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Gli italiani non capiscono ancora che il regime vigente in Italia è quello della partitocrazia; in cui sono i partiti ad essere sovrani, non il popolo. Non l'hanno capito quando pur votando, al potere restavano sempre le stesse persone, né l'hanno capito quando si sono ritrovati al governo compagnie di politici informi capeggiate da Monti prima, Letta poi ed ora anche da tale Renzi, senza averli mai votati.

Gli italiani vogliono le elezioni; come se la cosa possa cambiare ciò che non è mai stato cambiato in anni di votazioni! Come se veramente votando, si permettesse loro di far andare al potere persone diverse da coloro che attualmente lo detengono. Non hanno capito che, andando a votare, gli italiani continuano a fare il gioco del banco.

Agli italiani hanno insegnato a dare alla partitocrazia il nome "democrazia" e, alla luce dell'ennesima nomina a presidente del consiglio senza consultazione elettorale, credono che essa sia stata tradita. Non capiscono invece che questa che oggi vedono è la vera faccia di ciò che loro chiamano democrazia. Non si rendono conto che tra votare o non votare oggi non c’è più differenza sostanziale ( è solo una questione di formalità).  Gli italiani non capiscono di quanto siano fortunati a poter vedere così da vicino il brutto mostro oggetto delle loro venerazioni; giustamente non la riconoscono, perché nelle scuole hanno loro insegnato che la democrazia sarebbe la cosa più bella che ci sia: il potere del popolo. Chiacchiere! Demagogia.

Per quanto la democrazia sia un concetto concepibile e praticabile nei piccoli sistemi, essa è anche un concetto inefficiente se attuato su sistemi più complessi e di ampio raggio, come lo è il caso dell'organizzazione della vita di un vasto, evoluto e complesso popolo come quello moderno. Se il regime fosse veramente democratico, i processi della democrazia si dovrebbero attivare per ogni decisione, con l’esercizio del voto di tutti coloro che ne sono interessati. In tal caso, si parlerebbe di vera democrazia! Ma vi immaginate cosa possa significare la consultazione di 60 milioni di persone ogni qualvolta si intenda prendere decisioni strategiche per il paese?

E così, si è pensato di corrompere il concettosi democrazia, per partorire un surrogato di essa. Di conseguenza, è normale che poi essa fallisca, soprattutto laddove essa assume declinazioni come quella di "democrazia rappresentativa" (la partitocrazia, appunto), dove i rappresentati (il popolo) cascano sistematicamente in fuorigioco dopo che essi eleggono da chi farsi rappresentare, mentre i rappresentanti eletti (i partiti) prendono decisioni inattese per le quali, non solo non sono responsabili per il loro esito, ma escludono del tutto il parere di chi dovrebbe essere direttamente interessato (ossia, i rappresentati).

Insomma, con questa invenzione si è riusciti a far passare per rappresentanza una delega in bianco a favore dell’eletto. Che stupidi!

Cosa ha reso possibile una simile trascendenza? E’ stato il solo valore coltivato a tutto campo dalla civiltà moderna: il valore sociale della massa, che domina incontrastata da più di un secolo a questa aparte.

Il concetto sociale di "massa" ha letteralmente squalificato quello dell'"individualismo". Oggi infatti, la società è di massa, il pensiero è di massa, l'istruzione è di massa, la produzione industriale è di massa, la distribuzione è di massa, i media sono di massa.

Anche i partiti sono di massa. La democrazia è di massa.

Il pensiero sottostante all'impianto partitocratico (democratico, se ancora volete) è quello della massa sociale, secondo il quale la persona, considerata nella sua individualità, perderebbe ogni capacità di agire autonomamente. Sempre secondo questo pensiero, solo se considerati come una massa, gli individui assumerebbero un carattere definito. Presi singolarmente, gli individui non assumono un granché come valore.

Se ci pensate, alcuni studi sociali moderni tendono ad agglomerare in insiemi le individualità, così da attribuire le caratteristiche di una certa popolazione di elementi (vedi il marketing, la statistica, la macroeconomia). Le disposizioni di legge particolari come quelle fiscali, del lavoro, insomma tutte quelle appartenenti al diritto positivo (leggi qui) tendono a plasmare il comportamento delle masse (un po' come lo fanno gli ordini impartiti da un generale al suo esercito di soldati o le guide scoccate dal pastore al suo gregge di pecore). I partiti ottengono il mandato ad esercitare il potere dalla massa (i partiti preferiscono il termine "maggioranza" a quello di "massa", ma è sulla massa delle persone che riversano le conseguenze delle loro decisioni, non solo sulla maggioranza di esse).

Non si può non prendere atto ciò che Nietzshe osservò tempo addietro: la massa è l'apoteosi della quantità sulla qualità.

La massa è la vittoria della mediocrità sull'eccellenza, perché ragionando per masse si è costretti a ragionare per medie, si è indotti a trascurare le specifiche dei singoli elementi, ad accumunare le caratteristiche simili dei singoli, fino ad individuare una regola rappresentativa della massa e per la massa.

Un altro campo di applicazione del concetto di massa è quello degli oggetti di marca. La marca prestigiosa di un oggetto è per molti un'identificazione dell'ambita appartenenza ad una certa massa. Infatti, c'è gente che fra l'esclusività di un bene prodotto su misura per sé e la semplice marca del bene stesso, attribuisce più importanza alla marca (e quindi alla massa di appartenenza), tanto da essere disposta a pagare somme di denaro pazzesche pur di possedere oggetti firmati che, nella maggior parte dei casi, sono prodotti in serie e quindi privi di esclusività, perché posseduti da una moltitudine di persone. Per cui, certe borse, mobili, abiti sono acquistati per cifre astronomiche semplicemente perché certa gente ritiene importante che la loro marca sia identificativa dell'appartenenza ad una massa specifica di persone. Essa non ritiene importante l'individualità dell'oggetto esclusivo, bensì appartenere ad una massa. Dà più valore alla massa che all'individualità.

Ebbene, così facendo la moderna civiltà si caratterizza nell'attribuire maggior valore alla massa piuttosto che all'individuo. E la democrazia si alimenta di questa convinzione fino a fagocitare oppressione sui cittadini. La partitocrazia, invece, sfrutta questa convinzione.

Perché la democrazia produce oppressione? Perché oggi gli individui sottoposti alla democrazia sono disposti a sacrificare la libertà individuale per il bene della massa. Così come anche accade in una dittatura. Dite che quest'ultima cosa non sia vera? E se sostituissimo il termine "massa" con "società", come suonerebbe la stesa frase? Suonerebbe così: "Oggi gli individui sacrificano le libertà individuali per il bene della società". Infatti, si permette ad uno stato di sottrarre buona parte dei redditi dei singoli individui, i quali sacrificano la libertà di concedersi uno standard di vita più elevato, per il bene della società (cioè della massa). Si permette l'espropriazione coatta del terreno di un individuo, utile per la costruzione di una strada pubblica, per il bene della società (cioè della massa). Si permette la svalutazione del denaro, e quindi la diminuzione del potere d'acquisto di beni e servizi dell'individuo, per il bene della società (cioè della massa).

Riconosco che il concetto di massa ha anche i suoi aspetti positivi; ad esempio, da un punto di vista economico, produrre per numeri sempre maggiori di individui (per la massa) determina economie di scala le quali consentono a sempre più persone di godere di beni e servizi che altrimenti in pochi si potrebbero permettere.

Ma l'idea di riferirsi alla massa ha raggiunto elevati livelli di esasperazione, tali da determinare nella mente di qualcuno il pensiero di poter controllare la massa e non più semplicemente di servirla. Da qui al socialismo, il passo è breve. L'uomo ha già sperimentato forme estreme di socialismo, come lo sono state le dittature del nazismo e del comunismo, le quali entrambe hanno fatto della massa un principio imprescindibile, procurando non pochi disastri alla libertà degli individui.

Oggi sperimentiamo un'altra forma di socialismo (più subdola), a cui si è attribuito il nome di "democrazia", che in Italia ha sempre meno a che fare con ciò che gli antichi greci intendevano con essa, per cui le decisioni vengono prese nelle segrete stanze di organizzazioni politiche ed oligarchiche chiamate "partiti", dove il popolo è chiamato solo ad esprime il consenso minimo necessario affinché tali organizzazioni assumano il potere di progettare e controllare la massa.

Come il nazismo o il comunismo, anche la democrazia è una dittatura. Si potrebbe anche dire che la democrazia, così come oggi la conosciamo, sia il totalitarismo delle masse.

La mente umana è un dono che, per quanto straordinario sia, ha forti limiti e per questo non si può avere l’arroganza di credere che essa sia in grado di conoscere cosa sia bene o sia male per la vita di una moltitudine di individui. I meccanismi sociali sono troppo complessi per essere compresi da una mente umana che intenda progettare la vita di una massa di individui. Infatti, le cose più belle dell’umanità sono figlie dell’azione umana e non della progettazione umana. Purtroppo, finché si permette ad uno o a più persone di controllare e progettare la vita di ogni singolo individuo, i nostri interessi saranno sempre più limitati alle ristrette dimensioni delle nostre menti.

Giunti a questo punto di questa breve trattazione, è ovvio che, per chi scrive, sarebbe auspicabile iniziare ad abbandonare il concetto onnipresente di massa e sostituirlo, radicalmente, con quello dell'individualismo, così che quest'ultimo ricopra un posto di assoluto rilievo in tutti gli aspetti della vita degli uomini, esattamente come purtroppo oggi lo è quello di massa. Ma di questo ne parlerò più ampiamente in un altro post.


Postato il 24/02/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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di Simona Lotta

Cari lettori, di seguito potete leggere un interessante articolo scritto in esclusiva per il Blog da Simona Lotta, circa il social lending. Esso è un fenomeno che sta via via diffondendosi come risposta all'attuale crisi economica e al credit crunch imposto dal sistema bancario alle piccole e medie imprese. Buona lettura.

In un periodo di grande crisi finanziaria, quando per molte famiglie stringere la cinghia non è sufficiente ad arrivare a fine mese, anche a causa dell’aumento delle tasse dirette o indirette, ci si attenderebbe un po’ più di “morbidezza” da parte delle banche per l’erogazione dei finanziamenti.

Mai come ora è infatti diventata una vera e propria necessità per molti il poter ottenere liquidità in più, senza trascurare il fatto che l’approvvigionamento di 'piccoli capitali' è oggi meno oneroso con il costo del denaro ai minimi storici. Ciò nonostante le banche hanno scelto di inasprire ulteriormente le politiche interne di erogazione dei prestiti, per cui paradossalmente le difficoltà sono aumentate anche per ottenere semplici fidi e somme modeste.

Uno scenario che ha favorito la diffusione del social lending, o “prestito tra privati” (da non confondersi con il prestito tra privati senza interessi). Dietro al successo di questo fenomeno c’è un meccanismo molto semplice che coinvolge tre soggetti: un intermediario (broker online che deve aver ottenuto l’autorizzazione da parte delle autorità di vigilanza, in primis dalla Consob),  colui che ha bisogno di una certa somma di denaro (di norma per finanziare un progetto che deve essere reso noto al broker e ai potenziali finanziatori), e coloro che vogliono fare un investimento con tassi più interessanti rispetto a quelli presenti sul mercato.

Va detto che i tassi di interesse che il finanziato dovrà restituire ai finanziatori vengono stabiliti sulla base del “profilo di rischio” che il broker attribuisce sia al soggetto che alla possibilità che il progetto finanziato possa riuscire, più una percentuale fissa ma più bassa rispetto agli spread applicati dalle banche che va, logicamente, al broker stesso.

I finanziatori possono, di contro, sostenere differenti progetti, così da ripartire il rischio di mancato rimborso, acquistando delle “quote” di finanziamento, con la consapevolezza che i tassi di interesse maggiori riguardano i progetti più rischiosi.

Indubbiamente si tratta di una tipologia di finanziamento che lascia una buona libertà a tutte le parti coinvolte, senza rimanere ancorati ai tassi interbancari ed alle consuetudini lobbistiche portate avanti dalle banche. Però c’è anche da sottolineare che se a un soggetto viene attribuito un profilo di rischio eccessivamente elevato si possono verificare due situazioni: una è che il broker non proceda all’inserimento della richiesta di finanziamento sul suo sito, e l’altra è che anche se lo facesse i finanziatori potrebbero latitare.

Quindi in realtà, per molti soggetti che non sono considerati finanziabili dalle banche, anche la modalità del social lending potrebbe rappresentare una delusione.


Postato il 15/01/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





colomba

(leggi Parte 1 di 2)

Nella seconda parte di questo post della rubrica Discussioni di Economia, illustrerò il grado zero di una norma di diritto, ossia la consuetudine, e le caratteristiche che quest'ultima deve avere per affrontare il processo evolutivo che la condurrebbe a diventare, un giorno, legge.

Quali caratteristiche dovrebbe avere una consuetudine affinché essa diventi legge? Ebbene, solo le consuetudini le quali sono in grado di promuovere una convivenza pacifica fra gli individui possono candidarsi a diventare un giorno legge. Le consuetudini che falliscono in questo intento invece, o si perdono nella notte dei tempi oppure entrano nelle pagine nere della storia dell'umanità.

Giunti a questo punto, mettiamo da parte la descrizione del corrotto percorso di formazione della legge che oggi noi conosciamo e che nasce nei palazzi del potere e proviamo a descrivere brevemente il processo evolutivo di una legge nel senso pocanzi definito, che sorge fra le strade e i selciati della vita quotidiana di una comunità.

Tutto ha inizio quando gli individui, costituitesi in nuclei familiari e vivendo in uno stesso territorio, necessitano di escogitare una maniera affinché la loro convivenza sia pacifica rispetto al godimento di una o più risorse scarse che il territorio offre: ad esempio, avere la necessità di godere dell'uso esclusivo di un fazzoletto di terra, acquisito legittimamente, su cui si è deciso di stabilire la propria dimora e attività agricola.

In assenza di condivise regole di condotta, nel caso dell'esempio di cui sopra, è immediato intuire che il rischio sociale principale sia costituito dal fatto che individui, i quali siano particolarmente prepotenti, possano avere l'ardire di irrompere sulla terra in cui già vive o lavora in proprio un altro individuo, al fine di espropriarlo con la forza. Ciò sarebbe causa di liti, ritorsioni e vendette di ogni genere, i quali sarebbero all'ordine del giorno, così da rendere la vita della società per niente serena.

Continuando con questo esempio, possiamo immaginare che, prima o poi, arrivi il momento in cui, più di un individuo si renda spontaneamente conto che, per evitare in futuro di vedersi violati dagli altri i propri possedimenti, basterebbe che oggi egli non violi i possedimenti altrui. In pratica, si comprende che se tutti assumessero un comportamento non violento nei confronti del prossimo, si renderebbe più pacifica e serena la convivenza di una comunità di individui. E questo è ciò che effettivamente succede.

Di conseguenza, dal momento in cui sempre più individui mettono in pratica il rispetto della proprietà altrui, accade che, data la sua efficacia a conferire maggiore serenità e certezza, il comportamento a non violare i possedimenti altrui inizia ad essere assunto in maniera sistematica, da sempre più persone, tramandandolo di generazione in generazione. Ciò accade con sempre più frequenza perché prevale il giudizio secondo cui, anche se nel breve periodo rubare oggi la proprietà altrui può recare vantaggi a colui che ruba, nel lungo periodo conviene non rubare oggi per non essere, a sua volta, derubati dagli altri in futuro.

Nasce così la consuetudine, la quale viene sempre più rispettata, ma non ancora per motivi morali, bensì per motivi di interesse (David Hume, che teorizzava per primo quanto qui descritto, definiva questo interesse come un "interesse illuminato"). In effetti, è riscontrabile il dato di fatto che la consuetudine di rispettare la proprietà altrui determini la riduzione dei conflitti, la prosperità del gruppo sociale che la osserva e l'evoluzione del relativo sistema sociale, il quale diventa sempre più complesso e progredito (vedi la storia americana, nei primi decenni a seguire la dichiarazione di indipendenza). Invece, le società che non osservano questa regola si indeboliscono e, prima o poi, tendono a scomparire del tutto (vedi la storia nazzista della Germania di inizio secolo scorso, quella socialista dell'URSS e dei paesi dell'europa dell'est).

A lungo andare, più la società si fa complessa e prospera, più il nesso causale fra la consuetudine di rispettare la proprietà privata e la conseguente prosperità della società che la rispetta si fa meno evidente per ogni singolo individuo. È normale che sia così; infatti, questo nesso si fa sempre più scontato e gli individui tendono a non individuare più questo nesso in modo nitido, ma a considerare quella consuetudine come un comportamento da seguire perché così è sempre stato ed è così che ci si è sempre trovati bene.

Quando ciò succede, è segno che la consuetudine si sia evoluta in regola morale.

Il rispetto della proprietà privata diventa, quindi, un comportamento non più semplicemente consuetudinario a difesa dei propri interessi ma, proprio per la sua efficacia a rendere pacifica la vita fra gli individui e prospera la società che la rispetta, una regola da seguire per motivi morali. La consuetudine si fa così principio astratto di giustizia e, nel caso della proprietà privata, l'azione di rubare diventa un comportamento sbagliato, a prescindere dagli effetti particolari che ne derivano.

Hume riferisce che a determinare il passaggio dalla consuetudine a principio morale sarebbe l'immedesimazione negli interessi della società. Ossia, immaginare cosa prova colui che subisce una violazione (nel nostro esempio, la violazione è costituita dal furto) e, per questo, provare delle emozioni, che generano un sentimento di condanna nei confronti del trasgressore (nel nostro esempio, del ladro). In definitiva, la violazione di una convenzione provoca un sentimento di condanna, a prescindere che le conseguenze si subiscano direttamente sulla propria pelle oppure no.

E' a partire da questo momento che la consuetudine, la quale si è fatta principio generale, può diventare legge. Tale principio, però, dovrà essere dapprima scoperto dagli individui poiché, come detto in precedenza, nel tempo, il nesso causale fra consuetudine e prosperità si fa sempre meno definito, poi esso potrà essere definito per iscritto, al fine di sancirne l'inviolabilità. Dopo di ché, sarà possibile associare ad esso la pena da applicare al trasgressore, sulla base del tipo di organizzazione, di cultura e di convenzioni che la comunità di individui decidono di rispettare.

Questo che abbiamo descritto fin'ora è il processo evolutivo delle istituzioni sociali, attraverso cui le consuetudini le quali sono in grado di ridurre, più delle altre, le conflittualità fra individui, si evolvono, diventano principi generali, per poi essere scoperti e infine sanciti come legge della comunità. Questo è un pensiero più che teorico; infatti, molte delle norme del codice civile italiano non sono altro che il frutto della scoperta, da parte di studiosi del diritto, dei principi generali tramandati nei secoli fino ai tempi più recenti, facendo di essi delle esemplari norme di diritto negativo. E che dire della costituzione degli Stati Uniti d'America? Ma di quella originaria siglata nel 18xx, quella sì che è stata la "costituzione più bella del mondo", fondata sui principi generali di libertà. Altro che quella italiana (che non è la più bella del mondo) la quale non è altro che una concessione allo stato del controllo delle vite di tutti i suoi cittadini!

Si ricordi infine, che un processo evolutivo simile a quello descritto per una regola di diritto, lo affrontano altre importanti istituzioni sociali quali il denaro, la lingua, il mercato, ecc.. Di conseguenza, ogni tentativo mirato ad impedire, interrompere o viziare, con atti particolari, tale evoluzione, rischia di compromettere il naturale e pacifico equilibrio dei rapporti fra individui e fra comunità, che queste istituzioni invece sarebbero in grado di promuovore in condizioni di libertà.

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Postato il 20/12/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Nella rubrica Discussioni di Economia, questa volta parlerò di diritto. Nella prima parte del post distinguerò il diritto negativo da quello positivo, spiegando le ragioni per cui è preferibile il primo rispetto al secondo.

Oggi assistiamo sfiniti all'emanazione di una miriade di decreti, regolamenti, circolari e quant'altro, che vengono fatti rientrare comunemente nella definizione generale di legge, divenuta ormai un calderone, sempre più colmo, di regolamentazioni relative a fattispecie particolari e che rendono gli individui assoggettati sempre meno liberi di agire (si pensi solo all'assurda normativa fiscale, a quella del lavoro o alle demenziali dispozioni burocratiche che costellano la vita degli italiani). Queste disposizioni che noi siamo tenuti a rispettare come legge, nella maggior parte dei casi sono frutto di studi a tavolino, condotti da una minima parte della popolazione (ritenuta eletta), per avvantaggiare una categoria sociale piuttosto che un'altra e che, il più delle volte, risultano essere prive di giudizio e tutt'altro che giuste per gli interessi dell'intera collettività.

E' di fondamentale importanza essere consapevoli di quando si dovrebbe parlare di legge nel vero senso della sua parola e quando no.

A questo scopo, è necessario fare una netta distinzione fra due tipologie di insiemi di norme. L'insieme delle norme che riconoscono ad un individuo il diritto a non subire qualcosa da qualcun altro si definisce "diritto negativo". L'insieme delle norme che impongono a qualcuno di fare qualcosa per qualcun altro si definisce "diritto positivo".

I diritti negativi sono dotati di contenuti ben definiti perché non implicano obblighi o doveri da impartire, ma solo divieti generali: ad esempio, il diritto alla proprietà privata implica semplicemente che rubare sia un crimine e, dunque, che rubare è semplicemente vietato; mentre i diritti positivi implicano obblighi imposti a persone terze, che non sono dotati di contenuti specifici, ma che necessitano di leggi esplicative che li interpretino e li definiscano in maniera particolare: ad esempio, per difendere la proprietà privata si obbligano gli individui a difendere la proprietà altrui. E' evidente come, nel primo esempio (di diritto negativo) il diritto alla proprietà privata sia inequivocabilmente definito, mentre nel secondo esempio (di diritto positivo) la disposione giuridica di difendere la proprietà privata altrui non abbia un contenuto intrinseco, in quanto necessiti di ulteriori precisazioni normative per definire cosa esattamente gli altri sarebbero obbligati a fare, come, quando e con quali strumenti gli individui dovrebbero difendere la proprietà privata altrui.

E' immediato dedurre che un'alta concentrazione di norme di diritto negativo permetterebbe di disporre di un insieme di leggi che funzionerebbe, non come un meccanismo per imporre ordini o uno strumento di amministrazione di un esercito in cui l'individuo è parte di una burocrazia, bensì come un contesto di regole condivise per il rispetto dei principi generali (di diritto negativo), che promuovono la formazione di un ordine sociale, in cui l'individuo è un essere agente, che persegue i suoi obiettivi e che necessita della libera cooperazione con gli altri per raggiungerli.

Oggi invece siamo abituati a subire leggi e leggine, regolamenti e circolari, che nascono e si susseguono dall'oggi al domani, i quali esplicano, interpretano, integrano principi particolari privi di contenuti intrinseci, che non fanno della nostra società una società libera. Queste disposizioni impongono obblighi e ordini agli individui, perché si considera la società come una grande macchina burocratica, da amministrare a suon di norme di diritto positivo. Quando in realtà ci si dovrebbe limitare a scoprire i principi generali, ad alto contenuto intrinseco e autonomamente definiti, in riferimento ai quali gli individui scelgono di regolamentare le proprie interazioni.

Ad esempio, oggi il ricorso allo strumento legislativo del decreto legge, affinché anche il governo abbia il potere di emanare leggi secondo un meccanismo più celere di quello previsto per il parlamento, è previsto dalla costituzione italiana solo in condizioni straordinarie. Negli ultimi anni invece, il ricorso al decreto legge è un fatto ordinario, attraverso il quale i governi hanno reso il nostro diritto meramente positivo e sempre meno negativo. Ciò ha determinato un groviglio di atti normativi che raramente mirano ad imporre semplici limiti di principio all'interno dei quali l'individuo sia lasciato libero di agire, bensì essi sono costituiti dall'imposizione di istruzioni particolari, meticolosi e deliranti su come gli individui devono condurre la propria vita secondo lo stato, obbligandoli a fare cose nei confronti degli altri, che lasciano ridotti margini di azione alla libera iniziativa privata.

Tutto questo lo ha spiegato molto bene il premio Nobel per l'economia Von Hayek, nel suo saggio "Legge, Legislazione e Libertà".

Si sono persi gli esatti riferimenti per una corretta definizione di legge e la consapevolezza di cosa rende la legge veramente utile per una comunità di individui che si possa definire veramente libera. Il diritto ha preso una piega la quale, mirando ad imporre ordini particolari anziché a regolare i principi generali di convivenza, ha favorito la classe politica che ha il potere di emanarli e che cosí ha assunto un controllo sociale senza precedenti sui cittadini.

Per questo ritengo che non si possa continuare ad accettare un impianto istituzionale come quello attuale, i cui provvedimenti normativi hanno molto poco a che fare con i principi di condotta per la convivenza libera e pacifica fra individui, e sempre più con ordini particolari impartiti dai padroni ai propri sudditi, su come essi dovono vivere la propria vita.

Diversamente, una legge si dovrebbe intendere come tale quando essa costituisce il punto di approdo di un lungo processo evolutivo, che una regola di condotta ha affrontato nel tempo e nello spazio e che ha origine nella consuetudine dei comportamenti assunti dagli individui di una certa società.

Ciò non significa che la legge si identifichi immediatamente con la consuetudine. Significa semplicemente che la condizione necessaria, affinché si possa parlare di legge (con la L maiuscola), dovrebbe essere quella secondo la quale tutto abbia inizio con una consuetudine e non con una riunione di poche menti, presunte sagge e che costituirebbero il governo di una società, le quali studiano a tavolino obblighi particolari da imporre alla moltitudine degli individui (o ad una parte di essa), senza che vi sia una oggetiva possibilità, da parte di questi presunti saggi, di poter considerare nei loro studi la molteplicità e la complessità di tutti gli aspetti della vita di ognuno, fatta di innumerevoli necessità e desideri, che sono impossibili da quantificare ed assecondare negli atti normativi da essi concepiti, attraverso un solo e semplice studio a tavolino di una realtà che risulta essere più complessa di quanto ci si creda.

Dunque, cosa è una consuetudine? La consuetudine è costituita da un comportamento assunto spontaneamente da un insieme di individui, ripetuto in maniera talmente costante nel tempo e nello spazio, tanto da ritenerla una regola da rispettare, anche se essa non è ancora scritta da nessuna parte. Non tutte le consuetudini però hanno la stessa sorte di trasformarsi in legge, perché purtroppo esistono anche comportamenti assunti da più individui, di uno stesso luogo e reiterati nel tempo, che difficilmente si potrebbero definire regole di buona condotta. Commettere l'errore di confondere la consuetudine con la legge, significa rischiare di considerare riconoscibili come legge consuetudini che nel tempo si rilevano essere tutt'altro che garanzia di prosperità per gli individui.

Ad esempio, da più di un secolo, è una norma il fatto che sia lo stato o una banca centrale (pubblica o privata che sia) ad emettere denaro senza alcun riferimento reale che ne assicuri il valore, di cui ne è imposta la circolazione e il cui valore e quantità sono decisi arbitrariamente dai relativi funzionari. Ma questo comportamento si chiama truffa, falsificazione, che causa conflitti e ingiustizie sociali, giorno dopo giorno, senza che ce ne accorgiamo. Anche se ciò sia un comportamento diffuso e assunto costantemente nel tempo dalle persone, non si può dire che esso sia una consuetudine elevabile al grado superiore di legge, così come intesa pocanzi; perché altrimenti dovremmo ritenere giustificabile anche la falsificazione o la truffa. Tanto è vero che questa condotta di stabilire il monopolio di emissione del denaro senza riferimenti reali, non è frutto di un'evoluzione del comportamento degli individui, bensì di uno studio e un accordo, scaturito tra poche persone per la cura dei propri interessi, che ha sottratto ai cittadini la proprietà del denaro. Ma lo stesso discorso vale anche per altre forme di comportamento imposte o concesse per legge, costantemente messe in pratica da più persone, ininterrottamente e che non garantiscono prosperità, come ad esempio lo sono le operazioni in regime di riserva frazionaria operate dalle banche, la progressività fiscale, l'abolizione della libertà contrattuale nei rapporti di lavoro, la previdenza sociale obbligatoria, ecc.. Anche queste sono motivo di ingiustizie sociali. (continua a leggere Parte 2 di 2)

Termina qui la prima parte del post. Nella seconda parte invece parlerò delle caratteristiche che deve avere una consuetudine, affinché essa sia candidabile a diventare un giorno legge, descrivendone il processo evolutivo.

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Postato il 03/12/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Cari lettori, con questo post vi presento il libro "Il Mistero dell'Attività Bancaria" di Murray N. Rothbard, edito da Usemlab, che potete acquistare qui.

L'americano Rothbard è stato il più grande teorico libertario e uno dei maggiori filosofi sociali ed economisti del Novecento. E' stato uno dei maggiori esponenti della Scuola Austriaca di economia e Il Mistero dell'Attività Bancaria è il suo libro in cui egli tratta dell'istituzione della banca centrale, con l'esemplare applicazione di una sana teoria economica alle origini e allo sviluppo di un'istituzione reale.

Pubblicato per la prima volta in U.S.A. nel 1983, Il Mistero dell'Attività Bancaria è oggi disponibile on-line e in lingua italiana grazie all'ottimo lavoro editoriale di Usemlab e alla traduzione impeccabile di Francesco Carbone (guarda qui).

Questo libro consente di capire come funziona la manipolazione monetaria e del credito operata dal sistema bancario, nonché il motivo per cui essa è la più importante fra le cause del progressivo sgretolamento del sistema economico. Di quest'ultimo ne possiamo osservare i sintomi alla luce dei fatti relativi al collasso del sistema bancario di Cipro, al caso italiano dello scandalo di Monte dei Paschi di Siena e alla tragedia della moneta unica europea.

L'autore scrive "l'inflazione è un processo di subdola espropriazione in cui le vittime si accorgono dell'aumento dei prezzi ma non del suo perché". E ancora "il sistema bancario a riserva frazionaria è dunque allo stesso tempo fraudolento ed inflazionistico; esso genera un aumento dell'offerta monetaria tramite emissione di false ricevute di deposito, utilizzate come mezzo di scambio".

Il libro esordisce descrivendo sin da subito i principi fondamentali che governano la moneta e le istituzioni monetarie, per poi chiedersi il senso di domande come "a quanto dovrebbe ammontare l'offerta monetaria? Quale è il suo livello ottimale? La sua quantità dovrebbe aumentare, diminuire o restare costante? E perché?".

Ma ciò che Rothbard è veramente riuscito a fare in questo libro, riferendosi alla banca centrale e al suo monopolio legalizzato dell'offerta monetaria, è riuscire a rispondere alla domanda "chi ci guadagna?", rifiutando qualsiasi approccio cospirazionistico nella trattazione dell'argomento, adottando invece il rigore del metodo scientifico.

Ho letto questo libro e vi assicuro che esso vi fornirà gli strumenti utili per interpretare correttamente quanto stia accadendo ai giorni nostri. Nonostante il libro sia stato scritto 30 anni fa e la banca centrale descritta sia quella statunitense (la Federal Reserved), Il Mistero dell'Attività Bancaria resta attualissimo e rivelatore anche per un contesto odierno e apparentemente differente come quello europeo.

Grazie a questo libro comprenderete perché le politiche di limitazione del libero uso del denaro contante sfavoriscono la maggiorparte dei cittadini, perché la stampa ad oltranza di banconote distrugge il valore dei risparmi, perché il sistema bancario moderno vacilla e rischia il collasso senza l'intervento dei governi, i quali prontamente dirottano il denaro dei cittadini tartassati verso le banche, perché le manovre sul tasso ufficiale di sconto favoriscono attualmente politiche che incrementano il costo della vita senza alcun motivo reale. Ma soprattutto, leggendo questo libro comprenderete anche che è ancora possibile concepire soluzioni alternative e più sane a questo sistema bancario fortemente corruttibile (e che corrotto è divenuto), le quali possono rendere la nostra civiltà più onesta, giusta e orientata al progresso economicamente sostenibile.

Comprate e leggete Il Mistero dell'Attività Bancaria di Murray N. Rothbard, semplicemente cliccando qui; non ve ne pentirete.


Postato il 19/11/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Desidero condividere con voi questo video che reputo vergognoso. Il campo coltivato che ha subito il sopruso ripreso nel video è di proprietà del signor Giorgio Fidenato, un imprenditore veneto che si è reso protagonista di una dura battaglia giudiziaria contro lo stato italiano e che egli ha vinto, per difendere il diritto a piantare prodotti geneticamente modificati nella sua proprietà privata, così come le regole comunitarie lo consentono. L'intera vicenda potete leggerla qui.

Ciò che mi interessa farvi notare, circa questa vicenda, è come l'ottusità ideologica (che sia essa di destra o di sinistra) riduca l'uomo ad un essere di un ignoranza abissale, tanto da far degenerare il suo comportamento, nei confronti della libertà altrui, in un atteggiamento violento senza giustificazione possibile e che, in questo caso, si è tradotto in un atto di violazione del terreno di proprietà di Fidenato e di vandalismo ai danni dello stesso.

Questi oltraggi sono considerati reati e punibili dalla legge italiana, ma le autorità di polizia presenti alla manifestazione vandalica non hanno provveduto minimamente ad evitare quanto accaduto, ne a proteggere un cittadino indifeso da un attacco violento contro la sua proprietà.

Il disprezzo nei confronti della proprietà privata, manifestato da questa marmaglia di gente incivile, è il prodotto di anni di indottrinamento da parte dello stato, il quale è l'esempio di arroganza, superbia, violenza ed invidia per eccellenza, da cui i vandali protagonisti del video hanno appreso questo modo sconcertante di comportarsi con il prossimo.

Infatti, se vi soffermaste ad osservare il comportamento violento assunto dallo stato nei confronti della proprietà dei cittadini, in occasione della confisca dei redditi attraverso la tassazione sempre più abusata, dell'esproprio coatto a favore di una presunta utilità pubblica, della limitazione dell'uso del denaro contante, del monopolio di emissione monetaria concessa ad un ente pubblico o privato, dell'imposizione per legge di un prezzo di vendita, dell'imposizione con le armi della democrazia in certi paesi stranieri, trovereste facilmente un parallelismo con il comportamento violento e irrispettoso assunto da coloro che sono ripresi nel video ad oggetto.

Contrariamente a quanto si sente dire nel video, dalla bocca di quel balbettante e simil barbaro col megafono, la difesa e il rispetto della proprietà privata è in realtà la colonna portante di una società che vuole definirsi civile e dedita al progresso.

Senza il riconoscimento e la difesa della proprietà privata non esisterebbe certezza dei propri diritti, per ognuno sarebbe consentito depredare i beni acquisiti e posseduti dagli altri. Senza proprietà privata si scatenerebbero ritorsioni violente e continue fra chi brama per impossessarsi con la forza dei beni altrui e chi cerca di difendere dai prepotenti ciò che possiede. Guerriglie e scontri fra individui renderebbero ansiosa e tormentata la vita in una società. Chiunque possedesse qualcosa (un terreno, un edificio, un macchinario, un veicolo, ecc.) non sarebbe incentivato ad aguzzare il proprio genio per migliorarla oppure per renderla utile al fine di servire la società in cui vive, visto che nulla garantirebbe alla persona la proprietà esclusiva su quel qualcosa e sui frutti che essa genererebbe. E l'occasione per dimostrare quanto la mancanza di un senso di rispetto della proprietà privata sia causa di violenza ce la dà questo sciagurato video, dove sono riprese persone (per modo di dire!) le quali si comportano in modo violento proprio perché in loro è completamente assente un senso di rispetto della proprietà altrui.

Qui non c'entra il fatto di essere favorevoli o meno ai prodotti OGM, c'entra invece il fatto che il pregiudizio e l'ignoranza ha prodotto atti di violenza, fra l'altro impuniti.

Il dibatttito circa la presunta pericolosità dei prodotti OGM è controverso ed è tutt'ora aperto, per cui chiunque può dare il suo contributo scientifico ed esperienziale, in base alle proprie competenze. Se non ci si fida di questo tipo di prodotti, ciò non può giustificare una tale violenza. Se si è sospettosi dei prodotti OGM, che si pretenda e ci si batta perché venga garantita al consumatore la dovuta trasparenza delle informazioni, affinché sia riconducibile l'origine OGM dei prodotti e ci si possa anche rifiutare di acquistarlo. In altre parole, ci si batta affinché sia garantita e inviolata la possibilità di scelta dell'individuo e non affinché essa venga limitata. In questo caso, in attesa di conferme scientifiche, se fra i consumatori a prevalere sarà la considerazione secondo cui i prodotti OGM sarebbero pericolosi, questi ne acquisterebbero sempre meno, finché non giungerebbe il momento in cui il produttore ne risentirebbe economicamente. Subendo le conseguenti perdite, il produttore riterrebbe sconveniente continuare ad investire in ciò e sarebbe costretto a sospendere la sua attività di propria iniziativa, senza che vi sia la necessità di un intervento arrogante e violento, per costringere un individuo a cessare la sua attività sulla base di una mera presunzione. Ciò vale sia per un privato cittadino, sia per un qualunque ente pubblico.

Per rendere una società più civile, libera è progradita, uno dei modi più pacifici e naturali che, in millenni di evoluzione, l'umanità è riuscita ad escogitare è il libero scambio di beni, di servizi e di informazioni. E affinché ci sia questa libertà è necessario che venga riconosciuta e difesa la proprietà privata. Siete per la pace? Dite di amare la libertà? Ripudiate la guerra ed ogni forma di violenza? Se così è, allora dovreste essere per il rispetto assoluto della proprietà privata, difenderla contro ogni oltraggio e non potete tollerare un'istituzione studiata a tavolino come quella dello stato sociale, che pone le proprie basi sulla violenza e su continue deroghe all'inviolabilità della proprietà privata. Infatti, ogni stato si determina a seguito degli esiti di un atto violento (come potrebbe esserlo quello di una guerra, di un genocidio, ecc.) e la sua sopravvivenza si impone attraverso crescenti azioni di esproprio della ricchezza dei cittadini, continue minacce di ritorsioni per i trasgressori di stupide o insostenibili leggi, oppure per coloro che hanno osato concorrere con lo stato sui mercati da esso controllati.

Essere pacifisti significa rispettare e difendere la proprietà privata e la libertà di scelta dell'individuo, che è esattamente ciò che uno stato tende a fare sempre meno nei confronti dei suoi cittadini.

Quello dello stato sociale è tutt'altro che un buon esempio di non violenza.


Postato il 08/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Il bene comune viene menzionato ogni qualvolta sarebbe necessario legittimare una certa norma o progetto politico. Ma a cosa ci si riferisce quando si parla di bene comune?

Probabilmente, il tentativo di evocare il bene comune, il più delle volte, sarebbe quello di riferire che gli intenti di un'azione (sia essa un provvedimento normativo, una proposta politica, ecc.) siano quelli di servire il benessere di una collettività.

Volere il bene comune significherebbe volere il bene per tutti quanti, fare qualcosa perché tutti godano di benefici, piuttosto che di malefici. Per questo, il bene comune sembra essere la giustificazione a tutto ciò che politicamente viene realizzato (o si ha intenzione di realizzare). Essendo così, possiamo dire che l'evocazione del bene comune è espressione di buoni intenti.

Purtroppo, di buone intenzioni è anche lastricata la via per l'inferno. Infatti, troppo spesso accade che, in nome del bene comune, si prendano decisioni che poi si rivelino essere tutt'altro che per il bene di tutti: le atrocità del nazismo in Germania o del comunismo nell'Unione Sovietica furono commesse proprio in nome del bene comune. L'eccessiva pressione fiscale e burocratizzazione italiana di oggi, l'incremento della spesa pubblica e dell'assistenzialismo di stato, sono stati disposti da chi, a suo parere, li ha ritenuti necessari per il bene comune. Ma ciò ha provocato un incremento del debito pubblico, degli sprechi della pubblica amministrazione, della disoccupazione, una diminuzione del potere d'acquisto degli italiani e della competitività all'estero del nostro paese, favorendo il benessere di certe categorie sociali piuttosto che di altre.

Di conseguenza, quando ci si riferisce al bene comune, non si garantisce la bontà dell'intento per ognuno degli individui di una comunità. Anche perché ciò che è bene per una persona non lo è necessariamente anche per un'altra.

Ne consegue che ritenere un progetto o un provvedimento orientato al bene comune sia solo la dichiarazione di una buona intenzione (più o meno sincera), comunque appartenente alla sfera relativa (e non a quella assoluta), in cui i diversi punti di vista di ciascuna persona, assieme, non sono in grado di spiegare a tutti e in maniera univoca perché una certa azione sia realmente per il bene di tutti. In definitiva, evocare il bene comune al fine di giustificare una certa azione, per la relatività del suo significato e per i presupposti strumentali del suo utilizzo, non ha ragione alcuna, se non quella meramente demagogica.

Per quanto l'onestà intellettuale mi impone di non tollerare quella di "bene comune" come un'espressione in grado di qualificare la bontà di fatti e misfatti di un'azione (soprattutto se politica o economica), credo di riuscire comunque a comprendere chi, in buona fede, ritiene di attribuire un senso all'espressione oggetto di questo post.

Secondo la mia modesta opinione, riferirsi al bene comune sarebbe un tentativo, abbastanza grossolano, della maggiorparte della gente per comprendere, in sole due parole, idee e valori di ben più enorme spessore filosofico e morale, come la solidarietà, la carità, il mutuo soccorso.

Il tentativo però rischia di far scontare, a coloro che sono sottoposti ad un'azione compiuta per il bene comune, i benefici che producono le idee di cui sopra, in quanto esiste una differenza sostanziale fra un'azione concepita secondo il concetto di bene comune e un'azione concepita secondo le idee di solidarietà, carità e mutuo soccorso. Vediamo qual'è questa differenza.

I presupposti su cui si basano queste tre idee, al contrario di ciò che rappresenterebbe il concetto di bene comune, sono da considerarsi assoluti. Essere solidali significa condividere spontaneamente il disagio del prossimo e tendere una mano di aiuto disinteressatamente. Essere caritatevoli, nella sua accezione classica, significa amare indistintamente tutto il creato vivente e non vivente e rispettare l'armonia della natura a la spontaneità delle cose (da un punto di vista religioso, significa amare dio per meritare la sua grazia; nella sua accezione moderna, il termine carità si è svilito a mero sinonimo di elemosina). Il mutuo soccorso è uno scambio vicendevole di beni e servizi, fra individui appartenenti ad una stessa comunità, senza che ci sia uno scopo di lucro.

Non avvertite anche voi l'immensità di significato che queste idee sottointendono, rispetto al labile, vano e confuso concetto di bene comune? Non scorgete un senso assoluto ed immortale di queste che sono idee, rispetto a quello relativo e mortale dell'espressione "bene comune"?

Da un punto di vista sociale, idee come solidarietà, carità e mutuo soccorso hanno un presupposto imprescindibile, che il concetto di bene comune non ha: la volontarietà.

L'individuo deve essere libero di decidere come, quando e quanta parte delle proprie disponibilità, materiali o immateriali, possono essere destinate all'aiuto del prossimo. La solidarietà fatta sotto coercizione perde i caratteri dell'aiuto disinteressato e della condivisione spontanea del disagio altrui. La carità fatta sotto coercizione non è più un sentimento di amore verso l'ordine spontaneo delle cose. Realizzare il mutuo soccorso dietro imposizione perde la caratteristiche di vicindevolezza e dell'assenza dello scopo di lucro.

Sotto coercizione, i benefici che derivano dalla solidarietà, dalla carità e dal mutuo soccorso si realizzano sempre meno. Pian piano, quelle che prima erano idee si trasformano in pretesti (ridotti all'espressione di "bene comune") per l'attuazione di veri e propri piani di trasferimento della ricchezza di una collettività, facendo uso della forza fisica o pecuniaria, che a lungo andare disincentivano la produzione di ricchezza, la concentrano nelle mani di pochi e ne stimolano solo il suo consumo, fino all'esaurimento.

La solidarietà, la carità e il mutuo soccorso, in quanto idee, si realizzano grazie alla spontaneità e alla volontarietà delle azioni umane, allorquando esse sono lasciate libere di esprimersi. Azioni ricondotte al volere del bene comune, non essendo quest'ultimo un'idea ma un intento, non possono realizzarsi spontaneamente ma solo attraverso un piano che obblighi agli individui cosa fare e come fare.

Quello dell'espressione "bene comune" è uno sgambetto del linguaggio che squalifica le azioni degli individui dalla loro spontanea attitudine alla collaborazione reciproca, è un tendaggio che nasconde alle consapevolezze umane i principi fondamentali del libero arbitrio, i quali invece costituiscono il sottostante essenziale degli aupicabili benefici derivanti dalla solidarietà, dalla carità e dal mutuo soccorso.

Le azioni condotte sotto il sigillo del bene comune non presuppongono la volontarietà dei comportamenti degli individui. Agire per il bene comune presuppone l'imposizione di obblighi ad assumere azioni prestabilite, solo presuntuosamente ritenute buone.

Ogni volta che l'umanità ha sperimentato il progresso in termini di maggiore benessere per la maggiorparte, ciò è stato possibile solo grazie a condizioni di maggiore libertà di intrapresa, in cui il genio umano è riuscito ad esprimersi al meglio. La conseguenza dell'applicazione di azioni non ispirate alle idee di solidarietà, carità e di mutuo soccorso, ma semplicemente giustificate dall'espressione "bene comune", rischiano di non sortire quel benessere sociale, orientato alla generosità nei confronti dei più bisognosi, che ci si aspetterebbe. Ciò perché, data la relatività del senso di bene comune e l'assenza di un riferimento assoluto del suo concetto, non si farebbe altro che esaurire le infinite occasioni di generosità esprimibili dagli individui alle sole azioni predeterminate dettate dal piano costituito a favore di un fantomatico bene comune, non aprendo la società sottoposta alle ulteriori opportunità di innovazione che si avrebbero in condizioni di maggiore libertà

E' per questo che, in assenza di volontarietà delle azioni, si osserva anche che i mutui benefici derivanti dal libero e spontaneo scambio di beni e servizi non si determinano. Di conseguenza, si assiste ad una lenta e graduale disgregazione del tessuto sociale, si accentuano i sentimenti di rabbia nei confronti di chi beneficia, senza merito alcuno ma per le vacue ragioni di bene comune, dei trasferimenti pianificati della ricchezza prodotta dagli individui più operosi. Sorgono sentimenti di invidia nei confronti dei più ricchi; un'invidia che spesso tende però a generalizzarsi e a comprendere ingiustamente anche chi riesce ad accumulare onestamente le ricchezze, senza favoritismi alcuni, fornendo in cambio servizi che rendono una società progredita e soddisfatta.


Postato il 04/07/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





blogger

Per quanto la cosa urti di molto certi uomini, quelli di potere innanzitutto, bisogna ammettere l'evidenza che i blogger, oggi, siano riusciti nell'ardua impresa di indebolire significativamente l'informazione di stampa. Quest'ultima, giorno dopo giorno, si sta rivelando sempre di più per quello che è: solo un'accozzaglia di reclame riguardanti eventi di ogni genere e di comunicati voluti dai padroni e i loro amici. Nulla di più. I blogger stanno riuscendo là dove una schiera di artisti, intellettuali e teologi (alle volte, anche organizzati) per un secolo hanno fallito, nell'intento disperato di screditare qualunque organo di informazione televisivo, radiofonico e di stampa.

Pierpaolo Pasolini, a proposito dei mass media, diceva: "Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre"

Carmelo Bene invece: "L'abuso d'informazione dilata l'ignoranza con l'illusione di azzerarla"

Jacque Deridda apostrofava: "L’informazione informa i fatti e mai sui fatti"

Aristotele insegna: "Non conta la veridicità del fatto accaduto ma il convincimento che il messaggero di questo fatto riesce a trasmettere"

Finalmente, a cavallo fra il primo e il secondo millennio, grazie soprattutto alla diffusione dei dispositivi digitali e dell'uso di internet, sta sorgendo una nuova figura di intellettuale, quella del blogger. Egli è uno scrittore metropolitano, con un disperato e incessante bisogno di scrivere e così di comunicare, per il solo piacere di condividere con altri e in modo disinteressato le proprie esperienze, le proprie opinioni, le proprie ricerche, di divulgare il più possibile nuove forme di idee lungo tutta la rete virtuale di utenti, in maniera virale; un modo questo mai sperimentato nella storia dell'uomo, ciò possibile solo grazie al progresso tecnologico.

Il blogger, attraverso internet, non produce informazione, al contrario, egli fa disinformazione.

Tale affermazione potrebbe suonare ai più come una concetto dall'accezione negativa, ma vi assicuro che quello della disinformazione è un fare non tanto negativo quanto lo è invece il produrre informazione.

Lungo tutto il secolo scorso, sino ai giorni nostri, l'informazione dei mass media l'ha fatta da padrona sull'opinione pubblica, influenzandola alla convenienza di un editore e mascherandosi da paladina della verità. L'informazione forgia i tratti della neolingua orwelliana e attraverso la sua diffusione, essa rende i significati orfani delle parole. Esse vengono rapite dai produttori di informazione attraverso i giornalisti, unici emissari di questo crimine intellettuale, i quali le recludono nelle segrete del potere, per poi restituirle alla massa svuotate della loro anima, così da non essere più ambasciatrici dei concetti che esse rappresentavano, bensì solo pedine di un gioco al massacro, chiamato democrazia, fra padroni e coloro che si ritengono liberi cittadini.

Faccio un esempio per spiegare meglio in che cosa consista il crimine di cui sopra. E’ significativo il caso della parola “liberale” e di come il linguaggio giornalistico l’abbia corrotta. Vedete, il liberale è colui che crede nella libertà e si prodiga per essa. Ma l'informazione di stampa ha attribuito tale termine a schiere di politici che, anziché prodigarsi per la libertà, hanno contribuito ad istituzionalizzare sempre di più lo stato, ad incrementare inverosimilmente le tasse, a dettare leggi assurde sulla contrattazione privata, eccetera; gente che, così facendo, ha di fatto ridotto la libertà, prodigandosi non per essa ma per il potere di stato. Eppure, per l'opinione pubblica ormai, tali soggetti, sono identificati come liberali. Paradossalmente, oggi, chi realmente si prodiga per la libertà dovrebbe guardarsi bene dall'essere definito liberale perché, purtroppo, considerarsi a favore della libertà e descrivendosi con quel termine, il risultato che ne consegue è che ci si andrebbe a confondere con un esercito di cialtroni, tutt'altro che liberali. Ed è così che la parola "liberale" è stata restituita dai giornali agli individui, ossia priva del suo significato originario, cioè in una forma che non rappresenta più il concetto sottostante, cioè quello di libertà, che per secoli, grazie anche all'uso della parola “liberale”, si è rafforzato nella cultura degli uomini. In questo modo, il concetto di libertà si fa più labile, perché si ritrova con una parola di meno che la rappresenti.

E' in questo modo che l'informazione si è comportata nei confronti  di tante altre parole, rappresentative della cultura di un uomo. Molte di esse, per l'uso che essa ne ha fatto, oggi sono ormai inspiegabili rispetto a quel loro senso originario che, in anni di utilizzo da parte degli uomini, ne hanno forgiato la cultura e delle quali ora ne diventano improvvisamente privi. In altri termini, l'informazione ha stuprato la cultura, ha sgualcito le vesti che esaltavano i tratti innati della sua saggezza e verità. Ne è rimasto il vuoto, in cui risuonano solo gli echi degli strilloni che gridano i fatti dell'attualità, che fra omissioni e distorsioni, di fatto non sono altro che menzogne vendute per certezze.

E' in questo stato perpetuo delle cose che, la maggior parte degli individui moderni, si ritrova a dibattere con pensieri e giudizi completamente corrotti. Essi sono impossibilitati a formulare un giudizio proprio il quale, anziché essere corroborato da un solido bagaglio culturale, il più delle volte, è tracciato dalle falsità prodotte dalla stampa o, peggio ancora, dettato dall'opinione del giornalista di turno.

Chi è d'accordo con quanto fin'ora detto, non può non esserlo anche quando affermo che gli individui dovrebbero liberarsi dalla tirannia dell'informazione sull'intelletto, dalla quale essi dovrebbero disintossicarsi. Essi dovrebbero rompere ogni legame con ciò che è definita informazione e smettere di essere meri consumatori di menzogne. In poche parole, gli individui dovrebbero disinformarsi.

I blogger, nel loro insieme, non offrono un prodotto preconfezionato, voluto da un singolo interessato e, per questo, già potenzialmente viziato di nociva tendenziosità (l'informazione, per l'appunto), bensì loro fanno opera di disinformazione. Essi sbriciolano i costrutti letterari dei giornali come se fossero biscotti. Ciò grazie alla piena libertà di pubblicazione che deriva dal non essere subalterni ad un direttore. Con dedizione quotidiana e passione, i blogger raccontano notizie, argomentano concetti, esprimono emozioni, condividono studi e pubblicano ricerche. E il tutto in tempi immediati, senza aggravanti oneri di divulgazione alcuni, senza domandare il permesso o attendere il nulla osta da un editore o intermediario. All'interno di una vasta rete, in cui questi intellettuali, scrivendo i loro blog, esprimono una moltitudine di punti di vista, essi costellano l'etere virtuale (ma non per questo irreale) di preziosi pensieri, i quali sono destinati a formare la cultura di chi li leggerà e li studierà. Essi rispondo direttamente ai commenti dei loro lettori e curano i rapporti con i loro sostenitori. Un pluriverso intellettuale si sta originando; non ce ne accorgiamo ma è così. Grazie a questa rivoluzione, i singoli individui oggi possono aiutarsi finalmente a disinformarsi.

Ma cosa resta dopo un processo di disinformazione?

Ovviamente non vi rimane che una cosa sola: la formazione.

Ebbene sì, cari miei lettori, quello che, da Gutenberg ad oggi, non riesce a fare l'informazione, lo fanno i blogger - e ancor meno di niente ci riesce l'istituzione scolastica! Mentre l'informazione istruisce l'opinione pubblica al ragionamento e la scuola istruisce le menti al consenso, i blogger invece permettono agli individui di formare le proprie menti. Questi nuovi intellettuali restituiscono alla gente la possibilità di apprendere dal prossimo e in autonomia, di confutare concetti e di discuterne, di condividere scoperte e di riunire gli stessi interessi in piccole comunità. Tutto questo, in condizioni ideali, affinché ognuno, se solo e quando lo vuole, può crearsi la propria formazione, quella ritenuta più necessaria e che più appaga il desiderio innato di conoscenza.

Un giornalista, per compiacere la gerarchia che gli allunga il panino a fine mese, si troverà, prima o poi, a corrompere le parole che egli usa per lavorare, il blogger invece non ha costrizione alcuna per giungere a compiere un tale "crimine". Il blogger, in quanto intellettuale, è bramoso di conoscenza e desideroso di compiacere solo la gente che lo segue, dalla quale apprende e, per riuscire in questo, deve essere onesto e sincero. Altrimenti, le sue parole si perderanno fra  i milioni di miliardi di bit della rete.

Con questo, non voglio dire che i blogger siano la reincarnazione dei grandi intellettuali del passato e che, a noi di oggi, tanto continuano ad insegnare. Intendo dire che l'opera dei blogger è frutto di un esercizio intellettuale che sta mettendo a dura prova chi ha creato il vuoto culturale nella nostra società. Oggi, sulle poltrone che un tempo furono occupate da Kafka, Joyce, Wilde, Hemingway, Manzoni, Pasolini e via dicendo, siedono i giornalisti, cialtroni ridicolamente intellettuali. Non ne reggono il confronto. Questi sarebbero gli acuti osservatori della realtà moderna, gli interpreti della nostra società, i difensori della nostra cultura.

Questi scrittori metropolitani invece, i blogger, sono i protagonisti di una fase determinante per cambiare i nostri periodi bui. Essi hanno la missione di estromettere i disonesti intellettuali, di scaraventarli via da quelle poltrone letterarie che oggi essi occupano, dalle quali hanno lacerato l’anima degli uomini e che, per questo, impediscono l'ascesa di nuovi ed onesti intellettuali.

In definitiva, oggi i blogger preparano il campo ai futuri Oscar Wilde, ai futuri Ernest Hemingwey o ai futuri Pierpalo Pasolini.


Postato il 26/11/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Nei scorsi giorni il popolo egiziano è stato chiamato alle urne per l’elezione del suo nuovo presidente. La stampa internazionale ha più volte rimarcato il fatto che questa sia la prima volta che in Egitto si svolga una libera elezione democratica, dopo la caduta dell’ex rais Mubarack, il quale lo ha guidato per circa trent’anni.

A votare sono stati 52 milioni di egiziani e il risultato del primo turno, riguardante l’elezione presidenziale, è quello che vede in testa l’esponente dei Fratelli Musulmani Mursy. A seguire il militare Shafiq. Nessuno dei candidati (ben quattro) è riuscito a guadagnarsi più del 50 percento dei voti. Dunque l’Egitto si prepara per il ballottaggio di metà giugno.

I problemi da risolvere sono delicatissimi, quali l’alta disoccupazione, la mancanza di alloggi, i rapporti conflittuali con Israele, un’economia compromessa da privatizzazioni gestite all’italiana. La svolta democratica di questo paese è iniziata nel febbraio del 2011, con operazioni di piazza e di terrore, è proseguita con un stato d’emergenza, costituito da militari, che ha governato per una anno la nazione fino alla consultazione democratica di questi giorni, la quale ha luogo senza che ci sia ancora una carta costituzionale di riferimento.

Si spera in una rivoluzione, ma il vento sembra soffiare a favore dell’area islamica. E ciò lascia pensare ad una rivoluzione tradita, fra i mille dubbi circa la regolarità di questa consultazione elettorale, presunte libere.

A chiarirci un il quadro della questione egiziana, ci ha pensato Antonio Badini nel suo e-book dal titolo “Il futuro dell’Egitto. Democrazia islamica o nuovi Faraoni?” edito da Fazi Editore, nella collana One Euro, scaricabile qui a solo un euro. L’autore spiega le rapide trasformazioni in corso in Egitto, dalla minaccia di rivolta popolare alle incognite di una nuova Repubblica ancora priva di una costituzione. Egli descrive il braccio di ferro tra i Fratelli Musulmani e i vertici militari in un Egitto che si trova ad un punto di svolta.


Postato il 02/06/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Oggi vorrei parlare dell’uscita di uno splendido libro intitolato “A Scuola di Economia” curato da Francesco Carbone, già disponibile on-line qui.

Durante questi quattro anni di vita del blog, avete letto molti miei interventi riguardanti argomenti di grandissima attualità economica, con i quali ho provato, non solo a far risuonare le informazioni di cui pochi (se non, nessuno) dei mass media parlano, ma anche a spiegare, nel modo più semplice possibile, i complicati argomenti della disciplina economica.

Ebbene, tale missione è da me perseguita avendo come riferimento un approccio metodologico dello studio della materia, che ha delle radici ben definite nello sterminato giardino delle scuole di pensiero economico esistenti, il quale è riconducibile alla Scuola Economica Austriaca.

Le teorie che fondano il pensiero austriaco hanno padri economisti del calibro di Carl Menger (1840-1921), Ludowig von Mises (1881-1973), Friedrich Hayek (1899-1992), Murray N. Rothbard (1926-1995), i quali raccolgono l’eredità di Jean-Baptiste Say (1763-1832), Frederic Bastiat (1801-1850), Adam Smith (1723-1790), David Ricardo (1772-1823).

Il libro “A Scuola di Economia” è una trascrizione e rielaborazione delle lezioni di economia, impartite dal prof. Jesus Huerta de Soto, presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid, uno dei massimi esponenti in vita della scuola austriaca.

In questo libro curato da Francesco Carbone (fondatore del sito Usemlab.com), le lezioni del professor Huerta de Soto sono riportate con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti. E’ un manuale completo per chi ha il desiderio di comprendere seriamente l’economia, secondo un punto di vista diverso da quello classico e assurdo, imposto negli studi accademici, dalla maggior parte delle università del mondo. Le pagine di questo libro rivelano le cause dei problemi della nostra economia e fanno capire gli errori commessi nell’applicazione di teorie e teoremi rivelatesi poi completamente errate.

Dice l’autore di questa preziosa raccolta: “Esso ha il pregio di orientare il lettore verso posizioni e scelte corrette, tanto dal punto di vista individuale quanto in una prospettiva sociale”. Mentre il professor Huerta de Soto commenta: “Si tratta della trascrizione delle lezioni così come sono state impartite ai miei alunni e, pertanto, godono di quella freschezza, naturalezza e improvvisazione proprie di un atto pubblico in cui il professore non legge mai e si sforza di trasmettere i concetti in modo stimolante, interessante e motivante.”

Le scuola economica austriaca, contrariamente a quella classica e neoclassica (oggi insegnata con l’esclusiva in quasi tutte le università del mondo e applicata in tutte le economie di stampo occidentale), ritiene che l’economia sia una scienza non esatta e quindi una scienza sociale. Conseguentemente, i fenomeni economici devono essere studiati come tali, in quanto non matematizzabili come i fenomeni naturali. E' un orientamento, questo, che si pone in assoluto contrasto con la metodologia attraverso la quale l'economia viene erroneamente affrontata dalla scuola economica classica. Con i metodi logici e deduttivi, i quali considerano come fondamentale il fattore creativo dell’azione umana, la scuola austriaca è l’unica scuola in grado di spiegare scientificamente i processi della cooperazione sociale fra individui liberi, individuando i modi per ottenere un benessere sociale, compatibile con un benessere economico sostenibile e possibile.

Ad averne avuti di libri così quando studiavo all’università!

“A Scuola di Economia” è un manuale che vi invito ad acquistare qui (a soli 29,00 euro), per scoprire l’economia come scienza dell’uomo e per avere un giusto orientamento, in un periodo storico di estrema confusione. Al momento dell’acquisto, per tutto il mese di maggio, usando il seguente codice voucher SCUOLAECONOMIA, riceverete il libro senza alcun costo di trasporto. Quindi, affrettatevi!


Postato il 05/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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(Guarda il video)

Gli effetti reali di una crisi, che ha i suoi albori sin dal 2008 attraverso i mutui subprime, si fanno sentire  con maggiore evidenza solo ora, nel 2012, conseguentemente al default dei debiti pubblici europei. Gli stessi indicatori istituzionali (quali il PIL, il debito pubblico, il tasso di disoccupazione) ci avvertono che siamo sulla via di un sistema sempre più fuori controllo. Questa crisi la si può vedere ormai. La si può toccare con mano. Non la senti più solo in TV, non è più circoscritta al mercato della finanza. Gli imprenditori (quelli veri) oggi si ammazzano per la disperazione. Essi non ce la fanno a rispettare le incombenze imposte su di essi dallo stato. Per quest’ultimo motivo, accade anche che le attività produttive (quelle veramente produttive) chiudono. Lavorare per cedere più del 50% del reddito prodotto allo stato sciupone non conviene! I giovani fuggono dall’Italia o si dannano, perché non trovano un lavoro che dia loro l’opportunità di realizzarsi. Secondo l’ISTAT, la disoccupazione giovanile, a febbraio 2012, è giunta addirittura al 31,9%!

Un approfondimento interessante su questa crisi dei nostri tempi ce lo offre Elido Fazi con il suo nuovo e-book dal titolo “Chi comanda, Obama o Wall Street?” (scaricalo qui, a solo 1 euro). E’ il libro secondo de “La Terza guerra Mondiale?”. Fazi si concentra sulla figura e il ruolo di Barack Obama, che ha prima promesso al popolo americano  il cambiamento ma poi ha conservato i privilegi riservati al sistema di potere precedente. Un sistema, questo, che fa capo alla Goldman Sachs. Nel secondo capitolo di questo lavoro editoriale si fanno gli strani nomi dei consiglieri economici dell’attuale presidente degli USA e l’autore pone la sua attenzione sulle pericolose misure messe in atto per fronteggiare questa crisi, che ha origine proprio nel tempio della finanza americana di Wall Street. Apostrofa Fazi, immaginando di riferirsi al presidente Obama: Osservando il tutto da lontano, da Roma, ci è sembrato che Wall Street ti abbia imposto uno “stato di necessità”, cioè l’applicazione a difesa del suo interesse di un non-democratico “superpotere”: idee fredde e gelide, da “fascismo bianco”, che scendono dall’alto verso il basso. Come grande leader eletto dai cittadini tu avresti dovuto metterti al servizio dei popoli, avresti dovuto metterti al di sopra della grande finanza, al di sopra di Wall Street.”.

Il punto di vista che emerge da questa pubblicazione editoriale, porta il lettore a riflettere su come, il potere riservato al presidente di una nazione, sia sistematicamente soggetto a molteplici compromessi, che privilegiano poche ma influenti “corporazioni” a danno della restante parte (più numerosa) di una società. (Guarda il video)


Postato il 03/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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(Guarda il video)

Stiamo vivendo momenti storici che ispireranno le discussioni e i futuri studi per spiegare lo stato dell’economia occidentale di questi nostri tempi. Il governo italiano, rimandato “all’appello di febbraio” ha nuovamente presentato il compitino, ma questa volta senza semplici letterine ma con tanto di decreti approvati, non solo all’Europa (ai tedeschi, insomma!) ma anche agli USA. La Germania si fa grande e forte davanti ai cinesi, invitandoli a partecipare all’abominevole e promesso organismo intergovernativo del fondo salva-stati, di cui essa potrebbe essere il potenziale socio di maggioranza, così da poter dettare condizioni all’economie in difficoltà, mentre gli italiani si rivolgono agli americani perché si alleino con essi al fine di contrastare i tedeschi in questo loro vergognoso progetto di potere sull’intera area euro. E’ così! Diciamo, per una buona volta, come esattamente stanno le cose; altro che fanfare di gloria all’indomani dell’approvazione della Casa Bianca dell’operato del premier italiano! Di significativo egli ha semplicemente aumentato le tasse (nulla di più) mentre, per la crescita, per lo sblocco dei mercati, tutto quanto di marginale si potesse fare in merito, quest’altro soltanto ha fatto. Così, che ci vuole? Per aumentare le tasse non c’è mica bisogno di scomodare il rettore di un’università pseudo prestigiosa! Diciamola tutta!

Quanto di bellico c'è circa quanto sta accadendo? Succede perfino che si fanno dimettere capi di governo e si fanno insediare al loro posto banchieri e uomini molto vicini ai forti poteri della finanza internazionale; gli stessi soggetti compromessi nelle cause di questa crisi. Agiscono per la gente persone che hanno dato il loro personalissimo e dannato contributo allo stato immobile di questo paese. Pensano e agiscono per la gente persone che credono ancora di risolvere l’inefficienza di questa economia semi pianificata con gli stessi modi in cui si credeva di aver risolto le crisi passate, ma che poi sono solo state rimandate ad oggi.

Riferisce Elido Fazi, economista e scrittore: “Si è scatenata una guerra sull’Euro, i cui responsabili sono ancora una volta quelli di Wall Street”. E ancora, parlando delle riforme non ancora fatte: “Sono necessarie, è vero che bisogna riformare il mercato del lavoro. Bisogna fare le riforme, ma non le possono fare le persone che le vogliono fare adesso, le quali pure se fossero in buona fede, abbiano come riferimento un modello che ha già perso”.

Elido Fazi ha scritto un libro molto interessante “La terza guerra mondiale? La verità sulle banche, Monti e l’Euro”, in cui cerca di riferire in modo molto semplice, schietto e comprensibile a tutti, quanto sta accadendo all’economia e alla politica di oggi. Il suo è un ebook (libro elettronico) scaricabile semplicemente da internet, ad un prezzo simbolico di solo un euro (per acquistarlo clicca qui), con il quale egli prova a dare il suo contributo affinché siano dissipate le nubi della confusione dovute alla cattiva informazione e alle sterili opinioni riferite dai media tradizionali. E' un libro che parla degli uomini della Goldman Sachcs al potere, del ruolo delle banche, dei timori e delle responsabilità degli USA e degli interessi che portano Cina e India a prestare molta attenzione su quanto rischia di crollare qui in occidente. (Guarda il video)


Postato il 12/02/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Il confronto fra popoli è l’attenzione più sana che l’uomo possa prestare a sé stesso. Il confronto tra gli individui arricchisce chiunque ne faccia parte, diventando meno cieco, più illuminato e più saggio. L’esperienza acquisita dal confronto è una ricchezza utile all’individuo, per attinge i caratteri della persona che domani egli diverrà.

Nel mondo moderno, il crescente bisogno di confronto ci rende “aggressivi” ogni qualvolta noi desiderio più conoscenza. Sin dalla notte dei tempi, esploratori, navigatori e ricercatori hanno da sempre contribuito all’innato desiderio dell’uomo di scambiare le informazioni e il sapere, custoditi, in vario modo, dalle diverse forme viventi del pianeta, diventando essi l’esempio da cui mi ispiro nell’enunciare quel principio naturale che oggi credo determini un nuovo modo di apprendere; diminuire la distanza fra gli abitanti della Terra per aumentare la conoscenza dei singoli.

Internet è l’innovazione tecnologica che può sviluppare, più di qualsiasi altra, il nuovo modo di formare e acquisire il sapere, perché accorcia le distanze spaziali e temporali fra gli individui, permettendo un confronto immediato fra essi e accelerando, di fatto, la formazione della conoscenza.

I mercati hanno compreso prima di tutti la potenzialità di internet. Con esso, l’informazione relativa ad uno specifico commercio, ora può essere veicolata non solo attraverso i canali tradizionali di comunicazione o solo attraverso il prezzo dei beni e servizi offerti, ma anche riunendo più persone interessate per metterle in contatto fra loro, al fine di farle confrontare.

Un esperimento significativo è quello del portale Sonotigre.it, on-line da pochissimi giorni. Si tratta di un nuovo social network, con il quale l’azienda Tigre conta di offrire un’opportunità speciale di confronto alla propria clientela (e non solo). Iscrivetevi e creerete il vostro account personale, per accedere ai servizi gratuiti disponibili. L’intento della Tigre è quella di mettere in contatto fra loro più gente possibile, permettendole di condividere, sulla nuova piazza virtuale, esperienze di vita che meritano di essere raccontate. Il sito web è composto da tre sezioni:

-       una dedicata a concorsi a premi riferiti ai prodotti dell’azienda Tigre,

-       una dedicata a sconti e convenzioni,

-       e un’altra ancora legata a concorsi tematici, che mensilmente premieranno i post più votati dagli utenti registrati al portale.

Come si può intuire, l’intento che si cela dietro l’operazione adottata da questa azienda è quello di esplorare una frontiera costituita da nuove persone desiderose di esprimere ai propri simili stati d’animo, passioni, scoperte. Gente questa, che vuole informarsi e informare, alla quale poter riservare vantaggi esclusivi offerti dall’azienda; come il concorso Tigre, attraverso il quale, acquistando i formaggini e le fettine Tigre e conservando il relativo scontrino, si mettono in palio interessanti premi. Insomma, si richiede di lasciare, a disposizione di tutti, la propria traccia, la propria “impronta da tigre”.

Internet è un grande contenitore di conoscenza, frequentata dall’intelletto di individui diversissimi fra loro. E’ un mercato in cui si scambia il sapere, che può arricchire chiunque sia in grado di sfruttarlo per i propri scopi. E’ l’unico esempio tangibile di democrazia che l’uomo abbia mai sperimentato, dove la meritocrazia la fa da padrona, dove la solidarietà è espressa nel modo più vero possibile.


Postato il 13/10/2011 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Siamo vuoti! Ormai ci sono ideali che in Italia non vogliamo più difendere, per noi i valori sono sempre più terreni, essi sono sempre meno assoluti e restiamo pressoché imbambolati davanti agli oltraggi al pudore, al rispetto di un uomo e alla cultura di una civiltà.

Gli ultimi accadimenti spiattellati qua e là dai media sono di notevole interesse al fine di comprendere cosa stia accadendo in questa “strana” società dei giorni nostri. Politici che vanno a prostitute, maschi che si trans-formano in donne e viceversa, bambini che non fanno più marachelle ma compiono veri e propri delitti, giovani che si fanno rinchiudere in una casa e riprendere dalle telecamere di una trasmissione televisiva,  ragazzini che tentano di diventare cantanti (o ballerini) famosi attraversando le fucine televisive, vengono fatti passare, per l’intrattenimento della nostra gente, esclusivamente per fenomeni da baraccone, venduti alle massaie che da casa, loro malgrado, si ritrovano sistematicamente davanti alla tv, oppure agli sprovveduti (per carità, del tutto in buona fede!) che leggono i giornali, affidandosi così a banalissime chiacchiere di paese.

Mi sono chiesto più volte il motivo per cui il tutto sia diffuso alla conoscenza degli uomini della nostra società in modo sfrontato, e mai nessuno, invece, abbia affrontato certi temi per comprenderne una tendenza o abbia valutato l’utilità di tale spettacolarizzazione. Non starò qui a calpestare le questioni da me prese ad esempio per scrivere se sia giusto o meno che un politico (o qualunque altra persona) abbia certe personalissime debolezze (consuetudini o vizi), su cosa induce una persona a voler mutare sesso, su come sia possibile che un bambino violenti una coetanea, oppure se ci sia un talento attribuibile ad un concorrente il quale partecipi ad un realty show. Piuttosto è importante comprendere le conseguenze di queste operazioni mediatiche, le quali hanno tutto ciò ad oggetto e che distraggono la gente dalle genuine questioni della vita (vedi le petulanti notizie su fantomatiche pandemie). Le persone sono rimbambite da informazioni, spesso inutili per la loro esistenza (vedi quelle diffuse dai rotocalchi dei periodici circa i gusti sessuali dei politici o dei calciatori). Esse lasciano che le proprie convinzioni sprofondino nell’opinione altrui urlata al megafono, la quale è tutt’altro che disinteressata (vedi quella emergente in qualsiasi talk show televisivo che tratti l’attualità). Tutto ciò produce un inesorabile inaridimento dell’animo umano. Io ritengo che possiamo discutere circa qualunque validissimo ventaglio di progetti interessanti per il bene della collettività, ma purtroppo, essi, indistintamente, saranno ostacolate dalla questione che, in tutti gli anni di vita di questa nostra nazione, ha costantemente devastato la serietà dell’Italia, ovvero, quella culturale.

La cultura è la vena principale attraverso la quale far scorrere il sangue della rivoluzione, la quale non avrà mai inizio se i suoi elementi cardine, ossia i suoi ideali e i suoi valori, non riusciranno ad irrorare le menti prima ancora di essere pulsati lungo gli atri del cuore di ognuno. La chiesa cattolica ad esempio, ha colonizzato il cuore e la fede di milioni di esseri umani, diffondendo i propri valori e promuovendoli esattamente attraverso la divulgazione di tante di quelle opere artistiche e culturali, le quali oggi costituiscono l’ottanta percento del patrimonio di noi italiani. “Fare cultura” non significa fare pettegolezzo per lo sputtanamento del finto reale televisivo o sulla depravazione dell’autonomia intellettuale di ognuno a causa della stampa mentitrice, né tanto meno confonderla con l’istruzione (la quale è ben altra cosa). Piuttosto essa significa arricchire l’animo degli uomini attraverso l’opera di comunicazione delle idee, necessariamente compiuta da capolavori viventi, come i santi, i mistici o, in mancanza di questi, dagli artisti. Dare importanza all’opera culturale determina il momento in cui le menti si potranno finalmente formare (per così accorgersi della brutalità di ciò provoca la necessità di informare), in modo da impreziosirle di valori e di ideali da difendere, abbandonando l’eccesso dell’ovvia spettacolarizzazione dell’impertinenza e delle danze di ri-forma di fallimenti già consumati.

Quando la cultura riesce ad allargare le trame della ragione degli uomini, essa rende un popolo difficile da asservire. Ma allo stesso tempo, esso diventa molto più facile da governare.


Postato il 07/11/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Scarsa libertà di stampa in Italia! Ma dall’anticamera del cervello di chi escono fuori certe idiozie?

I più attenti e i più aggiornati, avranno sicuramente notato la martellante querelle diffusa dai giornali, dalla tv, su internet e relativa alle presunta mancanza di libertà di stampa nel nostro paese, espressa con false manifestazioni di categoria o con post e articoli di giornale, che oserei definire “polpettoni”, circa questa falsa questione nostrana. Ne sono un esempio lo “sciopero dei blogger” di qualche mesetto fa, le trasmissioni televisive che affrontano l’argomento sottoforma di dibattiti e la recentissima manifestazione di protesta in merito, svoltasi a Roma e promossa dalla classe dei giornalisti.

Questo è un ulteriore esempio di come, gli attori del potere economico e politico, stravolgono il senso delle cose per indurre alla confusione e distrarre la moltitudine dal vero problema appena percepito. Cari lettori, in Italia la stampa è libera. Talmente libera che essa si permette di fare, praticamente, tutto quello che vuole, dall’ottenere i finanziamenti da qualsiasi fonte (anche di matrice politica) al riferire qualunque cosa (anche la più inutile a scapito di una più necessaria). Lo stesso dicasi dell’informazione perché, attualmente, chiunque potrebbe attingere a qualsiasi tipo di dato statistico e notizia attinenti al nostro sistema, per poterne comprendere obiettivamente l’andamento e gli sviluppi. Direi che di informazioni, anche senza considerare quelle commerciali e pubblicitarie, ne sono disponibili per tutti in una quantità cosmologica. Come qualcuno ha già detto prima di me, il vero problema è nella qualità dell’informazione e, io aggiungo, nell’etica di chi la riferisce. Quella della mancanza di libertà di stampa è un falso problema perché, pur esistendo un albo dei giornalisti di dubbia dignità per un paese che si definisce libero e il quale ne regolamenta l’attività col risultato di vincolarla, chiunque vi potrebbe accedere e successivamente fondare con le risorse necessarie un quotidiano. Tra l’altro, le possibilità che internet offre ci permettono, non solo di usufruire delle notizie, ma anche di produrle autonomamente e di condividerle a costi irrisori (raggiungendo un bacino di utenza che è pur sempre minore rispetto a quella televisiva!), potendo dire tutto e il contrario di tutto (assumendosi, però, le relative responsabilità). Il punto è che purtroppo esistono pressioni tali le quali, limitano significativamente l’espressione delle verità per favorire intenti poco tollerabili dall’etica umana. A questo, si aggiunge anche la stima secondo la quale, solo il trenta percento dell’informazione è veicolata dalla carta stampata, mentre la restante parte è diffusa da una tv spesso orientata ad un solo punto di vista della realtà e ormai concorrente con l’evolversi di internet.

Le informazioni giornalistiche, per loro stessa natura, ingannano perché riferiscono singoli punti di vista i quali, a loro volta, ne omettono altri, alterando così la visione di una realtà che viene riferita solo parzialmente e in modo soggettivo dal giornalista. Quindi, avere a disposizione più punti di vista circa un determinato fatto, aiuterebbe gli informati a farsi una propria idea grazie al possibile confronto fra più versioni, ma il quasi monopolio di una televisione “padrona”, spesso schierata unanimemente a controllare i comportamenti della gente, non garantisce tale condizione. Uno Stato che finanzia l’attività di informazione incentiverebbe, probabilmente, il sorgere di ricatti, i quali avrebbero ad oggetto proprio la tipologia di informazioni da diffondere e quelle da nascondere, al probabile scopo di tenere la gente all’oscuro di fatti potenzialmente pericolosi per i governanti disonesti, non permettendo così ai giornalisti di fornire un servizio veramente utile alla collettività. Infine, se l’istituto di diritto della querela, la quale è promuovibile contro chi diffonde notizie disonorevoli su una persona, produce i suoi effetti a prescindere dalla veridicità della segnalazione pubblicata, è automatico che essa risulterà profondamente disincentivante al fine di fornire una buona e utile informazione. Internet risolve molte di queste problematiche e la libertà che la caratterizza andrebbe tutelata e non osteggiata. Riflettiamo sui problemi che ci vengono evidenziati dai media, perché non tutti segnalano un pericolo anzi, molti coprono delle vere e proprie risposte.

La stampa mente irrimediabilmente sia per le sue affermazioni che per le sue omissioni perché riferisce sempre i fatti e mai sui fatti.


Postato il 13/10/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Desidero essere orgoglioso del paese che mi ha cresciuto. Desidero presentare senza vergogna la mia città a tutti i compagni e i conoscenti che vengono a Ruvo per trovarmi. Magari il mio paese fosse un bel “biglietto da visita” da mostrare ad ogni nuovo incontro!

Una serie di circostanze mi hanno costretto a frequentare buona parte del tempo della mia giornata aldilà dalle mura di Ruvo e ciò mi ha permesso di conoscere persone che non sono della mia stessa città e le quali, in più di una occasione, mi hanno calorosamente confidato il proprio desiderio di venire nel paese in cui vivo e, magari, di visitarlo. In ognuno di quei momenti, l’ingenuità che spesso prevale nelle mie relazioni con le persone, mi ha indotto a mostrare il mio entusiasmo a tale proposito, inconsapevole però di alcuni dettagli che purtroppo rendono la nostra Ruvo poco gradevole e molto deludente anche per chi ne è ospitato. Strade dissestate (con veri e propri “precipizi” in alcune zone dell’extramurale e con alcuni tratti su cui, marciare con l’auto, ricorda molto l’esperienza vertiginosa che si fa su di alcune divertenti giostre del luna park) oppure completamente chiuse al traffico (con tanto di transenne) perché, probabilmente, a rischio di crollo e forse rischiose per l’incolumità di chi le attraverserebbe e di chi vive nelle abitazioni adiacenti. Branchi di cani randagi che sistematicamente si avventano contro i passanti nelle zone di passeggio del paese, zone verdi nel degrado sempre più costante nel tempo e gli accessi ai luoghi culturali irrimediabilmente male organizzati (o per nulla organizzati), liberi e disponibili solo quando il “convento” passi qualcosa.

Potrei attribuire delle colpe; ma sarebbe il modo più semplice e banale per trarre delle conclusioni su quanto finora detto. Oppure potrei esprimere ulteriori pareri sull’argomento; ma dimenticherei che su questo ci si è dilungati già abbastanza. Pongo, in alternativa, due “semplici” domande: cosa manca perché Ruvo sia un paese ospitale? Cosa rende Ruvo, nel contempo, curiosa da visitarla?

Così come è un azzardo porci le suddette questioni, altrettanto lo è dare ad esse delle risposte; ciò perché sono due domande le quali una è in antitesi con l’altra. Ruvo dimentica sé stessa, perché non ricorda e non racconta ai suoi figli il proprio passato, non cogliendo così le occasioni per evitare il ripetersi degli errori e le opportunità per caratterizzare le iniziative cittadine. Ruvo ingerisce Ruvo, perché l’invidia nel successo altrui fa di questo paese un luogo senza vantaggi per i più giovani, i quali vedono nella fuga il riscatto da un paese percepito come ostile. Ruvo è sola, perché non vuole capi che possano guidarla ed è un posto dove la fiducia si risparmia in cassetti impolverati, al sicuro fra le proprie mura domestiche. Ma Ruvo, per sua fortuna, conserva ancora quella garanzia di genuinità (dall’etimo “gèno”, ossia “io genero”) nel  tessere relazioni fra le persone e fra le cose, producendo in modo innato sensazioni difficili da provare altrove, in un mondo “contraffatto” come quello dei nostri tempi, vale a dire il calore che si accende nei rapporti con l'ambiente circostante, lo stupore travolgente nell’immaginare e la serenità che si spande dopo una tempesta di piaceri.

Chi odia questo paese deve sapere che non ne può fare a meno. Così come qualcuno, odiando la vista del sangue, è comunque consapevole che esso scorre pur sempre nelle sue vene.


Postato il 13/07/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





(Scarica qui Topix)

Ad un anno esatto dalla sua pubblicazione, il Blog ha iniziato a mettere i suoi primi germogli.  E’ bello osservare i frutti di una dedizione costante che è alimentata da una sempre più forte passione per la scrittura. Quarantamila pagine visitate dal 3 luglio 2008 ad oggi, da tutti quei lettori che seguono con simpatia questo sito: è un modestissimo risultato, lo riconosco, ma l’idea che i contenuti del blog siano stati visitati per migliaia di volte, mi lascia decisamente stupefatto.

Avere un canale per poter dire quello che è necessario, è qualcosa di importante nella vita di una società e, chiunque ne faccia uso, non è affrancato dalla responsabilità di comunicare i pensieri,  le idee e i fatti con onestà, perché solo così è possibile  salvaguardare sia il diritto di informarsi di ognuno sia la propria reputazione. Condividere il pensiero con il prossimo è il modo più sano per crescere e imparare dall’esperienza altrui; con Internet, ciò è efficacemente possibile.

Per celebrare questo primo anno di vita del blog, è stata mia intenzione realizzare Topix (scarica qui), una raccolta di tutti i temi affrontati nel sito, offrendo ai suoi lettori e ai suoi simpatizzanti un omaggio ad essi dedicato, con la speranza di poter spartire, con sempre più entusiasmo, il proprio pensiero, in modo libero e responsabile.

Questa è l’occasione giusta per ringraziare non solo i lettori del blog ma anche Annalisa Berardi per la sua preziosissima collaborazione, la quale contribuisce ad offrire unicità, inimitabilità e valore a questo sito internet. I risultati del blog sono anche suoi; grazie a tutti. (Scarica qui Topix)


Postato il 03/07/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Perché scaldarsi così tanto, se Internet dà la possibilità a tutti di esprimere liberamente la propria opinione? Cosa infastidisce il commento reso pubblico ad un articolo o all’iniziativa di qualcuno? Non dipenderà, forse, dal fatto che si ha paura?

Spopolano i siti di informazione che, bene o male, offrono il servizio giornalistico ai navigatori web, con il valore aggiunto, concesso al lettore, di commentare pubblicamente gli obbrobri spacciati per articoli oppure (quando raramente accade) gli ottimi pezzi editoriali di alcuni, considerati tali sia per la loro forma sia, soprattutto, per il loro contenuto. Esiste più di una realtà web di questo genere e, bisogna ammetterlo, spesso e volentieri, l’opera erogata da questi è di discreta qualità e di grande utilità, le quali sono diventate la vera alternativa ai media tradizionali dell’informazione. Purtroppo, c’è sempre qualcuno a cui tutto ciò non è affatto gradito (politici di vecchio stampo in primis), il quale si accanisce come non mai contro i siti che offrono la libertà di opinione, accusandoli di fomentare una fantomatica anarchia e permettendosi, lì dove può, di regolamentare il fenomeno attraverso un decreto che, per salvaguardare il diritto di rettifica di chi ritiene di essere stato diffamato, minaccia sanzioni senza logica, ignorando le potenzialità del web nel disciplinare più efficacemente le scorrettezze degli individui.

E’ facilmente intuibile che ciò non sarebbe un tentativo di regolamentare, bensì di imbavagliare chi è desideroso di esprimere il proprio pensiero sul web. Il diritto di rettifica nei blog è già salvaguardato sia con la possibilità di commentare pubblicamente e direttamente un articolo, sia con l’uso dei “track back”. Dunque, cosa c’è di anarchico nell’esprimere liberamente una propria opinione su internet (ovviamente, nel limite del rispetto della dignità altrui)? Che differenza c’è fra il dire la propria, circa una determinata questione, in una piazza virtuale e il farlo in una reale? Forse la circostanza nella quale, su internet, ci si può nascondere dietro un “nickname”! Ma, in un corteo pubblico, si può manifestare la propria e personale protesta e ugualmente nascondersi, magari fra la folla o per il mezzo di un passamontagna (e ad ogni modo, nel caso di reato, su internet si è tanto rintracciabili quanto nella realtà!). Oppure, a dare fastidio, è il fatto che il commento negativo pubblicato sotto un articolo possa essere letto da tutti, ovunque e comunque! Ma se si elimina questa possibilità, non si elimina il fatto che la stessa persona continui ad avere sempre la stessa opinione negativa e possa comunicarla, magari “sottobanco”, in altre occasioni.

La verità è che, nel modo consuetudinario di fare informazione su internet, chi ha scheletri nell’armadio ha serie difficoltà a tenere chiuse le ante cigolanti, che stridulano con asprezza quando si inclinano e lasciano intravedere cosa si nasconde all’interno. E’ il rischio a cui si espone chiunque, con la coscienza macchiata di nero, pubblichi la propria immagine e la propria opera dicendo di metterle al servizio della comunità; non essendo l’unico a sapere che in passato nulla è stato come egli aveva detto e che, invece continua implacabilmente a dire. Internet permette di condividere l’informazione e la conoscenza, grazie alle quali, se si insiste a non riconoscere il lupo travestito da nonnina, per il mezzo di una semplice e graditissima informazione, è possibile mettersi in allerta e allontanarsi il più possibile.

Essere o non essere, questo non è il problema. Ben-essere o mal-essere, questo è, forse, il problema.


Postato il 13/06/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Annunciazione - Jamie Baldridge. Richard Goodall Gallery, Manchester (UK)

Prima si faceva cultura con la letteratura, la pittura, la scultura, il teatro, la musica, la scienza, la teologia, lo sport. Oggi, nella migliore delle ipotesi, la cultura si fa con un festival canoro. Ma nella peggiore delle ipotesi, adesso, la si fa con un insensato fast food americano nel pieno centro antico di un tradizionale paesino del sud Italia.

Sono all’ordine del giorno le ormai ben affermate invasioni del nostro mercato, poste in essere da holding straniere, le quali impongono prodotti provenienti da luoghi la cui origine è completamente estranea alla nostra cultura. Ed è questione dei nostri giorni, anche il penoso intrattenimento televisivo identificato con l’espressione “reality show” (oppure con quella di “talent show”) in cui l’apparire, il quotidiano e il banale è oggetto di petulante propaganda sociale. Questi sono i mezzi con cui oggi si fa cultura!

La parola “cultura” ha molto a ché vedere con il termine “colonizzazione”. E’ cultura tutto ciò che riguardi il sapere, la conoscenza, la dottrina e l’erudizione. Affermare questo, che i contemporanei dei nostri tempi riconoscono nell’espressione “avere un bagaglio culturale”, significa poter conquistare un luogo per viverlo secondo gli usi e i costumi ereditatati dalla notte dei tempi. Subire questo, che i contemporanei dei nostri tempi, invece, riconoscono nell’espressione “seguire la moda”, significa illudere i propri figli facendogli credere che il successo sia nel cavalcare un’onda su di una tavola da surf. Nulla di più errato perché, un volta che l’onda si esaurisce, non resta altro che andare a fondo e, a galla, rimarrà solo la tavola da surf!

La società moderna subisce la cultura straniera a causa dell’informazione di massa, perché lo scorretto uso che oggi si fa di essa deprava vergognosamente la cultura (quasi a schiaffeggiarla) la quale, anziché arricchire un popolo, adesso lo inebetisce. Anche la scuola italiana, che da sempre tutto è, tranne che luogo in cui si fa studio (cioè, posto dove poter provare desiderio), ha una grossa fetta di responsabilità, perché ha istruito le genti alfabetizzandole, rendendo tutti capaci di usufruire le informazioni (anche quando sono scorrette) e le ha rese, altresì, arroganti e non più in grado di ritenersi stupide (cioè, stupibili e umili) o desiderose ma, al contrario, le ha rese quasi tutte volenterose (chissà quando si capirà che la volontà non è mai buona!) e incapaci di soddisfare i propri piaceri. Come difendersi? Apparentemente semplice, se si consideri che basterebbe:

-       spegnere la televisione. Ormai, fa sempre meno cultura e conquista, a nostro danno, solo le nostre menti;

-       non badare più alla “moda”. Esiste un senso in essa che ha poco a che vedere con la redenzione del proprio animo a ciò che può diventare davvero eterno;

-       rincorrere i propri desideri. Solo chi desidera può imparare e crescere.

Volere non è potere! Esse sono due cose completamente opposte. “Volere” vuol dire solo farsi schiavo. Al contrario, “potere” vuol dire provare liberamente i propri desideri.


Postato il 23/05/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Natura morta con tovaglia a quadri - Juan Gris

Ma ci rendiamo conto di cosa accade in Italia (e anche di ciò che non accade)? Per ogni tragico avvenimento, o se ne fa un patetico evento mediatico oppure diventa una ghiottissima occasione per fare business.

Negli ultimi giorni sono stati mandati in onda programmi televisivi a tutto spiano (e pubblicate pagine e pagine di giornali) circa il tremendo terremoto che ha colpito l’Abruzzo e che ha provocato centinaia di vittime innocenti. Interi telegiornali, ad ogni ora del giorno, per quasi sette giorni di fila, sono stati dedicati a servizi che riguardavano la tragedia in tutte le salse, reportage fini a sé stessi, grossolani approfondimenti tecnici sul cataclisma che si è abbattuto e video strazianti, montati ad hoc con apposite colonne sonore in La Minore penosamente strappalacrime. Ho trovato stomachevole i volgarissimi tentativi dei fannulloni di turno (politici compresi) che puntualmente, ad incidenti di questo tipo, davanti ad un microfono (o come protagonisti di articoli di giornale), esprimono la loro odiosa e falsa solidarietà con l’intento di promuovere la propria immagine (o quella di un partito). Infine, è decisamente indecoroso che il nobilissimo servizio dell’informazione si riduca ad una sudicia tovaglia, spiegata dalla ruffiana gente dello spettacolo e da quella disonesta del malaffare, sulla quale apparecchiare il vergognoso banchetto fatto di disgrazie altrui.

In Italia ogni emergenza è considerata un profumatissima occasione per fare soldi. La gestione delle emergenze (come quella del terremoto in Abruzzo, quella dei rifiuti a Napoli, ecc.) sono appaganti attività per gli enti incaricati dal governo di risollevare una determinata situazione di crisi e, per di più, foraggiati economicamente dallo Stato. In molti casi, sembra quasi che i governi italiani incentivino il sorgere delle emergenze, non applicando le normative di sicurezza già esistenti (come quelle in vigore sulla costruzione di edifici antisismici), abrogandole e sostituendole con disposizioni meno rigide per la garanzia dell’incolumità pubblica (favorendo così le imprese affinché i loro affari siano più remunerativi, più convenienti e a discapito della povera gente), addirittura, non intervenendo nel momento in cui, in realtà, un evento negativo sia scientificamente atteso (dopotutto, si è sempre saputo che l’Abruzzo è una delle regioni d’Italia a più alto rischio di terremoti).

In questo paese, si sa ma non si è ancora capito che, la soluzione a tantissimi problemi che puntualmente degenerano in emergenze, è la prevenzione. Non si parli della costruzione di centrali nucleari in Italia! La maggior parte del territorio italiano è altamente sismico (lascio solo immaginare le funeste conseguenze che si avrebbero se ne sorgesse qualcuna in zona a forte rischio terremoti). Si sa ma non si è ancora capito che l’intervento pubblico deve mirare ad evitare che le anomalie siano un ostacolo per la collettività. Si sa ma non si è ancora capito che, favorire i soli interessi di alcuni di una comunità, produce un torto alla maggior parte di essa. Forse tutto ciò si sa ma non si è ancora voluto capire.

Il successo di un progetto, di un’impresa, di un’attività o di un’idea è nella coerenza di ciò che si fa. Lì dove non c’è coerenza, c’è qualcuno che sta ingannando, forse sé stesso, o forse qualcun altro.


Postato il 12/04/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Il giorno di Pasqua è preceduto dalla Settimana Santa, ovvero un evento unico a Ruvo, in cui potersi perdere nell’oblio dei tempi più lontani, nei quali gli antichi padri della nostra cittadina hanno sempre più riversato la propria vita nella speranza di un domani migliore, in cui essere alleviati dai dolori e dai dispiaceri del quotidiano.

Per ogni ruvese, sono giorni di orgoglio questi, i quali sono dedicati alla Settimana Santa, ossia una ricorrenza religiosa cattolica che fa di Ruvo un polo di attrazione per centinaia di fedeli (e non solo), che trovano nel nostro paese l’occasione di vivere non soltanto momenti di culto e di preghiera, durante le rituali processioni delle antiche statue che rappresentano i protagonisti e i fatti della passione di Gesù ma, anche di magiche circostanze, bagnate dal mistero, dalle ombre, dalle melodie e dallo stupore della gente, la quale accorre numerosa agli eventi religiosi di questo particolare periodo dell’anno ruvese.

La Settimana Santa di Ruvo ha molto a che fare con una radicata tradizione religiosa del nostro popolo ed è espressione di valori quali la fede, la passione, la tradizione, la speranza, l’amore e la fratellanza. Le sue origini sono squisitamente pagane ed ereditate da un cattolicesimo sempre più controverso nei suoi secoli di storia ma, bisogna riconoscere un potere evocativo di questa cerimonia pubblica; l’invocazione delle origini. Durante le quasi tiepidi e luminosissime giornate primaverili, i giorni di questa settimana si squarciano, così da creare un varco buio e profondo, che dà accesso a momenti senza tempo, nel quale avvertire e riconoscere quei desideri e quei sogni espressi da chi è vissuto prima di noi e che, successivamente, si sono realizzati nel dono della vita che, forse, grazie a speranzose preghiere, è stata poi offerta a tutti noi, i quali oggi possiamo partecipare ad un attimo di raccoglimento della comunità ruvese, lungo lo sfilare silente dei credenti nel mentre delle sacre processioni.

Bisogna sostenere gli eventi di questo tipo, perché essi contribuiscono alla individuazione di un'immagine ben definita di Ruvo, la quale possa essere spendibile nei confronti della gente di altre comunità, affinché esse riconoscano la nostra realtà e si incuriosiscano per venire a visitarci. E’ necessario, per Ruvo, che la Settimana Santa non sia una manifestazione isolata dell’anno, ma che faccia parte di un percorso promozionale del nostro territorio, legato, magari, ad altre iniziative che, spalmate nei dodici mesi, vadano a riguardare tutto ciò che contribuisce alla realizzazione della tradizionale rappresentazione sacra di queste nostre giornate: vale a dire, la coltivazione della musica d’autore per gli artisti ruvesi, l’arte figurativa fatta dai talenti della nostra terra, l’esposizione dei prodotti ottenuti con fatica dal nostro territorio e la guida per condividere agevolmente le bellezze del nostro paese.

C’è sempre, in tutti gli uomini, la voglia di raccontarsi. C’è chi lo fa meglio degli altri. Ma tutti, bene o male, ci provano a proprio modo.

http://www.settimanasantaruvo.tk/


Postato il 07/04/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Bisogna capire come mai sia possibile che a questo mondo ci siano le condizioni affinché capiti ad un uomo di non trovare nulla di cui occuparsi. La disoccupazione aumenta, la disoccupazione diminuisce; che cosa c’è dietro questo fenomeno, per cui molte persone rischiano di essere superflue nella vita che si conduce in una società?

La disoccupazione al sud aumenta, soprattutto fra i giovani (guarda caso!) e, se ci focalizziamo sulla nostra regione pugliese, essa è fra le prime in Europa ad avere un elevato tasso di disoccupazione giovanile. E’ ormai all’ordine del giorno l’imminente chiusura di molte realtà aziendali locali (ma è anche vero che alcune altre – quasi solo, multinazionali – se ne aprono) e, chi riesce a restare a galla in questa valle di lacrime, taglia i costi che riguardano il personale, spesso licenziando anche i lavoratori non più tanto giovani. Si dice che la colpa è della “congiuntura economica” (non sforzatevi di capire che cosa significa: sono quei termini ermetici che servono a tenerci buoni; non significa nulla).

Purtroppo per noi, il problema è squisitamente di politica monetaria (insomma, di decisioni che riguardano quanto, quando, come, dove e perché mettere in giro e, a nostra disposizione, più o meno banconote e monetine). Ma per arrivare a capire quali sono le risposte che i potenti hanno dato ai suddetti problemi, bisogna prima rendersi conto di quelle che sono le priorità umane, ovvero illuminare quella stanza della nostra coscienza che non vede un filo di luce da quasi un secolo, a causa di quei pesanti drappi, fatti di menzogne, di diversivi, di illusioni, che purtroppo celano le sue grandi finestre della ragione. La vita dell’uomo non può prescindere da una condizione lavorativa, perché l’uomo che non lavora cade in un vortice puntato all’annullamento della propria dignità, alla venerazione della perversione, all’azzeramento della giustizia e all’abbandono nell’oblio del proprio animo. Lo raccontano le Sacre Scritture (le sagge scritture, scritte da chi la vita umana l’ha conosciuta prima e, forse, molto meglio di noi) a proposito di Sodoma e Gomorra, e della loro popolazione, che cadde nel peccato più estremo perché non aveva più regole, due luoghi in cui ognuno faceva come gli pareva, commettendo abusi materiali e sessuali: non c’erano più uomini ma bestie; l’unico rimasto estraneo all’oscurità di quei tempi era Noè, il giusto, colui che avrebbe lasciato a noi, in eredità, l’umanità così come tutti oggi la conosciamo.

Aldilà che si sia credenti o meno, qualcuno, prima di noi, ha voluto dirci che noi uomini dobbiamo occuparci di tirare avanti la nostra vita e, magari, anche quella di una propria famiglia: con il lavoro, con il portare a casa un pezzo di pane. Distogliendoci da ciò, finiamo per fregarcene degli altri (anche di quelli a noi cari) e per dare un calcio alla tanto reclamata giustizia. Se il sistema in cui viviamo permette che l’uomo sia privato di una occupazione allora c’è un problema che difficilmente sarà risolto perché il “diabolico” ha preso il sopravvento sulla nostra realtà.

L’uomo non può ammazzare il tempo perché è il tempo ad ammazzare l’uomo. (Guarda il video)


Postato il 19/03/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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Quanto sono importanti le informazioni al mondo d’oggi! Spesso un’informazione è la soluzione ai molti problemi con i quali la realtà odierna assilla l’uomo dei giorni nostri. Le persone, senza un’adeguata informazione, sono perse nell’oblio di un sistema che spesso ci diventa nemico.

E’ innegabile che la vita moderna è molto più complessa di quella di tanto tempo fa. L’uomo ha molte più necessità, esistono disparate occasioni che lo inducono a soddisfare bisogni inavvertibili prima di adesso e, il condurre un’esistenza normale, ha assunto un significato ben diverso rispetto a quello che intendevano i nostri bisnonni. E questo perché, in qualche modo, il sistema artificiale creato dall’uomo (cioè, l’economia) ha preso il sopravvento sul sistema naturale e, alle leggi di quest’ultimo, già conosciute da noi tutti (perché stampate nel nostro DNA), si aggiungono quelle “nuove” del sistema economico (quasi a sostituirsi), le quali non sono affatto semplici da conoscere ma, piuttosto articolate ed esasperate. Si pensi, ad esempio, alle tremende e impossibili regolamentazioni circa il calcolo e il versamento delle tasse, l’avviamento di un’attività imprenditoriale, il porre in essere delle attività statali, l’avanzamento delle opere edili, l’esercizio dell’attività bancaria, ecc.. Ma si faccia mente locale anche alle attività commerciali, che da decenni ricorrono al marketing, perché non è più tanto facile piazzare sui mercati saturi i propri prodotti o, a quanto siano importanti gli esiti relativi alle scelte di vita di popoli lontani tra loro. Siamo tutti all’interno di un ginepraio nel quale è estremamente pericoloso perdersi e, le informazioni, che ci aiutano a muoversi in questo groviglio di norme, regolamenti e stili di vita condivisi, sono di estrema importanza perché assumono quella stessa funzione che hanno i comunissimi segnali stradali, i quali, tanto ci aiutano quando essi ci indicano la direzione che conduce ad uno specifico posto o quando ci avvertono di possibili pericoli da evitare.

La nostra vita è costantemente bombardata da informazioni di qualsiasi genere; le riceviamo dalla televisione, dalla radio, dalla stampa, dai libri, da internet, dal nostro vicino di casa o dal nostro amico. Ma ciò che io mi chiedo è: siamo proprio sicuri che, fra le tante informazioni, almeno qualcuna, sia davvero importante? E’ possibile che le informazioni che abbiamo, circa la nostra vita in questo sistema innaturale, non siano quelle sufficienti per comprendere realmente ciò che si abbatte ciclicamente su di noi? Dopo tutto, dalla seconda guerra mondiale ad oggi, le uniche crisi di cui si ricorda aver sentito parlare nel mondo occidentale, sono soltanto quelle relative a questioni legate all’aumento del deficit, al decremento del PIL, al crollo della Borsa o di Wall Street, alla discesa dei tassi di interesse (che cosa mai ci vorranno dire con questi termini?) e, mai abbiamo avvertito la crisi in termini più pratici e immediati come la mancanza di cibo, di acqua oppure del sopravvento di un'epidemia che decima la popolazione. E’ possibile che le informazioni necessarie per comprendere il meccanismo del nostro sistema, non le abbia la maggior parte di noi ma solo pochi individui?

Chi ha il potere di controllare l’informazione può decidere quali notizie pubblicare e quali no. Tutto dipende dagli interessi che si decide di curare; infatti, se si curano gli interessi privatissimi, il pubblico verrebbe a sapere solo ciò che farebbe comodo a pochi e non a tutti. Inoltre, chi controlla l’informazione di massa, ed è dedito alla cura dei propri ed esclusivi interessi, può determinare i comportamenti della moltitudine a proprio vantaggio. Ad esempio, se una banca volesse ulteriormente arricchirsi, non dovrebbe fare altro che aumentare i propri crediti e quindi fare indebitare la gente (o meglio ancora, gli Stati), facendo semplicemente comunicare agli organi di stampa, che il valore del denaro è aumentato (anche basandosi sul nulla). In questo modo le quotazioni dei titoli di Borsa cadrebbero come foglie morte, le aziende inizierebbero a fallire, aumenterebbe la disoccupazione e, quello Stato che è in grado, più di tutti, di poter risollevare le sorti del proprio paese conquistando altri territori, determinerebbe una guerra, così che la banca la possa finanziare, a conclusione della stessa possa incentivare anche la ricostruzione postbellica e poi pretendere la restituzione del denaro con gli interessi, quando il meccanismo economico riparte col suo diabolico ciclo. Come potete vedere, il tutto scaturirebbe da un’arbitraria decisione di far comunicare un’infondata informazione. La gente deve pretendere un’informazione incondizionata e che sia al servizio di tutti. Ognuno di noi deve investire direttamente in essa, contribuendo con qualsiasi forma: col proprio tempo, con le proprie conoscenze, con le proprie competenze o con le proprie risorse economiche; per il bene di tutti.

L’ignoranza della verità è lo sgambetto più beffardo che gli uomini possano subire nella confusa realtà di oggi. (Guarda il video)


Postato il 18/02/2009 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





L’odore del Natale comincia a farsi sentire anche quest’anno. Mai un Natale è come quelli precedenti (anche se in alcuni casi sono molto simili, ma mai uguali). Il Natale è una ricorrenza, si ripete anno dopo anno senza mai morire e senza mai essere dimenticato.

Dall’otto di questo mese, solitamente, le famiglie si riuniscono e rispolverano dalla soffitta i cartoni che custodiscono gli addobbi natalizi e, tutti i membri assieme, si apprestano ad arricchire la propria dimora di lampadine colorate, di ghirlande, di abeti e, qualcuno costruisce ancora il vecchio presepe in un posticino sempre ideale per la sacra rappresentazione. La città diventa più accogliente perché illuminata a festa e, ad ogni angolo del paese, il rosso è un particolare ripetuto che riscalda le passeggiate di tutti passanti. Con i bambini in casa diventa tutto più fantastico perché cresce, di giorno in giorno, l’attesa per l’arrivo di Babbo Natale e, quindi, prendono il via le letterine a lui indirizzate, contenenti speranze, desideri e sogni. Si dice che a Natale si è tutti un po’ più buoni.

Il Natale è una celebrazione tipica della nostra cultura occidentale (non tutti al mondo lo festeggiano o vivono questo periodo come lo viviamo noi). Inoltre, l’opportunità commerciale che esso rappresenta, da ricorrenza, tutto ciò, si trasforma in evento e noi lo percepiamo ancora più intensamente. Ma cosa provoca il Natale in tutti noi? Perché assume quella considerazione particolare nella nostra vita (positiva o negativa che sia)?

In realtà, per tutti gli occidentali, il Natale non è null’altro che un’occasione. Un’occasione per ritrovarsi con i parenti, con gli amici e per recuperare rapporti perduti. Ma nella sfera puramente personale, il Natale è l’occasione per fare delle promesse a sé stessi, di iniziare un nuovo anno con migliori propositi e investire nei giorni a seguire le proprie speranze, desideri e sentimenti. E’ un appuntamento sull’agenda in cui ci si può fermare un attimo dalla frenetica vita di tutti gli altri giorni e riflettere su ciò che è stato ma, soprattutto, su cosa desidereremmo che da domani sia. Il Natale è l’occasione per cancellare una pagina macchiata e farla tornare bianca come la neve, oppure semplicemente per girare la pagina e riscriverne un’altra. E questo ci rende più indulgenti verso tutti perché, in fondo, a Natale, tutti desiderano la stessa cosa.

Il Natale, nella cultura occidentale, è forse l’unico giorno in cui il passato e il futuro sono fortemente percepiti dall’uomo, perché al venticinque di dicembre l’uomo comprende che si giunge dopo tutto ciò che si è stati e prima di tutto ciò che si sarà.


Postato il 05/12/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Rosa meditativa (1958) - Salvador Dalì

Il Teatro si può fare ovunque! Tecnicamente possibile. Il Teatro è arte! Alle volte, questo è vero. Il Teatro sta morendo! Non esattamente (da decenni, esso è bello che decomposto). Il teatro comunale esiste a Ruvo! Contraddizioni in termini (il Teatro non può esistere; il Teatro non può essere comunale – al massimo, può essere voluto da una comunità): a Ruvo non c’è teatro comunale e, aggiungerei, meno male!

Pochi mesi fa circolava la voce di un neonato teatro comunale a Ruvo, nei corridoi virtuali di alcuni quotidiani on-line, apparivano notizie circa la consegna ufficiale delle chiavi del teatro comunale di Ruvo ad alcuni “attori” ruvesi. La mia curiosità si andava man mano alimentando quando ho notato alcuni manifesti che tappezzavano il paese (alcune reclame le leggo ancora oggi sui cartelloni pubblicitari) riferendo di questa fantomatica struttura culturale. Passeggio parecchio per le strade di Ruvo, ma io, questo teatro comunale, non l’ho mai visto imporsi ai miei occhi. Dov’è?

L’uomo avverte sempre la necessità di raccontare storie a qualcuno e, questo, accade in molteplici occasioni della sua vita (il figliolo che deve addormentarsi, i nipotini o gli amici da intrattenere, qualcosa da insegnare oppure da vendere). Ci sono anche uomini che avvertono il bisogno di raccontare storie a sé stessi e di rendere partecipi di queste coloro che si trovino a loro vicino. Questo è tipico dei bimbi, quando giocano tra di loro o con i propri genitori e creano un proprio mondo provando a coinvolgere, in questo, i compagni di gioco. E riflettendoci sopra, ciò accade pure a Teatro, sulla scena, fra gli attori e il pubblico. Ma “attori” che raccontano a loro stessi la storia di avere un teatro comunale che non c’è, annunciandolo ai cittadini di un paesino, è un gioco che demolisce qualsiasi motivo di esserci e che la dice lunga sulla non immacolata coscienza culturale del loro operato.

Fortuna è per Ruvo non avere un teatro comunale (se veramente esistesse, un’amministrazione non lo darebbe in gestione ad un compagnia di attori come se nulla fosse: gli interessi attorno ad un teatro comunale sono molto elevati (spesso vanno al di là dell’arte) e, tra l’altro, esso prosciugherebbe le casse del comune prima ancora che termini lo schiocco di due dita!). Tra l’altro, gestire un teatro comunale è cosa ben diversa da gestire una piccola associazione culturale. Spesso, coloro che, invece di lavorare, decidono di giocare nel teatro, montano un castello (spesso di sola sabbia) da cui gridano: vogliamo un teatro! la cultura non può fare a meno del teatro! rivoluzione! senza porsi la domanda da un milione di euro: la comunità vuole un teatro? Attori, artisti (qualunque cosa diciate di essere), quella di Ruvo, non lo vuole: sarebbe bello un teatro a Ruvo ma, attualmente, non sembra essere una necessità.

La necessità è il punto di partenza dell’artista e il punto di arrivo nello spettatore. Nell’arte, la mancanza di necessità è il punto di partenza della menzogna e quello di fine della verità.


Postato il 10/11/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Internet, internet e internet. Scioglie dubbi, informa, aiuta, dà libero sfogo alla creatività, ci permette di comunicare con la parola, le immagini, i suoni e ci fa compagnia. E’ un aiuto.

Oggi come non mai, internet è una “realtà”; il virtuale è una realtà. Stiamo vivendo gli esordi di una forma di comunicazione e di informazione impercettibile fino a dieci anni fa. L’informazione era esclusivamente pilotata direttamente da chi controllava e poteva disporre del mezzo di comunicazione utilizzato (televisione, radio, giornale, ecc.), garantendo per decenni una struttura piramidale del sistema di comunicazione di massa. Adesso, questa esclusiva, non c’è più. Internet propone un sistema orizzontale di comunicazione di massa, dove non esiste un vertice (un proprietario, il quale controlla le informazioni), ma un complesso di nodi (che siamo noi) i quali interagiscono tra loro nel passaggio di informazioni. Così, ciò che comunico io con il mio blog, è facilmente sindacabile dagli altri internauti nel mio stesso blog, ma anche dal blog, dalla chat, dal sito di qualcun altro, arricchendo o sminuendo il mio messaggio iniziale e condividendolo con una moltitudine di persone le quali apportano, a loro volta, il proprio contributo informativo.

Non siamo davanti all’avvento di una nuova era (questo lo avremo quando il petrolio ci abbandonerà). E’ semplicemente un’evoluzione dell’era informatica, che si sviluppa in un periodo storico estremamente complesso e che ci induce ad essere sempre di più informati. Ma per quanto altro tempo internet sarà la soluzione utile a questa necessità? Internet sembra restituire all’uomo la libertà di esprimersi e di autoregolamentarsi (libertà che ci è stata tolta dagli anni 80 ai giorni nostri). Mi chiedo, quanto altro tempo ci resta prima che qualcuno regolamenti questo “giocattolo”, che può diventare scomodo per alcuni?

Non consideriamo internet come un’alternativa alla nostra vita reale, internet è soltanto un ausilio alla imponente necessità di reperire informazioni. Le carte, poi, si giocano nella realtà. Diffidare dal primo comico che propone internet come la soluzione ai problemi di tutti (quella è la soluzione al suo difficile “lavoro”). Non so se fra dieci anni internet sarà libera come lo è adesso. Ma ho paura che, una inevitabile regolamentazione ad hoc di internet, sancirà l’inabilità di uno strumento che, per sua natura, può aiutarci ad aprire, finalmente, i nostri occhi e le nostre teste.

La vita in comune richiede regole. Internet, invece, ha solo informazioni in comune e, chi la regolamenterà, lo farà solo per un fine personalissimo.


Postato il 16/10/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





La pietà (1448) - Michelangelo Buonarroti. Basilica di San Pietro, Roma

Li volete chiamare pazzi? Chiamateli pure esaltati! Magari li riconoscete fra i talentati ed esclamate "dei mostri!". Ma va bene anche chiamarli generosi o meglio ancora, menti pensanti ma, per cortesia, non chiamateli artisti!

 

Molti lettori del blog mi hanno inviato una e-mail chiedendomi cosa sia per me l'artista. E, non vi nascondo che, alcuni, nella loro domanda, quasi mi suggerivano una risposta dedicata all'essere provocatore. Assolutamente no. Provocatore, per esempio, potrei esserlo io con il mio blog, mentre, grazie ad una visita guidata offerta gentilmente da un mio amico psichiatra, di pazzi ne potreste vedere quanti ne volete lì dove egli lavora e, gli esaltati, è sufficiente leggere cosa scrivono, o osservare quello che fanno, coloro che pretendono già da vivi statue a loro dedicate, per capire chi sono. Se poi l'artista è l'essere pensante, cari lettori, dovremmo essere a questo mondo, per chi afferma ciò, una umanità di artisti. Invece non tutti siamo artisti.

 

Purtroppo i nostri sono giorni bui (o brutti) per l’arte, si esalta l’opera e non il suo perché (qualora essa lo abbia!), ci affascina chi è promotore e fautore dell’arte ma ci confonde il pensiero di aver capito in cosa consiste il suo dono (nell’affabulazione e nell’azione consolatoria oppure nel capolavoro?) e, soprattutto, quello che spesso accade è che, facilmente si viene ingannati da coloro che, biascicando volgarmente le parole del Vangelo, si fanno dire di essi stessi “maestri” (liberiamocene di costoro, siamo in tempo!).

 

L’artista è un dono, da tutti riconosciuto, e le sue opere non si limitano ad essere frutto di un pensatore ma di un paladino delle idee, le quali, non scaturiscono da un pensiero (come qualcuno potrebbe orrendamente osare a dire), perché esse sono immutabili e non oggetto di corruzione. Le idee sono la primissima forma delle cose che già esistono e che dall'eternità circondano la vita dell’uomo. Per esempio, la pietà è un idea (al pari dell’amore, della giustizia, della lealtà, della libertà, ecc.) e l’artista è capace di dare nuovo inizio alle cose che osserva (il pianto della madre al funerale del figlio morto), che prova (la tristezza dell’abbandono) e che tocca (il freddo di una pietra di marmo). L’azione dell’artista su questi tre elementi produce un’opera (per esempio, La Pietà di Michelangelo Buonarroti) che comunica a chiunque l’idea che ha ispirato l'artista, perché essa è assoluta e il capolavoro è nell’aver dato, con quella statua, un nuovo inizio all’idea “pietà”.

 

L’arte, che tanto ci sfugge oggi giorno, è benvenuta tra gli uomini. Se la si riconosce, ne si adotterebbe l’autore nella propria famiglia, per vanto. Ma non c’è famiglia che può contenere l’artista.

 


Postato il 21/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Merda d'artista (1961) - Piero Manzoni. Tate gallery, Londra (UK)

Andate tutti  a lavorare, pseudo artisti! Una categoria che, da anni, cerca di affermarsi nella “loro” arte (mai potrebbe, un pronome, essere più inappropriato a quest’ultimo sostantivo) con i lamenti, le lagne e piagnistei vari. Questi soggetti, un mio carissimo amico li chiamerebbe pagliacci, io, probabilmente, li definirei “gentaglia”.

Sono quelli che credono (e fino a questo punto, non ci sono problemi) e dicono (da qui iniziano i problemi) di avere talento o addirittura genio (obbrobrio!). Nessuno glie lo riconosce ma loro ne sono convinti e, così, spendono la loro vita a trovare chi glie lo attribuisca. E cominciano ad aprire scuole, coinvolgendo persone, perlopiù adolescenti che le frequentino, e a insegnare loro come dire di questa gentaglia “geniali”, “artisti”, “umili” e, leggete leggete, “maestri”, “pedagoghi” , a seconda dei casi, “attori”, “registi”, “cantantautori”, “compositori” o “danzatori”, al modico prezzo di una cinquantina di euro al mese (se vi va bene!) e ingiurie ad ogni lezione.

Ma se essi sono proprio quello che credono di essere, perché preoccuparsi che ci sia un giorno in cui gli si faccia una statua di riconoscimento? La storia insegna che ciò avviene in automatico per tutti i grandi! E’ strano, questi scelgono la vita dell’artista e poi si preoccupano di portare, ogni giorno, il panino a casa. Per un artista i soldi non sono un problema; il denaro travolge l’artista, senza che si renda conto del perché e del come; se è un tale artista!

Avviso a chi vuole stare alla larga dai venditori di fumo (e dalle nostre parti ce ne sono parecchi; basta cliccare sui siti dei periodici locali online e leggere gli articoli che loro stessi si scrivono, come una sorta di “auto-fellatio”, per pubblicizzare i loro corsi e le loro disfatte):

-          le scuole d’arte non hanno motivo di esistere (artisti si è, non si impara ad esserlo perché non lo si può insegnare. Come fai ad insegnare ad un altro come tu sei? Impossibile);

-          ti piace la musica, il cinema o il teatro? Componi, dirigi o agisci e, se hai dei soldi da spendere, non buttarli via per frequentare le così (da loro) dette scuole d'arte (le scuole servono solo a chi ci insegna, non a chi vuole imparare). Spendi quei soldi per realizzare i tuoi giochi, quelli in cui credi, e non quelli degli altri;

-          la gentaglia è disposta a tutto pur di essere protagonista assoluta del mondo che sa come rendere affascinante. Non se ne frega niente del prossimo perché quest’ultimo è solo un mezzo che butterebbe via quando non le serve più. Essa se ne frega solo di sé stessa.

 

Occhio: i veri artisti, oltre a non fregarsene nulla del prossimo, non se ne fregano nulla nemmeno di loro stessi. Questo, in realtà, permette loro di fare gli artisti.


Postato il 14/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Alle volte non riesco proprio a capire! Per anni Ruvo è stata la cornice di quello che era un festival jazz conosciutissimo fra i suoi cultori. Una manifestazione che rendeva Ruvo un polo d’attrazione per importanti artisti del jazz internazionale e per gli amanti del genere. Ora, invece, mi tocca vedere resuscitata, dall’oltretomba, una kermesse la quale, anziché favorire lustro alla città e ridare più vigore all’evento musicale, costringe a credere nella probabile incapacità di un paese di dare valore a quello che è.

Quest’anno Ruvo avrà il festival. Bene! Sette giorni di buona musica (si spera) e di fermento artistico inusuale nei restanti 358 giorni dell’anno ruvese. Benissimo! Ci saranno mostre dedicate ad un vaso di Talos, che per una buona parte dell’anno, pare sia stato inspiegabilmente in gita, fuori dalle mura tra le quali siamo abituati a sapere dove trovarlo. Meraviglioso! Conferenze in cui proporre una scuola comunale di musica. Sarebbe ora! Tutto molto interessante ma, il "mondo" lo sa? Certamente! La stampa è stata informata, ci sono in giro le brochures e su internet ci sono articoli che lo annunciano; fa niente se poi la stampa sia locale (cioè di Ruvo, e basta?) e i volantini, siano stati distribuiti, probabilmente, "solo a casa mia", i quali (senza considerare gli errori di inglese e quelli relativi alle date) risultano insipidi come dei tovaglioli di carta, sia nella grafica sia nel descrivere quello che, in realtà, dovrebbe essere, per Ruvo, una perla. Dimenticavo: è l’era di internet, perché non c’è un sito istituzionale dell’evento, sul quale concentrare tutte le informazioni dettagliate e le curiosità sulla prossima settimana a Ruvo?

Il problema è che non sappiamo dar colore alle nostre tradizioni. Tra le altre, Ruvo spicca per quella della musica. Abbiamo avuto una banda gloriosa e dei maestri che, sui ruvesi, hanno sparso le loro note, come se fossero i semi che il contadino getta sul proprio terreno per far nascere le sue piante. Grazie a questo, oggi abbiamo tanti giovani con la passione per la musica, ma non sappiamo dar loro la giusta celebrazione. Riesumiamo un festival glorioso e lo comunichiamo come se fosse una sagra di paese.

Il festival è la dedica fatta dalla città alla musica e ai suoi appassionati. Ruvo deve decidere, una volta per tutte, in cosa deve concentrare i suoi investimenti a favore della propria immagine. E non c’è nessuna scelta da fare; la soluzione è già davanti ai suoi occhi: la musica e il suo festival jazz, che ha una sua storia, una sua esperienza e la sua provenienza, che è Ruvo di Puglia. I maestri, prima di noi, hanno seminato, noi dobbiamo coltivare: formiamo i giovani con una scuola comunale di musica e dedichiamo alla musica le attività e le iniziative cittadine. Io, per ora, nel mio piccolo, ho deciso di contribuire alla diffusione delle notizie che riguardano il festival di quest’anno, mettendo a sua disposizione uno spazio del mio blog (clicca qui). Abbiamo un foglio bianco con i disegni già fatti, a noi non ci resta altro che colorarli.

Le tradizioni sono l’identità dei popoli che i padri hanno tracciato nella storia. Ai figli il compito di difenderle con onore e di arricchirle, perché da esse, prima o poi, bisognerà pur raccoglierne i frutti!

Pasquale Marinelli

(fonte: www.ruvodipugliaweb.it)


Postato il 06/09/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Le vacanze, di solito, spettano a chi lavora. E’ giusto che sia così; illudersi di sfuggire alla catena di montaggio è un diritto da concedere all’uomo “moderno”.

Io andrò in vacanza, per rendere i miei giorni da trascorrere al mare, vacanti di pensieri pessimisti sul mio futuro.

Ogni volta che si è in vacanza, questa ha un senso diverso perché la vacanza può essere caratterizzata da giorni vacanti di lavoro, vacanti di studio, vacanti di dolori, vacanti di cattivi pensieri o di qualsiasi altra cosa che renda l’uomo schiavo per un periodo troppo lungo. La vacanza è una necessità che contraddistingue il cesto dei bisogni che, tutti gli uomini del secolo appena iniziato e di quello che si è immediatamente concluso, portano in braccio durante il corso della loro “attuale” esistenza.

Chiunque si sia concesso, o si concederà, una vacanza (cioè, giorni vacanti di qualsiasi cosa che opprima), lo condivida sul blog, indicando, semplicemente, di che cosa renderà (o abbia già reso) vacanti i giorni estivi, trascorrerndoli diversamente da tutti gli altri dell’anno.

Il vuoto è il silenzio dopo un grido, un pianto o un dolore. E’ nel vuoto che, in silenzio, ognuno resta solo e in pace con sé stesso.


Postato il 08/08/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





E’ incredibile! Dalle nostre parti, più di un laureato non trova lavoro proprio perché è laureato. Avete letto bene, è come se un ragazzo con la laurea avesse la fedina penale sporca.

In pratica, un laureato che non riesce a trovare un lavoro che si addica al proprio ambito di studi (e questo succede proprio qui, dalle nostre parti) e che abbia difficoltà a spostarsi al nord Italia (dove, da questo punto di vista, i giovani, pare se la passino molto meglio), e che abbia voglia di lavorare e non abbia problemi a svolgere lavori di livello inferiore rispetto a quelli a cui potrebbe ambire, presentandosi ad un colloquio di lavoro, riceve sistematicamente risposte del tipo “non appena ci sarà una proposta in linea con il suo profilo, non esiteremo a contattarla”.

Un laureato ha sicuramente delle ambizioni che vanno al di là di un lavoro, per esempio, prettamente manuale; non vivrebbe bene un ambiente lavorativo in cui potrebbero chiedergli, fra l’altro,  di andare a pagare bollette alla posta oppure di fare fotocopie (magari mi pagassero solo per fare delle fotocopie!). Così  i datori di lavoro, per evitare che un laureato, ribellandosi a ciò, alteri la serenità di un ambiente lavorativo, preferiscono, per la stessa occupazione, far lavorare chi una laurea non ce l’ha (presumendo un’umiltà più radicata e minori pretese da parte di questi ultimi). Ma secondo me il problema è un altro. I laureati, sicuramente ci mettono del loro; infatti c’è quello snobismo di fondo, da parte di questi, che ha permesso un simile luogo comune. Ma è soprattutto vero che il mercato del lavoro è saturo, le nostre piccole aziende non sono incentivate ad assumere risorse e le università sono fonti di miraggi nel deserto; esse non preparano al lavoro e i cinque anni di studio accademico si sarebbero potuti dedicare, in alternativa, ad imparare un mestiere veramente spendibile sul mercato (oggi un laureato, per spendere il proprio titolo deve avere la fortuna di trovare un’azienda che gli permetta di fare esperienza; è questa che si spende, non il titolo).

La soluzione non è certamente quella di mentire ai colloqui di lavoro, cioè di omettere che si è in possesso di una laurea (alla fine viene tutto a galla e si rischia di sentirsi dire “però, la prossima volta deve essere più sincero!”). Bisogna imparare un mestiere (magari quello che più ci appassiona), e fare esperienza sul lavoro, aldilà di uno stipendio (agli inizi, ovviamente!). Poi, successivamente, se è nelle nostre gambe, aprire una attività in proprio, oppure proporsi con quello che si è e non con quello che si ha.

E’ vero che nel mondo d’oggi ci sono sempre meno sicurezze, allora affidiamoci alle nostre esperienze, perché esse sono la nostra sicurezza.


Postato il 23/07/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





La creazione di Adamo (1511) - Michelangelo Buonarroti. Cappella Sistina, Città del Vaticano

Nelle ultime settimane non si fa altro che piangere l’ormai “ei fu” antico contenitore culturale, ovvero cinema-teatro, Politeama di Ruvo. Inutilizzato da decenni, oggetto, in passato, di più speculazioni a perdere da parte del comune e trasformato qualche settimana fa in un cumulo di pietre dal quale, presto, dovrebbe sorgere un’ennesima costruzione edilizia. E Ruvo se lo merita!

Il Politeama è Ruvo ridotto in macerie dai ruvesi. Ruvo, secondo me, avrebbe subito, per troppi anni, la sfacciata cura degli interessi personali di chi ha promesso ai suoi cittadini di guidarla, noncurante di una comunità desiderosa di cultura, sanità, svago (volutamente non voglio andare avanti con l’elenco).

Quello che è successo al Politeama (che potrebbe ripetersi con l’ex cinema Vittoria) non è altro che il figlio del disinteresse al progredire e dell’interesse ad accumulare ricchezze da parte di pochi i quali, guarda caso, sono gli stessi che, puntualmente, elemosinano voti ad ogni campagna elettorale. Ma è anche un destino concretizzatosi a causa dell’assoluta mancanza di talenti in grado di suggerire, con arte, ad una pubblica opinione l’importanza di un progresso culturale tale che possa rendere necessario l’uso di un contenitore come quello che il Politeama, potenzialmente, era.

Doveva andare così! E così, probabilmente, potrebbe accadere per un’altra risorsa inutilizzata di Ruvo (l’ex cinema Vittoria). In questi anni ho capito che le necessità secondarie (ma non per questo, trascurabili) della collettività ruvese sono considerate da tutti come futili e non ci si batte per soddisfarle. Al contrario, c’è chi piange per esse (mentendo spudoratamente) oppure chi moralizza, allo stesso modo, a giochi ormai persi.

Abbiamo bisogno di talenti, di persone che facciano grande una storia (quella di Ruvo). Molti li chiamano eroi. Io li chiamo grandi; coloro che sono disposti a morire per una idea comune.

I cittadini sapranno di aver avuto un eroe il giorno in cui sentiranno il bisogno di ringraziarlo. E in quel giorno, Ruvo riprenderà a dedicare ad esso statue e lapidi.


Postato il 10/07/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Otto anni di scuola vi sembrano pochi o inutili nel mondo in cui vivete? Fatevi mandare alla scuola superiore per altri cinque anni di istruzione! Non volete ancora lavorare o non vi bastano (o non bastano per gli altri) tredici anni di studio? Andate all’università per altri tre anni! Volete ancora di più, altri tre anni non sono bastati per il vostro sogno, vi rode che c’è gente che con un po’ di sacrifici in più ha un titolo superiore al vostro? Fatevi altri due anni di università (avrete una laurea completa)! Ora cosa c’è, non trovi il lavoro desiderato in tutti questi anni? Chiedi i soldi a papà (sempre che non ti mandi al quel paese) e fatti un altro annetto ad un master da tremila euro (se ti va bene!).

Oggi, i giovani che studiano ad oltranza sono tantissimi rispetto a qualche anno fa, un numero tale da contribuire al fittizio decrescere della disoccupazione (essa diminuisce solo perché non considera quella buona fetta di coloro che sono studenti a vita). Si esce dall’università e non si trova lavoro (o comunque non quello per cui ci si è preparati) e, indovinate di che è la colpa? Dire “dello Stato” sarebbe troppo generico. Si consideri che il numero dei corsi di laurea è quintuplicato negli ultimi anni (e questa è solo una stima), e ciò come risposta all’aumento degli studenti? Se questi, una volta diplomati o laureati, sono al passeggio, allora la risposta è un’altra. Basta ragionare su cosa sicuramente il fenomeno ha prodotto. Più lavoro, ma nelle scuole, per gli insegnanti e per il personale scolastico occupato. Ecco di chi è la colpa! E’ degli insegnanti, dei segretari e dei bidelli che ci devono lavorare (quest’ultimo, è un eufemismo, ovviamente).

Ci ritroviamo con una scuola vecchia (nonostante quelle riforme che non riformano un bel niente), dai contenuti relativamente interessanti ai giorni nostri. E’ una scuola inutile, una farsa e che non prepara i giovani al mondo del lavoro. Abbiamo una università completamente percepita a sfavore degli studenti e che non è propedeutica alla realtà lavorativa (altrimenti non si spiegherebbe il successo di decine di master i quali, realmente, dimostrano di inserire, nel mondo del lavoro, gli studenti che se lo possono permettere).

E’ necessario che lo Stato riformi veramente la scuola, che riveda i programmi di studio e i suoi tempi (essi, attualmente, sono troppo lunghi) e che organizzi attività propedeutiche alle fasi successive della crescita degli alunni. E’ necessario un percorso accademico voluto e sostenuto economicamente soltanto da chi ne ha l'interesse, ossia, le realtà aziendali e gli studenti (lo Stato deve solo occuparsi di mettere i giovani in condizioni economiche idonee, privilegiando i meno fortunati). Solo se concepita così l’istruzione sarà utile, altrimenti continueremo ad vedere licei stracolmi di alunni, che non hanno classi sufficienti per contenerli, che attraggono i giovani solo per via dei balocchi che servono per fare belli i professori schizzati e i loro presidi (chi frequenta Ruvo, ha capito).

La scuola serve solo a chi ci insegna. A chi la frequenta per studiarci, oggi, non gli resta che apprendere prima e disapprendere poi; solo allora, ognuno, potrà formare la propria cultura e la propria persona.


Postato il 04/07/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





Finalmente! Ce l’ho fatta! Dopo tanto lavoro, prove e ricerche sono riuscito a realizzare un blog a mia immagine e somiglianza. Il software in php si chiama MarneviBlog  1.0 ed è interamente programmato, disegnato e graficamente curato dal sottoscritto.

Da oggi, con questo mio blog, inizio anch’io la mia avventura da protagonista sul web 2.0, offrendo uno spazio di confronto libero, in cui tutti devono avere la possibilità di scrivere la propria opinione sui temi che io propongo di volta in volta. E’ una possibilità, questa, che negli ultimi tempi ho voluto fortemente realizzare a favore di un libero scambio di opinioni, idee e di racconti su tutto ciò che concerne la vita della mia comunità locale: Ruvo e dintorni.

Spero che questo spazio virtuale diventi, per tutti noi, un luogo grazie al quale raccontare e raccontarci.

Ritengo che sia doveroso ringraziare il contributo di CutePHP.com che ha realizzato la piattaforma sulla quale l’applicazione gira stupendamente (CuteNews sounds good!)  e, inoltre, desidero cogliere questa occasione per ringraziare anche il mio hosting 000webhost.com; il servizio offerto da questi ragazzi è qualcosa di impareggiabile (you’re the best!).

Tutto è pronto, si parte!

Arrivederci sul blog.

Pasquale Marinelli


Postato il 03/07/2008 da Pasquale Marinelli nella categoria Cultura





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pasquale [27/07/2016] scrive: Le banche le abbiamo inventate perché fungessero da deposito di beni merci (metalli preziosi, principalmente), proprio perché circolassero le rappresentative note di banco (il denaro contante, appunto).
Studia meglio Claudio, perché articoli come questo sono la prova schiacciante che non tutti vogliono rimanere nell'ignoranza dilagante. Ignoranza dilagante di cui il tuo commento ne è purtroppo una prova schiacciante. Vai al post

claudio [24/07/2016] scrive: Abbiamo inventato le banche per non circolare con il denaro. Eravamo i primi siamo oggi indietro come le palle dei cani e l'articolo ne è prova schiacciante. Ps. Sarà mica casuale che abbiamo il record dei pagamenti in contanti e il record dell'evasione fiscale. Vai al post

claudio [29/06/2016] scrive: C'è qualcuno che potrebbe dirmi quanto costa stampare e coniare moneta nella UE e in Italia? Vai al post

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