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La pietà (1448) - Michelangelo Buonarroti. Basilica di San Pietro, Roma

Li volete chiamare pazzi? Chiamateli pure esaltati! Magari li riconoscete fra i talentati ed esclamate "dei mostri!". Ma va bene anche chiamarli generosi o meglio ancora, menti pensanti ma, per cortesia, non chiamateli artisti!

 

Molti lettori del blog mi hanno inviato una e-mail chiedendomi cosa sia per me l'artista. E, non vi nascondo che, alcuni, nella loro domanda, quasi mi suggerivano una risposta dedicata all'essere provocatore. Assolutamente no. Provocatore, per esempio, potrei esserlo io con il mio blog, mentre, grazie ad una visita guidata offerta gentilmente da un mio amico psichiatra, di pazzi ne potreste vedere quanti ne volete lì dove egli lavora e, gli esaltati, è sufficiente leggere cosa scrivono, o osservare quello che fanno, coloro che pretendono già da vivi statue a loro dedicate, per capire chi sono. Se poi l'artista è l'essere pensante, cari lettori, dovremmo essere a questo mondo, per chi afferma ciò, una umanità di artisti. Invece non tutti siamo artisti.

 

Purtroppo i nostri sono giorni bui (o brutti) per l’arte, si esalta l’opera e non il suo perché (qualora essa lo abbia!), ci affascina chi è promotore e fautore dell’arte ma ci confonde il pensiero di aver capito in cosa consiste il suo dono (nell’affabulazione e nell’azione consolatoria oppure nel capolavoro?) e, soprattutto, quello che spesso accade è che, facilmente si viene ingannati da coloro che, biascicando volgarmente le parole del Vangelo, si fanno dire di essi stessi “maestri” (liberiamocene di costoro, siamo in tempo!).

 

L’artista è un dono, da tutti riconosciuto, e le sue opere non si limitano ad essere frutto di un pensatore ma di un paladino delle idee, le quali, non scaturiscono da un pensiero (come qualcuno potrebbe orrendamente osare a dire), perché esse sono immutabili e non oggetto di corruzione. Le idee sono la primissima forma delle cose che già esistono e che dall'eternità circondano la vita dell’uomo. Per esempio, la pietà è un idea (al pari dell’amore, della giustizia, della lealtà, della libertà, ecc.) e l’artista è capace di dare nuovo inizio alle cose che osserva (il pianto della madre al funerale del figlio morto), che prova (la tristezza dell’abbandono) e che tocca (il freddo di una pietra di marmo). L’azione dell’artista su questi tre elementi produce un’opera (per esempio, La Pietà di Michelangelo Buonarroti) che comunica a chiunque l’idea che ha ispirato l'artista, perché essa è assoluta e il capolavoro è nell’aver dato, con quella statua, un nuovo inizio all’idea “pietà”.

 

L’arte, che tanto ci sfugge oggi giorno, è benvenuta tra gli uomini. Se la si riconosce, ne si adotterebbe l’autore nella propria famiglia, per vanto. Ma non c’è famiglia che può contenere l’artista.

 


Postato il 21/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Merda d'artista (1961) - Piero Manzoni. Tate gallery, Londra (UK)

Andate tutti  a lavorare, pseudo artisti! Una categoria che, da anni, cerca di affermarsi nella “loro” arte (mai potrebbe, un pronome, essere più inappropriato a quest’ultimo sostantivo) con i lamenti, le lagne e piagnistei vari. Questi soggetti, un mio carissimo amico li chiamerebbe pagliacci, io, probabilmente, li definirei “gentaglia”.

Sono quelli che credono (e fino a questo punto, non ci sono problemi) e dicono (da qui iniziano i problemi) di avere talento o addirittura genio (obbrobrio!). Nessuno glie lo riconosce ma loro ne sono convinti e, così, spendono la loro vita a trovare chi glie lo attribuisca. E cominciano ad aprire scuole, coinvolgendo persone, perlopiù adolescenti che le frequentino, e a insegnare loro come dire di questa gentaglia “geniali”, “artisti”, “umili” e, leggete leggete, “maestri”, “pedagoghi” , a seconda dei casi, “attori”, “registi”, “cantantautori”, “compositori” o “danzatori”, al modico prezzo di una cinquantina di euro al mese (se vi va bene!) e ingiurie ad ogni lezione.

Ma se essi sono proprio quello che credono di essere, perché preoccuparsi che ci sia un giorno in cui gli si faccia una statua di riconoscimento? La storia insegna che ciò avviene in automatico per tutti i grandi! E’ strano, questi scelgono la vita dell’artista e poi si preoccupano di portare, ogni giorno, il panino a casa. Per un artista i soldi non sono un problema; il denaro travolge l’artista, senza che si renda conto del perché e del come; se è un tale artista!

Avviso a chi vuole stare alla larga dai venditori di fumo (e dalle nostre parti ce ne sono parecchi; basta cliccare sui siti dei periodici locali online e leggere gli articoli che loro stessi si scrivono, come una sorta di “auto-fellatio”, per pubblicizzare i loro corsi e le loro disfatte):

-          le scuole d’arte non hanno motivo di esistere (artisti si è, non si impara ad esserlo perché non lo si può insegnare. Come fai ad insegnare ad un altro come tu sei? Impossibile);

-          ti piace la musica, il cinema o il teatro? Componi, dirigi o agisci e, se hai dei soldi da spendere, non buttarli via per frequentare le così (da loro) dette scuole d'arte (le scuole servono solo a chi ci insegna, non a chi vuole imparare). Spendi quei soldi per realizzare i tuoi giochi, quelli in cui credi, e non quelli degli altri;

-          la gentaglia è disposta a tutto pur di essere protagonista assoluta del mondo che sa come rendere affascinante. Non se ne frega niente del prossimo perché quest’ultimo è solo un mezzo che butterebbe via quando non le serve più. Essa se ne frega solo di sé stessa.

 

Occhio: i veri artisti, oltre a non fregarsene nulla del prossimo, non se ne fregano nulla nemmeno di loro stessi. Questo, in realtà, permette loro di fare gli artisti.


Postato il 14/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Alle volte non riesco proprio a capire! Per anni Ruvo è stata la cornice di quello che era un festival jazz conosciutissimo fra i suoi cultori. Una manifestazione che rendeva Ruvo un polo d’attrazione per importanti artisti del jazz internazionale e per gli amanti del genere. Ora, invece, mi tocca vedere resuscitata, dall’oltretomba, una kermesse la quale, anziché favorire lustro alla città e ridare più vigore all’evento musicale, costringe a credere nella probabile incapacità di un paese di dare valore a quello che è.

Quest’anno Ruvo avrà il festival. Bene! Sette giorni di buona musica (si spera) e di fermento artistico inusuale nei restanti 358 giorni dell’anno ruvese. Benissimo! Ci saranno mostre dedicate ad un vaso di Talos, che per una buona parte dell’anno, pare sia stato inspiegabilmente in gita, fuori dalle mura tra le quali siamo abituati a sapere dove trovarlo. Meraviglioso! Conferenze in cui proporre una scuola comunale di musica. Sarebbe ora! Tutto molto interessante ma, il "mondo" lo sa? Certamente! La stampa è stata informata, ci sono in giro le brochures e su internet ci sono articoli che lo annunciano; fa niente se poi la stampa sia locale (cioè di Ruvo, e basta?) e i volantini, siano stati distribuiti, probabilmente, "solo a casa mia", i quali (senza considerare gli errori di inglese e quelli relativi alle date) risultano insipidi come dei tovaglioli di carta, sia nella grafica sia nel descrivere quello che, in realtà, dovrebbe essere, per Ruvo, una perla. Dimenticavo: è l’era di internet, perché non c’è un sito istituzionale dell’evento, sul quale concentrare tutte le informazioni dettagliate e le curiosità sulla prossima settimana a Ruvo?

Il problema è che non sappiamo dar colore alle nostre tradizioni. Tra le altre, Ruvo spicca per quella della musica. Abbiamo avuto una banda gloriosa e dei maestri che, sui ruvesi, hanno sparso le loro note, come se fossero i semi che il contadino getta sul proprio terreno per far nascere le sue piante. Grazie a questo, oggi abbiamo tanti giovani con la passione per la musica, ma non sappiamo dar loro la giusta celebrazione. Riesumiamo un festival glorioso e lo comunichiamo come se fosse una sagra di paese.

Il festival è la dedica fatta dalla città alla musica e ai suoi appassionati. Ruvo deve decidere, una volta per tutte, in cosa deve concentrare i suoi investimenti a favore della propria immagine. E non c’è nessuna scelta da fare; la soluzione è già davanti ai suoi occhi: la musica e il suo festival jazz, che ha una sua storia, una sua esperienza e la sua provenienza, che è Ruvo di Puglia. I maestri, prima di noi, hanno seminato, noi dobbiamo coltivare: formiamo i giovani con una scuola comunale di musica e dedichiamo alla musica le attività e le iniziative cittadine. Io, per ora, nel mio piccolo, ho deciso di contribuire alla diffusione delle notizie che riguardano il festival di quest’anno, mettendo a sua disposizione uno spazio del mio blog (clicca qui). Abbiamo un foglio bianco con i disegni già fatti, a noi non ci resta altro che colorarli.

Le tradizioni sono l’identità dei popoli che i padri hanno tracciato nella storia. Ai figli il compito di difenderle con onore e di arricchirle, perché da esse, prima o poi, bisognerà pur raccoglierne i frutti!

Pasquale Marinelli

(fonte: www.ruvodipugliaweb.it)


Postato il 06/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





(Guarda il video)

E’ impressionante quanto sia vero il fatto che, uscire di casa è un po’ come immergersi in mare aperto, senza dimenticarsi, però, che le bombole dell’ossigeno siano cariche a sufficienza. Perché tutto quello che potremmo fare, una volta messo il piede fuori dalla propria dimora, comporta, di sicuro, un consumo di denaro. Quindi, caricato il portafogli di banconote e monetine, solo allora si potrebbe essere pronti per andare a fare una passeggiatina al parco, magari con un amico che non vediamo da tanto tempo.

Paghiamo tutto, anche per una semplice passeggiata e, paghiamo salatamente: basti pensare al biglietto dell’autobus o al prezzo della benzina per l’auto, se l’appuntamento non è vicino; a quanto si paga per due tazzine di caffè con ghiaccio, se questo, col ghiaccio, sia una nostra passione; siccome non siamo dei cammelli, al costo di una sola bottiglietta d’acqua liscia, se la giornata è particolarmente afosa come quelle di quest'estate; al valore del ticket del parcheggio auto sul lungomare, se si desidera andare sulla spiaggia libera (se poi si opta per gli stabilimenti balneari, allora vi volete proprio male!);  qualora si desideri sorseggiare quella bottiglietta d’acqua comprata al bar, seduti al tavolino, all’ombra, a quanto si paga per un coperto (sì, paghiamo anche l’ombra!).

Cosa ci ha spinti a rendere valutabile quasi tutto quello che è parte della vita di ogni essere umano? Ciò che riteniamo valutabile è per tutti importante, quindi significa che esso ha valore e che, come tale, è sucettibile ad essere oggetto di scambio. Ma perché scambiamo ciò che è importante? Perché le cose importanti, iniziano ad essere oggetto di scambio nell’esatto momento in cui esse diventano rare. E se penso a cose importanti, attualmente oggetto di scambio, come allo svago, alle medicine, all’acqua e, probabilmente in un futuro non molto lontano, anche all’aria, io rabbrividisco.

La storia della nostra civiltà è caratterizzata da un continua e, sempre più veloce, evoluzione. Fermarla è letteralmente impossibile. Un asteroide che impatta violentemente sulla Terra cambierebbe davvero la velocità di questa evoluzione; annienterebbe la nostra civiltà o, quanto meno, rallenterebbe il suo folle progresso. Ma, secondo questa ipotesi, del probabile futuro, i protagonisti non saremmo noi. Il compito della nostra civiltà dovrebbe essere quello  di spingersi verso il buon senso comune; irraggiungibile per un uomo ma, da ambire per una comunità.

La vita in un mondo dove tutto ha un prezzo e, dove tutti devono comprare tutto, è l’equivalente di vivere nella miseria più disperata che ci possa essere per un uomo. (Guarda il video)


Postato il 28/08/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





Ecco perché non si muove mai nulla! «Ruvo sta perdendo quello che ha», «Ruvo non rinasce», «Ruvo  non ha mai avuto una decente amministrazione». Tutti i cittadini non hanno una percezione positiva di chi amministra la città. E nessuno conosce il perché (“conoscere”; volutamente ho utilizzato questo anziché l’altro verbo, cioè “capire”. Il perché tutti lo hanno capito).

A causa della mia curiosità, la quale, nuovamente, finge di ascoltare la mia coscienza che, puntualmente, mi urla «fatti i fatti tuoi!», ho voluto conoscere (cioè fare un’esperienza) il “mondo politico”. Da qualche settimana incontro esponenti della politica locale i quali (cribbio!) dicono veramente delle sciocchezze (e, cosa per me incomprensibilmente possibile, queste, loro le dicono credendoci  veramente!). Parlano di cittadini (dei ruvesi), parlano dei problemi di tutti e dicono che le cose non vanno per la maggioranza di noi (insomma, tra di loro ripetono le stesse lamentele che, ad apertura di questo post, ho citato a proposito dei cittadini). Ma, leggete leggete, quando si tratta di attivarsi concretamente, la loro preoccupazione non è il cittadino (cosa che logicamente dovrebbe comportare) bensì (ora c’è da sbigottirsi) cosa potrebbe pensare l’opposizione. In pratica le persone che ci chiedono di votarle, non si preoccupano di cosa può pensare il cittadino del loro operato, ma di cosa potrebbe pensare la parte politica concorrente. Praticamente, loro danno conto non ai ruvesi, ma ai loro avversari politici. Come direbbe un mio carissimo amico “questi se la cantano e se la suonano tra di loro”.

E’ questo il meccanismo secondo cui i cittadini diventano vittime di chi li governa. Gli amministratori comunali, quando informano i cittadini lo farebbero in modo velato o non dicendo tutto, anche quando c’è di buono nelle loro azioni, perché quest’ultime (proprio perché buone) potrebbero urtare gli avversari politici, i quali, a loro volta, reagirebbero in modo da creare, con le loro critiche, una guerra mediatica al fine di distogliere gli elettori dal votarli. Ecco spiegato perché non converrebbe, a nessuno di loro, fare gli eroi ma, probabilmente preoccuparsi solo dei loro interessi. I cittadini, li considerebbero solo voti, dote che ogni esponente politico ha per scambiarli con favori.

I giovani devono cambiare le cose (perché hanno un futuro davanti), quelli che sono seduti in consiglio comunale da più di dieci anni consecutivi non porteranno a nessuna novità (il loro futuro l’hanno già avuto e, a loro, converrebbe che le cose restino così come sono). I giovani devono tornare a seguire gli ideali e a battersi per essi. Solo così si inizierà di nuovo a fare politica.

Da sessant’anni, nel modo di governare, non ci  sono stati più gli ideali da difendere ma solo interessi. Torneremo agli ideali quando scopriremo di nuovo i valori.


Postato il 21/08/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





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pasquale [27/07/2016] scrive: Le banche le abbiamo inventate perché fungessero da deposito di beni merci (metalli preziosi, principalmente), proprio perché circolassero le rappresentative note di banco (il denaro contante, appunto).
Studia meglio Claudio, perché articoli come questo sono la prova schiacciante che non tutti vogliono rimanere nell'ignoranza dilagante. Ignoranza dilagante di cui il tuo commento ne è purtroppo una prova schiacciante. Vai al post

claudio [24/07/2016] scrive: Abbiamo inventato le banche per non circolare con il denaro. Eravamo i primi siamo oggi indietro come le palle dei cani e l'articolo ne è prova schiacciante. Ps. Sarà mica casuale che abbiamo il record dei pagamenti in contanti e il record dell'evasione fiscale. Vai al post

claudio [29/06/2016] scrive: C'è qualcuno che potrebbe dirmi quanto costa stampare e coniare moneta nella UE e in Italia? Vai al post

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