c'entra il fatto di essere favorevoli o meno ai prodotti OGM, c'entra invece il fatto che il pregiudizio e l'ignoranza ha prodotto atti di violenza, fra l'altro impuniti.

Il dibatttito circa la presunta pericolosità dei prodotti OGM è controverso ed è tutt'ora aperto, per cui chiunque può dare il suo contributo scientifico ed esperienziale, in base alle proprie competenze. Se non ci si fida di questo tipo di prodotti, ciò non può giustificare una tale violenza. Se si è sospettosi dei prodotti OGM, che si pretenda e ci si batta perché venga garantita al consumatore la dovuta trasparenza delle informazioni, affinché sia riconducibile l'origine OGM dei prodotti e ci si possa anche rifiutare di acquistarlo. In altre parole, ci si batta affinché sia garantita e inviolata la possibilità di scelta dell'individuo e non affinché essa venga limitata. In questo caso, in attesa di conferme scientifiche, se fra i consumatori a prevalere sarà la considerazione secondo cui i prodotti OGM sarebbero pericolosi, questi ne acquisterebbero sempre meno, finché non giungerebbe il momento in cui il produttore ne risentirebbe economicamente. Subendo le conseguenti perdite, il produttore riterrebbe sconveniente continuare ad investire in ciò e sarebbe costretto a sospendere la sua attività di propria iniziativa, senza che vi sia la necessità di un intervento arrogante e violento, per costringere un individuo a cessare la sua attività sulla base di una mera presunzione. Ciò vale sia per un privato cittadino, sia per un qualunque ente pubblico.

Per rendere una società più civile, libera è progradita, uno dei modi più pacifici e naturali che, in millenni di evoluzione, l'umanità è riuscita ad escogitare è il libero scambio di beni, di servizi e di informazioni. E affinché ci sia questa libertà è necessario che venga riconosciuta e difesa la proprietà privata. Siete per la pace? Dite di amare la libertà? Ripudiate la guerra ed ogni forma di violenza? Se così è, allora dovreste essere per il rispetto assoluto della proprietà privata, difenderla contro ogni oltraggio e non potete tollerare un'istituzione studiata a tavolino come quella dello stato sociale, che pone le proprie basi sulla violenza e su continue deroghe all'inviolabilità della proprietà privata. Infatti, ogni stato si determina a seguito degli esiti di un atto violento (come potrebbe esserlo quello di una guerra, di un genocidio, ecc.) e la sua sopravvivenza si impone attraverso crescenti azioni di esproprio della ricchezza dei cittadini, continue minacce di ritorsioni per i trasgressori di stupide o insostenibili leggi, oppure per coloro che hanno osato concorrere con lo stato sui mercati da esso controllati.

Essere pacifisti significa rispettare e difendere la proprietà privata e la libertà di scelta dell'individuo, che è esattamente ciò che uno stato tende a fare sempre meno nei confronti dei suoi cittadini.

Quello dello stato sociale è tutt'altro che un buon esempio di non violenza.


Postato il 08/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura

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Sovranità monetaria sì o sovranità monetaria no?”. In molti se lo chiedono in questi tempi di crisi e in tanti protendono scioccamente per la prima soluzione. Ma è altrettanto sciocco protendere per la seconda soluzione. Vediamo cosa sta accadendo in uno dei paesi emergenti come il Brasile, il quale ha la sovranità monetaria.

Le operazioni inflattive attualmente esportate delle economie più avanzate, quali USA, Cina, Giappone, stanno condizionando negativamente le economie emergenti, le quali si ritroveranno in condizioni di arresto della propria progressione economica, subendo le seguenti conseguenze:

- un incremento dei costi di approvvigionamento dall’estero di beni e servizi;
- un incremento interno dei prezzi al consumo;
- una diminuzione del potere d’acquisto dei salari;
- un più intenso deflusso dei capitali esteri;
- un incremento del debito pubblico;
- un aumento delle tasse sui beni e servizi importati e sull’esportazione dei capitali.

Si consideri altresì che, negli ultimi mesi, il Brasile sta assistendo ad una più veloce svalutazione della propria moneta sovrana, a causa della fuga degli investitori stranieri dal paese carioca, perché preoccupati dalle voci estive di una possibile fine della stampa di denaro facile da parte della FED.

Dal canto suo, il Brasile, negli ultimi anni, ci ha messo anche del suo per svalutare la propria moneta sovrana, stampando ulteriore denaro dal nulla, così da contrastare l’incremento della base monetaria delle economie più ricche, le quali hanno reso meno competitive le esportazioni brasiliane. Facendo ciò, il Brasile ha creduto di proteggere i propri interessi economici.

Purtroppo non è stato così. I brasiliani, saranno comunque costretti a subire le conseguenze su elencate. Il tutto per ottenere in cambio che cosa? Per sostenere il settore delle esportazioni brasiliane il quale, tra l’altro, sarà agevolato solo nel breve periodo perché, a lungo andare, anche i costi sostenuti dagli esportatori brasiliani aumenteranno (a causa di un incremento dei prezzi delle materie prime importate e di quelle prodotte localmente a costi inflazionati) ed essi andranno a compensare il vantaggio acquisito nel momento iniziale in cui si è usufruito del sostegno monetario. Quindi, in futuro, tutto si rivelerà come un nulla di fatto ma con un’economia distorta rispetto a prima.

Anche  se il Brasile non avesse inizialmente risposto alle tensioni internazionali con una politica monetaria inflattiva, la sua economia si sarebbe ritrovata comunque condizionata dalle politiche monetarie espansive dei paesi avanzati, perché, come descritto in apertura, quest’ultimi, così facendo, indeboliscono la competitività delle esportazioni delle economie emergenti, inflazionano i prezzi del mercato internazionale delle materie prime, svalutano i crediti che i paesi in via di sviluppo vantano nei confronti di quelli avanzati, creano bolle speculative nei mercati emergenti. E il Brasile sta per subire tutto ciò, pur avendo la sovranità monetaria, questa pietra filosofale che, come si può vedere, non vale un fico secco, se non solo a falsificare il valore reale dei mercati.

I governi europei che, contrariamente a quello del Brasile, non hanno sovranità monetaria, delle conseguenze sopraelencate, sono al riparo solo da quella di un incremento dei costi delle importazioni (sotto certi versi, nemmeno da questo). La minaccia costituita delle restanti conseguenze, così come abbiamo visto in altre occasioni, per gli europei è più viva che mai, ma per ragioni diverse.

Quindi, il punto non è “sovranità monetaria sì o sovranità monetaria no”. Il punto sta nel chiedersi se sia conveniente insistere con l’adozione di un sistema monetario fiduciario come quello attuale, dove il denaro circola per vincolo di legge, è emesso senza alcun riferimento reale da banche centrali ed espone chi ne fa uso alle brusche e truffaldine oscillazioni del suo valore, oppure di un sistema monetario privato come quello esistente prima che esistessero le banche centrali, dove la moneta circolava per scelta degli attori economici (non perché imposta da qualsivoglia governo) ed era rappresentativa di una merce reale e funzionale ad essere adottata come mezzo di scambio (come l’oro, ad esempio).

Qualcuno potrà definire questa mia come un ritorno al passato. Io, invece, la definisco sì un ritorno, ma come un ritorno all’onestà.


Postato il 30/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Nell’era di internet, abbiamo poche scuse per poter dire “non lo sapevamo!”. Il ministro dell’economia e delle finanze italiano ha azzardato a dire “credo che la recessione sia finita” (leggi qui). Invece, io dico che il ministro dell’economia italiano non sa quello che dice.

Pensate che io sia troppo arrogante nell’asserire ciò? Probabilmente è vero! Più di qualcuno potrebbe dirmi “chi ti credi di essere?”. Ebbene, io sono un cittadino italiano, che condivide sul web ciò che studia, che non ha votato affinché diventasse ministro la persona che ha reso pubblica la riflessione su citata, tanto meno perché si formasse un’ipotesi di quel governo che oggi guiderebbe (si fa per dire) il paese, per nulla menzionato in campagna elettorale e che ha nominato questo miope ministro.  Diamo uno sguardo ai fatti e diciamo al ministro italiano di informarsi meglio prima di affermare certe idiozie.

Osserviamo brevemente cosa accade a livello globale, perché è questo quello da cui è possibile osservare i segnali di ripresa o di catastrofe. I rendimenti dei titoli pubblici decennali statunitensi sono saliti di 5 volte negli ultimi giorni di agosto, nonostante la banca centrale americana (la FED) ne stia acquistando a profusione. Ciò significa che gli investitori (quelli veri, non la FED) stanno svendendo i titoli USA alla velocità della luce, infatti ad agosto, sono 20 i miliardi di dollari scappati via dai soli fondi comuni di investimento americani (a giugno ne sono stati ritirati 69 miliardi – un record assoluto).

Chi starebbe svendendo i titoli americani? Ovviamente i maggiori creditori degli USA (dopo la FED): Cina e Giappone che, assieme, hanno ridotto le proprie esposizioni nei confronti degli americani di 40 miliardi di dollari. Da questo dato di fatto, è conseguita una cascata di crolli delle quotazioni dei principali fondi di investimento, i quali lasciano presagire l’inizio di una nuova crisi finanziaria mondiale, dopo quella scoppiata nel 2008, la quale è sempre stata rimandata e mai risolta.

La velocità di creazione di nuovo denaro dal nulla degli USA si sta riducendo (la pacchia sta per finire?) e di conseguenza il panico torna sulle piazze finanziarie di mezzo mondo. Le quotazioni dei titoli obbligazionari europei stanno sperimentando un nuovo brusco calo. Il Giappone si è recentemente indebitato di più di un quadrilione di Yen (praticamente, un elefante che cammina fra i cristalli) e sta esportando l’inflazione dei prezzi delle materie prime a livello internazionale. In India, il rendimento dei titoli pubblici decennali si sta impennando dato l’olezzo di inaffidabilità del suo stato.

Nell’economia reale, tutto langue. Il tasso di crescita dei nuovi prestiti bancari e dei contratti di locazioni sono in costante frenata. Le attività economiche che resistono alla crisi cercano di adattare il proprio listino prezzi al minore potere d’acquisto degli italiani (per questo non si assiste ancora ad un incremento dell’inflazione), i cui redditi sono erosi da un fisco che, da legittimo, è ormai passato ad essere abusivo e dall’aumentato costo dell’energia, che dipende dalla maggiore valutazione del petrolio la quale è causata dalla stampa forsennata di dollari.

Inoltre, se si considerano i disordini in Egitto che minacciano l’approvvigionamento del petrolio dal medio oriente e la recente vicenda siriana che potrebbe aprire le porte alla prossima guerra degli USA nel mondo, vi rendereste conto che l’incertezza della congiuntura economica è più viva che mai.

Le grandi banche, dopo la crisi del 2008, sono state salvate dalla loro spericolata attività di azzardo sui mercati finanziari, anziché lasciate fallire. Di conseguenza, i problemi gestionali e finanziari del settore bancario non sono stati risolti e i relativi problemi si starebbero facendo risentire, ovviamente ingigantiti rispetto a prima.

Caro ministro, alla luce di tutto ciò, cosa le fa credere che saremmo in via di ripresa?


Postato il 09/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Micropost

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Il Veneto è impegnato in un'ardua battaglia politica per l'indipendenza dallo stato italiano (leggi qui). E' un'azione politica che per i cittadini i quali la stanno conducendo può fare davvero la differenza, più di tutte le mosse politiche operate dai disonesti seduti nei palazzi del potere negli ultimi decenni, più di tutte le crocette apposte fino ad ora dagli stupidi elettori.

Lo stato italiano se ne è accorto, di ciò ha paura e così, attraverso la magistratura, è stato posto in essere un blitz per arrestare 26 esponenti del movimento indipendentista veneto, accusati di presunto terrorismo, di attentato all'ordine democratico e di detenzione di armi da guerra (si fa riferimento ad una piccola pala meccanica corazzata come un carroarmato e ad armi da caccia regolarmente detenute). Secondo la magistratura si starebbero organizzando manifestazioni eclatanti di natura presumibilmente violente.

Fino ad ora, il movimento indipendentista, presunto violento, in realtà ha condotto un'operazione referendaria di indiscutibile valore democratico e manifestazioni di piazza indiscutibilmente pacifiche, esprimendo delle idee che sono, sì diverse da quelle dello stato italiano, ma comunque rispettabili, la cui espressione è da ritenersi libera per il popolo veneto, come per qualunque altro popolo, perché non reca danno a nessuno. Guerriglie e rappresaglie non ce ne sono mai state fino ad ora, di conseguenza, quale sarebbe la colpa dei veneti arrestati l'altro ieri? Sarebbe in corso una sorta di processo alle intenzioni che ritengo ingiusto. In queste ore, sono detenure 26 persone sulla base di mere presunzioni (leggete qui l'ordinanza).

I veneti hanno intuito che quella dei territori indipendenti da uno stato centralizzato, diversamente da come è attualmente organizzata l'Italia, sia la soluzione ideale affinché le cose si risolvano e cambino veramente e in meglio per questo paese. Territori indipendenti comporterebbero maggiore responsabilità nelle mani dei cittadini affinché siano essi a determinare il loro presente e il loro futuro e non un'informe macchina burocratica chiamata stato centrale. Ma soprattutto, ciò consentirebbe maggiore libertà e maggiore efficienza nel servire il soddisfacimento dei bisogni di una vita in comune, contrariamente a come accade attualmente con l'elefantiaco stato centrale, il quale  non è in grado di garantire il miglior servizio al cittadino, oggi sempre più esigente.

E' evidente che il timore dello stato (non degli italiani, figuriamoci se essi siano in grado di rendersene conto!) sia quello di vedere il vento secessionista, che sta soffiando nella regione del Veneto, espandersi in tutto il paese e mettere a repentaglio il potere di chi oggi attanaglia gli inermi italiani. Lo stato vuole punirne uno (il popolo veneto) per educarne cento (il resto del popolo italiano).

Lo stato ha paura... non per i cittadini, ma solo per sé stesso.



Postato il 04/04/2014 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





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Venerdì 21 marzo, nella regione del Veneto, si è conclusa la consultazione referendaria attraverso la quale i cittadini veneti sono stati chiamati ad esprimere il proprio consenso alla dichiarazione di indipendenza del Veneto dallo stato italiano. Il popolo veneto ha potuto partecipare a questo referendum attraverso internet, accedendo liberamente al portale web Plebiscito.eu ed esprimendo così la propria preferenza. Più di 2,3 milioni di cittadini hanno votato (il 73,2% degli aventi diritto), prendendo d'assalto non solo il suddetto sito internet ma anche i seggi appositamente allestiti nelle piazze dei comuni della regione. Il comitato promotore dell'iniziativa si è assicurato di acquisire l'opinione di tutti i cittadini aventi diritto di voto in Veneto, così come essi risultano presso l'anagrafe degli uffici elettorali della regione. Il comitato ha decretato la vittoria del "Sì" con l'89% dei voti. Una delegazione è stata costituita, la quale dovrà dichiarare il Veneto indipendente e condurre le operazioni necessarie per realizzare il volere di 2 milioni di veneti.

Ovviamente, la consultazione non ha alcun valore legale secondo le leggi dello stato italiano (l'art. 5 della Costituzione italiana è inequivocabile), ma ciò non significa che sia da considerarsi illegittima l'intenzione di un popolo ad autodeterminarsi; ciò lo prevede l'ONU, che sancisce il principio dell'autodeterminazione dei popoli nel suo statuto; paradossalmente, lo prevede anche lo stesso stato italiano con la legge n. 881/1977. L’autodeterminazione e la secessione sono diritti naturali dell’uomo e sono quelli a cui si ispira questo movimento indipendentista. Non si può prescindere dal riconoscerli se si vuole una società veramente libera. Si consideri, infine, che sulla strada dell'indipendenza si sono avviate altre due realtà europee: la Catalogna e la Scozia. In Italia, anche il Friuli sarebbe intenzionato a seguire l'esempio veneto.

Trovo entusiasmante la prova di forza dei veneti ed esemplare la determinazione da essi espressa fino ad ora, e nei modi (assolutamente pacifici) e nella metodologia applicata, per raggiungere l'obiettivo di indipendenza da uno stato canaglia, il quale non è in grado di provvedere per il futuro dei suoi cittadini.

Devo anche dire che inizialmente ero un po' perplesso. Per una semplice ragione: in rete ho trovato pochi documenti nei quali si illustrassero come si immagina il futuro di uno stato veneto indipendente. Per quanto siano state sufficientemente spiegate le ragioni del diritto del Veneto ad autodeterminarsi (tutti sacrosantamente condivise dal sottoscritto), non si trovano dichiarazioni circa quale alternativa di stato i veneti immaginano, su quali principi ergerebbero la struttura organizzativa del popolo veneto indipendente. Insomma, nel caso in cui ottenesse l'indipendenza, il Veneto su quali presupposti si riorganizzerebbe? I veneti che hanno votato per il "Sì", sono consapevoli di cosa accadrebbe all'indomani dell'indipendenza?

Anche perché, il deludente epilogo delle mire indipendentiste della Lega Nord le abbiamo viste: erano solo chiacchiere e niente fatti.

Invece, è notizia di questi giorni quella secondo la quale la delegazione del comitato che ha indetto il referendum, all'indomani del risultato del voto, si sarebbe messa subito al lavoro per studiare la possibile riorganizzazione del popolo veneto indipendente. Inoltre, il comitato organizzatore si rende disponibile a condividere il know-how, acquisito dall’esperienza finora condotta, con i popoli i quali desiderino  intraprendere anch’essi la strada dell’indipendenza dallo stato italiano.

In conclusione, un plauso alla presa di posizione del Veneto, che in questo modo accoglie in Italia il vento di indipendenza che soffia d’oltralpe e che spero possa soffiare anche più giù, fino alle regioni più meridionali del paese, perché ritengo che la scelta dell'indipendenza sia la più valida escogitazione politica rimasta per i cittadini affinché essi possano riprendersi, non solo il loro presente, ma anche il loro futuro. Se si continua a sperare nello stato italiano affinché risolva i problemi che esso ha causato, potete stare freschi, cari italiani! I veneti lo hanno capito e sembrano pronti a riprendersi le loro responsabilità su come vivere il proprio territorio.



Postato il 26/03/2014 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





 

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Tassare i BOT? No, tassare le "rendite pure"

Sospesa la ritenuta d'acconto sui bonifici dall'estero

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Ultimi commenti

pasquale [17/04/2014] scrive: ma che stai dicendo? ma ti rendi conto? ma a chi frega tutta sta cosa che stai provocando? Stai impedendo una discussione sul Target 2.
Questo mio commento vale come avvertimento : o disserti, o commenti, o chiedi circa il Target 2 (l'argomento di questo post) oppure, da ora, ogni commento e polemica decontestualizzati da questo post verranno cancellati (così come previsto nella sezione Help del blog). Vai al post

hectortrade [17/04/2014] scrive: appunto, lasciamo perdere lei non sa nemmeno leggere quello che scrivo, capisce roma per toma, se poi le piace di più L'Italia pre-risorgimentale (epressione goegrafica, la chiamava Metternicht) a me piace ancor più quando c'erano gli Etruschi e i 7 re di Roma !
(poi chissà perchè non si può anche parlare di questo, lo ha fatto pure lei e ci ha messo pure un bel post a fianco ...ah già questo sito è per illiminati economisti, non per ignoranti che esprimono congetture sconnesse come me ! Anche questo molto BELLO !) Vai al post

pasquale [17/04/2014] scrive: Siamo uniti da più di 150 anni, mi sa tanto di vecchia più questa unità che non l'idea separatista. Ah no, pardon! Quest'ultima l'hai poi definita "modaiola" e "attuale"... insomma mettiti po' d'accordo; pensi che l'idea separatista sia vecchia o nuova? Mah!!
Se uno non vuole stare più con te, perché lo devi costringere a starci per forza? Risolte le pendenze, ognuno è libero di farsi una sua strada.
Parli di Europa, ma che significa Europa, ma di cosa parlate?
Parli di Italia, certo che mi sarebbe piaciuta di più l'italia pre-risorgimentale, ma scherzi? con le sue differenze e le varie autonomie, che erano la ricchezza di questo territorio, da cui oggi ereditiamo molto più di ciò che ereditiamo dagli ultimi 150 anni.
Comunque, qui si commenta il post "Target 2. Cosa è e come funziona" e tu stai deviando l'attenzione che questo argomento merita. Se devi dire altro, commenta il post corretto. Vai al post

hector [17/04/2014] scrive: Il Veneto è Italia da 150 anni. Non mi risulta che fosse scontento di entrare nel nuovo Regno d'Italia perchè era meglio stare tra italiani che sotto gli austriaci, l'aveva provato. Tutte queste nuove idee di autonomia che saltano fuori adesso mi puzzano tanto di vecchio. La frantumazione non porta mai a risultati positivi in prospettiva, io sono favorevole invece all'unità, non solo dell'Italia di cui mi sento parte ma anche del'Europa dopo quanto successo con due guerre mondiali. Purtroppo l' Europa attuale non è quella che sognavano i padri fondatori nel dopoguerra venendo dalla catastrofe bellica, non se lo dimentichi! Le piaceva com'era l'Italia pre-risorgimentale? le piace ora la frantumazione dell'Italia e dell'Europa stante la glonbalizzaione con le nuove potenze economiche mondiali di cui stiamo tutti quanti subendo già i colpi economici? tutte queste nuove ideee separatiste hanno in comune solo l'egoismo di chi vuol salvare il culo solo per sè stesso specie ora che c'è la crisi (dovuta anche all'euro, le piaccia o meno). Se poi gli eroi del popolo veneto sono quattro esaltati con le ruspe trasformate in carri armati siamo alla frutta.
Per il resto non sto' più a polemizzare e ad urtare la sua suscettibilità, vorrei dire permalosità, "de minimis non curat praetor" e raccolgo il suo caldo invito a sparire da questo sito. Ho replicato solo perchè qualcun altro possa leggere e non farsi fuorviare dal separatismo modaiolo attuale che le piace tanto. Vai al post

pasquale [17/04/2014] scrive: non do' del lei a chi si mostra irrispettoso con me; con "ah bello" ti riferiresti alle mie considerazioni? Ma come ti esprimi? Vuoi prendermi in giro?

Mai dato dell'ignorante; ti ho soltanto suggerito di studiare meglio.
L'interpretazione che dai del mio post circa il quale io farei passare per vittima la Germania è tutta tua, personale, ma che sminuisce il contenuto più profondo che in esso io ho provato ad esprimere. Resti comunque libero di pensarla come credi. Come anche lo sei nel non condividere il diritto all'autodeterminazione di un popolo (problemi tuoi).

Sono intollerante con chi esprime frasi buttate a caso, senza argomentazioni e prove alla mano (contrariamente, invece, a quanto io mi sforzi di fare in ogni post che pubblico su questo blog).
Se non hai nulla di più serio e interessante da aggiungere alla discussione, è esemplare la tua scelta di starne fuori. Vai al post


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