REGISTRATI   LOG IN
twitter google+ rss
  Home | Chi sono | Leggere Orme | Contatti | Plugin | Help |
  sito di Cultura Economica
 

Categorie > Tutti i post | Cultura | Economia | Politica | Comunicazioni


schiavi.jpg

Gli schiavisti americani dell'800 credevano che se la schiavitù dei neri fosse stata abolita, i commerci sarebbero cessati e che addirittura nessuno più avrebbe raccolto cotone. Quando la schiavitù fu effettivamente abolita, non solo i commerci continuarono ad essere fiorenti, ma anche il cotone continuava ad essere efficientemente raccolto. Fu allora che si rivelò quanta ignoranza pervadeva in un'importante fetta della classe dirigente americana dell'epoca. Stessa cosa accade oggi. La classe dirigente attuale crede ancora, ad esempio,:

- che senza la banca centrale nessuno più avrebbe qualcosa che funga da mezzo di scambio come il denaro;

- che senza aumentare il denaro in circolazione nessuno più godrebbe del progresso;

- che senza lo stato centrale nessuno più vivrebbe in un mondo civile;

- che senza la democrazia rappresentativa nessuno piu godrebbe della libertà;

- che senza la carta costituzionale sopra ogni cosa nessuno più avrebbe diritti e doveri;

- che senza il denaro contante nessuno più evaderebbe le tasse.

Ciò che credevano gli schiavisti, per la maggior parte degli uomini moderni, risulta essere ormai un'idiozia per cui ridere di simili cavernicoli e compatire chi purtroppo ne fu vittima. In futuro, anche le generazioni più progredite di quella attuale rideranno dell'arretratezza di pensiero dell'odierna classe dirigente, anch'essa da considerare cavernicola, e compatiranno coloro che ne saranno state le vittime.


Postato il 03/07/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Comunicazioni





svizzera.jpg

In Svizzera i cittadini possono indire e votare efficientemente un referendum che riordini il sistema bancario e creditizio nazionale, in modo tale che le banche commerciali elargiscano il credito solo se esse siano riuscite a creare le relative riserve. L’iniziativa si chiama “Denaro Vero” e, con la promozione di un referendum del genere, si intende mettere fine alla possibilità concessa alle banche di prestare denaro pur non avendolo nelle proprie casseforti. Infatti in Svizzera, come in tutto il mondo occidentale, le banche prestano in regime di riserva frazionaria. Nell’eurozona, essa è pari all’1%; ciò significa che le banche, per ogni euro depositato dai propri clienti, può prestare 99 euro a chi glie lo richiede, anche se questi non esistono nella reale disponibilità della banca stessa (per i comuni mortali ciò si chiamerebbe truffa), generando così le bolle finanziarie che oggi determinano le drammatiche crisi economiche. Invece, con l’imposizione del 100% di riserva frazionaria, così come voluto dai promotori di questo referendum (l’associazione Monetäre Modernisierung), le banche comincerebbero a prestare solo i soldi che effettivamente essi hanno nella loro disponibilità, mentre coloro che usufruirebbero di questo denaro, lo riceverebbero sulla base dell’esistenza di un reale risparmio e ricchezza del paese che è depositato presso le banche, e non più sulla base del nulla così come attualmente avviene. Realizzato ciò, gli scossoni economici si ridurrebbero drasticamente, gli investimenti economici avrebbero maggiori probabilità di basarsi sulle effettive capacità economiche di chi costituisce l'economia svizzera, mentre l’unico ente che rimarrebbe con il diritto di emettere denaro dal nulla sarebbe la banca centrale.  Quindi, la banca centrale continuerebbe ad essere la colonna portante del sistema monetario svizzero e per questo, personalmente, non direi che ciò sarebbe un riordino ideale del sistema bancario ma, per lo meno, ciò potrebbe essere l’inizio di un percorso di ripristino dell’onesta nel sistema monetario, bancario e creditizio, il quale preveda la futura abolizione della banca centrale come monopolista dell'emisione monetaria e un ritorno alla più sano sistema monetario basata sulla moneta-merce (come ad esempio lo è l'oro). In Italia, un'iniziativa del genere, non sarebbe possibile, perché il referendum non costituisce una reale minaccia al potere politico, mentre in Svizzera sì e ciò conferisce un senso all’esercizio del voto di un cittadino che in Italia non è possibile riscontrare. La Svizzera ha le coscienze, la civiltà e gli istituti giuridici sufficienti (senza pari) per poter determinare un cambiamento. Invece in Italia si può solo votare da chi si deve essere derubati. E per gli italiani è sufficiente che sia così!


Postato il 23/06/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Comunicazioni





pescesalta.jpg

La scorsa settimana il 50,5% dei cittadini chiamati alle urne per il secondo turno delle elezioni dei sindaci dei comuni italiani non ha votato (nel comune di Bari non ha votato il 63,85% dei baresi - perché al mare o allo stadio dove la squadra di calcio cittadina si giocava l'accesso in serie A). Stanno aumentando gli italiani i quali hanno compreso che ogni schieramento di partito protagonista della sciagurata politica nostrana è un covo di farabutti o incapaci e, probabilmente, stanno anche comprendendo che, oggi, partecipare alle elezioni (a prescindere da chi si vota) significa soprattutto contribuire all'unico meccanismo giuridico che legalizza la delinquenza e l'idiozia a governare in Italia.

Durante queste elezioni 2014, lo devo ammettere, mi sono divertito tantissimo a provocare gli italiani in rete circa il fenomeno dell'astensionismo dal voto. I miei post in merito, pubblicati sul blog e sui social network, sono stati seguitissimi (vi ringrazio), a volte sono stati disprezzati a volte molto quotati e compresi: il bello della libertà di opinione!

Ma fra le tante frasi fatte e qualunquiste sprecate, le quali condannano chi non vota e per cui non mi interessa esprimermi oltre ciò che ho già avuto modo di disquisire, solo un lettore in particolare ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere. Egli ha scritto: "[…] sarebbe il caso di dare un senso al partito degli astensionisti, visto che è il primo partito in Italia […]".

Probabilmente, secondo questo commentatore, il senso da dare alla dilagante diserzione dalle urne sarebbe un senso politico. Io invece colgo questa occasione per provare a proporre, non un senso politico (la soluzione a questa Italia non è politica, è invece dapprima individuale e culturale), ma a considerare quelle che dovrebbero essere le condizioni ideali da pretendere affinché l'astensionismo dal voto possa aver un senso.

Allora immaginate una società in cui il singolo cittadino abbia la possibilità di scegliere se servirsi dei servizi pubblici oppure no e, di conseguenza a tale scelta, che il cittadino sia libero di contribuire oppure no allo stato che offre tali servizi. Chi non contribuisce al finanziamento dei servizi di stato non avrebbe né il diritto al voto né il diritto ad usufruire dei vantaggi dei servizi di stato (laddove ce ne fossero).

Lo so, qualcuno di voi lettori avrà già storto il naso. Ma vi assicuro che, per quanto estrema possa essere questa idea (e non lo è nemmeno così tanto rispetto a come io la pensi veramente), essa non è assolutamente campata in aria. Se avete la pazienza di seguirmi, vi illustro il perché.

Per proporre una condizione in cui il cittadino sia libero di scegliere se contribuire o meno ai servizi pubblici io faccio riferimento all'osservanza di un principio naturale che ritengo basilare per il rispetto della dignità dell'essere umano, a cui ogni stato, governo o costituzione, attualmente, non è mai soggetto, ma che invece dovrebbe rispettare e considerare sopra ogni cosa:

"niente e nessuno può violare l'altrui diritto di disporre del proprio corpo e dei propri beni"

Esso è un principio molto semplice che, in assenza del quale (o in presenza di inopportune deroghe), giustizia e pace fra gli individui sono in continua violazione.

Possiamo estrapolare da questo principio primario il seguente corollario:

"niente e nessuno può agire contrariamente alla volontà di un altro individuo circa la sua proprietà"

Ciò cosa significa? Nel nostro caso significa semplicemente che, se riconoscete come veri e sacrosanti i principi di cui sopra, dovrete riconoscere come vero e sacrosanto anche il fatto che ogni imposizione fiscale perpetuata dallo stato sui redditi di proprietà di una persona, se contraria alla volontà di quest'ultima, ha sempre violato il principio e il corollario su enunciati, dai quali invece si deduce che nessuno (nemmeno uno stato) può disporre dei redditi di proprietà altrui (ad esempio, attraverso l'imposizione delle imposte e contributi sui redditi di proprietà delle persone).

Ebbene, affinché tali enunciati non siano violati e la dignità dell'individuo sia rispettata, si dovrebbero lasciare liberi i cittadini di non aderire allo stato per cui essi sono in disaccordo e non dovrebbe essere riconosciuto allo stato il potere di obbligare il cittadino all'adempimento fiscale senza prescindere dalla volontà di quest'ultimo. Quindi, costoro, in quanto contrari allo stato e ai servizi da esso erogati, non dovrebbero essere minacciati di pagare le tasse per finanziare i servizi pubblici non graditi, altrimenti i principi di cui sopra verrebbero scalfiti.

Quali sarebbero le conseguenze di una simile condizione?

Innanzitutto, in un simile contesto, i cittadini si potrebbero ritenere veramente liberi di poter destinare tutti i propri averi (e non solo una parte di essi) ad attività ritenute solo da essi più efficienti e necessarie, senza che qualcuno abbia il diritto di estorcergliene una parte contro la propria volontà, o che gli detti come destinarli.

In secondo luogo, i cittadini i quali decidono liberamente di non contribuire alle spese per i servizi pubblici ad essi non graditi, dovrebbero vedersi esclusi, non tanto dalla possibilità di usufruire dei servizi pubblici in sé, quanto dalla possibilità di usufruirne ai probabili più convenienti prezzi pubblici, i quali invece sarebbero riservati soltanto a chi è regolare contribuente dello stato. Chi non contribuisce alle spese pubbliche avrebbe comunque la possibilità di usufruire dei servizi pubblici ma, per essi, solo ai prezzi di mercato.

Contestualmente, sarebbe doveroso pretendere che i mercati relativi ai servizi offerti dalla pubblica amministrazione siano liberalizzati, nel senso che si dia la possibilità di erogare gli stessi servizi offerti dallo stato anche ad enti privati, senza che vi sia alcuna concessione di privilegi ad una categoria piuttosto che ad un'altra, senza che vi sia possibilità alcuna di costituire in questi mercati monopoli legali (quelli stabiliti per legge dallo stato).

Sarebbe di fondamentale importanza assicurarsi che lo stato eroghi i suoi servizi pubblici in perfetta concorrenza con quelli erogati dai privati, affinché i servizi siano messi in continua discussione e vengano continuamente migliorati. In libera concorrenza, i prezzi di mercato sarebbero liberi di allinearsi con le reali disponibilità economiche di coloro che si rivolgono agli operatori privati anziché a quelli pubblici. A tale scopo, lo svolgimento delle attività degli operatori privati di questi servizi non dovrebbe essere mai condizionata dal rilascio di abilitazioni da parte dello stato (se si lasciasse questo potere allo stato, ci sarebbe un conflitto di interessi da parte di quest'ultimo, per cui esso avrebbe la possibilità legale a suo favore - esclusiva rispetto al resto della concorrenza - di mettere il bastone fra le ruote al settore privato concorrente e impedire che quest'ultimo si sviluppi liberamente).

Tutto ciò per dare la possibilità di usufruire dei servizi necessari alla propria vita, non solo a coloro che decidono liberamente di contribuire allo stato e ai suoi servizi, ma anche a coloro che, altrettanto liberamente, decidono di non contribuirvi e di rivolgersi privatamente.

Un'ultima conseguenza degna di considerazione è che, in un regime in cui uno stato non posa pretendere imposte e contributi dai cittadini a prescindere dalla loro volontà, questo stato sarebbe costretto a rendere sempre appetibili, concorrenziali ed efficienti i propri servizi, affinché gli si riconosca un gettito fiscale dai cittadini. Inoltre, la sua funzione istituzionale nella società si ridurrebbe, rispetto a quella che noi oggi conosciamo, a quella di garantire il minor interventismo statale nelle vite dei cittadini, per dedicarsi alla più utile attività di scoperta delle consuetudini rispettate spontaneamente dalla società, così da renderle parte delle norme di diritto e di difenderle, il tutto al fine di rispettare la libertà degli individui e il principio naturale cardine su enunciato.

Ma veniamo alla mia risposta circa la questione che ha aperto il presente post: che senso dare al non voto?

In condizioni come quelle poc'anzi descritte, a coloro che non contribuiscono al finanziamento dei pubblici servizi, regolarmente e alle condizioni dello stato, non dovrebbe essere consentito il diritto al voto, in quanto essi andrebbero considerati rinunciatari (per propria volontà) al sostegno della pubblica attività. È una condizione, questa, rispettosa soprattutto nei confronti di coloro che vogliono e sostengono lo stato, ed è logica e accettabile per chi, in disaccordo con uno stato per cui non ha interesse a finanziarne i servizi, dovrebbe essere tanto meno interessato a poterlo votare.

Quindi, libertà di mercato e la non obbligatorietà a contribuire alle spese pubbliche, come sopra intesi, sarebbero le condizioni ideali che darebbero un senso alla libertà di un cittadino a non partecipare alla votazione di uno stato con cui è in disaccordo. In altre parole, la libertà di mercato e la libertà di esprimere il proprio dissenso sono due condizioni che insieme, se poste correttamente in essere, danno un senso alla possibilità concessa ad un cittadino di negare l'esercizio del voto per uno stato non gradito.

Il post terminerebbe qui se non fosse per il fatto che, date le mie particolari doti di preveggenza, sono sicuro che più di qualcuno obietterà a quanto finora da me scritto, con argomentazioni idiote alle quali rispondo di seguito, ancor prima che mi vengano poste. Al netto di ciò che segue, resto a disposizione, in sede di commenti a questo post, circa una discussione riguardante il come mettere in pratica tutto ciò di cui vi ho parlato.

Prima obiezione: "se a ognuno si concedesse la libertà di non pagare le tasse è ovvio che non le pagherebbe più nessuno"

Se nessuno pagasse più le tasse, approfittando della libertà concessa a non pagarle, significherebbe che tutti considerano lo stato inutile e incapace di offrire efficientemente i servizi utili alla vita in una società rispetto al più efficiente settore privato e, per questo, non meritevole di continuare ad essere finanziato con i soldi sudati dai singoli cittadini, i quali, sottraendosi dal pagamento di imposte e contributi, si rifiutano di contribuire all'inefficienza pubblica. Grazie a questa possibilità, quello stato sarebbe giudicato inutile (o dannoso) e, laddove ci fosse una necessità spasmodica ad avere per forza uno stato, in questo modo si manderebbe a casa lo stato inefficiente e si stimolerebbe la formazione di un altro stato maggiormente a favore delle necessità dei cittadini, più velocemente di quanto non lo si possa fare attraverso cento, cinquecento, mille, diecimila consultazioni elettorali.

Seconda obiezione: "chi non desidera sottostare alle decisioni di uno stato con cui è in disaccordo, dovrebbe andarsene in un altro stato ad egli più favorevole, e non pretendere di rimanerci senza contribuire alle spese della collettività"

In una società libera, quella della fuga dallo stato non più gradito deve essere un'opzione concessa e mai ostacolata come oggi purtroppo avviene, perché osservante di un altro corollario (non oggetto di questo post): il diritto all'autodeterminazione degli individui. Se si avesse l'arguzia di organizzare un paese secondo il più civile modello istituzionale adottato dalla vicina Svizzera del quale, per ciò che interessa questo post, vi evidenzio la particolarità di esso nell'aver disegnato le proprie regioni (detti cantoni) ognuna con una propria sovranità fiscale, in concorrenza con quella delle altre, questo principio sarebbe efficacemente rispettato, perché una pluralità di sistemi fiscali presenti nello stesso territorio darebbe l'opportunità di scegliere con più facilità e meno onerosità il luogo più adiacente alle proprie esigenze e disponibilità.

In uno stato accentratore come l'Italia invece, lasciare il proprio paese, non significa trasferirsi da una regione all'altra, ma emigrare in paesi con culture completamente distanti a quelle di origine. Ma questa non è una soluzione per tutti praticabile, per svariate ragioni, non necessariamente economiche, ma soprattutto affettive, formative, lavorative, psicologiche, ecc.. Se una società vuole ritenersi libera, civile e rispettosa della dignità dell'individuo, allora deve anche concedere la possibilità di autodeterminazione a colui che ritiene di essere in grado di potersi servire da soggetti diversi da quelli pubblici (o da differenti soggetti pubblici). Dare a costui, come unica prospettiva, quella di abbandonare il luogo in cui risiedono le sue attività, i suoi affetti e i suoi patrimoni, è stupidamente sfavorevole per l'intero paese, perché ci si priva di una risorsa la quale, anche se ha deciso di non contribuire alle spese per il finanziamento dei servizi pubblici che non desidera usufruire, egli serve comunque la società svolgendo il suo mestiere, contribuisce comunque a far girare l'economia, può arricchire il territorio col suo talento e la sua sensibilità.

Terza obiezione: "secondo il tuo ragionamento, a chi non contribuisce alla spesa pubblica non dovrebbe essere consentito nemmeno il passaggio sulle strade pubbliche per cui egli non contribuisce alla loro manutenzione. Inoltre, come si escluderebbe costui da servizi pubblici come l'illuminazione pubblica visto che, non pagando le tasse utili per sostenere i costi collettivi dell'energia elettrica, egli non ne avrebbe diritto?"

Come già detto, colui che rinuncia ai servizi pubblici e che, secondo le condizioni ipotizzate nel post, può non contribuire alle spese pubbliche, costituisce comunque una risorsa per la società. Ad uno stato non converrebbe impedire a costui la circolazione sulle strade pubbliche, o il godimento dell'illuminazione pubblica perché, così facendo, lo stato ostacolerebbe l'esperienza di vita di costui all'interno della società e rinuncerebbe all'occasione di far incrementare i redditi di coloro i quali hanno deciso di contribuire alle spese pubbliche. Infatti, non consentire a chi ha deciso di non contribuire alle spese pubbliche di percorrere le strade pubbliche (e di godere dei servizi annessi) ostacolerebbe l'interazione di egli con la società, a favore di quest'ultima. Di conseguenza, la società non approfitterebbe, per esempio, delle occasioni di spesa che costui farebbe nei negozi e nelle svariate realtà economiche della società, cosa che contribuisce alla formazione del reddito dei suoi componenti i quali, contrariamente a costui, hanno invece deciso di contribuire alle spese pubbliche, e su cui lo stato potrebbe calcolare maggiori imposte e contributi, che costituirebbero, a loro volta, maggiore gettito fiscale.

Per intenderci, è come se per le vie comuni di un grande centro commerciale, il gestore non consentisse alla gente di percorrere le sue vie illuminate e attrezzate perché essa non contribuisce direttamente alle spese di manutenzione (riservandole solo ai negozianti che pagano il fitto per esercitare la loro attività commerciale nei lotti del centro commerciale): così facendo, il gestore non consentirebbe ai negozianti di ricevere comodamente la clientela, grazie alla quale essi possono produrre un reddito e con esso riuscire a pagare il fitto. Se così fosse, il gestore non farebbe il proprio interesse.

Attenzione: se coloro i quali abbiano deciso di non contribuire alle spese pubbliche, possedessero una proprietà nel territorio in cui abbia giurisdizione lo stato con cui essi sono in disaccordo, questi non sarebbero dei semplici locatari (come invece lo sarebbero i negozianti del centro commerciale di prima), essi sarebbero dei proprietari a tutti gli effetti. E come tali, il rapporto fra essi e lo stato non sarebbe da considerare come quello fra locatari e affittuario, fra contribuenti ed esattore, fra servi e padrone, bensì come quello fra proprietari di cose distinte. In considerazione di ciò, il regolamento dei rapporti fra essi e lo stato dovrebbe essere demandato alla libera contrattazione fra le parti: lo stato come proprietario delle strade pubbliche, coloro che non contribuiscono alle spese pubbliche come proprietari della loro abitazione o dei locali in cui esercitano un'attività.

Buona riflessione.


Postato il 17/06/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





taglio,jpg

Era prevedile e non ho mai perso l'occasione di dire che i banchieri centrali non sanno fare altro che svalutare il denaro in tasca ai cittadini.

La BCE taglia il tasso ufficiale di interesse da 0,25% a 0,15%. Questo cosa significa? Significa che per le banche commerciali il costo del denaro ricevuto in prestito dalla BCE costerà ancora meno (quasi regalato). E in coerenza con la spiegazione data dal governatore, secondo cui il maggior incentivo dovrebbe stimolare le banche a riprendere la concessione del credito alle imprese, si taglia anche il tasso di interesse sui depositi presso la stessa BCE, portandolo a valori negativi, ovvero a -0,10% (prima volta nella storia dell'euro). Questo cosa significa? Significa che per le banche, le quali hanno un conto corrente presso la banca centrale europea, i loro depositi saranno onerosi anziché remunerativi. Esse lo riceveranno in prestito a buon mercato dalla BCE (allo 0,15% di interesse) e, anziché tenerlo depositato presso quest'ultima e pagarci su lo 0,10% di interesse, lo investiranno, non in concessione di mutui, bensì in obbligazioni e titoli di stato. In obbligazioni perché, per lo meno esse rendono tassi positivi (e non negativi come un deposito presso la BCE) e costituiscono crediti privilegiati rispetto a ciò che rappresenta un mutuo concesso ad un cliente che sguazza nella triste realtà economica, in titoli di stato perché il governatore della BCE è sempre pronto a mitigare ogni pericolo di default dei debiti sovrani.

Quindi assisteremo ad un farlocco incremento degli indici di borsa (ovviamente!) e ad un indebolimento dell'euro rispetto al dollaro, ad un possibile incremento delle esportazioni europee. Nell'economia reale invece, assisteremo ad una ripresa dell'inflazione e incremento del costo della vita, certamente a causa delle importazioni che diverranno più onerose e che determineranno un incremento dei costi di produzione, probabilmente anche a causa dell'incremento del denaro in circolazione, emesso dalla BCE in occasione dell'operazione SMP, per cui ha annunciato che ne interromperà il piano di riassorbimento e che quindi rischieranno di tracimare nell'economia reale e di contribuire all'aumento dei prezzi.

La tragedia dell'euro che si sta consumando, oggi vede da un lato gli interessi di governi e banca centrale a stimolare maggiore spesa pubblica (e quindi maggiore debito pubblico per gli stati europei), dall'altro lato è in corso il più grande piano della storia di rientro del debito privato, a cui sono interessate tutte le banche commerciali d'Europa esposte nell’economia reale e quella finanziaria, le quali non hanno interesse a prestare denaro.

In mezzo a questi due interessi contrapposti vi è quello dei risparmiatori. Non gli interessi dei contribuenti tartassati; da essi non c'è quasi più nulla da spremere; i governi potranno tassare di più una categoria piuttosto che un'altra, ma disporre una maggiore pressione fiscale generalizzata sarebbe come ordinare di consegnare la proprietà dei privati direttamente allo stato (chissà! meglio non pensarci per ora).

Oggi sono i risparmiatori quelli nel mirino dell'aggressione da parte di banche e governi. I risparmiatori sono coloro che possono determinare gli investimenti sani per una ripresa economica sostenibile. I risparmiatori sono coloro che negli anni hanno assunto un comportamento virtuoso risparmiando parte dei loro redditi per destinarli agli investimenti. Sono questi coloro che pagheranno il rientro del debito privato voluto dalle banche, l'aggressione dei loro risparmi consentirà alle banche di coprire i buchi nei loro bilanci, ai governi di continuare ad indebitare i cittadini e a concentrare i capitali in mano a pochi. Sembra tutto già deciso.


Postato il 06/06/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





pil.jpg

Siamo ridotti alle pezze! Per far risultare (sulla carta) un incremento del PIL a tutti i governi europei, l'Unione Europea ha deciso che nel calcolo rientreranno per legge anche le attività illegali: traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e attività di contrabbando (leggi gui il comunicato ISTAT).

Quindi, se dall'oggi al domani, vedrete il dato del PIL magicamente aumentare, quello della pressione fiscale improvvisamente ridursi, il rapporto debito pubblico/PIL addirittura diminuire e politici che, con la faccia tosta, andranno a vantarsi di tutto ciò, aspettate a rallegrarvi. Ciò sarà vero solo sulla carta.

Ora, essendo le attività illegali fuori da ogni attendibile rilevazione (proprio perché illegali), mi spiegate, di grazia, come diamine faranno questi burocrati da strapazzo a considerare nel calcolo del PIL, con una sufficiente attendibilità, anche il consumo per droghe, prostitute e contrabbando? Se lo inventeranno! E così essi avranno un altro elemento per falsare ancora di più il buffo parametro di riferimento che i politici usano per giustificare le loro malefatte (il PIL, appunto), così da venirci a raccontare che le cose starebbero andando meglio.

Ma attenzione! È immediato immaginare che, considerato che le attività illegali contribuiranno alla crescita del PIL, i governi avranno meno interesse ad ostacolare la delinquenza. Non trovate?

Lo so cari italiani, è vergognoso che nessun politico si opponga. Ma questi personaggi li avete votati voi!

Il dato del PIL è una stima grossolana (di discutibile attendibilità) delle spese effettuate in un determinato paese, circa il consumo di un paniere di beni e servizi, ritenuti arbitrariamente rappresentativo (?). Il PIL viene spacciato come se fosse il reddito di un determinato paese, invece esso è soltanto una sommatoria di tre fondamentali categorie di spese, infatti esso si calcola così:

PIL=C+G+I+(E-I)

dove C sono i consumi delle famiglie, G sono le spese della pubblica amministrazione, I sono gli investimenti privati e E-I è la differenza fra le esportazioni e le importazioni.

Il PIL non è una differenza fra costi e ricavi da cui si rileva una presunta variazione di ricchezza, esso è una sommatoria che rileva una presunta variazione dei consumi di una nazione. I maghi di corte, oggi detti economisti, vi dicono che se aumenta il PIL, ciò sarebbe positivo; praticamente vogliono far credere che un aumento delle spese sia una cosa buona. Ve la immaginate l'esplosione di gioia di un padre di famiglia, il quale si spezza la schiena tutto il santo giorno, che apprende dalla propria moglie che le spese familiari sono aumentate? Sarebbe assurdo, vero? Allora riflettete. Un aumento del risparmio (del non consumato) è una cosa positiva, non un aumento delle spese (idiozie moderne perseguite ancora oggi da governicchi come questo, leggi qui).

In pratica, si crede veramente che a guidare l'economia di un paese non sia la produzione di ricchezza, ma il suo consumo (e poi ci si chiede come mai siamo sommersi dal debito!). Il dato del PIL descrive un mondo in cui beni e servizi vengono alla luce per la sola domanda di essi; il PIL ignora l'esistenza, o meno, delle condizioni (economiche e tecnologiche) necessarie perché ci sia un'offerta che soddisfi tale domanda, in maniera efficiente e sostenibile. Quindi il PIL non considera affatto tutte le fasi di produzione che precedono la realizzazione dei beni e dei servizi. Per questo esso non è rappresentativo della ricchezza di un paese.

Questa metodologia di determinazione del PIL suggerisce che i beni e i servizi nascano dal nulla e non per l'attività svolta dagli attori economici. Uno stato potrebbe iniziare a spendere per la costruzione di piramidi e obelischi in tutto il suo paese e il suo PIL aumenterebbe di conseguenza (per via delle maggiori spese sostenute per la loro realizzazione). Ma opere di questo tipo non farebbero di quel paese un territorio più ricco rispetto a prima, anche se così facendo si sia incrementato il valore del PIL. Secondo il ragionamento sottostante il calcolo del PIL, dunque, Nerone sarebbe da considerare un geniale imperatore, capace di trasformare in oro tutto ciò che bruciava perché, così facendo, determinava maggiore spesa pubblica per la ricostruzione. Su via!

Per questi motivi, il PIL non è un indicatore in grado di dirci se la produzione di beni e servizi di un certo paese sia il riflesso di una reale variazione di ricchezza di quel paese. E se in esso si andassero a sommare anche le spese per beni e servizi illegali, aumenterebbe la discutibilità di questo indice statistico.

Ma vi dirò di più, l'idea stessa di attribuire ad una nazione un certo reddito aggregato è già di per sé un ragionamento senza un senso. Produce reddito chi ne può disporre direttamente: un imprenditore, soci e amministratori di un'impresa. Pensare di cumulare il valore della produzione realizzata in una nazione e dire che il risultato sarebbe il reddito totale da attribuire ad essa è un approccio infantile alla materia economica, perché valutare una fornitura di prodotti per un certo ammontare di euro, significa che l'imprenditore può scambiare quei prodotti con denaro di pari valore; ma una nazione ciò non lo può fare, perché essa non vanta un diritto di proprietà su quella fornitura. Quindi, che senso ha attribuire un reddito ad una nazione?

Nella metodologia di determinazione del PIL si commette un altro errore. Si somma il valore di beni e servizi aventi natura diversa fra loro e, quindi, unità di misura differenti. Si fa un gran calderone mettendo assieme mele con pentole, bevande con automobili, magliette con carne di maiale. Capite che non c'è alcun rigore scientifico nel calcolo di questo indicatore. Figuriamoci se lo acquisisse aggiungendo in esso elementi di calcolo non obiettivi come le spese per le attività illegali!

Quando i politici ci allarmano che il PIL sta diminuendo, essi si basano su un parametro che significa poco quanto nulla, se non solo che le nostre spese starebbero diminuendo. Ma ciò senza che l'indice ci possa svelare il perché di tale variazione. In casi come questo, i politici alludono al fatto che se i consumi sono diminuiti, ciò significherebbe una minore ricchezza dei cittadini; ma non è detto che ciò dipenda immediatamente da una diminuzione del reddito delle persone. Potrebbe dipendere da un eccesso dell'offerta presente sul mercato, oppure, come spesso accade, da una  minore emissione di banconote in circolazione, da una opprimente pressione fiscale, tutti motivi che non c'entrano nulla con il reddito dei cittadini o la insufficiente capacità della produzione di soddisfare i desideri degli individui.

I politici usano il dato del PIL, spacciandolo per un dato indicativo della ricchezza del paese, per convincerci che sarebbe necessario un loro intervento nell'economia reale del paese, senza però che ce ne sia veramente la necessità. Questo è il caso di quando la gente non consuma e che quindi non contribuisce alla crescita del PIL. Per i politici quella è l'occasione per giustificare l'incremento della spesa pubblica, fatta con i soldi dei cittadini, che spesso determina maggiore debito pubblico e che permette le attività clientelari utili per le loro prossime elezioni. Insomma, essendo quello del consumo uno dei parametri economici che la politica può controllare con maggiore successo, inventandosi l'importanza del PIL, i governi riescono a dare un senso ad essi stessi nella società, i quali agiscono attraverso la tassazione, l'emissione monetaria, la burocrazia, ecc., senza che ce ne sia veramente un bisogno esistenziale.

Grazie allo scorretto uso del PIL, i politici dispongono della giustificazione matematica all'incremento della spesa pubblica e dei finanziamenti a pioggia che determinano un incremento delle tasse, dell'aumento delle banconote in circolazione che provoca l'inflazione dei prezzi e le bolle economiche, del sostegno alle esportazioni a dispetto delle importazioni che per l'Italia si traduce in un incremento dei costi di produzione e dell'energia, ecc.. Ma questi interventi non faranno di quel paese un paese più ricco, bensì stimoleranno inopportunamente un incremento forsennato dei consumi nel breve periodo, e quindi un incremento del costo della vita che però permane anche nel lungo periodo, il PIL registrerà un incremento delle spese, nel breve periodo perché esse sono state stimolate dall'incremento della spesa pubblica, nel lungo periodo solo perché, come risposta a ciò, saranno aumentati irreparabilmente i prezzi di mercato e non perché sarebbero aumentati realmente i consumi o la produzione. Tenetelo sempre a mente: è il risparmio che alimenta gli investimenti, i quali a loro volta producono maggiore ricchezza, non il consumo. E il PIL non dimostra il contrario.

Il PIL va preso per quello che è, ovvero una stima delle spese di un paese, senza commettere l'errore di considerarlo come un presunto indicatore della ricchezza di esso. Perché non è così, neanche considerando le spese per droghe e prostitute.


Postato il 28/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





<< Avanti 1 2 3 4 5 ... 60 61 62 Indietro >>

Content Management Powered by CuteNews

 

Cerca sul Blog

Ricerca avanzata

Iscriviti alla Newsletter del Blog

 

Inserisci il tuo indirizzo Email:



Vorrei ricevere informazioni circa:
Tutto
Cultura
Economia
Leggere Orme
Politica

Ultimi Commenti
 
Martina77 [30/10/2014] scrive: Gli italiani hanno memoria cortissima: quando esco neppure ricordano del governo Letta,figuriamoci del 1992,da dove tutto è partito (e l'Euro non c'era).A questo punto della situazione il ritorno ad un'altra valuta sarebbe una incognità asssoluta,forse perché il tutto andava previsto molto prima e non adesso,ma prima andava bene a tutti.
A volte,sentendo certi discorsi mi sento disorientata: la gente non pensa,ripete. Vai al post

Martina77 [30/10/2014] scrive: @Fabry...non so che lavoro faccia lei,ma si guardi i rapporti ocse anni 90';l'Italia nel 1992-98 non era affatto la settima potenza c'era crisi a non finire,neppure nel 2001,lei sogna,eppure c'era la Lira.
Non sono una pro-euro,ma quando mi sentivo di criticarlo ciioè nel 2003,venivo additata come quella che rompeva sempre i.....,da tutti compreso dai leghisti farlocchi che dopo non aver fatto nulla per contrastare l'immigrazione,adesso con dementi patentati e falsi economisti si ergono a "no euro". Vai al post

pasquale [29/10/2014] scrive: ATTENZIONE cari lettori. Questo mio post non vuole essere un elogio dell'euro (assolutamente no).

Ho scritto tutto il blog schierandomi CONTRO L'EURO. In questo stesso post critico ancora una volta l'euro per aver dato l'occasione ai delinquenti che ci governano di nascondere i problemi che hanno provocato anziché di risolverli! Che cavolo!

Nel post non è in discussione l'abbandono dell'euro; è anche mia opinione che ne dovremmo uscire, laddove si potesse scegliere come opzione o si potesse non condividere con gli altri stati membri il destino a noi riservato (così come ha già detto Gio).

Qui è mia intenzione discutere l'ALTERNATIVA proposta dai più del RITORNO ALLA LIRA; nel post metto in discussione il fatto di "ballare" da una VALUTA FIAT ad un'altra, cosa che per me non è una condizione sufficiente per risolvere i problemi economici dell'Italia.

Sono contro le VALUTE FIAT, di conseguenza sono contro l'euro e contro la lira, che sono entrambe valute fiat e che entrmbe nutrono il germe che corrompe il denaro e la sua funzione indispensabile nell'economia Vai al post

Fabry [28/10/2014] scrive: L'Italia i prodotti li fà! Vai al post

Gio Tomei [28/10/2014] scrive: Sull'Euro, il problema di scegliere non si pone. Il destino tra i Paesi è comune. E poi, l'Otalia, nelle condizioni in cui è ridotta che ha per competere? E se fosse solo il turismo, con quel che varrebbe la lira, regaleremmo a poco e all'insufficineza anche l'unico settore che da soli potremmo provare a "vendere". Poi, il mondo a blocchi di oggi e di domani mattina che spazio darebbe alla barchetta piena di buchi e "pezze a colore" (come si dice a Napoli) dell'italica penisola. Non ne parliamo più, è fiato sprecato: resta la politica elettiva, non questa, come strumento. E qui si reinserisce la banca no profit. Ma che c'entra la riserva frazionaria? A scopo unico e no profit su regole stringenti da statuto e regolamenti occorre valutare la certezza della restituzione del debito e il valore dato anche ad un piccolo aumento della capacità di consumi sulla numnerosità della platea. Si tratta di servizio e non di profitto, ma occorre avere ego altruistico per comprendere visione e prospettiva. Buona vita Vai al post

Le Battaglie del Blog

 

Contante Libero

 

I Portali del Blog

 

Ultimi post inseriti:

Un misuratore di dolore
Che forma ha l'amore?
I nostri eroi

Link Amici
 
Segui il blog:
EconoMia & Finanza
LunarPages.com
CutePHP.com
Altervista.org
Histats.com
OkNotizie.Alice.it
Segnalo.Alice.it
Fai.Informazione.it
Meemi.com
RuvoDiPugliaWeb.it
PortfolioMagazine.it
RischioCalcolato.it
WallStreetItalia.com
Trend-OnLine.com
Facebook/Bloggeritalia
BorsaWeb.altervista.org
ContanteLibero.it
Diggita  
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog 
Liquida 
Aggregatore 
Blog Directory 
Top 100 Blog 
http://www.wikio.it 
 

 

© 2008-2014 MarneviBlog 1.5 by Pasquale Marinelli - Tutti i diritti sono riservati | Designed by Pasquale Marinelli | Diffusione dei contenuti | Privacy |
loghi creati il 24/04/2011 | ® registrati il 06/06/2011 | pubblicati il 06/06/2011 | Autore: Pasquale Marinelli | © Titolare del copyright: Pasquale Marinelli | Limiti di utilizzo

 

facebook