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stampa MPS e le fondazioni bancarie

convention.jpg

Lunedì, a Bologna, si è tenuta la convention per il Contante Libero. Io c'ero e sono intervenuto assieme agli altri blogger che sostengono la campagna per il libero uso del contante.

Il mio contributo alla serata ha riguardato il tema delle fondazioni bancarie e dell'allarmante rapporto che in Italia intercorre fra politica e banche, il quale produce sperimentazioni sociali, uniche al mondo, come quello di privare i cittadini del libero possesso del denaro contante.

Quello delle fondazioni bancarie è un argomento attualissimo; pensate solo al recente scandalo riguardante l'istituto di credito italiano Monte dei Paschi di Siena, che lo vede coinvolto in una situazione di mala gestione. Di questa vicenda, dalla quale nei prossimi mesi dovremo aspettarci delle belle, solo due cose sono certe:

-          che l'ingerenza dei partiti nelle banche è più viva che mai

-          che i danni e le perdite prodotti da tale intreccio non li pagano i responsabili, bensì gli ignari cittadini

Il mezzo con cui oggi i partiti politici italiani controllano gli istituti bancari è quello costituito dalle fondazioni. Esse sono enti "mostro" che la legge definisce essere di natura privata e senza scopo di lucro. Le fondazioni bancarie godono di ampia autonomia gestionale e statutaria e la loro attività è finalizzata al raggiungimento di obiettivi di utilità sociale. Intenti nobili questi, ma le fondazioni bancarie sono anche altro. In realtà, esse sono cellule politicizzate, periferiche dei grandi partiti nazionali, le quali di fatto influiscono sulle decisioni gestionali delle banche ad esse partecipate, spesso controllandole e guidandole al raggiungimento di obiettivi di matrice tutt'altro che di buona gestione.

Fino al 1990, le banche italiane erano pubbliche. Esse, non solo raccoglievano i risparmi e gestivano il credito, ma erano enti finalizzati a funzioni sociali e il reddito da esse prodotto era indirizzato allo sviluppo sociale, su decisione dei partiti i quali si avvicendavano alla guida di esse. Erano gli anni della prima repubblica e questo consolidato rapporto incestuoso fra politica e banca produsse la vergogna che noi tutti conosciamo, fatta di tangenti e corruzione.

Per mettere fine alle indecenze della prima repubblica, l'Italia fu costretta a recepire una direttiva della comunità europea, che imponeva ai singoli stati membri di privatizzare il sistema bancario.

Per la corrotta politica italiana, ciò rappresentava una seria minaccia al controllo che essa ha sempre esercitato nei confronti delle banche, agevolati proprio dal fatto che le banche fossero enti pubblici e quindi sotto il controllo statale.

Con la legge Amato (L. 218/1990), le banche pubbliche furono privatizzate e trasformate da enti pubblici a società per azioni. In pratica, le banche pubbliche italiane venivano scorporate: da una parte si creava l'istituto di credito vero e proprio, operante sotto la compagine di S.p.A. e orientata al profitto, dall'altra si creava la fondazione bancaria, alla quale lo stato affidava le azioni delle neonate banche private, con l'obbligo di detenerne il controllo assoluto, percependone così i dividendi in ragione della quota di capitale posseduta, senza che essa interferisse con la gestione dell'attività creditizia della banca controllata e destinando i redditi così realizzati per promuovere lo sviluppo sociale.

In pratica, la legge Amato recepì il dettato della comunità europea, col quale si chiedeva un sistema bancario privatizzato. Ma in Italia ciò fu fatto solo in maniera formale. Le banche italiane, seppur trasformate in S.p.A., continuavano ad essere controllate da enti pubblici: della neonate fondazioni bancarie.

Questo aborto normativo è alla base dell'attuale cordone che lega ancora la politica italiana ad alcune delle più importanti banche italiane. E non sono stati sufficienti gli interventi normativi successivi alla legge Amato per risolvere un simile vizio.

Infatti, 4 anni dopo, con la legge Dini (L. 474/1994), le fondazioni furono obbligate a dismettere le proprie partecipazioni negli istituti di credito a cui facevano riferimento, per portarle al di sotto del 50%. Nel 1998 la legge Ciampi (L. 461/1998) definisce le fondazioni come soggetti di diritto privato non profit, senza scopo di lucro e aventi ampia autonomia gestionale e statutaria.

Si osservi il questo grafico. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena possiede il 34,9% del capitale dell'istituto bancario senese, quota sufficiente questa per poterlo controllare. Stessa cosa dicasi per la fondazione Compagnia di San Paolo che, con appena il 9,7% del capitale posseduto, controlla Intesa-San Paolo assieme ad altre due fondazioni: Fondazione Cariplo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Inoltre, si noti come, a titolo d'esempio, la fondazione Cassa di Risparmio di Asti detenga ancora una quota di partecipazione della banca di riferimento superiore al 50%. Questo perché nel 2003, attraverso il D.L. 143/2003, si eliminò l'obbligo di dismettere le partecipazioni di controllo superiori al 50%, qualora le fondazioni dichiarassero un patrimonio netto contabile inferiore ai 200 milioni di euro, oppure se operanti nelle regioni a statuto speciale. Per questo oggi sono ben 15 su 88 le fondazioni che detengono ancora un pacchetto di maggioranza assoluta nelle rispettive banche di riferimento.

Attualmente, lo statuto di quasi tutte le fondazioni bancarie prevedono che la nomina dei rappresentanti nei relativi consigli di indirizzo siano nominati prevalentemente da enti pubblici. Nonostante la legge permetta alle fondazioni di modificare in completa autonomia le regole statutarie, quelle relative all'elezione dei rappresentanti non sono mutate in modo significativo rispetto agli anni novanta. Questo perché la politica ha ormai piantato le proprie radici nelle fondazioni bancarie ed essa non ha alcun interesse a perdere il privilegio di poter controllare una banca attraverso la relativa fondazione.

Osservate quest'altro grafico. Come potete notare, tra le più importanti fondazioni bancarie, la concentrazione di ex politici nei consigli di indirizzo è altissima. E' un segno questo che i cosiddetti "trombati" dei partiti politici finiscono per essere segnalati e poi nominati a cariche così delicate ed influenti.

Dunque, dopo 20 anni dalla riforma del sistema bancario italiano, il controllo della banche da parte dello stato è ancora esistente, con più ostacoli rispetto agli anni '90, ma comunque una pericolosa realtà ancora esistente, grazie ad un viziato impianto normativo che maschera, con una mera formalità, una vergognosa verità.

Ora io vi chiedo, alla luce di tutto questo, potranno mai questi consiglieri, ex politici, nominati da enti pubblici e indicati da partiti politici, avere come obiettivo principale quello di rispondere dell'efficienza gestionale delle banche controllate?

Ancora vi chiedo, siamo sicuri che questi consiglieri rispondano sui risultati gestionali delle banche controllate e non, invece, sulla base della loro fedeltà politica?

E infine, queste fondazioni possono assicurare un sano apporto di capitale proprio nelle banche controllate?

Lo sterile dibattito italiano sulla faccenda del Monte Paschi di Siena, che punta i riflettori sul ruolo delle fondazioni bancarie, non si pone simili quesiti, ma si concentra sulla superficiale questione della presunta mancanza di controlli sull'attività dell'istituto senese.

Innanzitutto, quella del Monte dei Paschi di Siena non è un caso isolato. Illuso chi ci crede e farabutto colui che induce a crederlo. Tutte le banche partecipate alle fondazioni bancarie subiscono questo vizio normativo.

Si deve comprendere che il problema non consiste nella mancanza di controlli ma nel viziato assetto proprietario che la legge disegna per il sistema bancario italiano. Questo assetto proprietario dà i natali a manager del credito non qualificati, che rispondono ad una corrente di partito e non ai clienti della banca che essi dirigono. Questi manager compiono spericolate operazioni finanziarie al solo scopo di favorire gli interessi dei partiti, che piazzando i propri uomini nelle fondazioni, li hanno nominati a dirigere i risparmi di milioni di cittadini. I partiti, si sa, necessitano di ottenere finanziamenti per i lavori pubblici da assegnare ai loro amici, o per promuovere progetti culturali e sociali di dubbia efficienza ed utilità, al solo scopo di raccattare voti. Purtroppo, la possibilità di influire sul processo decisionale di una banca è un punto strategico per un partito politico il quale voglia mantenere una posizione di rilievo su scala nazionale.

Ma gestire una banca in condizioni simili, al lungo andare, significa ammalarla (vedi i recenti casi di Unicredit e Monte dei Paschi di Siena) e danneggiare i risparmi dei propri clienti.

La vergogna della prima repubblica italiana (tutta fatta di tangenti e corruzione) è stata ereditata dalla seconda repubblica proprio attraverso la sopravvivenza di un tale assetto proprietario bancario, di fatto pubblico, attraverso lo strumento delle fondazioni. Queste hanno ricevuto in regalo le quote di partecipazione degli istituti di credito, finanziate sino al 1990, con i soldi dei contribuenti italiani. Le fondazioni hanno un  potere enorme grazie ai soldi degli italiani. E non apportano nulla, dal proprio patrimonio, negli istituti di credito di riferimento. Anzi, esse sottraggono capitali da essa.

Le fondazioni bancarie sono enti blindatissimi. Il loro controllo, a differenza delle società quotate sui mercati, non può mai essere acquisito attraverso operazioni di scalata da parte di altri soggetti, perché il patrimonio di una fondazione è indivisibile per legge. A differenza degli altri enti pubblici, che gestiscono la cosa pubblica, i rappresentanti delle fondazioni non sono votati da nessun cittadino ma soltanto indicati da esponenti di quel partito il quale sia in grado di sfruttare il potere attribuito a taluni enti pubblici di nominare gli amministratori delle fondazioni bancarie. L'unico modo per influenzare le decisioni gestionali di una fondazione bancaria, senza l'uso della violenza, è quello di convincere o corrompere gli enti che nominano gli amministratori delle fondazioni.

Questo è la fogna da cui sgorga il marcio del "sistema Italia".

E' immediato dedurre che le fondazioni bancarie, cosi come oggi esse sono, andrebbero eliminate. Qualcuno propose di tassarle. Perché no? Si tassano gli onesti cittadini, non si può tassare questo covo di farabutti?

Il leader della coalizione di centro sinistra ha dichiarato che sarebbe necessaria una patrimoniale sui grandi patrimoni dei cittadini. Che si applichi una patrimoniale sulle fondazioni bancarie. Sarebbe l'unica tassa patrimoniale che in un colpo solo:

-          non intaccherebbe il risparmio reale del paese e non influirebbe sulla fuga dei capitali all'estero. Il patrimonio delle fondazioni è frutto di una gestione finanziaria, mica da una decisione di minore consumo del singolo individuo!

-          le fondazioni alleggerirebbero le loro partecipazioni negli istituti di credito di riferimento, perché non più convenienti, dando spazio a soggetti più predisposti a servire meglio la collettività

-          sarebbe l'inizio della fine dei privilegi di potere.

Lo so, è solo una farneticazione questa; in effetti, si è mai visto colui che può tassare gli altri, tassare sé stesso?

Firma per il Contante Libero









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Postato il 12/02/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia


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Secondo l'ISTAT, a marzo 2013 il tasso di disoccupazione è dell’11,5% (1,1% in più  rispetto ad un anno fa). La disoccupazione giovanile è del 38,4% (3,2% in più rispetto ad un anno fa). Purtroppo non andrà meglio. La banca centrale continua a giocare con i tassi di interesse e a distorcere i valori economici, facendo sbandare bruscamente le singole attività economiche. Gli istituti bancari sono sempre meno intermediari fra i risparmiatori e gli investitori e sempre più giocatori d'azzardo sui mercati finanziari (con i soldi degli altri). I governi non riducono significativamente la spesa pubblica. Per questo motivo, si tartassano i cittadini lavoratori (sempre più pochi) e lo stato continua ad occuparsi, attraverso i monopoli, dell'offerta dei servizi che esso non è in grado di gestire efficacemente così come invece riuscirebbe a garantire l’iniziativa privata. I sindacati, da parte loro, hanno ormai abbandonato la loro semplice funzione di rappresentanza dei lavoratori, per consolidare sempre di più quello di partito politico, che riesce ad imporre privilegi ultraterreni ad una categoria sociale, in concerto coi partiti tradizionali, i quali sono sempre a caccia di voti. Come si può pensare di determinare più occupazione se tutto ciò resta ancora inalterato? Come si è potuto credere che fosse necessario scrivere sulla costituzione che la repubblica italiana sia una repubblica fondata sul lavoro, perché quest'ultimo potesse essere garantito? L’occupazione al lavoro io la vedo come una condanna per l’uomo. Purtroppo, essa grava su ognuno, nessuno escluso. Questo mondo funziona così; non ci si può fare nulla! Come qualsiasi condanna emessa, questa è già di per sé garantita (la Sacra Bibbia docet: Genesi 3:17-19). Cos'altro si sarebbe voluto garantire sulla costituzione? Si è voluto garantire una condanna già garantita per definizione. Un assurdo. Forse hanno creduto che fosse lo stato ad avere il compito di fare in modo che questa condanna fosse sempre eseguita. Ma mi chiedo, si potrebbe mai fondare un paese su una condanna all’umanità, attribuendo allo stato il ruolo del boia? Io vedo solo uno stato il quale, grazie all'espediente sancito nella costituzione, è riuscito a trasformare ciò che sarebbe una condanna in un diritto dell’uomo, facendo diventare legittima l’imposizione ad un paese di sostenere (con le tasse), per sole finalità di conservazione dei poteri politici, assunzioni di lavoratori (i quali sono contemporaneamente elettori compiacenti) inutili al reale fabbisogno della collettività. E ciò accade ogni qualvolta sia ritenuto presumibilmente necessario. Ma necessario per chi? Non di certo per la collettività, allorquando lo stato crea posti di lavoro a prescindere dalle reali esigenze del paese, determinando così gli sprechi pubblici, mentre preferisce non eliminare gli ostacoli fiscali e burocratici, non garantire i veri diritti come la proprietà privata dei cittadini. Tali inerzie, se rimosse, permetterebbero allo stato determinare veramente una maggiore, ma soprattutto utile, occupazione al lavoro. Contrariamente, lo stato induce i cittadini a privarsi delle risorse necessarie per nuovi investimenti, i quali sarebbero utili a generare nuova e sana occupazione al lavoro, al fine di mantenere una schiera di lavoratori, dipendenti dallo stato, inefficienti. Con una repubblica italiana fondata sulla condanna al lavoro, cosa vi aspettavate? Che sarebbe andata sempre meglio?



Postato il 22/05/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





conti.jpg

Osserviamo brevemente la situazione italiana nel primo trimestre 2013, consultando i recenti dati ISTAT e Bankitalia:

-   Debito pubblico: 2.035 miliardi di euro nel primo trimestre 2013. Pensate un po’, dal 2000 esso è aumentato del 56,48%. In soli tre mesi, l’Italia si è indebitata più della metà di quanto si sia indebitata nel 2012. E poi parlano di austerity! Lo stato, il soggetto che più di tutti dovrebbe essere soggetto alle politiche di austerity, a conti fatti, non si contiene per nulla e continua a spendere più di quanto che incassa.

-   Titoli di stato in circolazione: 1.695 miliardi di euro a fine marzo 2013. Come previsto a dicembre dell’anno scorso (leggi qui), fino a febbraio 2013 l’ammontare dei titoli di stato è diminuito solo provvisoriamente, per poi riprendere a crescere a marzo 2013. Ricordatevi, dal 2013, i nuovi titoli di stato non sono più garantiti. Questo perché essi riportano le clausole CACs (leggi qui cosa sono). Inoltre, si noti che la pressione sui tassi di rendimento dei nostri titoli di stato è diminuita (per i BTP, lo stato oggi paga mediamente il 3,87%, mentre a novembre 2011 esso pagava più del 6,50%). Ciò non perché l’Italia sia ritenuta più affidabile di prima, ma solo perché favorita dalle operazioni di finanziamento del sistema bancario da parte della BCE e dalla speculazione di Giappone e USA, i quali stanno svalutando le proprie valute e acquistando titoli europei.

-   PIL: per sette trimestri consecutivi esso è in discesa libera, attestandosi a 1.566 miliardi di euro a marzo 2013 (-2,3% rispetto all’anno scorso). Contrariamente a quanto si crede, esso è l’unico dato non del tutto negativo. Ciò perché esso ci informa che, per fortuna, la nostra economia non è sempre più affogata da banconote emesse dal nulla. Questo non è difficile crederlo, considerato che quelle prodotte ad oltranza dalla BCE restano parcheggiate nelle “casseforti” delle banche (le quali continuano a non effettuare prestiti alle imprese) oppure che esse circolano nel solo mercato finanziario (ancora per il momento). Di conseguenza, l’unica causa del crollo del PIL è la riduzione dei consumi degli italiani, i quali stanno acquistando i beni e i servizi che davvero abbisognano e respingendo quelli inutili e inefficienti. Insomma, è in atto una fase di spurgo degli eccessi della nostra economia.

-   Tasso di inflazione: esso è dell’1,3% a fine marzo 2013 (+1% dall’inizio dell’anno). In 8 anni, il potere d’acquisto delle famiglie italiane è calato del 20% circa. Quindi, l’euro si svaluta costantemente anno dopo anno (purtroppo), ma per ora ad un ritmo molto lento (per fortuna).

-   Tasso di disoccupazione: a marzo 2013 esso si attesta a 11,5% (quello giovanile al 38,4%). La disoccupazione è aumentata dell’1,1% in un anno.

Alla luce di tutto ciò, i nostri politici cosa fanno? Discutono ancora sull’eliminazione sì o l’eliminazione no dell’IMU (eliminazione sì, è ovvio, di cos’altro si deve discutere?). Inoltre essi si domandano se tizio, oppure caio, andrà in galera oppure no, se ostacolare la libera espressione sul web oppure no; mamma mia, in che mani è il nostro futuro!



Postato il 18/05/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





 

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M [16/05/2013] scrive: Grazie per la chiarezza dell'esposizione.

Mi chiedo: possibile che in Parlamento nessuno denunci questa politica dannosa per i Cittadini? Possibile che i tanti suicidi non provocano alcun rimorso nella coscienza di coloro che governano l'economia europea? E' possibile che non c'è un economista a livello internazionale che denunci l'affarismo e, diciamolo pure, la disonestà gestionale economica in cui ci hanno buttato? Perchè il mondo politico non chiede il cambio dei vertici economici europei in quanto incapaci e responsabili di una gestione fallimentare?
Si doveva aspettare Papa Francesco per denunciare in poche e telegrafiche parole il male della dittatura del denaro e il silenzio dei "cattolici da salotto"? Vai al post

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