Il Blog di Pasquale Marinelli

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Lunedì, a Bologna, si è tenuta la convention per il Contante Libero. Io c'ero e sono intervenuto assieme agli altri blogger che sostengono la campagna per il libero uso del contante.

Il mio contributo alla serata ha riguardato il tema delle fondazioni bancarie e dell'allarmante rapporto che in Italia intercorre fra politica e banche, il quale produce sperimentazioni sociali, uniche al mondo, come quello di privare i cittadini del libero possesso del denaro contante.

Quello delle fondazioni bancarie è un argomento attualissimo; pensate solo al recente scandalo riguardante l'istituto di credito italiano Monte dei Paschi di Siena, che lo vede coinvolto in una situazione di mala gestione. Di questa vicenda, dalla quale nei prossimi mesi dovremo aspettarci delle belle, solo due cose sono certe:

-          che l'ingerenza dei partiti nelle banche è più viva che mai

-          che i danni e le perdite prodotti da tale intreccio non li pagano i responsabili, bensì gli ignari cittadini

Il mezzo con cui oggi i partiti politici italiani controllano gli istituti bancari è quello costituito dalle fondazioni. Esse sono enti "mostro" che la legge definisce essere di natura privata e senza scopo di lucro. Le fondazioni bancarie godono di ampia autonomia gestionale e statutaria e la loro attività è finalizzata al raggiungimento di obiettivi di utilità sociale. Intenti nobili questi, ma le fondazioni bancarie sono anche altro. In realtà, esse sono cellule politicizzate, periferiche dei grandi partiti nazionali, le quali di fatto influiscono sulle decisioni gestionali delle banche ad esse partecipate, spesso controllandole e guidandole al raggiungimento di obiettivi di matrice tutt'altro che di buona gestione.

Fino al 1990, le banche italiane erano pubbliche. Esse, non solo raccoglievano i risparmi e gestivano il credito, ma erano enti finalizzati a funzioni sociali e il reddito da esse prodotto era indirizzato allo sviluppo sociale, su decisione dei partiti i quali si avvicendavano alla guida di esse. Erano gli anni della prima repubblica e questo consolidato rapporto incestuoso fra politica e banca produsse la vergogna che noi tutti conosciamo, fatta di tangenti e corruzione.

Per mettere fine alle indecenze della prima repubblica, l'Italia fu costretta a recepire una direttiva della comunità europea, che imponeva ai singoli stati membri di privatizzare il sistema bancario.

Per la corrotta politica italiana, ciò rappresentava una seria minaccia al controllo che essa ha sempre esercitato nei confronti delle banche, agevolati proprio dal fatto che le banche fossero enti pubblici e quindi sotto il controllo statale.

Con la legge Amato (L. 218/1990), le banche pubbliche furono privatizzate e trasformate da enti pubblici a società per azioni. In pratica, le banche pubbliche italiane venivano scorporate: da una parte si creava l'istituto di credito vero e proprio, operante sotto la compagine di S.p.A. e orientata al profitto, dall'altra si creava la fondazione bancaria, alla quale lo stato affidava le azioni delle neonate banche private, con l'obbligo di detenerne il controllo assoluto, percependone così i dividendi in ragione della quota di capitale posseduta, senza che essa interferisse con la gestione dell'attività creditizia della banca controllata e destinando i redditi così realizzati per promuovere lo sviluppo sociale.

In pratica, la legge Amato recepì il dettato della comunità europea, col quale si chiedeva un sistema bancario privatizzato. Ma in Italia ciò fu fatto solo in maniera formale. Le banche italiane, seppur trasformate in S.p.A., continuavano ad essere controllate da enti pubblici: della neonate fondazioni bancarie.

Questo aborto normativo è alla base dell'attuale cordone che lega ancora la politica italiana ad alcune delle più importanti banche italiane. E non sono stati sufficienti gli interventi normativi successivi alla legge Amato per risolvere un simile vizio.

Infatti, 4 anni dopo, con la legge Dini (L. 474/1994), le fondazioni furono obbligate a dismettere le proprie partecipazioni negli istituti di credito a cui facevano riferimento, per portarle al di sotto del 50%. Nel 1998 la legge Ciampi (L. 461/1998) definisce le fondazioni come soggetti di diritto privato non profit, senza scopo di lucro e aventi ampia autonomia gestionale e statutaria.

Si osservi il questo grafico. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena possiede il 34,9% del capitale dell'istituto bancario senese, quota sufficiente questa per poterlo controllare. Stessa cosa dicasi per la fondazione Compagnia di San Paolo che, con appena il 9,7% del capitale posseduto, controlla Intesa-San Paolo assieme ad altre due fondazioni: Fondazione Cariplo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Inoltre, si noti come, a titolo d'esempio, la fondazione Cassa di Risparmio di Asti detenga ancora una quota di partecipazione della banca di riferimento superiore al 50%. Questo perché nel 2003, attraverso il D.L. 143/2003, si eliminò l'obbligo di dismettere le partecipazioni di controllo superiori al 50%, qualora le fondazioni dichiarassero un patrimonio netto contabile inferiore ai 200 milioni di euro, oppure se operanti nelle regioni a statuto speciale. Per questo oggi sono ben 15 su 88 le fondazioni che detengono ancora un pacchetto di maggioranza assoluta nelle rispettive banche di riferimento.

Attualmente, lo statuto di quasi tutte le fondazioni bancarie prevedono che la nomina dei rappresentanti nei relativi consigli di indirizzo siano nominati prevalentemente da enti pubblici. Nonostante la legge permetta alle fondazioni di modificare in completa autonomia le regole statutarie, quelle relative all'elezione dei rappresentanti non sono mutate in modo significativo rispetto agli anni novanta. Questo perché la politica ha ormai piantato le proprie radici nelle fondazioni bancarie ed essa non ha alcun interesse a perdere il privilegio di poter controllare una banca attraverso la relativa fondazione.

Osservate quest'altro grafico. Come potete notare, tra le più importanti fondazioni bancarie, la concentrazione di ex politici nei consigli di indirizzo è altissima. E' un segno questo che i cosiddetti "trombati" dei partiti politici finiscono per essere segnalati e poi nominati a cariche così delicate ed influenti.

Dunque, dopo 20 anni dalla riforma del sistema bancario italiano, il controllo della banche da parte dello stato è ancora esistente, con più ostacoli rispetto agli anni '90, ma comunque una pericolosa realtà ancora esistente, grazie ad un viziato impianto normativo che maschera, con una mera formalità, una vergognosa verità.

Ora io vi chiedo, alla luce di tutto questo, potranno mai questi consiglieri, ex politici, nominati da enti pubblici e indicati da partiti politici, avere come obiettivo principale quello di rispondere dell'efficienza gestionale delle banche controllate?

Ancora vi chiedo, siamo sicuri che questi consiglieri rispondano sui risultati gestionali delle banche controllate e non, invece, sulla base della loro fedeltà politica?

E infine, queste fondazioni possono assicurare un sano apporto di capitale proprio nelle banche controllate?

Lo sterile dibattito italiano sulla faccenda del Monte Paschi di Siena, che punta i riflettori sul ruolo delle fondazioni bancarie, non si pone simili quesiti, ma si concentra sulla superficiale questione della presunta mancanza di controlli sull'attività dell'istituto senese.

Innanzitutto, quella del Monte dei Paschi di Siena non è un caso isolato. Illuso chi ci crede e farabutto colui che induce a crederlo. Tutte le banche partecipate alle fondazioni bancarie subiscono questo vizio normativo.

Si deve comprendere che il problema non consiste nella mancanza di controlli ma nel viziato assetto proprietario che la legge disegna per il sistema bancario italiano. Questo assetto proprietario dà i natali a manager del credito non qualificati, che rispondono ad una corrente di partito e non ai clienti della banca che essi dirigono. Questi manager compiono spericolate operazioni finanziarie al solo scopo di favorire gli interessi dei partiti, che piazzando i propri uomini nelle fondazioni, li hanno nominati a dirigere i risparmi di milioni di cittadini. I partiti, si sa, necessitano di ottenere finanziamenti per i lavori pubblici da assegnare ai loro amici, o per promuovere progetti culturali e sociali di dubbia efficienza ed utilità, al solo scopo di raccattare voti. Purtroppo, la possibilità di influire sul processo decisionale di una banca è un punto strategico per un partito politico il quale voglia mantenere una posizione di rilievo su scala nazionale.

Ma gestire una banca in condizioni simili, al lungo andare, significa ammalarla (vedi i recenti casi di Unicredit e Monte dei Paschi di Siena) e danneggiare i risparmi dei propri clienti.

La vergogna della prima repubblica italiana (tutta fatta di tangenti e corruzione) è stata ereditata dalla seconda repubblica proprio attraverso la sopravvivenza di un tale assetto proprietario bancario, di fatto pubblico, attraverso lo strumento delle fondazioni. Queste hanno ricevuto in regalo le quote di partecipazione degli istituti di credito, finanziate sino al 1990, con i soldi dei contribuenti italiani. Le fondazioni hanno un  potere enorme grazie ai soldi degli italiani. E non apportano nulla, dal proprio patrimonio, negli istituti di credito di riferimento. Anzi, esse sottraggono capitali da essa.

Le fondazioni bancarie sono enti blindatissimi. Il loro controllo, a differenza delle società quotate sui mercati, non può mai essere acquisito attraverso operazioni di scalata da parte di altri soggetti, perché il patrimonio di una fondazione è indivisibile per legge. A differenza degli altri enti pubblici, che gestiscono la cosa pubblica, i rappresentanti delle fondazioni non sono votati da nessun cittadino ma soltanto indicati da esponenti di quel partito il quale sia in grado di sfruttare il potere attribuito a taluni enti pubblici di nominare gli amministratori delle fondazioni bancarie. L'unico modo per influenzare le decisioni gestionali di una fondazione bancaria, senza l'uso della violenza, è quello di convincere o corrompere gli enti che nominano gli amministratori delle fondazioni.

Questo è la fogna da cui sgorga il marcio del "sistema Italia".

E' immediato dedurre che le fondazioni bancarie, cosi come oggi esse sono, andrebbero eliminate. Qualcuno propose di tassarle. Perché no? Si tassano gli onesti cittadini, non si può tassare questo covo di farabutti?

Il leader della coalizione di centro sinistra ha dichiarato che sarebbe necessaria una patrimoniale sui grandi patrimoni dei cittadini. Che si applichi una patrimoniale sulle fondazioni bancarie. Sarebbe l'unica tassa patrimoniale che in un colpo solo:

-          non intaccherebbe il risparmio reale del paese e non influirebbe sulla fuga dei capitali all'estero. Il patrimonio delle fondazioni è frutto di una gestione finanziaria, mica da una decisione di minore consumo del singolo individuo!

-          le fondazioni alleggerirebbero le loro partecipazioni negli istituti di credito di riferimento, perché non più convenienti, dando spazio a soggetti più predisposti a servire meglio la collettività

-          sarebbe l'inizio della fine dei privilegi di potere.

Lo so, è solo una farneticazione questa; in effetti, si è mai visto colui che può tassare gli altri, tassare sé stesso?

Firma per il Contante Libero


Postato il 12/02/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Stiamo assistendo ad una campagna elettorale sempre più battente. La solita destra (cialtrona), la solita sinistra (cialtrona anch'essa) e poi gli altri. Gli altri sono quelli del tecnico (del professore messo in politica dopo essere stato nominato senatore ottenendo così un cospicuo vitalizio), il quale dice di aver salvato l'Italia. Aumentando le tasse. Come se il più idiota del paese non fosse capace di posticipare i problemi facendo altrettanto! E infine, ci sono i vari movimenti civili che vogliono essere ascoltati dalla gente, attraversando mille difficoltà per essere ammessi alle elezioni (alla faccia della democrazia!).

Capita sempre più spesso, accendendo la televisione (anche se per sbaglio), di ritrovarsi davanti ad uno dei soliti faccioni, che da anni ti promettono ciò che negli stessi anni non hanno mai provato a realizzare, pur potendo. Sono soggetti, questi, dalle ignare consapevolezze circa le conseguenze sociali di ciò che dicono, o intendono realizzare, ma che, per il loro personale tornaconto, la sanno molto più lunga (vedi ad esempio, la vergognosa faccenda fra il PD e il Monte dei Paschi di Siena, balzata agli onori della cronaca solo ora, mentre in 10 anni non è uscita fuori nessuna parola di denuncia affinché gli investitori aprissero gli occhi ben prima su cosa veramente accadesse in quell’istituto. Si sa, la campagna elettorale è il momento ideale per far uscire certe magagne! E chissà se, nei prossimi giorni, non uscirà qualcos’altro di simile anche per i falsi sostenitori della libertà del centrodestra italiano! Come se veramente, quella del Monte Paschi di Siena, sia un caso isolato!

Nonostante oggi ci sia una facilità d'accesso a infinite fonti per informarsi (e per formarsi) in autonomia, tanto da potersi accorgere del politico ignorante e bugiardo, continua ed esserci gente che, tristemente, incita questi a realizzare quel fallimentare modo di vivere alle spese dello stato (cioè alle spese degli altri). Chiedono più finanziamenti, più stato (come se non ne avessimo abbastanza!), mentre i più lobotizzati chiedono ancora più europa.

La maggior parte degli italiani pensa che ci sia un solo modo di vivere in pace: in una finta democrazia, con uno stato centrale che dovrebbe assistere i cittadini in difficoltà. E' istericamente esilarante il fatto che, questa stessa gente, continui a sostenere tale modo di vivere pensando che ciò sia gratis, senza conseguenze per la stabilità sociale futura, per poi meravigliarsi, con tanto di occhi a palla, quando gli si dice che il debito pubblico della sua nazione è di 2 mila miliardi di euro e che, tirando la cinghia, bisogna che tutti contribuiscano a ripagarlo. Oppure quando gli si dice anche che il Monte dei Paschi di Siena è in dissesto finanziario e che lo stato deve intervenire, con i soldi recuperati dalle tasche dei contribuenti esanimi, per aiutare l'istituto a non fallire e per evitare di mandare a casa i padri di famiglia che ci lavorano.

I responsabili di simili scandali attribuiscono la colpa del disastro di stato agli evasori fiscali. Come se gli eccessi dello stato terminassero allorquando più nessuno evadesse! Siamo uno dei paesi con la più alta e punitiva pressione fiscale al mondo, con un gettito fiscale in continuo aumento e non riusciamo a mantenere i servizi pubblici senza indebitarci. Non vi sembra che la cosa non quadri? Si attribuisce la colpa del disastro finanziario del nostro paese agli speculatori. Come se la speculazione fosse un crimine. Anche noi, al supermercato, approfittiamo delle offerte del giorno, acquistando di più oggi e di meno domani, quando l'offerta non ci sarà più. E' speculazione anche questa ma, pensereste mai di aver fatto male a qualcuno? (è un rischio, questo sì, ma se la fai con i soldi tuoi e non con quelli degli altri - vedi il caso Monte dei Paschi di Siena - che male c'è? I rischi fanno parte della vita!).

Questi uomini di potere, incolpando gli evasori, gli speculatori, o finanche le multinazionali straniere (molte delle quali invece offrono beni e servizi che, a parità di qualità, sono più efficienti e convenienti rispetto a quelli offerti dalle aziende locali), si esonerano dalle responsabilità per cui sono stati votati (o vogliono essere votati) e non sono capaci di fare; o che in realtà non vogliono fare. E tutt'ora ci chiedono di insistere nel puntare sulla loro incapacità.

Così dicendo (e facendo), questi politici, mettono i cittadini l'uno contro l'altro. Non ve ne rendete conto? In campagna elettorale si promette di tutto (meno tasse, più sicurezza, più equità, ecc. - tutte promesse puntualmente disattese). In cambio di cosa? Di una X sulla scheda elettorale, la quale non è altro che la nostra firma (tipica degli analfabeti), su di una delega in bianco che consegna a questi politici (farabutti nella maggior parte dei casi) la gestione della vita di tutti a favori di pochi.

Vorrei chiedere agli italiani che si apprestano al voto: ma quando entrerete nella cabina elettorale, non vi verrà voglia di strappare tutto e di dire "ma che andassero loro al diavolo"?


Postato il 28/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica

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Ebbene, eccovi un’interessante notizia. Da quest’anno, come stabilito nel trattato che istituisce il fondo salva stati (ESM), tutti i paesi europei sono obbligati ad applicare le Clausole di Azione Collettiva (CAC) sui propri titoli di debito pubblico di nuova emissione. Leggete qui il comunicato del ministero del'economia e delle finanze.

Cosa sono le CAC? Esse sono postille (vere e proprie clausole vessatorie) previste sui nuovi titoli di stato di durata superiore a 12 mesi, emessi da ogni paese europeo aderente all’ESM (leggi qui il trattato), con la prima cedola scadente a partire dalla data del 1 gennaio 2013. Le CAC regolano la possibilità, per uno stato che versa in una condizione di crisi del debito sovrano, di ricontrattare interessi, scadenze e di proporre agli investitori lo scambio con obbligazioni di diversa tipologia. Gli accordi europei prevedono espressamente che l’emissione di titoli di debito pubblico con le CAC non deve superare il 45% del totale emesso in un anno (leggi qui le linee guida del dipartimento del tesoro, sulla gestionde del debito pubblico del 2013).

In pratica, grazie al trattato che istituisce il fondo salva stati (a cui anche l’Italia ha aderito), BOT e BTP non saranno più garantiti dallo stato. Ogni paese europeo, infatti, potrà legittimamente rinegoziare la propria esposizione debitoria con gli investitori, facendo saltare all’aria gli accordi originari divenuti per esso insostenibili (un po’ come già accade in Italia con la previdenza sociale; passano gli anni e lo stato modifica continuamente le condizioni per andare in pensione, facendo subire un danno al contribuente il quale vede sempre di più allontanarsi il giorno in cui poter accedere alla pensione e sempre più diminuire la sua entità).

Il limite di emissione del 45% è sicuramente una tutela affinché la maggior parte dei titoli di debito pubblico di nuova emissione resti garantito così come lo sono sempre stati. Ma io non ci conterei troppo; quanto tempo passerà affinché tale limite venga modificato e aumentato, fino ad avvicinarsi al 100%? Che grado di affidabilità avrebbero questi titoli nei confronti degli investitori, di cui lo stato emittente può cambiare le condizioni iniziali di sottoscrizione, quando e come più conviene ad esso? Certo, il rendimento di questa nuova tipologia di titoli pubblici sarebbe più alto rispetto a quelli tradizionali, proprio perché in essi sarebbe insito il rischio di ricontrattazione in negativo da parte dello stato, in caso di  default. Ma se ciò è espressamente previsto in queste CAC le quali, per legge, possono essere aggiunte ai titoli di debito pubblico di nuova emissione, allora questo trattato sfaterebbe il secolare mito, secondo il quale investire in titoli di stato sarebbe un investimento sicuro. In definitiva, dal 2013 il fallimento di uno stato è previsto per legge.

Noi, umili blogger studiosi dei fenomeni economici, sono anni che mettiamo in allerta le famiglie risparmiatrici circa il fatto che i titoli pubblici non sono sicuri come ci hanno sempre insegnato, che gli stati come l’Italia sono a rischio di fallimento. Ci è stato sempre replicato (soprattutto dagli economisti, quelli sapientoni) che un soggetto statale è un’entità troppo grande per fallire e non garantire il proprio debito. Ma allora, se così fosse, perché prendere l’iniziativa di adottare queste clausole che, di fatto, pongono gli stati in una posizione privilegiata rispetto all’investitore, in caso di rischio? A quale rischio lo stato si cautelerebbe, grazie all’adozione di queste clausole, se non a quello di finire con le gambe all’aria?

Visto che la legge è la legge, da oggi è certo, lo possiamo dire tutti (anche quegli economisti sapientoni) che i titoli di debito pubblico non sono titoli da investimento sicuro e che uno stato può fallire. Adesso lo dice anche la legge!


Postato il 21/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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La banca centrale tedesca ha intenzione di far rientrare le proprie riserve auree in patria. La Bundesbank ha ufficializzato la manovra che prevede il rimpatrio del suo oro entro il 2020, dopo che la corte dei conti tedesca ebbe a chiedere di inventariare tutto l’oro di proprietà della Germania (leggi qui)

Si stima che la banca centrale tedesca sia proprietaria di circa 3.396 tonnellate di lingotti d’oro (pari a 133 miliardi; euro più euro meno). 300 tonnellate dovranno rientrare dagli Stati Uniti nel territorio teutonico, mentre dalla Francia dovranno rientrare in patria tutte le riserve aure tedesche custodite lì fino ad ora (sarebbero circa 374 tonnellate). In pratica, una delle più grandi banche centrali (la Bundesbank) sta mostrando sfiducia nei confronti della più grande banca centrale del mondo (la Federal Reserve).

Bisogna ricordarsi che, dopo la guerra, la Germania decise di depositare il 45% del suo oro presso la Federal Reserve a New York, il 13% nei forzieri della Bank of England a Londra, l’11% a Parigi presso la Banque de France, mentre la restante parte rimase presso Berlino. Ciò per la praticità che la Bundesbank necessita, al fine di poter operare in modo efficiente il proprio trading, su quelle che sono le maggiori piazze del mercato dell’oro (appunto, New York, Londra e Parigi). Infatti, a fronte delle più svariate operazioni di mercato poste in essere dalla banca centrale tedesca, è molto più facile e immediato poter impegnare il proprio oro quando esso si trova in loco alle piazze in cui si opera, anziché avere le proprie riserve in luoghi ben lontani da esse.

Cosa avrebbero mai in mente i tedeschi, allora? Possiamo azzardare delle ipotesi. Si consideri che la Germania è il maggiore detentore di oro al mondo dopo gli U.S.A.. Inoltre, come ho già segnalato in quest’altro post, negli ultimi anni, Cina e India hanno dettato il passo nella corsa all’oro, attestandosi come protagoniste del relativo mercato e innalzando le loro riserve auree, rispettivamente, a quota 1.054 tonnellate e 558 tonnellate (a settembre 2012).

Che la Germania avesse in mente un’operazione di questo tipo era nell’aria da tempo. Dopo che la corte dei conti tedesca ha chiesto contezza delle riserve d’oro possedute dalla Bundesbank, quest’ultima si è trovata costretta (nel novembre scorso) a rassicurare gli americani che non avrebbe mai ritirato l’oro dalla piazza americana. Ma dopo nemmeno due mesi, è stato ufficializzato il contrario. Perché? E’ probabile che quello della corte dei conti sia stato il pretesto per mascherare la profonda ed oculata sfiducia che la Germania starebbe nutrendo da un bel po’ nei confronti del sistema monetario mondiale e, quindi, del dollaro. Tornando in possesso del proprio oro, la Germania vorrebbe mettersi al riparo da un banco del dollaro che starebbe per saltare, perché l’oro è quell’unica riserva di valore la quale diventerebbe, automaticamente, il principale riferimento in un mondo economico post dollaro. Lo hanno capito i paesi asiatici, non l’hanno capito gli europei ad eccezione della Germania.

La richiesta di restituzione del proprio oro è stata avanzata non da un paese di poco conto, ma dalla quarta potenza economica mondiale e sarà interessante vedere come risponderanno gli americani a questa dimostrazione di sfiducia lanciata dalla Germania. Sottolineo che la quantità d’oro chiesta indietro non supera il 50% di quanto è attualmente depositato a New York e che il termine del 2020, ad oggi, è di lungo periodo (salvo ripensamenti). Dunque, per ora, non stiamo davanti ad una “dichiarazione di guerra” imminente, come qualcuno ha già anticipato nel dare la notizia. Ripeto, salvo ripensamenti.

Infine, si noti che da martedì 16 gennaio (giorno in cui è stata anticipata la notizia), il dollaro si è svalutato rispetto all’oro. Infatti, da 1.668,58 dollari, l’oro si è rivalutato a 1.680,52 dollari ad oncia (al momento in cui vi scrivo). Poca roba rispetto a quello che accadrebbe se da domani, la FED di New York iniziasse a trovare una scusa dietro l’altra per ritardare la legittima restituzione del metallo giallo avanzata dai proprietari tedeschi. Staremo a vedere.


Postato il 16/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Cari lettori, l'argomento del post di quest'oggi è importantissimo e riguarda una battaglia per la difesa della nostra libertà. Vi prego di leggere ogni riga del testo che segue, affinché siate consapevoli del fatto che in Italia è in corso un esperimento sociale senza precedenti, il quale mira a sottrarre gli ultimi baluardi di libertà rimasti nelle mani di noi cittadini.

Nella notte del 3 gennaio 2013 ha avuto inizio un’importante campagna di informazione, per difendere il libero utilizzo del denaro contante. Essa è stata chiamata Contante Libero (leggi e firma la petizione on-line qui) alla quale ho deciso di aderire col Blog, in maniera particolarmente appassionata, assieme a decine di altri blogger attivi sulla rete (un'evento, questo, che accade per la prima volta qui in Italia).

Come già sapete, in Italia stiamo subendo una graduale riduzione della libertà d’uso del denaro contante. Infatti, la legislazione vigente è arrivata a vietare la possibilità di utilizzare il denaro fisico per le transazioni che abbiano un valore superiore a 1.000 euro. Sembra che le intenzioni sarebbero quelle di ridurre ulteriormente la soglia di questo vincolo assurdo. Ci dicono che le ragioni sarebbero riconducibili alla lotta contro l’evasione fiscale.

Giusto in Italia si sarebbero potuti contare milioni di cittadini creduloni che si bevessero una simile fandonia!

L’uso del contante non c’entra un bel nulla con le ragioni dell’elevata evasione fiscale. Limitare per legge l’uso del contante, invece, distorce i comportamenti dei soggetti che operano nell’economia (famiglie e imprese), avvantaggia solo gli intermediari che offrono il servizio di tracciabilità delle operazioni (le banche) e favorisce l’organo di stato il quale può controllare ogni aspetto della vita privata delle persone (il governo). Vediamo i motivi di queste mie affermazioni, procedendo per gradi.

Aspetti sociali

Ognuno di noi si ritrova, presto o tardi, nell’arco di una giornata, a confrontarsi sul mercato, effettuando operazioni di compravendita (quando si fa la spesa, si va al bar, si usa il telefono, si lavora per un’impresa, ci si collega ad internet, ecc.). Il progresso umano ci ha portati ad escogitare varie modalità di pagamento alternative a quello per contanti (pagamento con assegni, carte di credito, carte prepagate, bonifici, bollettini postali, ecc.) in modo tale che, in base alla tipologia del servizio erogato, si possa scegliere di trasferire il denaro utile per concludere le operazioni di mercato col metodo più congeniale, quello che meglio di tutti faciliti specifici scambi commerciali. Tali innovazioni, assieme alla libertà di scelta, hanno contribuito a far sì che determinate attività, in grado di soddisfare certi bisogni dell’uomo, fossero facilmente usufruibili al maggior numero possibile di individui, a costi sempre più bassi. Pensate se non esistessero le carte prepagate e se, per effettuare la ricarica del traffico cellulare, dovessimo necessariamente recarci alla posta per pagare le nostre spese di telefonia mobile. Credete che i servizi per telefoni cellulari si sarebbero sviluppati così tanto? Io non credo! Allo stesso modo, immaginate se per acquistare un caffè al bar, nel primo mattino, con la calca di clienti che desiderano fare colazione, anziché pagare con gli spiccioli, tutti fossero costretti a pagare con la carta di credito o con assegno. Pensate che il servizio di somministrazione di caffè sarebbe celere e oneroso tanto quanto lo sia adesso? Io penso che un bel po’ di problemi operativi in più sarebbero sorti, non credete?

Ogni pratica commerciale richiede un metodo di pagamento diverso e la libertà di scegliere quello più efficiente è un segno di progresso della società, che avvantaggia tutti i soggetti economici (sia famiglie che imprese). Essere costretti, per legge, a non poter scegliere liberamente il metodo di pagamento più funzionale al tipo di scambio da effettuare, sia esso con contanti o con strumenti alternativi, si rischierebbe di vedere persi molteplici occasioni di acquisto e, di conseguenza, a non soddisfare nel migliore dei modi i relativi bisogni.

La libertà di applicare differenti tipologie di pagamento ci ha portati ad una società più efficiente rispetto a prima, perché il mercato è riuscito a soddisfare spontaneamente le diverse difficoltà pratiche di pagamento, offrendo molteplici soluzioni. Quando una legge obbliga i soggetti economici a preferire un metodo di pagamento piuttosto che un altro, essa interrompe il libero gioco grazie al quale gli individui, da soli, erano riusciti a soddisfare una necessità e, di conseguenza, obbliga loro a regredire ai tempi in cui il ventaglio di possibilità di pagamento era molto più limitato. Questo perché una simile legge non è la risposta ad un disagio espresso dai consumatori! Anzi, una legge del genere distorcerebbe i comportamenti d’acquisto di essi, perché li obbligherebbe a fare qualcosa senza che i singoli individui abbiano avvertito alcun fastidio circa il loro modo abituale di effettuare gli acquisti. I consumatori non avrebbero espresso alcuna necessità pratica di cambiare le abitudini, in quanto esse sarebbero ben consolidate e ritenute ormai ideali per poter soddisfare i bisogni di sempre. Se così è, perché introdurre una legge che romperebbe un equilibrio già raggiunto, in cambio di meno libertà di scelta?

Aspetti economici e politici

Introdurre una legge che vieti l’uso del contante (o lo penalizzi attraverso un regime di tassazione), le transazioni su cui si registrerebbe il maggior impatto sarebbero quelle al dettaglio. Pertanto, è facilmente presumibile che la maniera più efficiente per far pagare le prestazioni offerte al dettaglio, in alternativa al contante (il cui utilizzo sarebbe vietato o vincolato) diverrebbe quello tramite bancomat o carta di credito, sfruttando il sistema di pagamento telematico POS.

Mediamente, il canone mensile offerto dalle banche per disporre di un terminale POS standard è di circa 25 euro, mentre le commissioni sul transato oscillano dallo 0,60% al 3,50% circa. Quindi, adempiere al divieto di accettare i contanti, per gli esercenti non è proprio gratis perché, ai costi mensili dell’attività, andrebbero aggiunti il canone del terminale POS, più le commissioni percentuali  sul ricavato mensile. L’adempimento non sarebbe gratis nemmeno per il consumatore, il quale sarebbe obbligato ad aprire un conto corrente e a sostenerne i costi fissi i quali, mediamente, si aggirano fra i 60 euro e i 120 euro minimo all’anno.

E’ immediato immaginare che il nuovo costo del venduto, determinato dal subentrato obbligo di attivazione del servizio di tracciabilità, verrebbe ribaltato sul prezzo di vendita finale, determinando per il consumatore un incremento dei costi per l’acquisto di beni e servizi, che si aggiungono alle spese bancarie necessarie per effettuare il trasferimento del denaro.

Giunti a questo punto della trattazione, già vi potete rendere conto di quali danni, un provvedimento così limitante, produce all’economia reale. Ovvero, un generale incremento dei costi di approvvigionamento dei beni e servizi. Ma non è finita qui!

Una legge che limita la libertà dell’uso del contante farebbe accadere qualcosa di molto simile a ciò che sperimentiamo quando sottoscriviamo un nuovo contratto di assicurazione RC auto: il premio assicurativo, anno dopo anno, aumenta sempre di più. Stessa cosa noteremmo sui costi del servizio POS e su quelli di gestione del conto corrente. Perché? Perché come per le assicurazioni, le banche godrebbero di una legge che garantirebbe loro l’esistenza di una clientela obbligata a rivolgersi presso di loro. La gente non sarà libera di sospendere il rapporto con le banche, altrimenti non sarebbe più in grado di effettuare le più elementari operazioni commerciali. Di conseguenza, le banche non avrebbero la preoccupazione di procacciare clienti, accattivandoli con prezzi più bassi. E così, forti di un simile privilegio, nulla costerà agli istituti bancari di incrementare a proprio piacimento il prezzo dei loro servizi; tanto la clientela è garantita per legge!

Un’altra considerazione economica è la seguente. L’uso del contate rallenta gli effetti espansivi del moltiplicatore dei depositi. Spiego brevemente il perché.

Le banche sono tenute a trattenere a garanzia un piccola percentuale sui depositi dei loro clienti: la cosiddetta riserva frazionaria (attualmente è dell’1%). Ciò significa che:

-       su 100 euro di depositi bancari, solo 1 euro viene trattenuto dalla banca per garantire la restituzione al depositante. I restanti 99 euro, la banca li fa suoi e li presta ad un altro cliente che chiede un prestito per la sua azienda;

-       i 99 euro prestati vengono, a loro volta, versati sul nuovo conto corrente del cliente che ha ottenuto il prestito. Su questa cifra la banca trattiene il solito 1% a riserva (0,99 euro, in questo secondo passaggio), così che essa possa prestare i restanti 98,01 euro ad un altro cliente, il quale intenda  investirli nella sua impresa;

e così via. Così facendo, la banca creerà, dai 100 euro iniziali ed effettivamente depositati, nuovi conto correnti per un totale massimo di 10.000 euro, pari a 100 volte il deposito iniziale, il quale era di soli 100 euro effettivi.

Con questo meccanismo la banca moltiplica virtualmente i soldi depositati. Come si può ben intuire, se tutti i depositanti prelevassero, nello stesso momento, i soldi contanti a loro disposizione, essa riuscirebbe a soddisfare la richiesta totale solo per 100 euro, ossia per il solo valore dell’unico deposito realmente ricevuto. I restanti 9.900 euro sono virtuali, materialmente non esistono e ciò renderebbe la banca inadempiente, lasciando la maggior parte dei clienti a bocca asciutta. In realtà, è poco probabile (ma non impossibile) che tutti i clienti prelevino i denari dai propri conti di deposito contemporaneamente. Così, giunte le differenti scadenze di tutti i prestiti erogati, la banca otterrà un altissimo guadagno, perché incasserà la restituzione del capitale creato virtualmente e inizialmente prestato ai clienti (9.900 euro), il quale ora diviene tutto disponibile per la banca. Inoltre, quest’ultima percepirà il guadagno derivante dagli interessi applicati su quell’enorme capitale fittizio creato dal nulla.

Capite bene che un meccanismo del genere, il quale volgarmente si chiamerebbe truffa (perché ci si appropria indebitamente del denaro altrui per poi utilizzarlo come se fosse il proprio), essendo consentito esclusivamente alle banche, per volere dello stato, attraverso la legge, fa di queste banche i creatori e controllori assoluti di una importantissima istituzione sociale quale il denaro è.

In quanto tali, le banche possono determinare, per proprio conto, fortissimi guadagni ma a scapito della maggior parte dei restanti soggetti economici. Infatti questi ultimi, usando euforicamente il denaro fittiziamente creato, realizzeranno investimenti per un valore pari a quello del denaro creato dal nulla, determinando un incremento dei prezzi di vendita (l’inflazione), oppure un incremento di produzione che nessuno acquisterà mai, perché i risparmi reali non sono sufficienti a poter acquistare la produzione realizzata in eccesso (o dal valore troppo elevato). Così quest’ultima rimarrà invenduta, rivelandosi come il risultato di un’errata allocazione delle risorse. Nel nostro esempio il risparmio reale è di appena 100 euro, a fronte di investimenti dal valore potenziale pari a 9.900 euro ottenuti in prestito.

Quindi, il meccanismo del moltiplicatore dei depositi su descritto, che tanto giova alle banche e tanto illude, per poi danneggiare, l’economia reale, funziona solo quando il denaro passa attraverso i conti di deposito.

Ecco perché, per le banche, è necessario che il denaro non resti nelle tasche della gente ma che affluisca presso le loro casseforti. Infatti, se i soggetti economici usassero il denaro contante senza l’intermediazione delle banche, essi concluderebbero direttamente e immediatamente i propri rapporti commerciali, mentre le banche non avrebbero la possibilità di guadagnare alcuna provvigione e non avrebbero nessuna occasione di creare nuovo denaro da prestare, per poi farlo suo a scadenza (con gli interessi).

A questo punto, dovrebbe comprendersi molto bene a chi veramente interessa l’abolizione dell’uso del contante e la tipologia dalla posta in gioco: solo gli istituti bancari guadagnano da un provvedimento restrittivo dell’uso del contante. Nessun altro ci guadagna.

L’abolizione dell’uso del contate sarebbe un duro colpo alla libertà dell’individuo il quale, dopo essersi visto tolto il diritto di proprietà, si vedrebbe tolto anche il diritto di possesso del denaro. Non più uno spicciolo si potrebbe mettere da parte senza che lo stato lo venga a sapere. La privacy di ognuno non sarebbe più riservata. Con un semplice click del mouse, le sue ricchezze potrebbero essere bloccate dalle autorità, per qualsiasi suo capriccio (e la legislazione italiana ne ha davvero tanti di capricci!). Non si potrebbe più sfuggire alle grinfie del sistema bancario e a quelle dello stato che chiede sempre più tasse per pagare le sue inefficienze.

Le menzogne smascherate

Uscire fuori argomentazioni come “il contante è uno strumento obsoleto di pagamento” è una mera opinione. Vietare o penalizzare l’uso del contate non determina, nel modo più assoluto, il progresso di una società. L’efficienza nel servire meglio le soluzioni della vita, questo determina il progresso. Sbattere in faccia agli scettici il fatto che “in altri paesi europei il contante è meno usato che in Italia”, facendola sembrare come una cosa di cui vergognarsi, non è una mera opinione ma un mera idiozia. Secondo tali esternazioni, gli italiani risolverebbero i gravi problemi economici del paese semplicemente abolendo l’uso del contate.

Ma ancora più assurda è la giustificazione secondo la quale, eliminando il contante, si infliggerebbe un duro colpo all’evasione fiscale. Balle!

Secondo un’indagine dell’associazione dei contribuenti, nei prime 6 mesi del 2012, il 65% degli evasori sarebbe riconducibile alle categorie degli industriali e dei banchieri (ma guarda un po’! Proprio i banchieri?). Chi crede davvero che quel 65% di evasori abbia potuto nascondere al fisco i propri redditi grazie al libero uso del contate è un emerito ingenuo. Solo i lavoratori dipendenti (assunti a nero o che svolgono il doppio lavoro) e le piccole imprese (lavoratori autonomi e ditte individuali) riuscirebbero ad evadere grazie al libero uso del contate. Ma questi costituiscono solo il 25% dell’imposta evasa stimata. (Guarda il grafico)

Il restante 75% dell’imposta sottratta al fisco si è potuta formare attraverso l’uso di ben altri strumenti elusivi (guarda il grafico). Le big company (21%), evadano principalmente attraverso operazioni di transfer pricing e trasferimenti di denaro in paesi off shore. Le società di capitali (12%) invece, evadono dichiarando redditi inferiori alla realtà (spesso negativi), non versando le imposte dovute, chiudendo l’attività dopo pochi anni (per evitare i controlli fiscali) e usando “teste di legno” fra gli amministratori. Tutti stratagemmi di evasione fiscale questi, che non si basano sull’uso del contante.

Infine, l’evasione realizzata dalla criminalità organizzata (43%), che è una grande utilizzatrice di contante (ma non in maniera esclusiva), non può essere considerata evasione vera e propria, visto che non è possibile ritenere imponibile i proventi di attività non tollerate e quindi ritenute illecite (non si può mica ipotizzare di applicare l’IVA del 21% sui redditi da estorsione!).

Anche i coltelli, oppure le automobili, vengono molto utilizzati dalla criminalità. Secondo il ragionamento di chi sostiene l'abolizione del contante, si dovrebbe vietare a tutti l’uso dei coltelli e delle automobili, perché questi potrebbero essere utilizzati per attività illecite. Sarebbe come anche asserire di voler vietare l'uso della metropolitana, per evitare che accada di essere spinti sulle rotaie dalla propria moglie impazzita e restare uccisi sotto il convoglio in arrivo. E' un'assurdità!

Lo stato stesso può insegnarci che l’evasione non si fa con i contanti. Ricordate la notizia secondo la quale lo stato non aveva versato i contributi a suo carico per conto dei dipendenti pubblici, determinando nel bilancio INPDAP un buco di 10 miliardi di euro? Gli stessi rappresentanti di governo hanno ammesso di esserne a conoscenza. Pensate che un’evasione di questa portata sia stata realizzata con l’uso di banconote e monetine? Ciò è stato frutto di mere operazioni contabili fraudolente, ben spiegate in questo post.

Il 25% di imposta evasa (presumibilmente grazie anche all’uso del contante) rappresenterebbe la soluzione disperata dei cittadini per cercare di sopravvivere all’incontrollato esproprio coatto della ricchezza, posto in essere dal carrozzone inefficiente dello stato. L’eliminazione del contante taglierebbe definitivamente le gambe ai piccoli soggetti economici. Mentre i grandi evasori, quelli che realizzano il 75% dell’imposta evasa, ne sarebbero minimamente scalfiti (quasi per niente).

Vi invito a diffondere il più possibile il manifesto Contante Libero e a sottoscrivere la relativa petizione on-line, che è possibile consultare su http://www.contantelibero.it. Condividete l'iniziativa e invitate a partecipare i vostri amici con una e-mail o utilizzando i vostri social network preferiti. Uniamoci a questa civile protesta contro la restrizione della nostra libertà.

Quella contro l’eliminazione del contante è una battaglia per la difesa della proprietà privata e della nostra libertà di scelta. Mi raccomando.


Postato il 03/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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E' stato appena deliberato dal consiglio dei ministri il contenuto dei punti riguardanti il cosiddetto "decreto del fare". Leggi qui il testo integrale. Vi dirò la verità, ero scettico sulla buona sostanza di questo provvedimento, non tanto per il pregiudizio che nutro nei confronti dell'attuale esecutivo, ma per il curioso nome attribuito al decreto "decreto del fare", che esprime un intento (il fare) ma trascura di comunicare come fare (fare bene o fare male?), lasciando così intendere che l'importanza del provvedimento sia solo quello di fare qualcosa, a prescindere che lo si faccia bene o male. Infatti, per quanto condivisibili siano i punti del decreto in cui vengono ridotte le procedure burocratiche, aumentata la liberalizzazione del settore energetico, multata la P.A. per i ritardi dei suoi pagamenti, riduzione fiscale al settore della nautica e la liberalizzazione dell’accesso a Internet tramite le connessioni wi-fi, ritengo che sia stata persa un'altra occasione per affrontare seriamente la risoluzione dei problemi italiani. Infatti, il decreto non dispone nulla di significativo sul taglio della spesa pubblica e non spende più di una parola (o due) sulla riduzione della pressione fiscale. In alcuni settori, le uscite pubbliche vengono destinate in maniera leggermente diversa rispetto a prima, i costi fiscali vengono trasferiti da un soggetto all’altro, l'IMU resta ancora in vigore anche se parzialmente sospesa (ma non avevano detto di eliminarla?) e l'aumento dell'IVA, previsto per il prossimo mese, non è stato scongiurato. Con simili provvedimenti, questi ministri continuano a credere di potercela dare a bere con la storia dei loro presunti intenti sul bene comune. In effetti, hanno tutte le ragioni per essere sicuri che gli italiani si lascino abbindolare; fino a quando il 75% degli italiani si reca ancora alle urne, nonostante la palese incapacità di chi propone loro un'offerta politica in grado di mantenere le promesse elettorali, di cosa dovrebbero avere paura questi politici?



Postato il 17/06/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





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Li senti al bar, li senti nel treno. Ma li leggi anche su facebook e sui giornali. Ancora tanti italiani che, all'indomani delle elezioni, sprecano il loro fiato inneggiando la coalizione vincente per essersi imposta su tutti, che scherniscono gli sconfitti per la sonora batosta subita, altri ancora che sminuiscono la vittoria degli avversari. Poi c'è chi, riconoscendo la sconfitta, invita i vertici della coalizione perdente a prendersi le proprie responsabilità e chi "urla" che vi sarebbe aria di cambiamento. A questi italiani basta che cambi la faccia di chi li governa per credere che in Italia cambi qualcosa. Cari lettori del blog, una sola cosa emerge di significativo dalle recenti elezioni amministrative 2013: i non votanti del primo turno sono stati il 37,62% degli aventi diritto (un incremento del 14,78% rispetto alle passate amministrative). Invece, in occasione del secondo turno, gli aventi diritto che non si sono presentati alle urne costituiscono il 51,49% (più della metà non è andata più a votare). Oggi come oggi, questi sono i veri segnali di voglia di cambiamento degli italiani, e non l'inversione di tendenza degli esiti elettorali. Infatti, sempre più gente sceglie di non legittimare più i governi di questo sistema politico, non recandosi alle urne e, quindi, i cittadini italiani votano sempre meno. Discorsi su chi abbia vinto o perso le elezioni non servono a nulla. Non è più sufficiente che cambino le persone al governo perché la situazione politica ed economica migliori, è indispensabile che cambi l'idea di come si vive e ci si organizza in una comunità. Che al potere salga Tizio, piuttosto che Caio, è ormai solo una questione di sterile alternanza fra soggetti figli del sistema già corrotto e da cambiare. Coalizioni di destra o di sinistra non cambieranno il sistema che un numero crescente di italiani desidererebbe invece che cambi. Perché, come coloro che oggi lasciano il governo dei rispettivi comuni, anche quelli che ora li sostituiscono sono in quel sistema; non ne sono fuori. Anzi, essi, per il solo fatto di essersi candidati al gioco delle elezioni, sono diventati il sistema; quello che è democraticamente farlocco, anti meritocratico, disprezzante della proprietà privata e della libertà degli individui. In un contesto in cui sempre più italiani non partecipano più alle votazioni, ci vorrà sempre più coraggio per chi osa governare in Italia.



Postato il 12/06/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





 

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carlo [12/06/2013] scrive: più della metà degli italiani non ha scelto il sindaco che deve amministrare la loro città. E se questi si ribellassero alle disposizioni di chi è stato eletto da una minima parte dei cittadini? E se tutti questi non votanti si rifiutassero di obbedirgli, così come si sono già rifiutati di andare a votare? Che si fa? Li si arresterebbe tutti? O li si giustizierebbe? Eh già, se i non votanti sapessero che stanno diventando così tanti, cosa non combinerebbero! Devono solo riconoscersi fra loro... Vai al post


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