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di Simona Lotta

Cari lettori, di seguito potete leggere un interessante articolo scritto in esclusiva per il Blog da Simona Lotta, circa il social lending. Esso è un fenomeno che sta via via diffondendosi come risposta all'attuale crisi economica e al credit crunch imposto dal sistema bancario alle piccole e medie imprese. Buona lettura.

In un periodo di grande crisi finanziaria, quando per molte famiglie stringere la cinghia non è sufficiente ad arrivare a fine mese, anche a causa dell’aumento delle tasse dirette o indirette, ci si attenderebbe un po’ più di “morbidezza” da parte delle banche per l’erogazione dei finanziamenti.

Mai come ora è infatti diventata una vera e propria necessità per molti il poter ottenere liquidità in più, senza trascurare il fatto che l’approvvigionamento di 'piccoli capitali' è oggi meno oneroso con il costo del denaro ai minimi storici. Ciò nonostante le banche hanno scelto di inasprire ulteriormente le politiche interne di erogazione dei prestiti, per cui paradossalmente le difficoltà sono aumentate anche per ottenere semplici fidi e somme modeste.

Uno scenario che ha favorito la diffusione del social lending, o “prestito tra privati” (da non confondersi con il prestito tra privati senza interessi). Dietro al successo di questo fenomeno c’è un meccanismo molto semplice che coinvolge tre soggetti: un intermediario (broker online che deve aver ottenuto l’autorizzazione da parte delle autorità di vigilanza, in primis dalla Consob),  colui che ha bisogno di una certa somma di denaro (di norma per finanziare un progetto che deve essere reso noto al broker e ai potenziali finanziatori), e coloro che vogliono fare un investimento con tassi più interessanti rispetto a quelli presenti sul mercato.

Va detto che i tassi di interesse che il finanziato dovrà restituire ai finanziatori vengono stabiliti sulla base del “profilo di rischio” che il broker attribuisce sia al soggetto che alla possibilità che il progetto finanziato possa riuscire, più una percentuale fissa ma più bassa rispetto agli spread applicati dalle banche che va, logicamente, al broker stesso.

I finanziatori possono, di contro, sostenere differenti progetti, così da ripartire il rischio di mancato rimborso, acquistando delle “quote” di finanziamento, con la consapevolezza che i tassi di interesse maggiori riguardano i progetti più rischiosi.

Indubbiamente si tratta di una tipologia di finanziamento che lascia una buona libertà a tutte le parti coinvolte, senza rimanere ancorati ai tassi interbancari ed alle consuetudini lobbistiche portate avanti dalle banche. Però c’è anche da sottolineare che se a un soggetto viene attribuito un profilo di rischio eccessivamente elevato si possono verificare due situazioni: una è che il broker non proceda all’inserimento della richiesta di finanziamento sul suo sito, e l’altra è che anche se lo facesse i finanziatori potrebbero latitare.

Quindi in realtà, per molti soggetti che non sono considerati finanziabili dalle banche, anche la modalità del social lending potrebbe rappresentare una delusione.


Postato il 15/01/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura

colomba

(leggi Parte 1 di 2)

Nella seconda parte di questo post della rubrica Discussioni di Economia, illustrerò il grado zero di una norma di diritto, ossia la consuetudine, e le caratteristiche che quest'ultima deve avere per affrontare il processo evolutivo che la condurrebbe a diventare, un giorno, legge.

Quali caratteristiche dovrebbe avere una consuetudine affinché essa diventi legge? Ebbene, solo le consuetudini le quali sono in grado di promuovere una convivenza pacifica fra gli individui possono candidarsi a diventare un giorno legge. Le consuetudini che falliscono in questo intento invece, o si perdono nella notte dei tempi oppure entrano nelle pagine nere della storia dell'umanità.

Giunti a questo punto, mettiamo da parte la descrizione del corrotto percorso di formazione della legge che oggi noi conosciamo e che nasce nei palazzi del potere e proviamo a descrivere brevemente il processo evolutivo di una legge nel senso pocanzi definito, che sorge fra le strade e i selciati della vita quotidiana di una comunità.

Tutto ha inizio quando gli individui, costituitesi in nuclei familiari e vivendo in uno stesso territorio, necessitano di escogitare una maniera affinché la loro convivenza sia pacifica rispetto al godimento di una o più risorse scarse che il territorio offre: ad esempio, avere la necessità di godere dell'uso esclusivo di un fazzoletto di terra, acquisito legittimamente, su cui si è deciso di stabilire la propria dimora e attività agricola.

In assenza di condivise regole di condotta, nel caso dell'esempio di cui sopra, è immediato intuire che il rischio sociale principale sia costituito dal fatto che individui, i quali siano particolarmente prepotenti, possano avere l'ardire di irrompere sulla terra in cui già vive o lavora in proprio un altro individuo, al fine di espropriarlo con la forza. Ciò sarebbe causa di liti, ritorsioni e vendette di ogni genere, i quali sarebbero all'ordine del giorno, così da rendere la vita della società per niente serena.

Continuando con questo esempio, possiamo immaginare che, prima o poi, arrivi il momento in cui, più di un individuo si renda spontaneamente conto che, per evitare in futuro di vedersi violati dagli altri i propri possedimenti, basterebbe che oggi egli non violi i possedimenti altrui. In pratica, si comprende che se tutti assumessero un comportamento non violento nei confronti del prossimo, si renderebbe più pacifica e serena la convivenza di una comunità di individui. E questo è ciò che effettivamente succede.

Di conseguenza, dal momento in cui sempre più individui mettono in pratica il rispetto della proprietà altrui, accade che, data la sua efficacia a conferire maggiore serenità e certezza, il comportamento a non violare i possedimenti altrui inizia ad essere assunto in maniera sistematica, da sempre più persone, tramandandolo di generazione in generazione. Ciò accade con sempre più frequenza perché prevale il giudizio secondo cui, anche se nel breve periodo rubare oggi la proprietà altrui può recare vantaggi a colui che ruba, nel lungo periodo conviene non rubare oggi per non essere, a sua volta, derubati dagli altri in futuro.

Nasce così la consuetudine, la quale viene sempre più rispettata, ma non ancora per motivi morali, bensì per motivi di interesse (David Hume, che teorizzava per primo quanto qui descritto, definiva questo interesse come un "interesse illuminato"). In effetti, è riscontrabile il dato di fatto che la consuetudine di rispettare la proprietà altrui determini la riduzione dei conflitti, la prosperità del gruppo sociale che la osserva e l'evoluzione del relativo sistema sociale, il quale diventa sempre più complesso e progredito (vedi la storia americana, nei primi decenni a seguire la dichiarazione di indipendenza). Invece, le società che non osservano questa regola si indeboliscono e, prima o poi, tendono a scomparire del tutto (vedi la storia nazzista della Germania di inizio secolo scorso, quella socialista dell'URSS e dei paesi dell'europa dell'est).

A lungo andare, più la società si fa complessa e prospera, più il nesso causale fra la consuetudine di rispettare la proprietà privata e la conseguente prosperità della società che la rispetta si fa meno evidente per ogni singolo individuo. È normale che sia così; infatti, questo nesso si fa sempre più scontato e gli individui tendono a non individuare più questo nesso in modo nitido, ma a considerare quella consuetudine come un comportamento da seguire perché così è sempre stato ed è così che ci si è sempre trovati bene.

Quando ciò succede, è segno che la consuetudine si sia evoluta in regola morale.

Il rispetto della proprietà privata diventa, quindi, un comportamento non più semplicemente consuetudinario a difesa dei propri interessi ma, proprio per la sua efficacia a rendere pacifica la vita fra gli individui e prospera la società che la rispetta, una regola da seguire per motivi morali. La consuetudine si fa così principio astratto di giustizia e, nel caso della proprietà privata, l'azione di rubare diventa un comportamento sbagliato, a prescindere dagli effetti particolari che ne derivano.

Hume riferisce che a determinare il passaggio dalla consuetudine a principio morale sarebbe l'immedesimazione negli interessi della società. Ossia, immaginare cosa prova colui che subisce una violazione (nel nostro esempio, la violazione è costituita dal furto) e, per questo, provare delle emozioni, che generano un sentimento di condanna nei confronti del trasgressore (nel nostro esempio, del ladro). In definitiva, la violazione di una convenzione provoca un sentimento di condanna, a prescindere che le conseguenze si subiscano direttamente sulla propria pelle oppure no.

E' a partire da questo momento che la consuetudine, la quale si è fatta principio generale, può diventare legge. Tale principio, però, dovrà essere dapprima scoperto dagli individui poiché, come detto in precedenza, nel tempo, il nesso causale fra consuetudine e prosperità si fa sempre meno definito, poi esso potrà essere definito per iscritto, al fine di sancirne l'inviolabilità. Dopo di ché, sarà possibile associare ad esso la pena da applicare al trasgressore, sulla base del tipo di organizzazione, di cultura e di convenzioni che la comunità di individui decidono di rispettare.

Questo che abbiamo descritto fin'ora è il processo evolutivo delle istituzioni sociali, attraverso cui le consuetudini le quali sono in grado di ridurre, più delle altre, le conflittualità fra individui, si evolvono, diventano principi generali, per poi essere scoperti e infine sanciti come legge della comunità. Questo è un pensiero più che teorico; infatti, molte delle norme del codice civile italiano non sono altro che il frutto della scoperta, da parte di studiosi del diritto, dei principi generali tramandati nei secoli fino ai tempi più recenti, facendo di essi delle esemplari norme di diritto negativo. E che dire della costituzione degli Stati Uniti d'America? Ma di quella originaria siglata nel 18xx, quella sì che è stata la "costituzione più bella del mondo", fondata sui principi generali di libertà. Altro che quella italiana (che non è la più bella del mondo) la quale non è altro che una concessione allo stato del controllo delle vite di tutti i suoi cittadini!

Si ricordi infine, che un processo evolutivo simile a quello descritto per una regola di diritto, lo affrontano altre importanti istituzioni sociali quali il denaro, la lingua, il mercato, ecc.. Di conseguenza, ogni tentativo mirato ad impedire, interrompere o viziare, con atti particolari, tale evoluzione, rischia di compromettere il naturale e pacifico equilibrio dei rapporti fra individui e fra comunità, che queste istituzioni invece sarebbero in grado di promuovore in condizioni di libertà.

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Postato il 20/12/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura

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Nella rubrica Discussioni di Economia, questa volta parlerò di diritto. Nella prima parte del post distinguerò il diritto negativo da quello positivo, spiegando le ragioni per cui è preferibile il primo rispetto al secondo.

Oggi assistiamo sfiniti all'emanazione di una miriade di decreti, regolamenti, circolari e quant'altro, che vengono fatti rientrare comunemente nella definizione generale di legge, divenuta ormai un calderone, sempre più colmo, di regolamentazioni relative a fattispecie particolari e che rendono gli individui assoggettati sempre meno liberi di agire (si pensi solo all'assurda normativa fiscale, a quella del lavoro o alle demenziali dispozioni burocratiche che costellano la vita degli italiani). Queste disposizioni che noi siamo tenuti a rispettare come legge, nella maggior parte dei casi sono frutto di studi a tavolino, condotti da una minima parte della popolazione (ritenuta eletta), per avvantaggiare una categoria sociale piuttosto che un'altra e che, il più delle volte, risultano essere prive di giudizio e tutt'altro che giuste per gli interessi dell'intera collettività.

E' di fondamentale importanza essere consapevoli di quando si dovrebbe parlare di legge nel vero senso della sua parola e quando no.

A questo scopo, è necessario fare una netta distinzione fra due tipologie di insiemi di norme. L'insieme delle norme che riconoscono ad un individuo il diritto a non subire qualcosa da qualcun altro si definisce "diritto negativo". L'insieme delle norme che impongono a qualcuno di fare qualcosa per qualcun altro si definisce "diritto positivo".

I diritti negativi sono dotati di contenuti ben definiti perché non implicano obblighi o doveri da impartire, ma solo divieti generali: ad esempio, il diritto alla proprietà privata implica semplicemente che rubare sia un crimine e, dunque, che rubare è semplicemente vietato; mentre i diritti positivi implicano obblighi imposti a persone terze, che non sono dotati di contenuti specifici, ma che necessitano di leggi esplicative che li interpretino e li definiscano in maniera particolare: ad esempio, per difendere la proprietà privata si obbligano gli individui a difendere la proprietà altrui. E' evidente come, nel primo esempio (di diritto negativo) il diritto alla proprietà privata sia inequivocabilmente definito, mentre nel secondo esempio (di diritto positivo) la disposione giuridica di difendere la proprietà privata altrui non abbia un contenuto intrinseco, in quanto necessiti di ulteriori precisazioni normative per definire cosa esattamente gli altri sarebbero obbligati a fare, come, quando e con quali strumenti gli individui dovrebbero difendere la proprietà privata altrui.

E' immediato dedurre che un'alta concentrazione di norme di diritto negativo permetterebbe di disporre di un insieme di leggi che funzionerebbe, non come un meccanismo per imporre ordini o uno strumento di amministrazione di un esercito in cui l'individuo è parte di una burocrazia, bensì come un contesto di regole condivise per il rispetto dei principi generali (di diritto negativo), che promuovono la formazione di un ordine sociale, in cui l'individuo è un essere agente, che persegue i suoi obiettivi e che necessita della libera cooperazione con gli altri per raggiungerli.

Oggi invece siamo abituati a subire leggi e leggine, regolamenti e circolari, che nascono e si susseguono dall'oggi al domani, i quali esplicano, interpretano, integrano principi particolari privi di contenuti intrinseci, che non fanno della nostra società una società libera. Queste disposizioni impongono obblighi e ordini agli individui, perché si considera la società come una grande macchina burocratica, da amministrare a suon di norme di diritto positivo. Quando in realtà ci si dovrebbe limitare a scoprire i principi generali, ad alto contenuto intrinseco e autonomamente definiti, in riferimento ai quali gli individui scelgono di regolamentare le proprie interazioni.

Ad esempio, oggi il ricorso allo strumento legislativo del decreto legge, affinché anche il governo abbia il potere di emanare leggi secondo un meccanismo più celere di quello previsto per il parlamento, è previsto dalla costituzione italiana solo in condizioni straordinarie. Negli ultimi anni invece, il ricorso al decreto legge è un fatto ordinario, attraverso il quale i governi hanno reso il nostro diritto meramente positivo e sempre meno negativo. Ciò ha determinato un groviglio di atti normativi che raramente mirano ad imporre semplici limiti di principio all'interno dei quali l'individuo sia lasciato libero di agire, bensì essi sono costituiti dall'imposizione di istruzioni particolari, meticolosi e deliranti su come gli individui devono condurre la propria vita secondo lo stato, obbligandoli a fare cose nei confronti degli altri, che lasciano ridotti margini di azione alla libera iniziativa privata.

Tutto questo lo ha spiegato molto bene il premio Nobel per l'economia Von Hayek, nel suo saggio "Legge, Legislazione e Libertà".

Si sono persi gli esatti riferimenti per una corretta definizione di legge e la consapevolezza di cosa rende la legge veramente utile per una comunità di individui che si possa definire veramente libera. Il diritto ha preso una piega la quale, mirando ad imporre ordini particolari anziché a regolare i principi generali di convivenza, ha favorito la classe politica che ha il potere di emanarli e che cosí ha assunto un controllo sociale senza precedenti sui cittadini.

Per questo ritengo che non si possa continuare ad accettare un impianto istituzionale come quello attuale, i cui provvedimenti normativi hanno molto poco a che fare con i principi di condotta per la convivenza libera e pacifica fra individui, e sempre più con ordini particolari impartiti dai padroni ai propri sudditi, su come essi dovono vivere la propria vita.

Diversamente, una legge si dovrebbe intendere come tale quando essa costituisce il punto di approdo di un lungo processo evolutivo, che una regola di condotta ha affrontato nel tempo e nello spazio e che ha origine nella consuetudine dei comportamenti assunti dagli individui di una certa società.

Ciò non significa che la legge si identifichi immediatamente con la consuetudine. Significa semplicemente che la condizione necessaria, affinché si possa parlare di legge (con la L maiuscola), dovrebbe essere quella secondo la quale tutto abbia inizio con una consuetudine e non con una riunione di poche menti, presunte sagge e che costituirebbero il governo di una società, le quali studiano a tavolino obblighi particolari da imporre alla moltitudine degli individui (o ad una parte di essa), senza che vi sia una oggetiva possibilità, da parte di questi presunti saggi, di poter considerare nei loro studi la molteplicità e la complessità di tutti gli aspetti della vita di ognuno, fatta di innumerevoli necessità e desideri, che sono impossibili da quantificare ed assecondare negli atti normativi da essi concepiti, attraverso un solo e semplice studio a tavolino di una realtà che risulta essere più complessa di quanto ci si creda.

Dunque, cosa è una consuetudine? La consuetudine è costituita da un comportamento assunto spontaneamente da un insieme di individui, ripetuto in maniera talmente costante nel tempo e nello spazio, tanto da ritenerla una regola da rispettare, anche se essa non è ancora scritta da nessuna parte. Non tutte le consuetudini però hanno la stessa sorte di trasformarsi in legge, perché purtroppo esistono anche comportamenti assunti da più individui, di uno stesso luogo e reiterati nel tempo, che difficilmente si potrebbero definire regole di buona condotta. Commettere l'errore di confondere la consuetudine con la legge, significa rischiare di considerare riconoscibili come legge consuetudini che nel tempo si rilevano essere tutt'altro che garanzia di prosperità per gli individui.

Ad esempio, da più di un secolo, è una norma il fatto che sia lo stato o una banca centrale (pubblica o privata che sia) ad emettere denaro senza alcun riferimento reale che ne assicuri il valore, di cui ne è imposta la circolazione e il cui valore e quantità sono decisi arbitrariamente dai relativi funzionari. Ma questo comportamento si chiama truffa, falsificazione, che causa conflitti e ingiustizie sociali, giorno dopo giorno, senza che ce ne accorgiamo. Anche se ciò sia un comportamento diffuso e assunto costantemente nel tempo dalle persone, non si può dire che esso sia una consuetudine elevabile al grado superiore di legge, così come intesa pocanzi; perché altrimenti dovremmo ritenere giustificabile anche la falsificazione o la truffa. Tanto è vero che questa condotta di stabilire il monopolio di emissione del denaro senza riferimenti reali, non è frutto di un'evoluzione del comportamento degli individui, bensì di uno studio e un accordo, scaturito tra poche persone per la cura dei propri interessi, che ha sottratto ai cittadini la proprietà del denaro. Ma lo stesso discorso vale anche per altre forme di comportamento imposte o concesse per legge, costantemente messe in pratica da più persone, ininterrottamente e che non garantiscono prosperità, come ad esempio lo sono le operazioni in regime di riserva frazionaria operate dalle banche, la progressività fiscale, l'abolizione della libertà contrattuale nei rapporti di lavoro, la previdenza sociale obbligatoria, ecc.. Anche queste sono motivo di ingiustizie sociali. (continua a leggere Parte 2 di 2)

Termina qui la prima parte del post. Nella seconda parte invece parlerò delle caratteristiche che deve avere una consuetudine, affinché essa sia candidabile a diventare un giorno legge, descrivendone il processo evolutivo.

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Postato il 03/12/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura

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Cari lettori, con questo post vi presento il libro "Il Mistero dell'Attività Bancaria" di Murray N. Rothbard, edito da Usemlab, che potete acquistare qui.

L'americano Rothbard è stato il più grande teorico libertario e uno dei maggiori filosofi sociali ed economisti del Novecento. E' stato uno dei maggiori esponenti della Scuola Austriaca di economia e Il Mistero dell'Attività Bancaria è il suo libro in cui egli tratta dell'istituzione della banca centrale, con l'esemplare applicazione di una sana teoria economica alle origini e allo sviluppo di un'istituzione reale.

Pubblicato per la prima volta in U.S.A. nel 1983, Il Mistero dell'Attività Bancaria è oggi disponibile on-line e in lingua italiana grazie all'ottimo lavoro editoriale di Usemlab e alla traduzione impeccabile di Francesco Carbone (guarda qui).

Questo libro consente di capire come funziona la manipolazione monetaria e del credito operata dal sistema bancario, nonché il motivo per cui essa è la più importante fra le cause del progressivo sgretolamento del sistema economico. Di quest'ultimo ne possiamo osservare i sintomi alla luce dei fatti relativi al collasso del sistema bancario di Cipro, al caso italiano dello scandalo di Monte dei Paschi di Siena e alla tragedia della moneta unica europea.

L'autore scrive "l'inflazione è un processo di subdola espropriazione in cui le vittime si accorgono dell'aumento dei prezzi ma non del suo perché". E ancora "il sistema bancario a riserva frazionaria è dunque allo stesso tempo fraudolento ed inflazionistico; esso genera un aumento dell'offerta monetaria tramite emissione di false ricevute di deposito, utilizzate come mezzo di scambio".

Il libro esordisce descrivendo sin da subito i principi fondamentali che governano la moneta e le istituzioni monetarie, per poi chiedersi il senso di domande come "a quanto dovrebbe ammontare l'offerta monetaria? Quale è il suo livello ottimale? La sua quantità dovrebbe aumentare, diminuire o restare costante? E perché?".

Ma ciò che Rothbard è veramente riuscito a fare in questo libro, riferendosi alla banca centrale e al suo monopolio legalizzato dell'offerta monetaria, è riuscire a rispondere alla domanda "chi ci guadagna?", rifiutando qualsiasi approccio cospirazionistico nella trattazione dell'argomento, adottando invece il rigore del metodo scientifico.

Ho letto questo libro e vi assicuro che esso vi fornirà gli strumenti utili per interpretare correttamente quanto stia accadendo ai giorni nostri. Nonostante il libro sia stato scritto 30 anni fa e la banca centrale descritta sia quella statunitense (la Federal Reserved), Il Mistero dell'Attività Bancaria resta attualissimo e rivelatore anche per un contesto odierno e apparentemente differente come quello europeo.

Grazie a questo libro comprenderete perché le politiche di limitazione del libero uso del denaro contante sfavoriscono la maggiorparte dei cittadini, perché la stampa ad oltranza di banconote distrugge il valore dei risparmi, perché il sistema bancario moderno vacilla e rischia il collasso senza l'intervento dei governi, i quali prontamente dirottano il denaro dei cittadini tartassati verso le banche, perché le manovre sul tasso ufficiale di sconto favoriscono attualmente politiche che incrementano il costo della vita senza alcun motivo reale. Ma soprattutto, leggendo questo libro comprenderete anche che è ancora possibile concepire soluzioni alternative e più sane a questo sistema bancario fortemente corruttibile (e che corrotto è divenuto), le quali possono rendere la nostra civiltà più onesta, giusta e orientata al progresso economicamente sostenibile.

Comprate e leggete Il Mistero dell'Attività Bancaria di Murray N. Rothbard, semplicemente cliccando qui; non ve ne pentirete.


Postato il 19/11/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura

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Il Bitcoin, per chi non lo sapesse ancora, è una moneta digitale. Anzi, il Bitcoin può essere meglio definito come una cripto moneta [1], proprio perché esso è costituito da una stringa di codice digitale criptata.

Il Bitcoin non è denaro favorito da un istituto bancario, messo a disposizione della clientela attraverso le tecnologie digitali, così come avviene con le già diffuse carte di credito, carte prepagate, bonifici elettronici e quant’altro. Bitcoin è una cripto moneta che non è emessa da nessuna banca, da nessun ente di governo che possa decidere quanta ne deve essere creata di nuova in un certo periodo e quanto essa debba valere oggi e quanto varrà domani.

Ogni unità di Bitcoin è generata da un algoritmo matematico inalterabile, inventato da un programmatore informatico anonimo che corrisponde al nick di Satoshi Nakamoto e sviluppato successivamente da noti programmatori. Quindi, questa cripto moneta è costituita da semplici stringhe di codice, ma opportunamente criptate.

Questo codice criptato, che costituisce il Bitcoin, viene scambiato dagli internauti usando delle applicazioni che funzionano in maniera molto simile ai già più noti software peer-to-peer quali Emule, Napster, eDonkey, BitTorrent, ecc.. Tramite queste applicazioni, anziché condividere musica o film, gli utenti condividono i codici che costituiscono il Bitcoin e ogni computer collegato attraverso di essi è un nodo della rete (la quale non ha alcun nodo centrale che la controlla).

Per ottenere Bitcoin bisogna acquistarlo da chi già ne è in possesso, in cambio di una valuta. Oppure, vendendo beni o servizi. Un altro modo per ottenere Bitcoin è quello di estrarlo.

Il Bitcoin si estrae in un modo molto interessante. Il sistema di creazione di Bitcoin non prevede una banca centrale la quale emetta, a sua discrezione, la quantità di moneta che ritiene più opportuna. Per immettere nuovi Bitcoin in circolazione, è necessario che i computer che costituiscono la rete risolvano dei problemi matematici (piuttosto complessi) che l’algoritmo Bitcoin sottopone a qualunque computer ne faccia richiesta, ad intervalli regolari e in maniera del tutto casuale. Risolvere questi problemi significa effettuare un numero di tentativi molto elevato e, per il computer collegato alla rete il quale sia riuscito, per primo, a risolvere il problema matematico, l’applicazione invia un segnale a tutti gli altri computer collegati e chiede a ciascuno di essi di rilasciare la proprietà dei nuovi Bitcoin emessi automaticamente al computer vincitore, come ricompensa per la risoluzione del problema matematico.

In un certo senso, chi ha inventato il Bitcoin, è riuscito a ricreare (virtualmente) la scarsa reperibilità che caratterizza il metallo prezioso per eccellenza, il quale ha rappresentato nella storia dell’uomo la meno corruttibile e la migliore riserva di valore di tutti i tempi, più qualunque altra merce che sia stata usata come moneta: ovvero l’oro.

L’algoritmo del Bitcoin, stabilisce che il livello di complessità di calcolo di questi problemi deve aumentare col passare del tempo. Ciò significa che, per estrarre un Bitcoin, sarà sempre più difficile e il ché richiederà computer sempre più tecnologicamente potenti. Infatti, ad oggi, è molto difficile che un semplice computer domestico riesca a risolvere, prima di tutti gli altri, i quesiti proposti attualmente dall’algoritmo Bitcoin. Ogni quattro anni, il valore della ricompensa in Bitcoin viene dimezzato. Infatti investire nell’acquisizione della tecnologia sufficiente per risolvere i problemi dell’algoritmo Bitcoin (sempre più complicati) diventa sempre più oneroso (si calcola che, mediamente, si spendono circa 3.126 dollari per l’acquisizione di piattaforme in grado di estrarre velocemente nuovi Bitcoin). Inoltre, l’algoritmo è programmato in modo tale che il numero di Bitcoin estraibile non possa superare i 21 milioni di unità. Si prevede che tale limite sarà raggiunto intorno al 2040. In tal caso, il sistema di estrazione si bloccherà automaticamente.

Ciò significa che il tasso di inflazione è molto contenuto (dal 2040 circa, sarà praticamente nullo), considerato anche che non è possibile effettuare nuove iniezioni di moneta da parte di un ente come la banca centrale che, nel concetto di Bitcoin, non esiste. Infatti, chi continua a sostenere l’attuale sistema monetario, rimprovera al Bitcoin che, se esso fosse una valuta adottata su scala globale, essa sarebbe la fonte primaria di deflazione, questo cattivo e tremendo fenomeno economico, costituito da un crescente valore della moneta in circolazione e da un costante calo dei prezzi dei beni e servizi, che indurrebbe la gente a preferire di sfamarsi di Bitcoin (perché di maggior valore) piuttosto che di risorse reali (le quali varrebbero meno del denaro con cui sono espresse). Come si fa a credere a questa stupidaggine, io non lo so.

Tornando al funzionamento di questa cripto moneta, una volta che un utente entra in possesso di Bitcoin, egli ha la possibilità di depositare la sua disponibilità in un portafoglio virtuale, sull'hard disk del proprio personal computer oppure in repository remoti offerti da siti specializzati in questo tipo di servizi.

Attingendo a questo portafoglio virtuale, è possibile effettuare le transazioni commerciali in Bitcoin (esistono tantissimi siti che offrono questo servizio). Esso funziona attraverso un sistema di chiavi pubbliche e private (simile a quello usato per le usuali transazioni on-line), che consente di scambiare i Bitcoin in tutta sicurezza, sui mercati virtuali esistenti su internet, nella valuta che interessa, oppure di spendere la cifra posseduta presso coloro che accettano Bitcoin in cambio di beni o servizi. Le transazioni crittografate assicurano l’anonimato (o comunque, rendono difficile l’identificazione) e, il sistema di condivisione della moneta virtuale, accerta che chi trasferisce denaro sia l’effettivo proprietario, perché il codice di ogni singola unità di Bitcoin contiene anche l’indirizzo aggiornato dell’attuale proprietario e, ogni passaggio di proprietà, viene convalidato dalla rete peer-to-peer che accerta anche l’unitarietà del codice scambiato (ossia accerta che esso non sia la copia di una unità di moneta già esistente, rendendo impossibile la contraffazione).

Oggi 6 novembre 2013, un’unità di Bitcoin vale circa 253,92 dollari (ad Aprile 2013, a seguito della crisi di Cipro, Bitcoin valeva più di 237 dollari; guarda in questo grafico l’evoluzione). In circolazione ci sono più di 11,92 milioni di Bitcoin (guarda in quest’altro grafico l’incremento dal 2009). Il volume d’affari medio, realizzato con i Bitcoin, vale più di 72 milioni di dollari a settimana (guarda qui l’impennata registrata negli ultimi 12 mesi).

Da queste cifre, ci si rende conto che quello del Bitcoin non è solo un esperimento ma è un vero e proprio fenomeno che, sul nascere, sta coinvolgendo sempre più persone; la media settimanale del numero delle transazioni effettuate in Bitcoin è di 47.233 (guarda qui il grafico). Solo il tempo ci dirà se Bitcoin, da fenomeno si potrà trasformare in un nuovo e collaudato sistema monetario indipendente, a differenza del sistema monetario attuale, costituito dalla moneta fiduciaria, che ha reso i mercati rigidi ai cambiamenti necessari per superare le crisi economiche.

Bitcoin però non è privo di limiti. Affinché esso possa diventare un giorno un collaudato sistema monetario sarà necessario che:

-       acquisisca la caratteristica di vendibilità, tipica di una merce: attualmente solo una piccolissima percentuale dell’intera popolazione mondiale ha un immediato accesso alla rete internet per effettuare transazioni on line. Di conseguenza, ciò non rende Bitcoin preferibile e accettato su larga scala rispetto ad altre forme di mezzo di scambio, più idonee a tale scopo;

-       non sia soggetto a drastiche oscillazioni di valore: attualmente il Bitcoin ha espresso le caratteristiche tipiche di una bolla finanziaria, il cui carattere di novità viene usato da chi può condizionare i mercati valutari, al fine di attirare gli investitori allocchi e farne crescere il valore per fini speculativi;

-       il sistema sia molto più sicuro di quanto non abbia dimostrato in questi anni: per quanto il sistema criptato delle transazioni sia tutt’ora efficace, non lo si può dire delle piattaforme usate per il cambio valute e di repository on line i quali, più di una volta, sembra che siano stati violati dagli haker.

Ciò che rende interessante Bitcoin è quello di aver rispolverato e poi applicato (in maniera del tutto innovativa) alcune delle principali caratteristiche di un più giusto sistema monetario:

-       limitata quantità di moneta in circolazione e offerta anelastica di essa, che fanno di una moneta una moneta forte;

-       assenza della questione legata alla dannosa attività bancaria con regime a riserva frazionaria, grazie alla limitata (se non, assente) necessità di gestione del deposito o di servizi di custodia, visto che il Bitcoin, essendo costituito da stringhe di codici, è immagazzinato autonomamente dal proprietario, che lo gestisce attraverso un semplice account;

-       assenza di controllo da parte di un organismo centrale che ne decida arbitrariamente il valore, la quantità di emissione e che funga da prestatore di ultima istanza e che oggi è la principale causa dei burrascosi cicli economici che noi stiamo soffrendo.

Qualcuno, dai piani alti, si è reso conto che se il fenomeno Bitcoin dilagasse, esso potrebbe diventare pericoloso per il perpetuare dello sciagurato sistema monetario di cui oggi noi disponiamo e per il mantenimento del potere che esso conferisce a chi lo controlla. La BCE ha addirittura condotto uno studio sul fenomeno.

Il Bitcoin è una sorta di moneta privata che non ha confini territoriali. La rigidità della sua offerta (molto simile a quella dei metalli preziosi usati in passato come moneta) potrà dimostrare cosa è una moneta sana, non corrotta a piacimento da politici e banchieri. Una volta che l’offerta si bloccherà a 21 milioni, il Bitcoin dimostrerà che ogni quantità di moneta è ottimale per far funzionare l’economia. In futuro vedremo sicuramente sorgere altre monete private simili al Bitcoin, ognuna delle quali concorreranno fra loro sulla base delle rispettive capacità di mantenere stabile il proprio valore nel tempo e, per questo, di riuscire ad attrarre più agenti economici rispetto agli altri (oggi invece, i governi del mondo fanno a gara a chi svaluta di più la propria valuta, per cui le persone che la utilizzano assistono quasi inermi alla consequenziale distruzione del valore dei propri risparmi).

In Canada apriranno i primi bancomat attraverso i quali sarà possibile scambiare la valuta corrente in Bitcoin (leggi qui)

In Germania esiste un numero crescente di realtà che usano il Bitcoin come mezzo di scambio (leggi qui). Proprio per questo, il ministro delle finanze tedesco ha riconosciuto la bontà dell’esperimento Bitcoin e ha dichiarato che la cripto moneta dovrebbe essere  legalizzata.

A quest’ultimo proposito, io mi chiedo, che bisogno c’è di legalizzare il Bitcoin? Bitcoin non ammazza nessuno, non offende la reputazione e la dignità di nessuno, non deruba nessuno, non estorce niente a nessuno, cosa mai ci sarebbe di illegale nel Bitcoin, tanto da esserci la necessità di farci una legge che lo legalizzi?

Ovviamente, le preoccupazioni dei politici sono di natura fiscale, cari lettori! Le transazioni con Bitcoin non sono tracciabili dal fisco ed esso non prevede ancora il pagamento delle tasse in Bitcoin. Ma se lo si riconoscesse per legge, un domani, quando e se il Bitcoin dovesse proporsi come vera alternativa al denaro cartaceo dello stato, il governo avrebbe già avviato il primo passo per escogitare un modo per imporre la tassazione anche dei redditi ottenuti in Bitcoin.

Questi politici! Quando conviene a loro però, sono in grado di guardare al futuro!

[1] In questo post definisco il Bitcoin come una moneta, il quale però possiede caratteristiche molto atipiche per poter essere definito come tale. Ciò è stato un azzardo, perché in verità Bitcoin non ha un valore intrinseco così come lo hanno quelle merci di cui sappiamo di per certo essere in grado di assolvere ad una sana funzione monetaria come, ad esempio, lo sono l'oro o l'argento (a questo proposito, leggi questo post). Ma sarebbe impreciso anche far rientrare il Bitcoin fra le valute (come il dollaro, l'euro, lo yen, ecc.). Questo perché il Bitcoin non circola per forza di legge e non è emesso in regime di monopolio da un istituto governativo o paragovernativo così come lo sono le valute attuali che conosciamo. Il Bitcoin è un fenomeno senza precedenti, di difficile collocazione fra le categorie di mezzi di scambio sviluppati dall'umanità fino ad oggi. Il Bitcoin è un caso inedito e, per questo, è degno di studi sempre più approfonditi da parte degli esperti in materia.


Postato il 06/11/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Micropost

fogliobrucia.jpg

Buone notizie. Ricordate la ritenuta del 20% che le banche italiane avrebbero dovuto applicare sui bonifici dall’estero derivanti da redditi di natura finanziaria (leggi qui)? Il decreto legge n. 66/2014 elimina definitivamente questa gabella introdotta sprovvedutamente nel 2013. Riporto testualmente il comma 2 dell’art. 4 E' abrogato il comma 2 dell'articolo 4 del decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167 convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1990, n. 227.” Considerato che l’Italia annega sempre di  più in quantità record di debito pubblico, è schiacciata sempre di più da un’incivile pressione fiscale, i cui cittadini lavoratori sono sempre meno e che essa sostiene un sistema bancario e politico sempre più profondamente corrotto, non è molto come provvedimento, bisogna ammetterlo! Però, ogni tanto, una buona notizia è sempre bene darla. E non dite che in questo blog si leggono sempre e solo cose negative.



Postato il 16/07/2014 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





schiavi.jpg

Gli schiavisti americani dell'800 credevano che se la schiavitù dei neri fosse stata abolita, i commerci sarebbero cessati e che addirittura nessuno più avrebbe raccolto cotone. Quando la schiavitù fu effettivamente abolita, non solo i commerci continuarono ad essere fiorenti, ma anche il cotone continuava ad essere efficientemente raccolto. Fu allora che si rivelò quanta ignoranza pervadeva in un'importante fetta della classe dirigente americana dell'epoca. Stessa cosa accade oggi. La classe dirigente attuale crede ancora, ad esempio,:

- che senza la banca centrale nessuno più avrebbe qualcosa che funga da mezzo di scambio come il denaro;

- che senza aumentare il denaro in circolazione nessuno più godrebbe del progresso;

- che senza lo stato centrale nessuno più vivrebbe in un mondo civile;

- che senza la democrazia rappresentativa nessuno piu godrebbe della libertà;

- che senza la carta costituzionale sopra ogni cosa nessuno più avrebbe diritti e doveri;

- che senza il denaro contante nessuno più evaderebbe le tasse.

Ciò che credevano gli schiavisti, per la maggior parte degli uomini moderni, risulta essere ormai un'idiozia per cui ridere di simili cavernicoli e compatire chi purtroppo ne fu vittima. In futuro, anche le generazioni più progredite di quella attuale rideranno dell'arretratezza di pensiero dell'odierna classe dirigente, anch'essa da considerare cavernicola, e compatiranno coloro che ne saranno state le vittime.



Postato il 03/07/2014 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





 

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Svizzera: referendum Denaro Vero

Coloro che si astengono dal voto

Votare = Scommettere

Merkel in lacrime, gli italiani anche!

 

 

Ultimi commenti

giuseppe [20/07/2014] scrive: se certi atteggiamenti non statuali delle banche tendono a sembrare rapine pechè non se ne occupa la procura esendo gli stessi devastanti per una società come la nosta (esperienze personali di maggior valore economico) Vai al post

antonio [23/06/2014] scrive: Grazie per la risposta e per gli esempi molto chiari.Continuerò a leggere i suoi post con molta atenzione!! Vai al post

pasquale [22/06/2014] scrive: 3. il CDA di una banca in dissesto, a fronte di un'opportunità di rifinanziamento, delibera un aumento di capitali che i piccoli risparmiatori possessori di azioni quotate in borsa della stessa banca non possono permettersi. Di conseguenza, essi sono costretti a vendere in massa le proprie azioni. Ciò determinerà un minor valore di mercato delle loro azioni per cui i risparmiatori saranno costretti a svenderle rispetto a quanto le hanno acquistate. Quindi, il costo del rifinanziamento viene pagato dai risparmiatori in termini di svalutazione dei propri risparmi.
4. I governi varano un piano di salvataggio di una banca in dissesto utilizzando soldi pubblici. Le coperture per tale piano vengono trovate attraverso una tassazione patrimoniale sui rendimenti dei possessori di titoli finanziari. I risparmiatori pagano il salvataggio della banca in termini di maggiore pressione fiscale
5. La banca in difficoltà economiche incrementa i costi dei servizi ai propri clienti, a fronte di nessuna aumento quantitativo o qualitativo della propria offerta. I risparmiatori pagano le difficoltà della banca in termini di un ingiustificato aumento del costo dei propri risparmi.
6. La banca in dissesto, sospende (oppure ostacola) la restituzione del denaro presente sui conti correnti. I risparmiatori pagano il dissesto della banca in termini di privazione della proprietà dei propri denari.

Questi sono i primi metodi che mi sono venuti in mente. Gli esempi sarebbero molti di più.. Vai al post

pasquale [22/06/2014] scrive: grazie antonio per la domanda. Ci sono vai modi per costringere i risparmiatori europei a pagare i debiti privati delle banche.
1. la BCE aumenta la quantità di euro in circolazione o diminuisce il tasso di interesse per coprire i buchi nei bilanci delle banche. Ciò determina un minore valore dell'euro rispetto ai beni reali che i risparmiatori percepiranno come aumento del costo della vita, per cui essi con i loro risparmi riescono a comprare meno rispetto a quanto potevano comprare in tempi precedenti. Quindi, per sistemare i bilanci delle banche, i risparmiatori pagano questa operazione in termini di minore potere d'acquisto dei propri risparmi.
2. la BCE abbassa il tasso ufficiale di interesse e, di conseguenza, il tasso di interesse dei futuri risparmi saranno anch'essi più bassi. I risparmiatori pagheranno in termini di minore convenienza a risparmiare. Vai al post

antonio [21/06/2014] scrive: Ho letto attentamente lo scritto che condivido,ma nell'ultima parte dove parla dell'aggressione al risparmio privato,non riesco a trovarne il collegamento con ilresto.Che il risparmio degli italiani faccia gola a molti lo sapevo e l'intuivo,ma come i risparmiatori possano essere costretti a pagare il rientro del debito privato dalle banche,non riesco a capirlo.Potrebbe essere più chiaro su questo punto,magarifacendo qualche esempio?Grazie.Attendo risposta chiarificatrice. Vai al post


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