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In questo momento storico, in Italia, coloro che si astengono dal voto sono più coscienti e responsabili di colui che si reca alle urne. Perché essi si sono resi conto (o comunque, hanno percepito) che il gioco è truccato, che il rispetto delle regole del paese è un obbligo per l’elettore, ma è un’opzione per lo stato. Colui che si reca alle urne invece non lo ha ancora capito (né lo ha minimamente percepito) e continua ad imbucare schede elettorali nelle urne come se fossero banconote in una macchinetta del video poker che non fa vincere mai. Coloro che si astengono dal voto hanno forse capito che, continuando a partecipare ad un gioco truccato, si continua a fare il gioco del banco. Invece, colui che si reca alle urne crede che, continuando a partecipare ad un gioco truccato, prima o poi vincerà e cambierà comunque la sua vita. Coloro che si astengono dal voto sono come quelle persone che davanti ad un gioco in cui le regole non vengono rispettate, smettono di farsi prendere in giro, e si tirano fuori, mettendo in salvo almeno la loro dignità. Colui che si reca alle urne è come quella persona che, nonostante il gioco sia perennemente truccato, continua comunque a sedersi sullo sgabello davanti al video poker e a buttarci dentro la sua pensione, il suo stipendio, il suo presente e il suo futuro. Coloro che si astengono dal voto scelgono di non essere più complici di un gioco in cui si violano le regole. Colui che si reca alle urne, invece, continua a sostenere la violazione delle regole che però egli non potrà mai violare.

Elezioni europee 2014: astenuti dal voto il 43% degli elettori italiani, primeggia comunque il partito che vuole l’Italia sottomessa all’Europa, il PD; invece in mezza Europa vincono i movimenti politici indipendentisti, con idee alternative rispetto al passato e all’Unione Europea. Gli italiani sono fatti così! Gli dicono che il campionato di calcio è truccato, che squadre, giocatori e arbitri professionisti si vendono le partite, ma comunque essi continuano ad abbonarsi alle pay TV sportive e ad andare allo stadio come se nulla fosse.

E' proprio vero: "una società di pecore è destinata nel tempo a dare origine ad un governo di lupi" (B. de Jouvenel).


Postato il 26/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Comunicazioni





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Fra poche ore gli italiani andranno a votare. Da domani, tutti coloro che non vedevano l’ora di farlo si sentiranno meglio, perché finalmente avranno partecipato ad una decisione importante; almeno, così crederanno di aver fatto. Buon per loro! Io invece, in questa vigilia delle elezioni 2014, rifletto e penso che l’esercizio del voto, per gli italiani, ha una forte analogia con l’andare a scommettere l’esito di un match sportivo. Gli italiani si recano ai seggi elettorali, con l’adrenalina a mille, per puntare su chi sarà la coalizione o il partito vincente. Il premio in palio è la semplice soddisfazione di aver contribuito, anche se con un semplice voticino, alla vittoria della squadra sostenuta, di appartenere alla squadra più forte. La maggior parte degli italiani non va a votare con la consapevolezza del baratro in cui il proprio paese si trova (ne ha sentito parlare, ma non ne ha contezza). Gli italiani non votano con un pensiero definito e radicato nelle coscienze (al massimo si riferiscono ad un’ideologia, che li fa sentire parte della squadra del cuore), non votano conoscendo alla perfezione l’istituzione per cui si va ad eleggere un candidato (ne hanno sentito parlare a scuola o in TV, ma nient’altro), non sanno la funzione che quella istituzione ha e cosa essa ha determinato di negativo sulle loro vite (per loro la colpa è del turbo-capitalismo, delle scie chimiche; più ridicola è la colpa attribuita alla moneta non più sovrana!). Vanno al voto, impreparati, mossi solo dalle sensazioni. Esatto, “sensazioni”. La sensazione che a vincere sarà quel partito, la sensazione che quella persona sia una brava persona, la sensazione che questa volta sarà diverso. Sensazione. Gli italiani votano per sensazioni, come colui che scommette al gioco.

Pensa un po’ da che cosa dipende il mio futuro!


Postato il 24/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Comunicazioni





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La scorsa settimana, sul Financial Times si leggeva che nel 2011, ad un passo dalla fine dell'euro, funzionari europei proposero all'allora segretario del tesoro degli USA un piano per far cadere l'ultimo presidente del consiglio italiano eletto democraticamente (leggi qui). Il segretario americano rifiutò il complotto, appoggiando invece il piano della BCE di tenere artificialmente in vita il sistema bancario europeo così come oggi lo vediamo, anche se gli americani americani avrebbero voluto che la BCE risolvesse la crisi aumentando la massa monetaria in circolazione. Francia e Germania non hanno mai accolto alla stramberia americana, soprattutto allorquando paesi come l'Italia non attuavano le riforme promesse. Nel frattempo, i capitali uscivano fuori dall'Italia e nessuno comprava più titoli di stato italiani, perché considerati per quello che sono: carta straccia. Invece, durante il G20 del 2011, la cancelliera tedesca avrebbe chiesto in lacrime ad USA e Francia di obbligare l'Italia ad accettare gli aiuti dell'FMI e le condizioni che ne conseguivano. Ma l'Italia rifiutò (per fortuna) l'aiuto di 80 mld di euro dall'FMI che puzzavano di sicuro commissariamento del paese. Come anche, essa rifiutò l'altra proposta di accettare gli aiuti dell'ESM in cambio del monitoraggio del FMI, per cui la Germania era disposta a concedere ulteriori fondi da dare in prestito, a patto che l'Italia cedesse qualcosa in cambio (tradotto: cedere ulteriore sovranità). Pare che fu così che alla Germania non restò altro che cercare di far cadere il non collaborativo presidente del consiglio italiano di allora, tentando di far svendere una massiccia quota di titoli pubblici italiani nel portafoglio delle banche tedesche, così da incrementare il famoso "spread" e costringere il capo di governo italiano alle dimissioni.

Complotto o non complotto, questa notizia che esce fuori a ridosso delle elezioni europee mi insospettisce non poco. Gli americani, attraverso un loro giornale, cercano di provocare dissapori fra gli stati coinvolti nella vicenda e risentimento agli italiani nei confronti della Germania. Un po' come se gli USA volossero mettere zizzania in Europa. Perché mai? Nell'ultimo G20 e durante le sommosse ucraine, gli USA hanno capito di aver appoggi internazionali meno solidi di quanto si pensasse e di avere un'economia nazionale che non può permettersi un ennesimo evento bellico per fare la sua solita parte da leone sul resto del mondo, considerato che la funzione planetaria del dollaro come riserva di valore è messa quotidianamente in discussione: recentemente, pare che un asse fra Russia, Cina e Iran consisterebbe nel dare vita ad un nuovo sistema monetario che concorra col dollaro (in effetti, gli ingenti acquisti di oro da parte di questi paesi dovrebbe fare insospettire). Quindi, non potendo affermare con una guerra la propria valuta contro chi la minaccia (Russia in primis), agli Stati Uniti servirebbe prima una politica di consolidamento dei loro rapporti internazionali, ad iniziare con i loro partner commerciali. E l'Italia è uno di questi. La sensazionale notizia del Financial Times, dalla quale emerge che gli USA sembrano essere dalla parte dell'Italia, e la recente spesa che il fondo americano BlackRock ha fatto nel nostro paese (leggi qui), acquistando fette di società italiane in realtà inaffidabili (fra le quali anche alcune bancarie e assicurative), sulle quali nemmeno un bue punterebbe un centesimo, fanno pensare proprio che gli USA starebbero comprandosi il rafforzamento della trama dell'alleanza con gli italiani. Quindi, il perché di una notizia del genere, uscita a ridosso del rinnovo del parlamento europeo, è che agli USA serve una guerra, per loro l'Italia avrebbe un ruolo strategico e vogliono far capire che essi sono con gli italiani.


Postato il 19/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Comunicazioni





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La notizia passa come se fosse una di gossip, invece essa costituisce un segnale economico e politico da non trascurare: alla camera è passata la mozione secondo la quale l'Italia deve sospendere la coniazione delle monetine da 1 e 2 centesimi di euro, a causa della loro maggiore onerosità di realizzazione rispetto al valore che esse rappresentano (per coniare 174 milioni di euro in monetine da 1 e 2 centesimi bisogna spenderne 362 milioni). Facciamo alcune considerazioni.

Se coniare le due frazioni più piccole di euro è diventato più oneroso del valore da esse rappresentate, significa che dal 2002 (anno di messa in circolazione dell'euro) ad oggi il potere d'acquisto dell'euro è diminuito, ossia, ciò che dieci anni fa si poteva acquistare con 10.000 euro, oggi questi non bastano più per poterlo acquistare. Per questo motivo il costo di produzione delle monetine ha superato il loro valore nominale che esse rappresentano. Infatti, guardate come si è ridotto mediamente il valore dell'euro in 11 anni, rispetto ai prezzi dei beni di consumo:

In pratica, ciò che prima si poteva acquistare con 10.000 euro, oggi, quella stessa cosa, la si deve pagare 2.500 euro in più. Ciò perché in 11 anni di euro, il sistema bancario europeo, anche se molto lentamente rispetto ad altre economie del mondo, ha emesso unità di euro sempre maggiori rispetto al reale incremento della ricchezza degli europei, determinando così la svalutazione dell'euro su rappresentata e la conseguente inflazione dei prezzi dei beni di consumo. Non confondetevi: la deflazione europea di cui si parla in questi mesi si riferisce al fatto che negli ultimi anni, come non mai, la BCE, tenendo a freno la stampante monetaria e sostenendo così il valore dell'euro, sta determinando un aumento dei prezzi di mercato di una intensità minore rispetto agli anni prima; ma ciò non significa che durante gli anni di vita dell'euro, il denaro circolante non sia stato aumentato e che, di conseguenza, i prezzi non siano aumentati affatto; inoltre, se l'euro vale sempre di più rispetto al dollaro, ciò avviene semplicemente perché sono gli americani a svalutare il loro dollaro e non perché sarebbe la valuta europea ad apprezzarsi sul dollaro. In Italia, la diminuzione del potere di acquisto dell'euro è accentuata anche dal progressivo incremento della pressione fiscale, che distorce i costi della linea di produzione delle imprese, i quali sono notevolmente aumentati negli anni dell'euro.

Quando esisteva la Lira, il processo di svalutazione (ossia la massiccia stampa di denaro attuata dalla Banca d'Italia) rese necessario l'annullamento della coniazione, non solo delle frazioni di lire, ma anche di quella di ben 49 unità di lire: tant'è vero che si arrivò a poter tenere in tasca lire a partire da 50 unità in su (le famose 50 lire di metallo), mentre unità di lire e frazioni di essa inferiori a 50 lire non circolavano più, perché ormai erano considerate senza valore.

Con l'euro, si sta iniziando con 1 e 2 centesimi. Sta accadendo in Italia ed è già accaduto in Finlandia e nei Paesi Bassi, dove ne hanno bloccato il conio e addirittura l'utilizzo. Nel resto d'Europa invece, per ora essi continueranno ad essere coniati ed utilizzati, ma la BCE starebbe valutando la soppressione delle due frazioni di euro in tutta l'euro zona.

Ritengo che la loro soppressione in tutta eurolandia contribuirà minimamente ad un ulteriore aumento del costo della vita, perché queste monetine, dagli europei, sono già considerate quasi senza valore. La sospensione dell'uso delle monete da 1 e 2 centesimi non sarà la causa di una ulteriore inflazione, bensì essa sarà la conseguenza di un'inflazione che è già avvenuta.

L’inflazione monetaria che ha determinato questa svalutazione si è già verificata (vedi il grafico di sopra), determinando un costo della vita che è già aumentato, con prezzi di mercato i quali si sono già inflazionati e che si sono regolati al rialzo, ovvero partendo  dal valore della prima frazione di euro in circolazione, considerata ancora con un minimo di valore, ovvero a quello dei 5 centesimi di euro.

Un eventuale ritiro generalizzato delle monetine da 1 e 2 centesimi, probabilmente, non farebbe altro che confermare i segni di cedimento di quell’ultima caratteristica che dà ancora credibilità a questa controversa valuta, ossia la migliore capacità di mantenere stabile il suo valore nel tempo.


Postato il 12/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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Certi economisti sono assurdi! Essi lanciano l'allarme deflazione in Europa e dicono alla povera gente che dovrebbero preoccuparsi, anzi schifarsi, della diminuzione dei prezzi di mercato. Lo studentello fresco di laurea in economia direbbe "e ma Keynes diceva...". Lo so cosa diceva quel mentecatto di Keynes; egli diceva che, in costanza di diminuzione dei prezzi, la gente rimanderebbe i propri consumi per spuntare prezzi più bassi rispetto a quelli del giorno prima e ciò determinerebbe una spirale in cui i prezzi e i consumi continuerebbero a diminuire, sfavorendo le imprese, le quali sarebbero costrette (?) a svendere i propri prodotti, generare così delle perdite, per poi smettere di produrre per soddisfare i bisogni dei consumatori. Boiate come queste, insegnate a livello accademico, spiegano lo stato di ignoranza dei nostri giorni! Ma vi pare che una persona, la quale non mangi da giorni, rimandi l'acquisto di un panino, per sperare di poterlo pagare meno fra uno o due mesi? Se una persona vuole acquistare un'automobile e, in un contesto di deflazione, rinvia l'acquisto di un anno per pagarla meno, significa che egli non ha veramente bisogno di un'auto; perché mai la dovrebbe acquistare per forza oggi, se l'automobile non gli è tanto utile da pagarne il prezzo oggi? Secondo questi economisti, la gente dovrebbe acquistare per forza, a prescindere dalle loro necessità. Mah?

La deflazione è una condizione naturale del mercato: se un prodotto è efficiente e necessario ai più, è naturale che esso sia sempre più richiesto; è logico che, nel tempo, il suo prezzo di scambio diminuisca affinché diventi accessibile a sempre più persone. Le imprese, da parte loro, in un contesto deflazionistico, sono stimolate a migliorarsi e ad innovare, se vogliono essere più competitive o incrementare i propri guadagni (il mercato dei prodotti elettronici, informatici e tecnologici docet).

Sapete invece qual'è la verità? Politici e banchieri vogliono che tutti demonizzino la deflazione perché essa si esplicita in un maggiore potere d'acquisto che il denaro detenuto dalla gente acquisisce. Al contrario, politici e banchieri vogliono che le banche centrali svalutino il denaro (emettendo nuove banconote o abbassando i tassi di interesse) per trasformare la deflazione dei prezzi in inflazione; cosa che determina una diminuzione del potere d'acquisto delle persone. Perché essi vorrebbero ciò? Perché la deflazione fa emergere sui mercati ciò che è utile ed efficiente e ciò indispettisce gli "imprenditori" amici di politici, i quali non vogliono rimettersi in gioco e innovare, ma vedersi comunque garantito un posto nel mercato. Se c'è deflazione, molto probabilmente, vuol dire che non vi è stampa di denaro dal nulla e quindi che vi è meno denaro nelle casse dello stato, che i governanti possano maneggiare per le loro attività clientelari. Inoltre, la deflazione sfavorisce coloro che hanno grandi debiti impossibili da restituire, a vantaggio dei loro creditori (perché essi si ritrovano a restituire il valore nominale del capitale prestatoli, il quale consentirebbe di acquistare di più di quanto lo fosse stato al tempo in cui si è ottenuto il prestito).

E chi sono i più grandi debitori del pianeta che non hanno alcuna possibilità di restituire quanto ricevuto in prestito, tanto da perderci con la deflazione? Sono proprio gli stati che votate, cari lettori! Chi ci guadagna, invece, dalla deflazione? Tutte le persone che quotidianamente frequentano i mercati, i quali acquisterebbero, con sempre più certezza, prodotti e servizi sempre più utitli ed efficienti, a prezzi sempre più accessibili. Anche i debitori privati i quali producono reddito possono guadagnarci dalla deflazione, perché è vero che essi restituirebbero denaro che varrebbe di più rispetto al tempo in cui il prestito è stato loro concesso ma, proprio perché sono produttori di reddito (contrariamente ad uno stato, che è un cosumatore dei redditi altrui), avrebbero la possibilità di restituire il denaro ricevuto in prestito grazie a costi di produzione in diminuzione, che consentirebbero loro di ricavare dalla vendita di più unità di prodotto. E allora, ve la sentite ancora di schifare la deflazione?


Postato il 28/04/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Comunicazioni





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Giovinezza [28/08/2014] scrive: "zitto zitto" è un modo di dire della mia zona e non significa che lei non ha scritto o chissà che cosa,ma stà a significare che di fronte al suo disfattismo,alle vacanze non rinuncia e comunque non me ne frega un cazzo,lei è un blogger che segue la moda del momento.Sono in rete da molti anni e da molti anni vediamo i problemi,ma prima di una certa data i post apocalittici non tiravano per la maggiore,quindi la verità non è adesso,ma una costante rilettura del passato.Ora i disfattisti vendono di più,così anche chi non ha voglia di fare un cazzo si può lamentare. Vai al post

pasquale [17/08/2014] scrive: caro Antonio. La fonte è Bankitalia e nel post (al secondo paragrafo) trova il link al documento in PDF, relativo ai supplementi del bollettino statistico. Le indico anche la pagina dove si trova la tabella consultata: pag. 18... Vai al post

antonio [17/08/2014] scrive: Rimango molto perplesso nel leggere la notizia di questa presunta liquidità di circa 105 miliardi di euro che il tesoro avrebbe accumulato,in periodo di crisi così avanzata!Se vera la notizia che lei trasmette determina un fatto di enorme gravità,che tutti i cittadini dovrebbero conoscere!Potrebbe dirmi dove ha preso la notizia e darmi dei riscontri!Grazie. Vai al post

robylucchi [14/08/2014] scrive: cosa ne pensa di indebitarsi come privato in titoli bei magari in valuta Vai al post

pasquale [04/08/2014] scrive: caro Pasquale,
mi dica cosa non è chiaro nel post e sarò ben lieto di spiegarlo meglio e con altrettanta attenzione. Vai al post

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