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I cancelli sono aperti

Internet, internet e internet. Scioglie dubbi, informa, aiuta, dà libero sfogo alla creatività, ci permette di comunicare con la parola, le immagini, i suoni e ci fa compagnia. E’ un aiuto.

Oggi come non mai, internet è una “realtà”; il virtuale è una realtà. Stiamo vivendo gli esordi di una forma di comunicazione e di informazione impercettibile fino a dieci anni fa. L’informazione era esclusivamente pilotata direttamente da chi controllava e poteva disporre del mezzo di comunicazione utilizzato (televisione, radio, giornale, ecc.), garantendo per decenni una struttura piramidale del sistema di comunicazione di massa. Adesso, questa esclusiva, non c’è più. Internet propone un sistema orizzontale di comunicazione di massa, dove non esiste un vertice (un proprietario, il quale controlla le informazioni), ma un complesso di nodi (che siamo noi) i quali interagiscono tra loro nel passaggio di informazioni. Così, ciò che comunico io con il mio blog, è facilmente sindacabile dagli altri internauti nel mio stesso blog, ma anche dal blog, dalla chat, dal sito di qualcun altro, arricchendo o sminuendo il mio messaggio iniziale e condividendolo con una moltitudine di persone le quali apportano, a loro volta, il proprio contributo informativo.

Non siamo davanti all’avvento di una nuova era (questo lo avremo quando il petrolio ci abbandonerà). E’ semplicemente un’evoluzione dell’era informatica, che si sviluppa in un periodo storico estremamente complesso e che ci induce ad essere sempre di più informati. Ma per quanto altro tempo internet sarà la soluzione utile a questa necessità? Internet sembra restituire all’uomo la libertà di esprimersi e di autoregolamentarsi (libertà che ci è stata tolta dagli anni 80 ai giorni nostri). Mi chiedo, quanto altro tempo ci resta prima che qualcuno regolamenti questo “giocattolo”, che può diventare scomodo per alcuni?

Non consideriamo internet come un’alternativa alla nostra vita reale, internet è soltanto un ausilio alla imponente necessità di reperire informazioni. Le carte, poi, si giocano nella realtà. Diffidare dal primo comico che propone internet come la soluzione ai problemi di tutti (quella è la soluzione al suo difficile “lavoro”). Non so se fra dieci anni internet sarà libera come lo è adesso. Ma ho paura che, una inevitabile regolamentazione ad hoc di internet, sancirà l’inabilità di uno strumento che, per sua natura, può aiutarci ad aprire, finalmente, i nostri occhi e le nostre teste.

La vita in comune richiede regole. Internet, invece, ha solo informazioni in comune e, chi la regolamenterà, lo farà solo per un fine personalissimo.

Postato il 16/10/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura
Il mercato degli schiavi

Mercato di schivi (1940) - Salvador Dalì. Collezione privata

Guardate, guardate chi fa affari vergognosamente negli ultimi dieci anni! E’ il nuovo business del millennio appena iniziato; è spuntata un "nuova" gallina dalle uova d’oro: il mercato dei lavoratori.

Le agenzie interinali sono soggetti privati abilitati dalla legge a fornire il servizio di somministrazione di manodopera, per un tempo determinato, a tutte quelle aziende clienti  che si rivolgono presso le loro agenzie perché bisognose di lavoratori a buon mercato. Gli aspiranti lavoratori sono disoccupati iscritti nei loro data base i quali, praticamente, accettano di diventare la “merce” che queste agenzie, scambiano con le aziende clienti, a fronte di una tariffa stabilita fra le due parti (cioè, fra l’agenzia e l’azienda cliente). Il lavoratore che accetta di prestare il proprio lavoro in un’azienda specificatamente indicatagli dall’agenzia presso la quale è iscritto, è dipendente non dell’azienda presso cui lavorerà ma dell’agenzia che gli ha procurato il posto di lavoro, sottoscrivendo il cosiddetto contratto di somministrazione di lavoro. E’ l’agenzia che gli pagherà lo stipendio e non l’azienda. Siamo pieni di queste realtà, basta farsi un giro nelle grandi città o semplicemente su internet e ci si rende conto delle dimensioni di questo fenomeno.

In questo modo, l’agenzia ricava offrendo una tariffa oraria superiore a quella che sarebbe se fosse l’azienda a stipendiare il lavoratore, mentre all’azienda, a fronte di questo costo in più, le viene data la possibilità di non avere troppi vincoli col lavoratore, di pagarlo ad ore, di impegnarlo solo quanto e quando egli serve e di eliminare i costi del personale dal bilancio (tipo, reclutamento e selezione del personale, ferie, liquidazione, maternità, tredicesima, straordinari, costi di tenuta dipendente, ecc.), ottenendo vantaggi fiscali in quanto, la tariffa pagata all’agenzia, rientra come semplice costo per servizi e non come salari e stipendi. Praticamente, l’azienda dichiara il costo del lavoratore come se fosse il costo sostenuto per ricaricare le cartucce di una stampante; ecco, probabilmente, come un’azienda considererebbe un lavoratore.

Molte di queste agenzie sono, addirittura, straniere. Considerando che un’azienda difficilmente investirebbe nella conquista del mercato di una nazione straniera, solo per un breve periodo, cosa le garantisce un guadagno di ampio respiro tanto da renderle conveniente un’avventura nel nostro paese? Le garanzie sono due leggi, esistenti in Italia, che permettono loro di svilupparsi, la L. 196/1997 e la L. 30/2003, la prima elimina il divieto assoluto di usare i lavoratori come se fossero una merce, la seconda promuove il lavoro flessibile. Tutto ciò comporta la possibilità per le aziende di aggirare il rispetto dei diritti dei lavoratori, l’espandersi della precarietà lavorativa, la difficoltà per un lavoratore di crescere professionalmente e, soprattutto per queste agenzie, di speculare sull’instabilità del lavoro in Italia. Non so perché tutto ciò mi ricorda i tempi antichi in cui si vendevano gli schiavi al mercato!

Oggi, troppo spesso, gli uomini avvelenano i propri simili per poi vendere loro l’antidoto. Tutti servono a pochi senza scrupoli. Ma come quando le cose utilizzate, prima o poi, si usurano, anche i popoli si usurano e sorgerà l’odio della gente, del quale non c’è tiranno che non ne sia stato vittima.

Postato il 06/10/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
La luna bugiarda

(Guarda il video)

Non posso comprare casa. Allora mi faccio un mutuo cercando l’offerta più conveniente. Tasso variabile? Sembra interessante, cioè? «La rata iniziale tendenzialmente più bassa rispetto ad una soluzione a tasso fisso di pari importo e durata, con rate successive che possono cambiare in base all’indice X; consigliato per chi ha la ragionevole certezza di un reddito in crescita o pensa che i tassi di interesse caleranno sensibilmente». Questa è la sconnessa logica di chi delira volutamente e pericolosamente.

Comunicazioni che esprimono concetti con l’utilizzo di parole tipo tendenzialmente, possono, ragionevole, sensibilmente, celano solo una cosa dietro questo tipo di avvisi: fregare chi li legge. Eliminate queste parole dal messaggio su riportato; si noti come il concetto resti immutato. Sono parole superflue al fine di spiegare il pensiero, però si rivelano utili a lasciare il messaggio aperto a più interpretazioni. E’ con stratagemmi come questi che, probabilmente, le banche hanno confuso (e continuerebbero a confondere) quelle migliaia di giovani coppie le quali hanno avuto (o hanno intenzione) di accendere un mutuo a tasso variabile con le banche e che, adesso, si ritrovano con rate, praticamente, raddoppiate. Ogni volta che ascolto le testimonianze di persone del mio paese, le quali si sono ritrovate con l’amara sorpresa di una rata del mutuo stratosferica, il mio cuore piange, perché il loro lamento non viene dalle loro parole, ma dai loro occhi.

La banca, in principio, è stata concepita come un “semplice” operatore intermediario fra i soggetti che costituiscono il mercato. Perché non è mai stato solo questo? Se io deposito, a pagamento, i miei denari in banca, perché questa li può prestare ad altri senza esserne proprietaria? Perché sul denaro prestato (non suo), la banca deve avere anche il diritto di chiedere il pagamento di una certa somma (detto tasso di interesse) oltre alla restituzione della cifra ceduta? Praticamente è come se noleggiassimo il denaro così come si può noleggiare un’automobile. E allora, perché consideriamo il denaro come se fosse un qualunque prodotto di consumo? Il denaro, non serviva solo per misurare il valore dei beni acquistati?

Quelle di sopra sono domande che la maggior parte non si è mai posto nella vita. E, se a qualcuno di noi, in un piccolo momento di lucidità, le stesse sono sorte, la risposta l’hanno data altri al posto nostro, i quali, o erano degli imbecilli in buona fede oppure dei bastardi in mala fede, che con parole truffaldine tipo «riserva frazionaria, costo del denaro, azioni e obbligazioni, borsa, debito pubblico, prodotto interno lordo, ecc.» hanno ostruito il cervello delle persone, confondendole e inducendole ad accettare l’attività, a tutti noi nemica, delle banche. Esse dovrebbero essere cosa pubblica, appartenenti a tutti noi, perché gli unici interessi a cui dovrebbero fare riferimento non sono i profitti di pochi privati ma il benessere e il sussidio alla vita garantiti a tutti i cittadini.

La disperazione uccide la speranza delle persone. Quando la speranza muore, restano in vita solo il cuore e la dignità di uomo, i quali, unendosi, daranno alla luce la ribellione. (Guarda il video)

Postato il 26/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Neve sciolta sul marmo

La pietà (1448) - Michelangelo Buonarroti. Basilica di San Pietro, Roma

Li volete chiamare pazzi? Chiamateli pure esaltati! Magari li riconoscete fra i talentati ed esclamate "dei mostri!". Ma va bene anche chiamarli generosi o meglio ancora, menti pensanti ma, per cortesia, non chiamateli artisti!

 

Molti lettori del blog mi hanno inviato una e-mail chiedendomi cosa sia per me l'artista. E, non vi nascondo che, alcuni, nella loro domanda, quasi mi suggerivano una risposta dedicata all'essere provocatore. Assolutamente no. Provocatore, per esempio, potrei esserlo io con il mio blog, mentre, grazie ad una visita guidata offerta gentilmente da un mio amico psichiatra, di pazzi ne potreste vedere quanti ne volete lì dove egli lavora e, gli esaltati, è sufficiente leggere cosa scrivono, o osservare quello che fanno, coloro che pretendono già da vivi statue a loro dedicate, per capire chi sono. Se poi l'artista è l'essere pensante, cari lettori, dovremmo essere a questo mondo, per chi afferma ciò, una umanità di artisti. Invece non tutti siamo artisti.

 

Purtroppo i nostri sono giorni bui (o brutti) per l’arte, si esalta l’opera e non il suo perché (qualora essa lo abbia!), ci affascina chi è promotore e fautore dell’arte ma ci confonde il pensiero di aver capito in cosa consiste il suo dono (nell’affabulazione e nell’azione consolatoria oppure nel capolavoro?) e, soprattutto, quello che spesso accade è che, facilmente si viene ingannati da coloro che, biascicando volgarmente le parole del Vangelo, si fanno dire di essi stessi “maestri” (liberiamocene di costoro, siamo in tempo!).

 

L’artista è un dono, da tutti riconosciuto, e le sue opere non si limitano ad essere frutto di un pensatore ma di un paladino delle idee, le quali, non scaturiscono da un pensiero (come qualcuno potrebbe orrendamente osare a dire), perché esse sono immutabili e non oggetto di corruzione. Le idee sono la primissima forma delle cose che già esistono e che dall'eternità circondano la vita dell’uomo. Per esempio, la pietà è un idea (al pari dell’amore, della giustizia, della lealtà, della libertà, ecc.) e l’artista è capace di dare nuovo inizio alle cose che osserva (il pianto della madre al funerale del figlio morto), che prova (la tristezza dell’abbandono) e che tocca (il freddo di una pietra di marmo). L’azione dell’artista su questi tre elementi produce un’opera (per esempio, La Pietà di Michelangelo Buonarroti) che comunica a chiunque l’idea che ha ispirato l'artista, perché essa è assoluta e il capolavoro è nell’aver dato, con quella statua, un nuovo inizio all’idea “pietà”.

 

L’arte, che tanto ci sfugge oggi giorno, è benvenuta tra gli uomini. Se la si riconosce, ne si adotterebbe l’autore nella propria famiglia, per vanto. Ma non c’è famiglia che può contenere l’artista.

 

Postato il 21/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Arte
Mostri puzzolenti nella loro tana

Merda d'artista (1961) - Piero Manzoni. Tate gallery, Londra (UK)

Andate tutti  a lavorare, pseudo artisti! Una categoria che, da anni, cerca di affermarsi nella “loro” arte (mai potrebbe, un pronome, essere più inappropriato a quest’ultimo sostantivo) con i lamenti, le lagne e piagnistei vari. Questi soggetti, un mio carissimo amico li chiamerebbe pagliacci, io, probabilmente, li definirei “gentaglia”.

Sono quelli che credono (e fino a questo punto, non ci sono problemi) e dicono (da qui iniziano i problemi) di avere talento o addirittura genio (obbrobrio!). Nessuno glie lo riconosce ma loro ne sono convinti e, così, spendono la loro vita a trovare chi glie lo attribuisca. E cominciano ad aprire scuole, coinvolgendo persone, perlopiù adolescenti che le frequentino, e a insegnare loro come dire di questa gentaglia “geniali”, “artisti”, “umili” e, leggete leggete, “maestri”, “pedagoghi” , a seconda dei casi, “attori”, “registi”, “cantantautori”, “compositori” o “danzatori”, al modico prezzo di una cinquantina di euro al mese (se vi va bene!) e ingiurie ad ogni lezione.

Ma se essi sono proprio quello che credono di essere, perché preoccuparsi che ci sia un giorno in cui gli si faccia una statua di riconoscimento? La storia insegna che ciò avviene in automatico per tutti i grandi! E’ strano, questi scelgono la vita dell’artista e poi si preoccupano di portare, ogni giorno, il panino a casa. Per un artista i soldi non sono un problema; il denaro travolge l’artista, senza che si renda conto del perché e del come; se è un tale artista!

Avviso a chi vuole stare alla larga dai venditori di fumo (e dalle nostre parti ce ne sono parecchi; basta cliccare sui siti dei periodici locali online e leggere gli articoli che loro stessi si scrivono, come una sorta di “auto-fellatio”, per pubblicizzare i loro corsi e le loro disfatte):

-          le scuole d’arte non hanno motivo di esistere (artisti si è, non si impara ad esserlo perché non lo si può insegnare. Come fai ad insegnare ad un altro come tu sei? Impossibile);

-          ti piace la musica, il cinema o il teatro? Componi, dirigi o agisci e, se hai dei soldi da spendere, non buttarli via per frequentare le così (da loro) dette scuole d'arte (le scuole servono solo a chi ci insegna, non a chi vuole imparare). Spendi quei soldi per realizzare i tuoi giochi, quelli in cui credi, e non quelli degli altri;

-          la gentaglia è disposta a tutto pur di essere protagonista assoluta del mondo che sa come rendere affascinante. Non se ne frega niente del prossimo perché quest’ultimo è solo un mezzo che butterebbe via quando non le serve più. Essa se ne frega solo di sé stessa.

 

Occhio: i veri artisti, oltre a non fregarsene nulla del prossimo, non se ne fregano nulla nemmeno di loro stessi. Questo, in realtà, permette loro di fare gli artisti.

Postato il 14/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Arte

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Pasquale [08/08/2010] scrive: infatti dario! Il punto è che se noi perdiamo un vantaggio comparato nella produzione di auto mentre è la Serbia che lo guadagna, sarebbe il sistema italiano a dover garantire la libertà di far sorgere nuove produzioni (quelle in cui poter essere migliori), le quali andrebbero a compensare tale perdita, affinché siano anche i Serbi a comprare da noi ciò che loro non possono produrre e che ad essi è necessario per vivere meglio. Accadrebbe naturalmente se si lasciasse più libertà. Vai al post

dario [08/08/2010] scrive: @ sere: nessuno in Italia affronta questo problema. cerchiamo di salvare chi produce con la scusa di non aumentare la disoccupazione. I lavoratori godono di rendite enormi grazie a ciò che hanno ottenuto i sindacati negli anni. però l'efficienza istituzionale del nostro paese è bassa perché grantisce poco sulla riqualificazione dei lavoratorie sul loro reinserimento Vai al post

sere [08/08/2010] scrive: certo, ma se invirtù di questo trasferimento i consumatori perdono il lavoro, come potranno comprare quei prodotti (anche se a prezzi inferiori)? a questo tu non ci pensi? Vai al post

 
 
 

 

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