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Il bagnetto del piccolino

Se vi dicono che stiamo uscendo dalla crisi perché il livello dell’inflazione dell’anno appena conclusosi è più basso rispetto a quello dell’anno scorso, significa che vi stanno prendendo in giro.

Su quasi tutti i quotidiani è in atto la solita campagna-menata sulla “ottimistica” intenzione (e, di intenzioni, è lastricata la via per l’inferno!) di insegnare alla gente che il dato riguardante l’inflazione sia il metro di misura di una crisi economica. L’istituto statistico nazionale pubblica che l’inflazione è minore rispetto a quella dell’anno scorso (fermatasi al solo 0,8 percento), determinando la sensazionale notizia che essa è la più bassa dal 1959 e che il tutto lascia intendere l’inizio di una ripresa economica. Ma intanto, l’anno nuovo è appena iniziato e i prezzi stanno aumentando (vedi nel settore dei trasporti, delle assicurazioni, dell’hi-tech e della petrolio).

Mi sono già ripetuto su questo blog nell’asserire che l’inflazione non è un fenomeno le cui cause non siano da attribuire all’uomo (così come, ad esempio, lo è per un temporale), ma che invece è qualcosa di paragonabile alla manopola del rubinetto di una vasca da bagno, che la banca centrale e il governo, aprono o chiudono provocando l’aumento o la diminuzione della quantità di soldi in circolazione nel Paese e la quale produce un aumento o una diminuzione generalizzata del prezzo dei beni che consumiamo. Quindi, se al 31 di dicembre 2009 l’inflazione è più bassa che nel 2008, significa innanzitutto che così è stato non per opera di uno spirito santo, ma che sono stati gli uomini (ossia quelli più potenti di tutti) a non farla aumentare più di tanto. A questo punto, molti si chiederebbero, giustamente, il perché della scelta di tenere bassa l’inflazione nell’anno 2009. Per rispondere, abbiamo bisogno di quelle informazioni che i media tradizionali, guarda caso, non trasmettono mai contestualmente:

-       quella del calo dei mutui concessi dalle banche (diminuiti del quasi 18 percento rispetto al 2008);

-       quella dell’aumento della disoccupazione (aumentata del 2 percento rispetto al 2008);

-       quella del crollo della produzione industriale (meno 18 percento rispetto al 2008).

Tenere bassa l’inflazione significa mantenere basso il numero di banconote in circolazione così da far aumentare il valore dei soldi a nostra disposizione rispetto a quello dei periodi precedenti. Ecco perché nel 2009 le banche non hanno concesso prestiti con grande facilità: non conviene prestare del denaro che oggi vale tanto per poi rivederlo restituito domani, quando esso potrà valere di meno. Viceversa, nell'anno scorso, per loro è stato molto meglio recuperare quello prestato negli anni precedenti, anni in cui esso valeva molto meno e del quale oggi hanno tanto bisogno viste le loro ultime difficoltà finanziarie. La bassa inflazione si ottiene soprattutto con lo scoraggiamento della produzione industriale (per esempio, attraverso l’aumento delle tasse, oppure con la concessione di finanziamenti statali che contribuisce alla concorrenza sleale e ad un mercato sempre più distorto), così da provocare un indebolimento delle aziende vittime dell’operato pubblico e un aumento della disoccupazione, la quale mortifica gli acquisti e blocca i prezzi dei beni di consumo (i quali restano comunque alti).

Bisogna comprendere che l’inflazione ha molto a ché vedere col far fare il bagnetto al proprio piccino nella vasca della nostra toilette: apriamo il rubinetto e facciamo uscire l’acqua che riempie la vasca e, man mano che essa aumenta, la paperelle di gomma che divertono tanto il bambino, restano a galla ad un livello sempre maggiore fino ad arrestarsi solo quando chiudiamo il rubinetto. A quel punto, il piccolo può immergersi, lavarsi e magari anche divertirsi. Ma se quel rubinetto non lo chiudessimo in tempo, l’acqua raggiungerebbe il bordo della vasca, il livello a cui le paperelle di gomma galleggiano sarebbe aumentato ed esse rischierebbero di fuoriuscire assieme all’acqua in eccesso, la quale finirebbe per allagare il nostro appartamento e, siccome riversatasi sul pavimento, essa si andrebbe sicuramente a buttare, mentre il figliolo non avrebbe più il suo bagnetto perché la vasca sarebbe stracolma d’acqua. A meno che, al verificarsi di tutto ciò, non chiudessimo quel rubinetto, non svuotassimo la vasca quel tanto che basta per poter tranquillamente immergere il pargolo e, magari, visto che non riusciamo a sbloccare lo scarico, non contenessimo quell’acqua in più sottratta dalla vasca, in una o più bacinelle. Vi consiglio di rivisitare questa metafora, sostituendoci però l’operato della banca centrale e dei governi a quel rubinetto, il denaro circolante all’acqua, i prezzi dei beni alle paperelle di gomma e la produzione del Paese alla vasca da bagno, mentre considerate il bambino come l’allegoria di tutti i cittadini di uno Stato moderno e vi invito a cercare di rispondere a questa domanda: nella realtà, che fine fa quell’acqua in più (i soldi), sottratta dalla vasca (la produzione del Paese), per evitare che trabocchi e che, nel nostro paragone, immaginiamo "fortuitamente" contenuta in quelle bacinelle?

Quando non sappiamo più cosa rispondere, solo allora abbiamo la possibilità di essere migliori di prima.

Postato il 22/01/2010 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia
Addio agli uomini senza volto

La grande guerra (1964) - Renè Magritte. Collezione privata

Torniamo a responsabilizzarci! Diamo un taglio netto alla confermata e ormai depravata consuetudine della delega delle proprie responsabilità.

Questo non è un grido. E’ il mio modo di prendere atto di una speranzosa inversione di tendenza. Vivo in una piccola cittadina del sud Italia che in questi giorni di tardo autunno mi ha letteralmente stupito; ossia Ruvo di Puglia. Infatti, percorrendo il suo centro storico non ho potuto non notare l’iniziativa dei commercianti della zona di animare il passeggio di questi giorni prenatalizi dei passanti, non solo con semplici e reclamizzanti decorazioni che teatralizzano questo “gran varietà religioso”, ma anche con un lieve e delizioso sottofondo musicale natalizio, il quale riempie lo spazio sonoro di un luogo tanto bisognoso di essere “reinventato” e soprattutto ravvivato. Insomma, laddove la pubblica amministrazione di questa cittadina non arriva a comprendere appieno la semplicità e la grandissima utilità del decoro del paese in alcuni momenti della vita in comune degli uomini, trascurando, con legittime giustificazioni, la scarsa messa in opera delle decorazioni natalizie, ci arriva chi è decisamente e direttamente interessato; ossia il singolo membro della comunità  (in questo caso, i commercianti), collocando alberi di natale negli angoli della strada principale, addobbandoli con elementi che pubblicizzano l’insegna dei negozi che esercitano nelle vie storiche, decorando gli ingressi degli esercizi con festoni tra loro in sintonia fra una rivendita e l’altra, installando un impianto stereo che si estende lungo quasi tutta la strada maggiore e che amplifica musiche con temi natalizi.

La qualità estetica di questa privata iniziativa è di sicuro sindacabile ma, a me, interessa cogliere l’occasione di riferire questo accadimento perché sembra esemplare per riflettere sulla necessità, nelle nostre vite, di evitare il vicolo ceco in cui spesso ci imbattiamo e rappresentato dall’attendersi, di ognuno, che sia qualcun altro (per esempio, lo Stato) a risolvere i nostri bisogni. Accade che, ormai sempre più spesso, assumiamo un atteggiamento di deresponsabilizzazione sull’organizzazione della vita in comune. Pensiamo, giustamente, che chi abbia ricevuto i nostri voti politici, debba risolvere i problemi della collettività, ma poi ci scordiamo, soprattutto in momenti come questi, che probabilmente quei voti da noi espressi in passato, siano stati oggetto di uno scambio di promesse clientelari che riguardavano soltanto la risoluzione di un proprio problema, come per esempio, potrebbe essere la raccomandazione per ottenere un posto di lavoro, magari mai ricevuto (perché soggiogati dall’astuzia del politicante) e, per nulla essi abbiano riguardato, ad esempio, la promessa che a Natale il paese fosse illuminato a festa. Quindi, deleghiamo allo Stato (e alle sue appendici locali) troppo e ci attendiamo che questo ente si occupi di noi così come farebbe la mamma con il proprio figliolo. Ma lo Stato non è la nostra mamma e quindi le promesse possono anche non essere mantenute, con il risultato che, chi lo rappresenta sedente su di una poltrona, ha il potere di disporre delle nostre vite (perché da noi delegato col voto). Il resto dei cittadini, invece, avrà partecipato soltanto alla scelta del candidato ma non alle decisioni che effettivamente riguarderanno l’organizzazione della nostra vita. In effetti, su quelle si perde la propria voce in capitolo nell’esatto momento in cui si appone il segno sulla scheda elettorale, perché così facendo si dichiara di non volersi occupare direttamente della risoluzione dei problemi della società, i quali, probabilmente, da coloro che riceverebbero il potere, non saranno considerati minimamente, perché nella scala delle priorità dell’uomo viene prima il proprio interesse e dopo quello altrui.

Noi dovremmo essere lo Stato e non chi ci rappresenta. Così come è accaduto ai cittadini ruvesi i quali, avendo ricevuto dal proprio Comune una scarsa illuminazione a festa del paese e solo un suo particolare interesse alla tradizionale realizazzione di un caro presesepe nella piazza principale di Ruvo, sono stati i commercianti del luogo che si sono ad esso sostituiti, regalando a chi abita questo paese il colore e il calore del Natale. Allo stesso modo dobbiamo comportarci sulle altre questioni che riguardano la nostra vita, come, ad esempio, la pulizia delle nostre strade, la cura e la preservazione del verde, l’accoglienza turistica nella nostra terra e tanto altro ancora. Dai nostri rappresentati istituzionali invece, dovremmo solo pretendere che difendano, per conto di tutti, la libertà di ognuno di decidere in concerto e in prima persona della propria vita nella collettività.

Un’alta dose di libertà richiede una quantità altrettanta uguale di responsabilità. Ma avere responsabilità significa rispondere ai valori in cui si crede, così da potersi immedesimare in essi.

Postato il 13/12/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica
Cervelli d'argilla

Siamo vuoti! Ormai ci sono ideali che in Italia non vogliamo più difendere, per noi i valori sono sempre più terreni, essi sono sempre meno assoluti e restiamo pressoché imbambolati davanti agli oltraggi al pudore, al rispetto di un uomo e alla cultura di una civiltà.

Gli ultimi accadimenti spiattellati qua e là dai media sono di notevole interesse al fine di comprendere cosa stia accadendo in questa “strana” società dei giorni nostri. Politici che vanno a prostitute, maschi che si trans-formano in donne e viceversa, bambini che non fanno più marachelle ma compiono veri e propri delitti, giovani che si fanno rinchiudere in una casa e riprendere dalle telecamere di una trasmissione televisiva,  ragazzini che tentano di diventare cantanti (o ballerini) famosi attraversando le fucine televisive, vengono fatti passare, per l’intrattenimento della nostra gente, esclusivamente per fenomeni da baraccone, venduti alle massaie che da casa, loro malgrado, si ritrovano sistematicamente davanti alla tv, oppure agli sprovveduti (per carità, del tutto in buona fede!) che leggono i giornali, affidandosi così a banalissime chiacchiere di paese.

Mi sono chiesto più volte il motivo per cui il tutto sia diffuso alla conoscenza degli uomini della nostra società in modo sfrontato, e mai nessuno, invece, abbia affrontato certi temi per comprenderne una tendenza o abbia valutato l’utilità di tale spettacolarizzazione. Non starò qui a calpestare le questioni da me prese ad esempio per scrivere se sia giusto o meno che un politico (o qualunque altra persona) abbia certe personalissime debolezze (consuetudini o vizi), su cosa induce una persona a voler mutare sesso, su come sia possibile che un bambino violenti una coetanea, oppure se ci sia un talento attribuibile ad un concorrente il quale partecipi ad un realty show. Piuttosto è importante comprendere le conseguenze di queste operazioni mediatiche, le quali hanno tutto ciò ad oggetto e che distraggono la gente dalle genuine questioni della vita (vedi le petulanti notizie su fantomatiche pandemie). Le persone sono rimbambite da informazioni, spesso inutili per la loro esistenza (vedi quelle diffuse dai rotocalchi dei periodici circa i gusti sessuali dei politici o dei calciatori). Esse lasciano che le proprie convinzioni sprofondino nell’opinione altrui urlata al megafono, la quale è tutt’altro che disinteressata (vedi quella emergente in qualsiasi talk show televisivo che tratti l’attualità). Tutto ciò produce un inesorabile inaridimento dell’animo umano. Io ritengo che possiamo discutere circa qualunque validissimo ventaglio di progetti interessanti per il bene della collettività, ma purtroppo, essi, indistintamente, saranno ostacolate dalla questione che, in tutti gli anni di vita di questa nostra nazione, ha costantemente devastato la serietà dell’Italia, ovvero, quella culturale.

La cultura è la vena principale attraverso la quale far scorrere il sangue della rivoluzione, la quale non avrà mai inizio se i suoi elementi cardine, ossia i suoi ideali e i suoi valori, non riusciranno ad irrorare le menti prima ancora di essere pulsati lungo gli atri del cuore di ognuno. La chiesa cattolica ad esempio, ha colonizzato il cuore e la fede di milioni di esseri umani, diffondendo i propri valori e promuovendoli esattamente attraverso la divulgazione di tante di quelle opere artistiche e culturali, le quali oggi costituiscono l’ottanta percento del patrimonio di noi italiani. “Fare cultura” non significa fare pettegolezzo per lo sputtanamento del finto reale televisivo o sulla depravazione dell’autonomia intellettuale di ognuno a causa della stampa mentitrice, né tanto meno confonderla con l’istruzione (la quale è ben altra cosa). Piuttosto essa significa arricchire l’animo degli uomini attraverso l’opera di comunicazione delle idee, necessariamente compiuta da capolavori viventi, come i santi, i mistici o, in mancanza di questi, dagli artisti. Dare importanza all’opera culturale determina il momento in cui le menti si potranno finalmente formare (per così accorgersi della brutalità di ciò provoca la necessità di informare), in modo da impreziosirle di valori e di ideali da difendere, abbandonando l’eccesso dell’ovvia spettacolarizzazione dell’impertinenza e delle danze di ri-forma di fallimenti già consumati.

Quando la cultura riesce ad allargare le trame della ragione degli uomini, essa rende un popolo difficile da asservire. Ma allo stesso tempo, esso diventa molto più facile da governare.

Postato il 07/11/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura
I pesciolini smarriti

Scarsa libertà di stampa in Italia! Ma dall’anticamera del cervello di chi escono fuori certe idiozie?

I più attenti e i più aggiornati, avranno sicuramente notato la martellante querelle diffusa dai giornali, dalla tv, su internet e relativa alle presunta mancanza di libertà di stampa nel nostro paese, espressa con false manifestazioni di categoria o con post e articoli di giornale, che oserei definire “polpettoni”, circa questa falsa questione nostrana. Ne sono un esempio lo “sciopero dei blogger” di qualche mesetto fa, le trasmissioni televisive che affrontano l’argomento sottoforma di dibattiti e la recentissima manifestazione di protesta in merito, svoltasi a Roma e promossa dalla classe dei giornalisti.

Questo è un ulteriore esempio di come, gli attori del potere economico e politico, stravolgono il senso delle cose per indurre alla confusione e distrarre la moltitudine dal vero problema appena percepito. Cari lettori, in Italia la stampa è libera. Talmente libera che essa si permette di fare, praticamente, tutto quello che vuole, dall’ottenere i finanziamenti da qualsiasi fonte (anche di matrice politica) al riferire qualunque cosa (anche la più inutile a scapito di una più necessaria). Lo stesso dicasi dell’informazione perché, attualmente, chiunque potrebbe attingere a qualsiasi tipo di dato statistico e notizia attinenti al nostro sistema, per poterne comprendere obiettivamente l’andamento e gli sviluppi. Direi che di informazioni, anche senza considerare quelle commerciali e pubblicitarie, ne sono disponibili per tutti in una quantità cosmologica. Come qualcuno ha già detto prima di me, il vero problema è nella qualità dell’informazione e, io aggiungo, nell’etica di chi la riferisce. Quella della mancanza di libertà di stampa è un falso problema perché, pur esistendo un albo dei giornalisti di dubbia dignità per un paese che si definisce libero e il quale ne regolamenta l’attività col risultato di vincolarla, chiunque vi potrebbe accedere e successivamente fondare con le risorse necessarie un quotidiano. Tra l’altro, le possibilità che internet offre ci permettono, non solo di usufruire delle notizie, ma anche di produrle autonomamente e di condividerle a costi irrisori (raggiungendo un bacino di utenza che è pur sempre minore rispetto a quella televisiva!), potendo dire tutto e il contrario di tutto (assumendosi, però, le relative responsabilità). Il punto è che purtroppo esistono pressioni tali le quali, limitano significativamente l’espressione delle verità per favorire intenti poco tollerabili dall’etica umana. A questo, si aggiunge anche la stima secondo la quale, solo il trenta percento dell’informazione è veicolata dalla carta stampata, mentre la restante parte è diffusa da una tv spesso orientata ad un solo punto di vista della realtà e ormai concorrente con l’evolversi di internet.

Le informazioni giornalistiche, per loro stessa natura, ingannano perché riferiscono singoli punti di vista i quali, a loro volta, ne omettono altri, alterando così la visione di una realtà che viene riferita solo parzialmente e in modo soggettivo dal giornalista. Quindi, avere a disposizione più punti di vista circa un determinato fatto, aiuterebbe gli informati a farsi una propria idea grazie al possibile confronto fra più versioni, ma il quasi monopolio di una televisione “padrona”, spesso schierata unanimemente a controllare i comportamenti della gente, non garantisce tale condizione. Uno Stato che finanzia l’attività di informazione incentiverebbe, probabilmente, il sorgere di ricatti, i quali avrebbero ad oggetto proprio la tipologia di informazioni da diffondere e quelle da nascondere, al probabile scopo di tenere la gente all’oscuro di fatti potenzialmente pericolosi per i governanti disonesti, non permettendo così ai giornalisti di fornire un servizio veramente utile alla collettività. Infine, se l’istituto di diritto della querela, la quale è promuovibile contro chi diffonde notizie disonorevoli su una persona, produce i suoi effetti a prescindere dalla veridicità della segnalazione pubblicata, è automatico che essa risulterà profondamente disincentivante al fine di fornire una buona e utile informazione. Internet risolve molte di queste problematiche e la libertà che la caratterizza andrebbe tutelata e non osteggiata. Riflettiamo sui problemi che ci vengono evidenziati dai media, perché non tutti segnalano un pericolo anzi, molti coprono delle vere e proprie risposte.

La stampa mente irrimediabilmente sia per le sue affermazioni che per le sue omissioni perché riferisce sempre i fatti e mai sui fatti.

Postato il 13/10/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura
Lo spazio fra la spiaggia e il mare

Poveri in Riva al Mare (1903) - Pablo Picasso

Ci sono le avvisaglie di una rivoluzione nella mente di molti, ma nessuno riesce a spiegare in che cosa essa consiste. In tanti vogliono cambiare la società e il suo sistema ma, alla fine, non ci sono i fatti che lasciano presagire al moto di insurrezione.

Il malcontento dell’ultimo decennio da parte di chi, a proprio modo con la pubblicazione di blog, con la costituzione di nuovi movimenti indipendenti (o presunti tali) o con l’opposizione intellettuale al governo di turno, continua a manifestare il proprio disappunto circa i riflessi prodotti dall’andamento del sistema economico e politico sulla gente, indurrebbe i più zelanti dei cittadini a sospettare la crescita del desiderio di un cambiamento sempre più ricercato fra i più di noi. Quest’ultimo è avvertibile pure in certe manie e mode le quali, ultimamente, stanno prendendo piede attraverso la rappresentazione cinematografica e letteraria dei scenari apocalittici profetizzati da antichi popoli (si immagini a quelli dei Maya e riguardanti la presunta fine dei tempi prevista per dicembre 2012) e dalle sacre scritture (si pensi a quelli annunciati nel libro de “L’Apocalisse” di Giovanni e contenuto nella Bibbia) ma finanche con i racconti, così inquietanti, dei documentari scientifici che riguardano la distruzione del pianeta a causa dell’impatto di meteoriti con la sua superficie, di grandi terremoti e di estremi cambiamenti climatici i quali decimerebbero la vita sulla Terra.

Ritengo che essi siano segnali sintomatici i quali rappresentano un incremento, sempre più generalizzato, del grado di insoddisfazione delle persone sul sistema in cui si è costretti ad integrarsi (soprattutto  della generazione più giovane). Più si parla di ottimismo (anziché parlare ottimisticamente) più si ammette che, probabilmente, ci sia qualcosa per cui non esserlo, con un volgarismo tentativo di iniettare così la fiducia nella gente. Quante volte si è sentito dire in queste settimane che la produzione di settembre 2009 è aumentata dell’un percento? Quanti si chiedono “rispetto a cosa essa sarebbe aumentata?”. Se si fosse in grado e si avesse la cultura di verificare le informazioni ricevute, ci si accorgerebbe che il dato riferito in questi giorni è semplicemente (e quindi, insignificante) relazionato allo stesso  indice del mese scorso, il quale, tra l’altro, non considera che esattamente un anno fa (a settembre del 2008) avevamo registrato un meno  due percento rispetto all’anno prima (ossia al 2007). Di conseguenza, l’informazione corretta sarebbe che quest’anno si è recuperato un misero un percento del dato negativo registrato un anno fa e che, di questo passo, ci vorrebbero oltre 2 anni (minimo) di costante aumento della produzione per recuperare del tutto. Altro che ottimismo!

Con ciò, quello che desidero far capire è che bisogna avere obiettività e, soprattutto, consapevolezza di ciò che si compie, così da poter condurre degnamente la propria vita in questa nostra società e, fondamentalmente, che non dobbiamo farci prendere per i fondelli. La voglia latente di resettare il nostro mondo, così come è espresso nella cinematografia, nella letteratura e nei servizi di divulgazione scientifica dei giorni nostri, riflette l’inizio di un sentimento di rassegnazione dell’uomo di oggi davanti al mostruoso sistema che conduce diabolicamente la vita di tutti. Si immagina che l’unica opportunità di rovesciare le nostra situazione e di poter ricostruire tutto da capo, sia un disastroso cataclisma naturale oppure la provvidenziale discesa sulla Terra di Dio il quale, essendo tanto abituato a ripristinare l’ordine delle cose, giudichi finalmente i malvagi e restituisca ai giusti la libertà di vivere e di procreare.

L’uomo è consapevole della propria esistenza solo rispetto a sé stesso ed è maledettamente inconsapevole della propria inesistenza rispetto a tutte le altre cose. Che bello quando accade il contrario!

Postato il 01/10/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Europa: 300 mld subito o default!

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Secondo l’ente che presterà circa 250 miliardi di euro all’Unione Europea, ossia il Fondo Monetario Internazionale, i paesi a rischio default, quali Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, hanno bisogno di 300 miliardi di euro prima della fine dell’anno, altrimenti il debito pubblico intaccherà irrimediabilmente l’economia reale che vedrà crescere il costo della vita in maniera esponenziale. Questo viene annunciato perché c’è un forte bisogno di liquidità ma anche perché ciò sarebbe l’occasione giusta, che questo ente privato ha, per lanciare il lazzo al collo dei suddetti paesi sciagurati, così da poter scippare loro le ultime ricchezze rimaste. Infatti, quest’organo planetario ha determinato, in tutte le crisi economiche mondiali verificatesi dalla seconda grande guerra in poi, la politica di risanamento dei conti pubblici. E’ una politica preconfezionata e standardizzata, imposta a qualunque nazione che abbia avuto bisogno di liquidità, basandosi sulla riduzione delle spese dello stato, su una politica monetaria deflazionista e sull'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri, senza considerare però le necessità reali di ogni singola economia. Le direttive politiche del Fondo Monetario Internazionale se le sono appioppate L’Asia (con la Corea in testa), la Russia e l’America Latina (Argentina compresa), le cui economie in crisi, anziché riprendersi e progredire, versano in acque più torbide di prima e per nulla incoraggianti per il futuro. Adesso sono l’America del Nord (USA compresa) e l’Europa dei giorni nostri (Italia compresa) ad essere "accarezzati" da quest'organo, i cui delegati (e loro amici), probabilmente, sarebbero gli unici a potersi prenotare un posto d’eccezione nella scialuppa di salvataggio sulla quale saranno i più deboli a non poter salire quando tutti grideremo “si salvi chi può!”

Postato il 15/07/2010 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Microblog.





Sciopero dei giornalisti

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Oggi esiste una contraddizione nel concetto di sciopero che puntualmente schizza fuori quando esso assume la rilevanza altisonante come quella organizzata dai giornalisti italiani. Infatti essi hanno scioperato contro la proposta della “legge bavaglio”, sulla quale si discute ormai da tempo  e che limiterebbe di fatto, in modo molto discutibile, l’esercizio del diritto d’informazione. Ma da che cosa si sciopera? Dovrebbe essere risaputo che dal suo etimo “scioperare” significa tirarsi fuori dall’opera, ossia sottrarsi dal lavoro, al fine di ottenere dal proprio datore di lavoro l’aumento della mercede. Se ciò è esatto, allora i giornalisti che hanno dichiarato di scioperare, lo hanno fatto per ottenere l’aumento di un qualcosa dai loro datori di lavoro: i politici, ovvero coloro che li vorrebbero imbavagliare per sempre, e dai quali non ci si fiderebbe più. Le perplessità che traggo da questo breve ragionamento sono le seguenti:

-        scioperando, i giornalisti non hanno dato informazioni, per protestare contro il proprio datore di lavoro il quale non vorrebbe che essi le diano più (ma allora, che senso ha non lavorare per starsi zitti già da adesso?);

-        i giornalisti pretendono l’aumento di qualcosa dal proprio datore di lavoro (penso che sia riferito all’aumento della libertà; o no?);

-        i giornalisti non si fidano più del proprio datore di lavoro (e allora che cambino lavoro, oppure che cambino autonomamente in meglio il loro modo di farlo, anziché non lavorare quando ci sarebbe molto da fare!);

-        i giornalisti hanno come datore di lavoro i politici (se vi siete fidati di essi fino ad ora, di che cosa ci si preoccupa per il futuro?).

Postato il 10/07/2010 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Microblog.





 

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Pasquale [08/08/2010] scrive: infatti dario! Il punto è che se noi perdiamo un vantaggio comparato nella produzione di auto mentre è la Serbia che lo guadagna, sarebbe il sistema italiano a dover garantire la libertà di far sorgere nuove produzioni (quelle in cui poter essere migliori), le quali andrebbero a compensare tale perdita, affinché siano anche i Serbi a comprare da noi ciò che loro non possono produrre e che ad essi è necessario per vivere meglio. Accadrebbe naturalmente se si lasciasse più libertà. Vai al post

dario [08/08/2010] scrive: @ sere: nessuno in Italia affronta questo problema. cerchiamo di salvare chi produce con la scusa di non aumentare la disoccupazione. I lavoratori godono di rendite enormi grazie a ciò che hanno ottenuto i sindacati negli anni. però l'efficienza istituzionale del nostro paese è bassa perché grantisce poco sulla riqualificazione dei lavoratorie sul loro reinserimento Vai al post

sere [08/08/2010] scrive: certo, ma se invirtù di questo trasferimento i consumatori perdono il lavoro, come potranno comprare quei prodotti (anche se a prezzi inferiori)? a questo tu non ci pensi? Vai al post

 
 
 

 

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