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Fuori dal paradiso!

Potremmo cominciare ad avere un altro problema in Italia! I cacciatori di poltrone cominciano ad intuire che la rete Internet, è davvero un “luogo” in cui la libertà di pensiero può fare danni a chi, in nome di essa, fonda partiti senza senso comune e, perciò, propongono di regolamentarla.

Apprendere che i politici sfruttino Internet per diffondere le proprie idee è una ventata di freschezza ma, leggere da Internet che, quei stessi politici cercano di regolamentarla in Parlamento, è uno sfiato troppo puzzolente per poterci almeno ridere sopra. Sta succedendo ciò che temevo qualche settimana fa, i politici italiani intendono porre un freno a un media come Internet che è  in grado di smentire tutto e tutti, di smascherare le malefatte latenti dei furbi e di far confrontare milioni di persone, le quali veramente contano qualcosa nella diffusione della conoscenza. Questi politici presentano proposte di legge che limiterebbero l’uso del web a tutti i cittadini italiani, i quali sarebbero puniti per “stampa clandestina” qualora non fossero registrati in appositi albi che li autorizzi a pubblicare la propria opinione.

Le notizie che trapelano sulla rete circa questo proposito sono molto allarmiste; e lo credo bene! Innanzitutto perché è una ulteriore conferma che il potere di oggi in Italia è tutt’altro che democratico. E poi perché, da ciò, si deduce che chi ci governa e ci rappresenta, abita in un mondo totalmente diverso da quello in cui vivono coloro ai quali hanno elemosinato i voti in campagna elettorale, perché, fino a quando non introducano una legge che bandisca l’utilizzo di Internet sul suolo italiano (con la conseguenza che, chiunque faccia ricorso al media ad oggetto finisca al fresco), ogni provvedimento in merito sarebbe inefficace.

Infatti, un provvedimento come quello proposto negli ultimi giorni in Parlamento sarebbe neutralizzabile semplicemente pubblicando il proprio sito web su di un qualsiasi server di un qualunque altro paese straniero, in cui la regolamentazione italiana sia completamente inapplicabile. Ma nonostante questo dato di fatto, che farebbe tirare un sospiro di sollievo a tutti i blogger italiani, l’amarezza di questa soluzione è segno che da qualcosa, noi italiani, staremmo cercando di scappare.

Non accettare le offese alla dignità umana non è sufficiente al fine di sopprimerle. E’ necessario non tollerarle, bandirle senza possibilità di perdono, perché il rispetto del prossimo è un obbligo verso sé stessi, prima che verso gli altri. Dobbiamo imparare a reagire alle offese rivolte alla nostra persona, altrimenti si perde l’attimo in cui è possibile decidere che esse non si debbano ripetere mai più.

Regolamentare la libertà non ha alcun senso. Chiunque lo proponga dovrebbe essere cacciato senza indugio dalla società. La libertà si merita. E meritare qualcosa significa essere riconosciuti dal prossimo come rispettabili.

Postato il 26/11/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica
Le luci preferite della notte

Terrazza del caffè alla sera (1888) - Vincent Van Gogh. Museo Kröller-Müller, Otterlo

Che bella festa! Una sagra di paese in cui Ruvo ha festeggiato, in onore della propria tradizione culinaria, i suoi valori e la propria identità. Tutto lascia credere che niente sia ancora morto nel paese e che, forse, mai lo sarà.

La sagra che si è svolta una settimana fa circa nella nostra cittadina, è un successo per tutta la comunità di Ruvo. Un oceano fatto di persone che scorreva lungo le stradine della Ruvo antica e che inondava qualsiasi tristezza e qualunque cattivo pensiero. Tanta gente che è accorsa nel nostro paese (cosa che tanto raramente accade) per tuffarsi in un mare di spensieratezza, di profumi e di luce avvolgente che solo una vera festa può irradiare e, soprattutto, rendere caloroso l'animo di chi ad essa partecipa divertendosi. A Ruvo, le persone hanno gioito nello stuzzicare i propri sensi, trascorrendo la serata davanti agli stand di commercianti orgogliosi di abbondare le bancarelle di prodotti della nostra terra e appartenenti alla tradizione di casa nostra; banchi che, come braccia aperte, accoglievano i presenti affettuosamente.

Eventi come questo, hanno ripercussioni positive, e da decenni insoliti, sulla nostra comunità. E’ un volano per l’economia, perché la moneta circola più velocemente aiutando gli scambi e la città si arricchisce di quella moneta ceduta da tutte le persone che giungono da fuori paese. Il ritorno è anche politico, perché la comunità è stimolata a contribuire all’organizzazione della vita comunale, i commercianti vengono stimolati a partorire nuove idee per il mercato locale e gli amministratori pubblici ad intervenire per agevolare le attività. Gli effetti si realizzano nel sociale, perché i cittadini percepiscono occasioni di ritrovo, di divertimento e soprattutto di appartenenza ad una comunità viva e ancorata sul territorio.

Insisto nel suggerire la continuità in tutto ciò, affinché i benefici descritti diventino reali e per tutti. La continuità è data da una organizzazione stabile e programmata, che concentri gli interessi comuni e che sia  proiettata alla valorizzazione del nostra provenienza. Un comitato composto da commercianti e da cittadini potrebbe essere una soluzione, il quale persegua uno scopo altruistico, di pubblica utilità e ad opera di una pluralità di persone, promuovendo una raccolta di risorse fra i portatori di interessi nella realizzazione di eventi e di manifestazioni che valorizzino la nostra identità.

La festa è la celebrazione della vita in comune, è un messaggio univoco trasmesso agli invitati: condividere i risultati di un successo fortemente voluto per tutti.

Postato il 16/11/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica
Il bambino e l'amico immaginario

Rosa meditativa (1958) - Salvador Dalì

Il Teatro si può fare ovunque! Tecnicamente possibile. Il Teatro è arte! Alle volte, questo è vero. Il Teatro sta morendo! Non esattamente (da decenni, esso è bello che decomposto). Il teatro comunale esiste a Ruvo! Contraddizioni in termini (il Teatro non può esistere; il Teatro non può essere comunale – al massimo, può essere voluto da una comunità): a Ruvo non c’è teatro comunale e, aggiungerei, meno male!

Pochi mesi fa circolava la voce di un neonato teatro comunale a Ruvo, nei corridoi virtuali di alcuni quotidiani on-line, apparivano notizie circa la consegna ufficiale delle chiavi del teatro comunale di Ruvo ad alcuni “attori” ruvesi. La mia curiosità si andava man mano alimentando quando ho notato alcuni manifesti che tappezzavano il paese (alcune reclame le leggo ancora oggi sui cartelloni pubblicitari) riferendo di questa fantomatica struttura culturale. Passeggio parecchio per le strade di Ruvo, ma io, questo teatro comunale, non l’ho mai visto imporsi ai miei occhi. Dov’è?

L’uomo avverte sempre la necessità di raccontare storie a qualcuno e, questo, accade in molteplici occasioni della sua vita (il figliolo che deve addormentarsi, i nipotini o gli amici da intrattenere, qualcosa da insegnare oppure da vendere). Ci sono anche uomini che avvertono il bisogno di raccontare storie a sé stessi e di rendere partecipi di queste coloro che si trovino a loro vicino. Questo è tipico dei bimbi, quando giocano tra di loro o con i propri genitori e creano un proprio mondo provando a coinvolgere, in questo, i compagni di gioco. E riflettendoci sopra, ciò accade pure a Teatro, sulla scena, fra gli attori e il pubblico. Ma “attori” che raccontano a loro stessi la storia di avere un teatro comunale che non c’è, annunciandolo ai cittadini di un paesino, è un gioco che demolisce qualsiasi motivo di esserci e che la dice lunga sulla non immacolata coscienza culturale del loro operato.

Fortuna è per Ruvo non avere un teatro comunale (se veramente esistesse, un’amministrazione non lo darebbe in gestione ad un compagnia di attori come se nulla fosse: gli interessi attorno ad un teatro comunale sono molto elevati (spesso vanno al di là dell’arte) e, tra l’altro, esso prosciugherebbe le casse del comune prima ancora che termini lo schiocco di due dita!). Tra l’altro, gestire un teatro comunale è cosa ben diversa da gestire una piccola associazione culturale. Spesso, coloro che, invece di lavorare, decidono di giocare nel teatro, montano un castello (spesso di sola sabbia) da cui gridano: vogliamo un teatro! la cultura non può fare a meno del teatro! rivoluzione! senza porsi la domanda da un milione di euro: la comunità vuole un teatro? Attori, artisti (qualunque cosa diciate di essere), quella di Ruvo, non lo vuole: sarebbe bello un teatro a Ruvo ma, attualmente, non sembra essere una necessità.

La necessità è il punto di partenza dell’artista e il punto di arrivo nello spettatore. Nell’arte, la mancanza di necessità è il punto di partenza della menzogna e quello di fine della verità.

Postato il 10/11/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Arte
Il paese Emmental

sa 'I pensatori di buchi' (2002) - Diego Perrone

Guidare per le strade di Ruvo è come attraversare i sentieri dissestati e improvvisati che si percorrono nel bel mezzo della foresta amazzonica. Tante voragini sono lì, su qualunque zona del manto stradale, che attendono gufanti i poveri malcapitati ruvesi (oppure, i loro malcapitati ospiti) i quali, tra una sterzata e l’altra, fanno lo slalom per evitare di diventarne vittime assieme alla propria autovettura e stando attenti ad evitare che, magari, ci si scontri con un'autoambulanza a sirene spiegate.

Ho compreso benissimo perché a Ruvo aumentano i fuoristrada 4x4 in circolazione. In qualche modo bisogna pur difendersi da un manto stradale diventato, praticamente, una costellazione di buche (e in molti casi, di voragini) che disegnano tutti i percorsi della nostra cittadina. Personalmente, da quando sono tornato a Ruvo (circa sette mesi fa), ho fatto visita al mio meccanico per ben tre volte (troppi per quanto simpatico egli sia), perché la mia automobile ha più volte risentito dei colpi che subisce in marcia, per via delle strade dissestate di Ruvo. Guidare, stare attenti a chi attraversa la strada, a dover dare la precedenza a destra, ai segnali stradali e poi doversi anche preoccupare, per tutto il tragitto da compiere da una parte all’altra del paese, di guardare in basso al fine di individuare le buche onnipresenti e tentare di evitarle, diventa irritante. Anzi, direi che diventa pericoloso, per i guidatori e per i pedoni. Insomma, il pericolo è in agguato per tutti i cittadini e i loro ospiti (da vergognarsi!).

Il nostro sistema giuridico non aiuta direttamente il cittadino il quale desideri che si ripristini una condizione decorosa del manto stradale. Infatti, il diritto che i cittadini avrebbero alla manutenzione delle strade, dei lampioni, ecc. e, del quale, la pubblica amministrazione deve garantirne l'immediata soddisfazione, essendo un cosiddetto “diritto di fatto”, i singoli cittadini non ne sono i soggetti, per tanto, non possono chiederne la tutela al giudice (a meno che, il singolo cittadino non subisca un danno dal mancato obbligo della pubblica amministrazione di tenere in buono stato la città – in questo caso verrebbe leso un “diritto soggettivo” e, solo in quest'ultimo caso, è possibile chiedere il risarcimento al giudice). Praticamente, la nostra legge dà per scontato che la pubblica amministrazione debba provvedere a tenere in buono stato la nostra città. Ma nella realtà, sembra non essere così.

Chi vuole che le cose cambino non deve necessariamente attendere che la sua auto subisca un danno per poi essere legittimati ad agire davanti ad un giudice al fine di ottenere il risarcimento (se vi capita però, fatelo!). E nemmeno “buttarsi” eroicamente e volutamente nelle buche delle strade di Ruvo per rompere la propria auto, chiedere il risarcimento dei danni e, lanciare così, un messaggio alle istituzioni (se vi va di farlo, vi schierereste fra i più disonorevoli kamicakee della storia!). Bisogna parlarne e manifestare il proprio disagio all’amministrazione comunale di turno (anche se non sono tenuti, per legge, ad assecondarci – però sono tenuti ad ascoltarci), con lettere dirette al comune, con petizioni (se le si ritengano utili), articoli sui giornali locali e, soprattutto, essere in tanti per questa operazione. Io inizio con questo post, a breve, proverò ad escogitare un modo (magari con l’aiuto di qualcuno) per acquisire dati significativi e istruire una richiesta legittima di volere una città più bella e soprattutto più sicura per le nostre passeggiate.

Le strade di una città sono il segno e il riflesso della sua evoluzione, esse compongono la firma tracciata da chi rivendica il diritto a viverla.

Postato il 02/11/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica
Gli uomini seduti sulle sedie

Trovare lavoro è difficile; si sa. Trovare un lavoro stabile diventa sempre più impossibile; si vede. Trovare il lavoro che ci piace è un miracolo; è sempre stato così. Ma a partire da quando la vita dell’uomo è minacciata dal pericolo di non trovare un lavoro?

La disoccupazione in Italia sta aumentando, toccando i picchi più alti degli ultimi anni, proprio in questi mesi. A tale proposito, un bagno nella valle di lacrime, si può fare già da decenni giù nel Mezzogiorno, ma il fenomeno della mancanza di lavoro, si sta abbattendo un po’ su tutta la “nazione”. Il pianto è visibile in chi è intento alla ricerca di un’occupazione ed è celato in chi si protegge dal mondo rifugiandosi nelle scuole e nelle università (toccherà anche a loro!), ma lo spettro dello scioperato aleggia da più di un secolo sulle vite degli uomini.

Dalla rivoluzione industriale in poi (praticamente, dalla seconda metà dell’800) gli uomini lasciavano le attività tradizionali per andare a lavorare nelle fabbriche, abbandonando le periferie e concentrandosi nelle città. Questo ha prodotto un aumento della concorrenza sul piano dell’occupazione, vincolando lo svolgimento dell’attività lavorativa dell’uomo alle necessità di entità “produttive” (delle aziende) e non a quelle delle persone (della collettività). Questo ha prodotto un meccanismo che si è andato sempre più sviluppando, tanto da realizzare un enorme paradosso, il quale per noi, ormai, è del tutto normale: l’uomo lavora solo se sono le aziende ad averne la necessità e non se ne ha la comunità, comportando un dilemma che spesso mi assale; ma è possibile che oggi, l’uomo rischi ogni giorno di trovarsi senza lavoro? Se una persona resta senza lavoro, significa che non c’è nulla da fare. E’ possibile non ci sia nulla da fare in questo mondo? E’ possibile che il fare qualcosa (e quindi lavorare) dipenda  solo dalla necessità di un’azienda?

L’iniziativa privata è disincentivata dalle istituzioni pubbliche (aprire un’attività, a Ruvo, è improponibile: norme articolatissime, tasse e controlli spengono ogni entusiasmo) e, la congiuntura economica del momento è totalmente scoraggiante (gli acquisti sono bassi e gli affitti sono altissimi). Il futuro sarà ancora più nero, prepariamoci a tempi sempre più duri, aggrappiamoci ai valori che ci hanno trasmesso i nostri nonni come la famiglia, il rispetto, la cortesia, la tradizione e il coraggio. Ne avremo tanto bisogno!

E’ inconcepibile privare l’uomo del lavoro, che è la salvezza del suo animo, che ne occupa l’esistenza, lo responsabilizza e gli restituisce dignità. Senza un lavoro e senza un’occupazione l’uomo diventa peggio di una bestia: un mostro.

Postato il 25/10/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica

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Pasquale [08/08/2010] scrive: infatti dario! Il punto è che se noi perdiamo un vantaggio comparato nella produzione di auto mentre è la Serbia che lo guadagna, sarebbe il sistema italiano a dover garantire la libertà di far sorgere nuove produzioni (quelle in cui poter essere migliori), le quali andrebbero a compensare tale perdita, affinché siano anche i Serbi a comprare da noi ciò che loro non possono produrre e che ad essi è necessario per vivere meglio. Accadrebbe naturalmente se si lasciasse più libertà. Vai al post

dario [08/08/2010] scrive: @ sere: nessuno in Italia affronta questo problema. cerchiamo di salvare chi produce con la scusa di non aumentare la disoccupazione. I lavoratori godono di rendite enormi grazie a ciò che hanno ottenuto i sindacati negli anni. però l'efficienza istituzionale del nostro paese è bassa perché grantisce poco sulla riqualificazione dei lavoratorie sul loro reinserimento Vai al post

sere [08/08/2010] scrive: certo, ma se invirtù di questo trasferimento i consumatori perdono il lavoro, come potranno comprare quei prodotti (anche se a prezzi inferiori)? a questo tu non ci pensi? Vai al post

 
 
 

 

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