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I cechi giocano a nascondino

(Guarda il video)

Quanto sono importanti le informazioni al mondo d’oggi! Spesso un’informazione è la soluzione ai molti problemi con i quali la realtà odierna assilla l’uomo dei giorni nostri. Le persone, senza un’adeguata informazione, sono perse nell’oblio di un sistema che spesso ci diventa nemico.

E’ innegabile che la vita moderna è molto più complessa di quella di tanto tempo fa. L’uomo ha molte più necessità, esistono disparate occasioni che lo inducono a soddisfare bisogni inavvertibili prima di adesso e, il condurre un’esistenza normale, ha assunto un significato ben diverso rispetto a quello che intendevano i nostri bisnonni. E questo perché, in qualche modo, il sistema artificiale creato dall’uomo (cioè, l’economia) ha preso il sopravvento sul sistema naturale e, alle leggi di quest’ultimo, già conosciute da noi tutti (perché stampate nel nostro DNA), si aggiungono quelle “nuove” del sistema economico (quasi a sostituirsi), le quali non sono affatto semplici da conoscere ma, piuttosto articolate ed esasperate. Si pensi, ad esempio, alle tremende e impossibili regolamentazioni circa il calcolo e il versamento delle tasse, l’avviamento di un’attività imprenditoriale, il porre in essere delle attività statali, l’avanzamento delle opere edili, l’esercizio dell’attività bancaria, ecc.. Ma si faccia mente locale anche alle attività commerciali, che da decenni ricorrono al marketing, perché non è più tanto facile piazzare sui mercati saturi i propri prodotti o, a quanto siano importanti gli esiti relativi alle scelte di vita di popoli lontani tra loro. Siamo tutti all’interno di un ginepraio nel quale è estremamente pericoloso perdersi e, le informazioni, che ci aiutano a muoversi in questo groviglio di norme, regolamenti e stili di vita condivisi, sono di estrema importanza perché assumono quella stessa funzione che hanno i comunissimi segnali stradali, i quali, tanto ci aiutano quando essi ci indicano la direzione che conduce ad uno specifico posto o quando ci avvertono di possibili pericoli da evitare.

La nostra vita è costantemente bombardata da informazioni di qualsiasi genere; le riceviamo dalla televisione, dalla radio, dalla stampa, dai libri, da internet, dal nostro vicino di casa o dal nostro amico. Ma ciò che io mi chiedo è: siamo proprio sicuri che, fra le tante informazioni, almeno qualcuna, sia davvero importante? E’ possibile che le informazioni che abbiamo, circa la nostra vita in questo sistema innaturale, non siano quelle sufficienti per comprendere realmente ciò che si abbatte ciclicamente su di noi? Dopo tutto, dalla seconda guerra mondiale ad oggi, le uniche crisi di cui si ricorda aver sentito parlare nel mondo occidentale, sono soltanto quelle relative a questioni legate all’aumento del deficit, al decremento del PIL, al crollo della Borsa o di Wall Street, alla discesa dei tassi di interesse (che cosa mai ci vorranno dire con questi termini?) e, mai abbiamo avvertito la crisi in termini più pratici e immediati come la mancanza di cibo, di acqua oppure del sopravvento di un'epidemia che decima la popolazione. E’ possibile che le informazioni necessarie per comprendere il meccanismo del nostro sistema, non le abbia la maggior parte di noi ma solo pochi individui?

Chi ha il potere di controllare l’informazione può decidere quali notizie pubblicare e quali no. Tutto dipende dagli interessi che si decide di curare; infatti, se si curano gli interessi privatissimi, il pubblico verrebbe a sapere solo ciò che farebbe comodo a pochi e non a tutti. Inoltre, chi controlla l’informazione di massa, ed è dedito alla cura dei propri ed esclusivi interessi, può determinare i comportamenti della moltitudine a proprio vantaggio. Ad esempio, se una banca volesse ulteriormente arricchirsi, non dovrebbe fare altro che aumentare i propri crediti e quindi fare indebitare la gente (o meglio ancora, gli Stati), facendo semplicemente comunicare agli organi di stampa, che il valore del denaro è aumentato (anche basandosi sul nulla). In questo modo le quotazioni dei titoli di Borsa cadrebbero come foglie morte, le aziende inizierebbero a fallire, aumenterebbe la disoccupazione e, quello Stato che è in grado, più di tutti, di poter risollevare le sorti del proprio paese conquistando altri territori, determinerebbe una guerra, così che la banca la possa finanziare, a conclusione della stessa possa incentivare anche la ricostruzione postbellica e poi pretendere la restituzione del denaro con gli interessi, quando il meccanismo economico riparte col suo diabolico ciclo. Come potete vedere, il tutto scaturirebbe da un’arbitraria decisione di far comunicare un’infondata informazione. La gente deve pretendere un’informazione incondizionata e che sia al servizio di tutti. Ognuno di noi deve investire direttamente in essa, contribuendo con qualsiasi forma: col proprio tempo, con le proprie conoscenze, con le proprie competenze o con le proprie risorse economiche; per il bene di tutti.

L’ignoranza della verità è lo sgambetto più beffardo che gli uomini possano subire nella confusa realtà di oggi. (Guarda il video)

Postato il 18/02/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura
I giovani in fuga

Alle volte ci si accontenta della vita che si conduce a Ruvo e altre volte si insorge con proteste fatte di parole sincere e legittime, ma alla fine, a Ruvo, in pochi sono contenti e in molti fuggono via.

Ruvo è un paese che sta invecchiando assieme ai suoi cittadini residenti (gli ultrasessantenni costituiscono quasi un quarto della popolazione), perde di attrazione anno dopo anno, si spopola sempre di più di giovani, i quali non avendo prospettive di vita nella nostra comunità, fuggono per cercarle altrove e si continua a menarla sulla patetica questione che a Ruvo bisogna rilanciare il turismo (non c’è paese al mondo che abbia risolto i propri problemi grazie al turismo; esso è solo una conseguenza). A Ruvo esiste, da anni, un malcontento manifestato, bisogna riconoscerlo! Purtroppo, a ciò, non è mai conseguita una reazione che conducesse veramente ad un cambiamento.

Se i giovani (cioè coloro che manifestano il malcontento) continueranno ad essere costretti a lasciare la propria città, di cambiamenti ne vedremo ben pochi (perché andranno via proprio coloro che sono il movente caldo affinché Ruvo cambi). Tra l’altro, la colpa di questa emorragia demografica è difficilmente attribuibile ai vivi presenti, perché sono i nostri nonni coloro che hanno dissipato le risorse della nostra comunità, sfruttando le ricchezze del territorio e non preoccupandosi di svilupparlo. I nostri genitori, invece, costituiscono l’ultima generazione che ha avuto la possibilità di farsi una posizione nella comunità ruvese e, purtroppo, c’è una parte di loro che si limita a “piangere” assieme ai propri figli e la restante parte degli stessi, invece, che si preoccupa minimamente.

La soluzione è quella di puntare sui giovani. Se essi sono la fonte del malcontento ruvese, questi non devono fuggire via, ma devono rimanere, perché essi sono interessati, in prima linea, a cambiare le cose. Dunque, che si realizzi un contratto di quartiere orientato ad incentivare il ritorno di una comunità giovane a Ruvo, imponendo sul mercato immobiliare prezzi dignitosi per un appartamento (così i giovani potranno crearsi una famiglia a Ruvo). Che si sviluppi la ricchezza della nostra terra, ossia l’agricoltura, facendo sì che le imprese agricole abbiano la possibilità di realizzare proprie reti di vendita dei prodotti realizzati e proprie strutture logistiche (questo attiverà nuova offerta di lavoro a giovani capaci, preparati, creativi e competenti). Che si concentrino gli sforzi per una Ruvo più bella, decidendo di investire in una sola cosa, quella in cui i ruvesi sono più bravi degli altri: secondo me, nella musica. Abbiamo un’invidiabile tradizione musicale, validissimi maestri con passione da vendere e tanti ragazzi che amano quest’arte (ciò darà carattere alla nostra Ruvo e un’immagine precisa della comunità). Che si ritorni a fare proposte per la comunità e non solo per sé stessi, a parlare per la gente con le parole usate solo con una e prioritaria funzione: definire e chiarire.

Solo due sono gli scopi delle parole: descrivere i fatti o le cose e spiegare le idee o le opinioni. Spendere parole per qualsiasi altro motivo è solo normale sollazzo oppure il principio di un disonesto atto di imbroglio.

Postato il 30/01/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica
La ricchezza sperata

Ognuno per conto suo! Ognuno fa solo e soltanto come gli pare! Le circostanze che ci travolgono richiedono un cambiamento, tutti lo sanno, ma alla fine, pare che non sia un problema di nessuno. Si resta fermi e immobili.

C’è una cosa che io non sono mai riuscito a capire! Perché una terra ricca di risorse come quella pugliese e, quando parlo di risorse intendo la cultura, la storia, il territorio e i suoi frutti, i talenti, non è mai stata la casa della speranza di chi la vive ma solo quella della rassegnazione? Abbiamo distese immense di oliveti e di viti (la ricchezza), chilometri e chilometri di costa marina (il piacere), tanti ragazzi intelligenti, pieni di energia, di passione e di voglia di fare (il futuro), ma niente! Chi è riuscito ad avere qualcosa da questa terra, impoverendola, si accontenta, dice ai propri figli che dovranno farsi la loro strada (sopra cosa? ormai, quasi tutto frana ai nostri piedi!) e la realizzazione della vita diventa sempre di più un'utopia (per fortuna, è rimasto solo un sogno, forse, ancora realizzabile: crearsi una famiglia).

Consideriamo il settore trainante dell’economia pugliese (nonché di quella barese), vale a dire il settore primario, ossia l’agricoltura. Abbiamo centinaia di migliaia di ettari di superficie dedicata alla produzione oleica e, per questo, siamo tra i maggiori produttori in Italia di olio. L’unica cosa che so (e forse è la sola cosa necessaria e sufficiente da sapere) è che le imprese agricole che si dedicano alla coltivazione delle olive e alla produzione di olio si accontentano di vendere il raccolto (o l'olio prodotto) a chi offre più euro e dà loro la possibilità di esaurirlo nel giro di pochi mesi. Ciò significa soltanto sfruttare la terra, che è un bene per i viventi presenti (i quali ne godono) ma un male per i viventi futuri (ai quali non ne rimarrà nulla). Il danno procurato dal solo sfruttamento della terra si traduce sia in termini di patrimonio (non dimentichiamo che per produrre di più si usano agenti chimici che nel tempo sterilizzano i terreni) che in termini di ricchezza (aver venduto il prodotto realizzato a chi offre di più non significa aver massimizzato i profitti che potenzialmente ne possono derivare). Questo modo di agire spiega il perché di un territorio non valorizzato, dal futuro ostile per la popolazione pugliese e povero di opportunità di vita.

Gli operatori dell’economia e della pubblica amministrazione pugliese devono decidere di dedicare alcuni anni alla concentrazione dei propri sforzi al settore che farà rinascere la nostra regione. E’ necessario intervenire affinché:

-       le imprese agricole si dotino di propri canali di vendita, così facendo saranno loro a godere dei più remunerativi prezzi di vendita e non coloro che, acquistando i nostri prodotti, li rivendono;

-       le imprese agricole si dotino di proprie strutture di stoccaggio, per valorizzare adeguatamente e in tempi più comodi la propria produzione e per diluire in tutti i mesi dell’anno la presenza di prodotto da collocare sul mercato;

-       la produzione punti alla differenziazione, distribuendo il rischio e le occasioni di permeabilità del mercato, soddisfacendo più di un interesse del consumatore;

-       i produttori fissino i prezzi secondo le logiche di target pricing (cioè di valore percepito) e non di costo;

-       gli olivicoltori abbiano la possibilità di sviluppare il rapporto diretto col consumatore.

Ho indicato una serie di spunti di riflessione sugli interventi concreti da considerare, per il migliore futuro di tutti noi, in cui il valore aggiunto dei nostri prodotti dovrà essere distribuito fra i produttori di casa nostra e non fra chi non fa parte della nostra terra. Il futuro non deve essere orientato allo sfruttamento del nostro territorio ma al suo sviluppo.

La volontà mobilita le azioni dell’uomo, il cui agire diventa necessario. Ma ciò è la premessa dell’egoismo. Per il bene di tutti, agire in base a ciò che si vuole fare è assolutamente meno preferibile all’agire in base a ciò che si deve fare.

Postato il 09/01/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Gli asini voleranno

Non si crede più nel futuro, le mani sono sempre dietro la schiena, si assiste al protagonismo del nulla, ci si barrica dentro il proprio fortino e, al minimo cenno di altruismo del prossimo si è già pronti alla critica distruttiva, ad abbracciare e a stringere forte le "provviste" accumulate negli anni, custodendole gelosamente.

Sono patologici questi tempi di crisi! Sembra che niente stimoli l’iniziativa privata, che non ci vada bene quasi più nulla, eppure non muoviamo un passo significativo per migliorare uno stato di fatto completamente abbandonato alla stasi collettiva. A Ruvo i negozi stanno chiudendo e molti altri, probabilmente, chiuderanno nel giro di pochissimi mesi, perché i costi sono diventati eccessivi e, soprattutto perché pochi acquistano fiduciosamente negli esercizi della cittadina. Il morale è talmente basso che, chi ne avrebbe la facoltà, non osa minimamente pensare che un’impresa a Ruvo sia un’idea di probabile successo. I più giovani seguono la corrente e si dirigono laddove, forse, un’occasione c’è; anche se abbia tutta l’aria di un’illusione.

I problemi di questo pessimismo generale dovrebbero essere molteplici e sicuramente, un tentativo di elencazione risulterà insufficiente ad un’analisi a posteriori degli anni grigi che stiamo vivendo. Voglio però, provare a indicare uno dei problemi il quale, con tutta la falsa modestia di cui io dispongo, credo che sia “il problema”. L’eccessivo valore da attribuire al superfluo. Per chi muove i fili del nostro sistema tutto è consumabile e tutti non dovrebbero smettere di consumare (infatti ci si sente dire: “per salvare le imprese dal fallimento, non smettete di consumare!”). Ma che senso ha? Le imprese nascono per risolvere le necessità dei consumatori e non viceversa. Se avere un’automobile costa troppo, è normale che sempre più in pochi le acquistino, perché non è più conveniente (e allora perché salvare il settore dell’automobile che, probabilmente, fra dieci o quindici anni è comunque destinato a morire?). L’economia funziona secondo l’elementare principio dei vasi comunicanti. Se le imprese ci riempiono il mercato di cose inutili, nessuno, ovviamente, le compra e il denaro spendibile anziché distribuirsi per l’acquisto di più prodotti utili e concorrenti si concentra per l’acquisto di quei pochi prodotti restanti. E’ così che il prezzo aumenta, ovvero a causa di speculazioni basate su previsioni errate. Infatti, considerando che gli speculatori siano razionali e che il successo di questi diventa un successo anche per l’intera società, l’unica spiegazione del loro fallimento è attribuibile alla valutazione relativa ad un mercato distorto, probabilmente dagli stessi governi o dalle banche centrali. I primi illuderebbero i cittadini con sciocchezze come, ad esempio “le tasse alla Robin Hood”, i secondi, invece, sembrerebbe che abbiano mantenuto apparentemente basso il prezzo del denaro, e invogliato le banche a prestiti con ritorni di cassa prolungati, che con l’attuale crisi bancaria, si starebbe cercando di sostenere con l’emissione di moneta dal nulla, la quale si riverserebbe costantemente nel mercato delle materie prime e provocando l’aumento dei prezzi generali (tranne che per il petrolio, per cui, probabilmente, la politica di prezzo adottata è semplicemente a favore della ripresa dell’industria dell’automobile).

Ecco perché il nostro potere d’acquisto si sta riducendo e in Italia i sindacati dovrebbero smontare questo mercato del lavoro basato sul “lavorare poco in cambio di poco”, stimolare la meritocrazia e far tornare la voglia di fare bene. Ben venga l’aumento dei salari ma, a patto che la produttività aumenti, così da poter evitare un’ulteriore inflazione. Sono concetti questi, di difficile intuizione per molti, ma che ci stanno governando la vita. Rimpadroniamoci di essa!

Perché tutti si consapevolizzino di questo diabolico sistema, oggi sarebbe necessaria la rieducazione della persona alla vita comune. Ma quando tutti non avremo più nulla da perdere, riscopriremo il senso della disciplina e ciò ci renderà migliori di adesso.

Postato il 26/12/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Il giorno dei desideri

L’odore del Natale comincia a farsi sentire anche quest’anno. Mai un Natale è come quelli precedenti (anche se in alcuni casi sono molto simili, ma mai uguali). Il Natale è una ricorrenza, si ripete anno dopo anno senza mai morire e senza mai essere dimenticato.

Dall’otto di questo mese, solitamente, le famiglie si riuniscono e rispolverano dalla soffitta i cartoni che custodiscono gli addobbi natalizi e, tutti i membri assieme, si apprestano ad arricchire la propria dimora di lampadine colorate, di ghirlande, di abeti e, qualcuno costruisce ancora il vecchio presepe in un posticino sempre ideale per la sacra rappresentazione. La città diventa più accogliente perché illuminata a festa e, ad ogni angolo del paese, il rosso è un particolare ripetuto che riscalda le passeggiate di tutti passanti. Con i bambini in casa diventa tutto più fantastico perché cresce, di giorno in giorno, l’attesa per l’arrivo di Babbo Natale e, quindi, prendono il via le letterine a lui indirizzate, contenenti speranze, desideri e sogni. Si dice che a Natale si è tutti un po’ più buoni.

Il Natale è una celebrazione tipica della nostra cultura occidentale (non tutti al mondo lo festeggiano o vivono questo periodo come lo viviamo noi). Inoltre, l’opportunità commerciale che esso rappresenta, da ricorrenza, tutto ciò, si trasforma in evento e noi lo percepiamo ancora più intensamente. Ma cosa provoca il Natale in tutti noi? Perché assume quella considerazione particolare nella nostra vita (positiva o negativa che sia)?

In realtà, per tutti gli occidentali, il Natale non è null’altro che un’occasione. Un’occasione per ritrovarsi con i parenti, con gli amici e per recuperare rapporti perduti. Ma nella sfera puramente personale, il Natale è l’occasione per fare delle promesse a sé stessi, di iniziare un nuovo anno con migliori propositi e investire nei giorni a seguire le proprie speranze, desideri e sentimenti. E’ un appuntamento sull’agenda in cui ci si può fermare un attimo dalla frenetica vita di tutti gli altri giorni e riflettere su ciò che è stato ma, soprattutto, su cosa desidereremmo che da domani sia. Il Natale è l’occasione per cancellare una pagina macchiata e farla tornare bianca come la neve, oppure semplicemente per girare la pagina e riscriverne un’altra. E questo ci rende più indulgenti verso tutti perché, in fondo, a Natale, tutti desiderano la stessa cosa.

Il Natale, nella cultura occidentale, è forse l’unico giorno in cui il passato e il futuro sono fortemente percepiti dall’uomo, perché al venticinque di dicembre l’uomo comprende che si giunge dopo tutto ciò che si è stati e prima di tutto ciò che si sarà.

Postato il 05/12/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura

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Pasquale [08/08/2010] scrive: infatti dario! Il punto è che se noi perdiamo un vantaggio comparato nella produzione di auto mentre è la Serbia che lo guadagna, sarebbe il sistema italiano a dover garantire la libertà di far sorgere nuove produzioni (quelle in cui poter essere migliori), le quali andrebbero a compensare tale perdita, affinché siano anche i Serbi a comprare da noi ciò che loro non possono produrre e che ad essi è necessario per vivere meglio. Accadrebbe naturalmente se si lasciasse più libertà. Vai al post

dario [08/08/2010] scrive: @ sere: nessuno in Italia affronta questo problema. cerchiamo di salvare chi produce con la scusa di non aumentare la disoccupazione. I lavoratori godono di rendite enormi grazie a ciò che hanno ottenuto i sindacati negli anni. però l'efficienza istituzionale del nostro paese è bassa perché grantisce poco sulla riqualificazione dei lavoratorie sul loro reinserimento Vai al post

sere [08/08/2010] scrive: certo, ma se invirtù di questo trasferimento i consumatori perdono il lavoro, come potranno comprare quei prodotti (anche se a prezzi inferiori)? a questo tu non ci pensi? Vai al post

 
 
 

 

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