REGISTRATI   LOG IN
twitter google+ rss
  Home | Chi sono | Leggere Orme | Contatti | Plugin | Help |
  sito di Cultura Economica
 
 

Categorie > Tutti i post | Cultura | Economia | Politica | Comunicazioni

 

fallimento.jpg

Questo è l’ultimo anno in cui lo stato italiano potrà intervenire per salvare una banca fallita. Da gennaio 2016 una banca in dissesto finanziario potrà contare sul soccorso volontario di istituti interessati alla sua acquisizione, oppure dovrà risollevarsi da sola, con le sole proprie gambe. Ma su cosa potrà contare una banca per risollevarsi da sola?

Per prima cosa, essa potrà fare appello ai capitali dei suoi azionisti e obbligazionisti, ai quali proporre una ricapitalizzazione; poi potrà contare sul suo patrimonio finanziario, mobiliare e immobiliare, da rivendere sui mercati per fare cassa; in ultima istanza, essa potrà pretendere i soldi dei propri correntisti, i cui saldi eccedenti i centomila euro potranno essere liberamente confiscati.

In realtà, ci sarebbe un'ultimissima possibilità: quella costituita dai correntisti con i saldi inferiori ai centomila euro.

Certamente cari lettori! Non credete alla garanzia del fondo interbancario! Non siate sciocchini! Nell’era di internet le informazioni sono a disposizione di tutti e basta essere meno pigri del solito per scoprire tante “belle cose”. Ad esempio (leggi qui), si scopre che la capienza del fondo interbancario è misera e che esso funge solo da “anestetico” per gli ignari correntisti. Guardate la tabelle seguenti:

rimborsabili.png

impegni.png

A giugno 2014, il fondo interbancario di garanzia dichiarava che i fondi rimborsabili inferiori a centomila euro ammontavano a circa 508 miliardi di euro. Ebbene, a giugno 2014 il fondo interbancario ne poteva garantire solo un miliardo e seicentosessantasei.

Chiaro? Solo un misero 0,33% dei conti correnti italiani è realmente garantito dal fondo di garanzia millantato dalle banche italiane. Il restante 99,67% dei correntisti italiani garantiti si attaccherebbe al tram.

Ma vi dico di più. Banca Marche è uno dei quattro istituti italiani protagonisti del recente scandalo finanziario, il quale ha richiesto l’intervento indiretto dello stato italiano per l’operazione di salvataggio dal fallimento. Ebbene, nell’anno 2012 questa banca riferiva che i conti correnti della sua clientela ammontavano a circa 5,4 miliardi (leggi qui). Un altro istituto coinvolto è Banca Carife che, nel primo semestre del 2012 dichiarava che i conti correnti della clientela ammontavano a circa 1,7 miliardi (leggi qui). Delle altre due banche, ovvero Banca Carichieti e Banca Eturia, di bilanci io non ne trovo in rete (già è assai che si riescano a trovare quelli delle prime due, ma solo fino all’anno 2012; i due anni più recenti invece sono introvabili: e già questo la dice lunga sull’affidabilità di costoro!).

Se si ipotizzasse che l’entità odierna dei conti correnti della clientela delle sole Banca Marche e Banca Carife fosse simile a quella di 3 anni fa, ovvero di 7 miliardi circa e che la metà di questi conti correnti avesse un saldo inferiore a centomila euro, si capisce bene che il fondo interbancario di garanzia, con soli 1,66 miliardi non sarebbe mai capace di garantire i correntisti interessati così come si millanta.

Pensate che questa riflessione si limita solo a banche minori rispetto all’intero panorama del sistema bancario italiano! Figuriamoci se considerassimo anche i numeri di banche più grandi!

Dall’anno prossimo, i contribuenti non saranno più chiamati con così tanta facilità per salvare le banche dai loro eccessi. Inoltre, lo stato italiano non potrà più disporre dei risparmi dei cittadini per salvare coloro che si sono fidati ciecamente di banche marce. Questo è relativamente un bene dal mio modesto punto di vista, perché ciò potrebbe contribuire a fare pulizia dal mercato di banche poco serie, dimostratesi inefficienti.

Dall’anno prossimo bisognerà scegliere le banche alle quali affidare i propri soldi con molta più attenzione, acquisendo più competenze finanziarie di quante non ne siano state necessarie fino ad oggi.


Postato il 12/12/2015 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





treno.jpg

Dopo Volkswagen è il turno di Deutsche Bank (la banca più insana d'Europa) il cui titolo continua a destare molte perplessita in borsa, soprattutto dopo una perdita annunciata di circa 6 miliardi di euro nel terzo trimestre 2015. Al netto di aiutini in extremis da parte dell'agenzia di rating di turno, è chiaro cosa gli speculatori finanziari tentano di fare (americani in primis): l'obiettivo è far frenare l'economia tedesca e costringere così il governo a non fare opposizione ad un più poderoso aumento della massa di euro da parte della BCE.

L'interesse in gioco è quello delle banche d'affari americane, abbattute dal fatto che la FED ha recentemente rimandato la decisione ad intraprendere un nuova fase svalutativa del dollaro, lasciandole così a bocca asciutta, essendo loro bisognose di altre fishes (dollari) per continuare a puntare nei casinò quali si sono ridotti ad essere i mercati finanziari del mondo.

Così, senza volerlo, la FED ha indotto queste banche d'affari a nutrire le proprie speranze su una politica monetaria espansiva da parte della BCE, affinché permetta loro di iniziare a comprare nuovi euro con i loro dollari, per poi usarli euforicamente nei mercati finanziari.

Lo zoccolo duro da superare, ovviamente, è la Germania, che fino a quando sarà una locomotiva trainante per l'Europa, non permetterà mai alla BCE di sfornare nuovi euro così come necessiterebbe la finanza americana.

Ciò perché l’unico modo per far stare a galla queste banche, esposte ad enormi perdite tanto da poterle fare fallire, è quello di regalare ad esse “soldi nuovi”, facendone pagare le conseguenze alla maggior parte delle persone, ossia a coloro che lottano per sopravvivere nell’economia reale, ovvero a noi.

Quindi, cosa significherebbe per noi comuni mortali, allorquando questi intenti dovessero essere raggiunti? Che il costo della vita in euro sarebbe destinato ad accelerare. Che il valore dei risparmi in euro sarebbe destinato a diminuire ancora più vertiginosamente. Che chi ha i propri soldi presso la banca tedesca rischierebbe di non vederseli più restituiti (“ma c’è il fondo interbancario di garanzia!”, sì certo come no!). Che le opportunità di incremento dei debiti pubblici salirebbero di pari passo ad un prevedibilissimo aumento delle pressione fiscale.

Da ieri, la vicenda di Deutsche Bank si fa ancora più curiosa perché ricorda qualcosa di simile a ciò che accadde nel 2008. Sette anni fa infatti, in maniera analoga, la banca d’affari americana Lehman Brothers dichiarò una perdita mostruosa che ammontava a più di 3 miliardi di dollari. Dopo 5 giorni quella banca si dichiarò fallita.


Postato il 08/10/2015 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





badbank.jpg

Il governatore della Banca d’Italia corteggia il governo e lo incoraggia a costituire una “Bad Bank” per ripulire i dissestati bilanci delle banche italiane dai mutui marci e di dubbia esigibilità, affinché queste possano tornare a fare nuovamente credito alle imprese (leggi qui)

Nessun media nazionale dà la dovuta risonanza a questo progetto che nei fatti  mira a far accollare perdite annunciate ai risparmiatori e ai contribuenti italiani.

Cosa dovrebbe fare il governo secondo le intenzioni del presidente della Banca d’Italia? Il governo dovrebbe:

- utilizzare soldi pubblici ottenuti con le tasse pagate dai cittadini (o i risparmi depositati nei libretti postali degli italiani) per costituire una nuova banca o ricapitalizzare una banca già esistente (la Bad Bank appunto, che in italiano si traduce in “Banca Non Buona”);

- far nominare all’interno del consiglio di amministrazione uomini di partito e “trombati” politici;

- infine far comprare a questa nuova banca solo i finanziamenti e i mutui marci che le banche italiane hanno prestato a clienti (spesso “a cani e porci”) non più in grado di restituirli.

A quale prezzo la Bad Bank acquisterebbe dalle banche italiane i mutui marci? Oggigiorno non ci sarebbe bisogno di una Bad Bank di proprietà pubblica per cedere ad altri i propri crediti e ripulire i bilanci dai prestiti in sofferenza. Questi ultimi si possono tranquillamente vendere sui mercati finanziari già esistenti. Il problema è che essi verrebbero valutati per quello che sono, ovvero per spazzatura, data l’alta rischiosità di restituzione. Dunque, ciò si tradurrebbe in perdite per le banche, le quali fallirebbero (come è giusto che sia).

La Bad Bank pubblica invece, avendo come amministratori uomini politici che per le loro decisioni non rischierebbero soldi propri, amministrerebbero solo soldi pubblici e quindi si potranno facilmente prestare a comprare i mutui marci a prezzi gonfiati rispetto a quello che essi realmente valgono, regalando così alle banche italiane utili con i soldi pubblici.

In poche parole, il progetto consisterebbe nel far pagare a voi cittadini le perdite delle banche italiane generate dai prestiti sbagliati che esse hanno mal concesso nei decenni passati, mentre gli utili e i prestiti profittevoli rimarrebbero nelle tasche dei banchieri.

Ecco perché ci dicono che dovremmo pagare le tasse, ecco perché ci dicono che dovremmo tenere i soldi solo in banca e non più in contanti. Per dare sempre da mangiare a politici e banchieri.


Postato il 28/05/2015 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





mangiasoldi,jpg

Cari lettori torno a scrivere sul blog dopo tanto. Impegni lavorativi e familiari non mi consentono più di scrivere con la frequenza e l’attenzione di una volta. Oggi però ho deciso di scrivere questo post per condividere con voi quanto si apprende circa l’affermazione di ieri del governatore della Banca d’Italia e che riguarda i risparmi di noi tutti. Durante un’audizione della commissione Finanze del Senato, il governatore avrebbe detto che le banche “devono informare la clientela del fatto che potrebbero dover contribuire al risanamento di una banca”.

E’ un avvertimento importantissimo cari lettori. Le banche in cui depositate i vostri denari, oltre a farli propri, sarebbero anche intenzionate ad usarli per sanare i buchi dei loro bilanci. E a dirlo sono proprio le banche per bocca del governatore della Banca d’Italia, la cui generica affermazione mette ufficialmente in discussione non solo la sicurezza dei risparmi di chi è azionista o obbligazionista di una banca, ma soprattutto la famosa e fantomatica garanzia sui depositi di conto corrente inferiori ai 100 mila euro (che evidentemente è solo una chiacchiera per tenervi buoni).

Da quanto dice il governatore si deduce allora che niente e nessuno garantirebbe la sicurezza dei vostri soldi che depositate nei conti correnti, perché potrebbero essere rapinati dalla vostra stessa banca al fine di risanarsi e lasciare sul lastrico voi altri.

E poi c’è chi favoreggia per l’abolizione del contante! Se fosse abolita la possibilità di prelievo del proprio denaro tramite contante, si avrebbe un’arma in meno per difendersi da un attacco del genere, sferrato dal sistema che invece lo dovrebbe custodire per voi.

Insomma, la razzia di Cipro per salvare il sistema bancario interno ai danni dei risparmiatori (ricordate? leggete qui) ha fatto scuola e ora ci si prepara per adottare le stesse misure in maniera standard anche in Italia, in caso di necessità.

Occorre difendersi. Bisogna imparare a rimanere il più lontano possibile dal rischio paventato ieri dal governatore della Banca d’Italia. Alla luce di tutto ciò, prossimamente mi impegnerò a condividere su questo blog in che modo si può agire per allontanarsi il più possibile da un tale rischio. Nel frattempo è possible ripassare quanto scrissi circa due anni fa.


Postato il 23/04/2015 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





graficozreoh.jpg

Ecco a voi il grafico (da ZeroHedge.com) che da solo riassume il fallimento del pilastro fondamentale della teoria keynesiana, il quale sostiene che il deficit pubblico aiuterebbe un’economia ad uscire dalla recessione.

Il Giappone ha affidato le sue sorti economiche a questa credenza, ovvero a quella ricetta che presuppone un incremento della spesa pubblica da parte del governo e una contestuale svalutazione del denaro ad opera della banca centrale, che finanche politici ed economisti europei auspicano per la zona Euro.

Nel grafico si osserva chiaramente come l’andamento del tasso di cambio effettivo reale dello Yen, dal 1975 ad oggi, ricalchi quasi perfettamente l’andamento della bilancia commerciale giapponese espressa in Yen.

Il tasso di cambio effettivo reale non è altro che un indicatore che illustra la competitività di una valuta con quelle estere. Più precisamente esso indica l’evoluzione dei prezzi di una certa economia rispetto all’evoluzione dei prezzi nelle economie concorrenti. Minore è il tasso di cambio effettivo reale, maggiore è la competitività della valuta osservata.

La bilancia commerciale invece non è altro che la differenza fra le esportazioni e le importazioni di una certa economia. La differenza positiva determina un auspicabile surplus, altrimenti si determina un deficit.

Visto e considerato che la ricetta economica keynesiana di cui sopra fa leva proprio su un più favorevole cambio della valuta nei mercati esteri (proprio perché svalutata) e che i keynesiani la ritengono strategica per la ripresa, al verificarsi di un decremento del tasso di cambio effettivo reale di una certa valuta, uno dei primi segnali di ripresa economica dovrebbe essere quello di una bilancia commerciale dal surplus crescente. Quindi, ogni qualvolta che il tasso di cambio effettivo reale scende, secondo la teoria keynesiana si deduce che la bilancia commerciale dovrebbe rinvigorirsi.

Nel caso del Giappone invece, non sempre è stato così!

Nel grafico si osserva come ad ogni decremento del tasso di cambio dello Yen, non corrisponda sempre un incremento del surplus della bilancia commerciale giapponese così come dovrebbe avvenire secondo i keynesiani. Anzi, spesso accade che quest’ultimo si deprima (accade agli inizi degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90; poi negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi anni 2000, per succedere nuovamente e clamorosamente dal 2012 ad oggi).

Che razza di teoria sarebbe quella che vale solo in alcune occasioni e per nulla nelle altre? Una teoria, proprio perché tale, deve valere sempre e non solo certe volte. Altrimenti non è una teoria.

Infatti la teoria keynesiana secondo la quale il deficit pubblico aiuterebbe la ripresa economica, non è una teoria; è più un dogma, che ha a che fare più con la religione che con la scienza sociale.

In particolare, guardate nel grafico ciò che è accaduto negli ultimi 2 anni. Il tasso di cambio effettivo reale giapponese è diminuito vertiginosamente. Questo perché la politica monetaria adottata dalla banca centrale del Giappone ha incrementato il numero di Yen, che poi sono stati ceduti al governo giapponese in cambio di titoli di debito pubblico (cosa che ha permesso l’incremento del deficit pubblico del paese e determinato il suo indebitamento), ottenendo come risultato l’effettiva svalutazione della valuta così come prescrive la ricetta keynesiana e offrendo così allo Yen maggiore competitività rispetto alle valute estere concorrenti.

Secondo i keynesiani, così facendo, un paese dovrebbe magicamente uscire dalla recessione. Baggianate!

Sono due anni che la bilancia commerciale del Giappone è in deficit cronico nonostante uno Yen svalutato e  deficit pubblici che si accumulano anno dopo anno.

Nonostante i keynesiani (e i neo-keynesiani) cerchino di arrampicarsi sugli specchi, disegnino mirabolanti salti mortali per negare l’evidenza o addirittura neghino la matrice keynesiana dell’operato giapponese, sono evidenti le falle della “teoria dominante” di Keynes, la quale fa acqua più di quanto si crede.


Postato il 18/12/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





deflazione.jpg

Il PIL del Giappone crolla per il terzo trimestre consecutivo (-0,4% su base trimestrale e -1,6% rispetto a 12 mesi fa). Sono passati 2 anni dall'inizio dell'adozione della cosiddetta politica monetaria di Quantitative Easing (palesemente di stampo keynesiana), che consiste sostanzialmente nell'incrementare la base monetaria, per svalutare la propria valuta, per far ripartire le esportazioni e indurre la ripresa dei consumi i quali determinerebbero un incremento di ricchezza. Guardate invece qui:

Detto da molti economisti, anche molto affermati, sembrerebbe che questa politica monetaria farebbe resuscitare qualunque economia che la adotti. Addirittura, in Europa c'è chi invidia il Giappone per questa sua possibilità di azione e che sbava all’idea di poter  adottare anche da queste parti certe misure politiche di espansione della base monetaria.

Cari lettori, prendete nota del fatto che, nonostante l’adozione della magica ricetta politica del Quantitative Easing, il Giappone non sta producendo più ricchezza (meglio ancora, la incrementa leggermente ma in maniera molto - ma molto - inferiore rispetto alle altre super economie del mondo). Guardate di seguito il PIL reale del Giappone confrontato con quello delle altre potenze mondiali; con tutti quegli Yen stampati (da due anni a questa parte), secondo gli economisti che sostengono questa politica, il Giappone avrebbe dovuto ottenere molto di più che un ultimo posto in classifica:

La sua popolazione invecchia più velocemente, risparmia e investe sempre meno e ha ridotto i consumi. La bilancia commerciale è perennemente in negativo. Guardate:

E' da 2 anni che il Giappone si è totalmente votato alla teoria economica keynesiana e alle sue ricette, le quali prevedono più spesa pubblica, più svalutazione della valuta e più inflazione dei prezzi di mercato, in cambio di una ripresa economica. E invece, nel caso giapponese, non vi è stata alcuna ripresa economica. Dopo aver espanso a più non posso la quantità di Yen in circolazione, vi è rimasto solo debito pubblico (il più alto del mondo), alto costo della vita, basso potere d'acquisto dello Yen e tasse. Guardate:

Eppure in Giappone c'è sovranità monetaria; lì i governanti sono autonomi nelle scelte di politica monetaria; e come certi economisti di casa nostra dicono, ciò dovrebbe dissipare ogni nube sull'economia. Ma il caso giapponese insegna che il risultato non è poi così scontato come si millanta, ma che spesso è quello pietoso che si osserva dai dati ufficiali.

Come lo spiegano gli adepti di lord Keynes? E come lo spiegano invece gli adepti della MMT?

Quando sentite keynesiani e neokeynesiani delirare con le loro formulette magiche, fate una cosa: sbattegli in faccia questi grafici sul Giappone e godetevi l'imbarazzante momento di mirabolanti tentativi di costoro di giustificare l'evidente fallimento di ciò che affermano e insegnano.


Postato il 20/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





bit.jpg

E' vero, il valore del Bitcoin è letteralmente crollato rispetto ai tempi di grande sopravvalutazione, soprattuto dopo il drammatico fallimento di un importante exchanger MtGox (attenzione: fallimento dell'exchanger, non del Bitcoin come realtà monetaria). Infatti oggi il suo valore è di circa 407,00 dollari rispetto ai 1.151,00 che ne valeva a dicembre di un anno fa (-64,64%) e queste brusche oscillazioni suggeriscono che la fase in cui si trova il Bitcoin per diventare denaro a tutti gli effetti è ancora quella embrionale.

Si consideri però questo dato di fatti: il valore del Bitcoin è sì crollato, ma in termini di scambio con la sua valuta di riferimento: il dollaro.

E' importate capire questa precisazione. Perché la scommessa di Bitcoin non è mai (e ripeto, mai) stata solo quella di prezzarsi rispetto ad un'altra valuta. La scommessa principale sul Bitcoin è sempre stata quella secondo cui una nuova e tecnologicamente avanzata maniera di emissione e distribuzione di denaro, indipendentemente da governi e banche centrali, si affermasse come mezzo di scambio nelle transazioni commerciali e finanziarie (ve ne parlai in questo articolo).

Ebbene, ad oggi il Bitcoin è sempre più apprezzato in termini di mezzo di scambio. E' sempre più visto come strumento per il pagamento di beni e servizi e non più solo come strumento speculativo. La prova di ciò è questo grafico, che mostra il numero delle transazioni effettuate in Bitcoin. Esse sono sempre più in rialzo, tanto che in questo momento in cui vi scrivo sono ben 79.554 transazioni al giorno (un incremento del 65,59% rispetto a 12 mesi fa; una media di 84.511 transazioni alla settimana in un anno). Il tutto nonostante il valore in dollari del Bitcoin stia decisamente diminuendo.

Guardate l'andamento del numero delle transazioni negli ultimi 2 mesi:

Il grafico non è solo in aumento, ma mostra anche delle significative flessioni del numero di transazioni, sempre in riferimento ai weekend. E' la prova del fatto che, negli ultimi periodi, l'andamento del numero delle transazioni in Bitcoin non sia dovuto alle solite compravendite finanziarie che hanno caratterizzato l'uso del Bitcoin fino a qualche mese fa, bensì che queste transazioni siano frutto di veri e propri comportamenti di acquisto di beni e servizi, le quali solitamente scemano nei weekend, per poi riprendersi nel corso della settimana.

In altre parole, Bitcoin, nel mentre di una turbolenta fase di stabilizzazione del suo valore in termini di altre valute, inizia a riscuotere sempre più fiducia da parte delle persone comuni che voglio utilizzarla ed accettarla per i propri scambi commerciali. Si sta diffondendo l'uso di Bitcoin come denaro.

Ricordo che realtà importanti come E-bay (con il suo PayPal), testate giornalistiche italiane come Il Giornale,  sviluppatori di giochi on line come Zynga (coi suoi giochi su Facebook), si stanno aprendo all'uso del Bitcoin. Sempre più esercizi nel mondo installano apparecchi automatici per lo scambio in Bitcoin, negozi on-line e blog ricevono rispettivamente pagamenti e donazioni in Bitcoin, nel settore ricettivo e degli studi professionali internazionali (e non solo) si inizia ad accettare il Bitcoin come corrispettivo.


Postato il 17/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





fineeuro.jpg

Cerchiamo di capirla con parole più semplici possibili questa storia dell’“Euro sì, Euro no”. Non mi stancherò mai abbastanza di suggerire che i problemi economici dell’Italia non sono stati causati dall’adozione dell’euro come valuta per la sua economia, bensì dalla struttura normativa, burocratica, fiscale, bancaria e istituzionale nella quale il “bel paese” è ingabbiato.

E’ negli anni novanta che si manifestarono tutti i problemi strutturali dell’economia italiana, quando i cittadini necessitavano di riforme che vertessero sulla liberalizzazione dei mercati, su un sistema monetario non corrotto dai governi, su una minore pressione fiscale, su una drastica riduzione della spesa pubblica, su una maggiore certezza del diritto e un minore ricorso al debito pubblico. I politici di allora non ebbero il coraggio di affrontare seriamente i problemi emersi, si nascosero dietro finte riforme (vedi, ad esempio, la farlocca legge Amato del 92, di cui vi ho parlato tempo fa qui) e preferirono non adottare le misure veramente necessarie per la ripresa economica, per paura che esse risultassero impopolari e compromettessero la loro capacità futura di reperire consensi utili per il mantenimento del loro potere.

Essi invece videro nell’euro l’occasione per poter continuare a non risolvere i problemi e a nasconderli sotto il tappeto. Abbandonando una lira che non aveva più credibilità (soprattutto a livello internazionale), tanto essa fu svalutata da quei stessi politici che non hanno mai avuto interesse a riformare il paese, con l’adozione di una nuova valuta (l’euro appunto) i creditori dell’Italia iniziarono a dare più fiducia all’Italia; attraverso l’euro essa poteva ridurre i costi delle importazioni utili per la ripresa della domanda interna e della produzione e a godere di finanziamenti impensabili fino a qualche decennio prima.

Dopo nemmeno dieci anni con l’euro nelle tasche dei cittadini, i problemi strutturali dell’Italia, che mai furono risolti in tempo debito, si sono ripresentati più grossi e gravi di prima.

Ed ora gli italiani cosa si chiedono? Così come si sono già sbagliati negli anni novanta, sbagliano tutt’oggi chiedendosi ancora se sia meglio cambiare di nuovo valuta oppure no. Addirittura, ci si chiede se non sia meglio ritornare alla sciagurata lira! Gli italiani dimenticano in fretta e non ricordano che, più di dieci anni prima, essi hanno già giocato la carta che consisteva nel cambiare valuta e che da sola essa non ha risolto i loro problemi economici; anzi, li ha peggiorati. Quindi, gli italiani non hanno capito che l’operazione di cambiamento della valuta non è una condizione sufficiente per risolvere i loroo grossi problemi economici.

Concludo dicendo che, senza avere la consapevolezza di una più efficacie e diversa alternativa all’euro o a ciò che l’ha preceduto (ossia, alla lira), e ad una proposta di riassetto del nostro sistema normativo, bancario e istituzionale, ogni dibattito circa l’abbandono dell’euro è un dibattito sterile e superficiale; in una sola parola: demagogico.

Il vero dramma per gli italiani non è tanto il fatto di adottare l'euro come valuta, quanto quello di non riuscire a concepire una valida alternativa ad esso.


Postato il 27/10/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





austriaci.jpg

Non sono solito scrivere post sul mio blog per commentare gli articoli altrui. Ho sempre preferito usare il mio blog per divulgare i miei studi e le mie opinioni sull’attualità economica; al massimo l’ho usato per fare critica economica (non giornalistica) sugli scritti di altri blogger di economia. Ma in questo caso farò uno strappo alla regola, visto che l’inconsistenza di quanto sto per segnalarvi non mi permette di fare di più.

Non ho potuto sottrarmi dal leggere questo post dal titolo “Un dibattito mancato e la cosiddetta teoria austriaca”, e di esprimere con queste due righe cosa ne penso (anche se avrei tanto voluto evitare di fare entrambe le cose), visto che a chiedermi ciò sono stati alcuni lettori del blog.

Ebbene, l’autore di questo articolo afferma che la scuola economica austriaca, quella che è per il minor interventismo dello stato nella vita delle persone e contraria alle banche centrali, non esisterebbe. Ad esistere sarebbero solo le sue idee.

Contrariamente a quanto questo signore dice nel suo post, la Teoria della Scuola Austriaca esiste eccome! Egli cerca di smontarne i cardini riferendosi ad un estratto a portata di click ripreso da Wikipedia (???), quando in realtà, da ricercatore economista quale egli sarebbe, circa la scuola austriaca mi sarei aspettato argomentazioni riferite direttamente a contenuti ripresi dalla vastissima antologia di questo secolare pensiero economico, costituita da saggi e trattati economici, scritti da economisti illustri come Menger, von Bohm-Bawerk, von Mises, Rothbard, Hazlitt, de Soto, solo per citarne alcuni, spesso anche da premi Nobel per l’economia del calibro di von Hayek.

A lasciarsi ispirare dalle teorie austriache ci sono stati politici come Margaret Tatcher e Ronald Regan. Di politici contemporanei, l’unico degno di menzione è per me l’americano Ron Paul, membro attuale della Camera dei Rappresentanti. Troppo pochi, purtroppo!

Lo so, leggere i trattati degli economisti su elencati non è veloce e semplice come leggere un sunto su Wikipedia o divertente come leggere le divulgazioni dei signoraggisti e dei signori della teoria delle scie chimiche, o quelle della MMT, standosene comodamente seduti sotto l’ombrellone. Leggere gli scritti economici dei personaggi di cui sopra richiede dedizione e concentrazione tali da impegnare molto tempo, energie e studio per la loro comprensione. Forse l’autore economista del post in oggetto non ha tempo, voglia o forse chissà cos’altro gli mancherebbe per ridursi a “studiare”, per poi scrivere, semplicemente documentandosi da Wikipedia.

Ritengo che il problema non sia tanto il fatto se la Scuola Austriaca esista o meno. Vorreste vedere che non basterebbero a dimostrare la sua esistenza tutto quanto ci è stato lasciato in eredità dai suoi fondatori economisti (li ho citati prima), dai suoi padri intellettuali (fra i quali vi sono filosofi come George, Locke, Bastiat, Hoppe, ecc.) e i loro tantissimi divulgatori, iniziando dagli illustri Gary North e Philipp Bagus, fino ad arrivare ai tanti autori di testi divulgativi e blogger italiani, dei quali ne cito solo alcuni, senza pretesa di esaurimento,  www.vonmises.it, www.usemlab.com, www.movimentolibertario.com, www.johnnycloaca.blogspot.it,  www.rischiocalcolato.com, compreso (permettetemi) questo mio personale e modestissimo blog di economia?

Il problema di fondo, infatti, consiste nel fatto che ad esistere ancora siano proprio quelle teorie diffuse di economia di cui l’autore del post ne parla a favore (quella keynesiana e neo-keynesiana, per intenderci), le quali, da decenni, procurano ai più conseguenze economiche negative, che la scuola austriaca ha studiato e da sempre denunciato, spiegato e dettagliatamente dimostrato.

Trovo ridicola la “supercazzola” usata dall’autore del post per dire che una secolare scuola di pensiero addirittura non esisterebbe. E quale sarebbe la “geniale” dimostrazione? Sarebbe quelle secondo cui, considerato che, tutto ciò che c’è di buono (per lui) della teoria austriaca già sarebbe presente nella "teoria dominante", mentre ciò che di non buono c’è (sempre per lui) nella teoria austriaca sarebbe stato scartato dalla "teoria dominante", allora la scuola austriaca non esisterebbe. Una “supercazzola” questa, impropriamente promossa dall’autore nella sfera dell’ontologia, che è senza alcun senso oggettivo. A questo punto, utilizzando lo stesso ragionamento puerile dell’autore, si potrebbe anche dire che nemmeno la scuola economica di Chicago esisterebbe, in quanto ciò che c’è di buono in essa è già presente nella teoria austriaca e ciò che di non buono c’è in quel pensiero è stato rifiutato dalla scuola austriaca; quando in realtà la scuola di Chicago esiste tanto quanto esiste quella austriaca o quella keynesiana. In pratica, l’autore pare proprio dire a chi legge il suo articolo che, o la si pensa come dice lui, oppure il pensiero diverso dal suo non esiste. E’ assurda come argomentazione. Soprattutto se ad asserirla fosse un ricercatore.

Dopo aver faticosamente letto (lo ammetto) il lunghissimo post ad oggetto, mi chiedo solo queste due cose: se non si è d’accordo con una scuola di pensiero, non si fa prima e migliore figura se si dice semplicemente che non si è d’accordo con essa, punto e basta? Se si conosce solo da Wikipedia ciò di cui si scrive, non sarebbe il caso di non perdere la ghiotta occasione di starsene zitti?


Postato il 11/10/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





padrone.jpg

Uno dei motivi per cui l'Italia è un paese dato ormai per spacciato, il quale vedrà una ripresa economica solo nelle vacue parole di chi la governa, è il fatto che lo stato non permette ai suoi cittadini di operare in liberi mercati.

Superare le condizioni stagnanti di un'economia allo stallo come quella attuale è possibile solo in due modi:

- distruzione di tutto prima, per ricostruire poi (ad esempio, una guerra alla quale poi segue la ricostruzione del dopoguerra);

- oppure, adozione e libera diffusione di una o più innovazioni tecnologiche, di prodotto o di servizio che rivoluzionano la vita delle persone.

E' ovvio che io sia per la seconda possibilità: perché, contrariamente alla prima, essa è la più pacifica e considera al centro di tutto il benessere dei singoli individui e non quello di una o più élite di potere.

Ebbene, in Italia lungi da poter sperare nella possibilità che un'innovazione possa contribuire alla ripresa economica.

A suo tempo, analizzai un esempio di come lo stato italiano abbia letteralmente inibito ogni possibilità di crescita economica e occupazionale data dal fiorente e nascente mercato innovativo delle sigarette elettroniche (leggi qui) per favorire la classe dei tabaccai e proteggere il monopolio legale dei tabacchi da esso stesso gestito.

Oggi vediamo il caso del servizio Uber che, dalla lontana San Francisco, sta conquistando sempre più quote di mercato nel mondo. Uber è un’agenzia che offre un servizio di intermediazione del trasporto di persone, la quale consente, a chiunque possieda un cellulare o uno smartphone, di richiedere un passaggio in auto, semplicemente inviando ai centri locali Uber un sms oppure inoltrando la richiesta attraverso l'uso di una app. Uber fa in modo che all’appuntamento concordato si presenti l’automobile del modello che si è richiesto, guidata da un autista (che è il proprietario dell’auto) selezionato e certificato dalla stessa Uber, disponibile ad accompagnare l’utente ovunque egli voglia, alle tariffe stabilite dall’agenzia. All’autista non si deve nulla e il pagamento avviene tramite carta di credito, direttamente alla Uber.

Il servizio è sbarcato anche in Italia (a Roma, Milano e Genova) e a mio avviso ciò sarebbe motivo di rallegramento, visto che c’è ancora qualche straniero che non viene in Italia solo per campare della carità di stato, ma c’è anche chi viene per investire.

Purtroppo, è notizia di questi giorni che nel comune di Genova la polizia municipale ha multato, sequestrato l’auto e sospeso la patente ad un autista che serviva un passaggio ad un persona grazie all’intermediazione della Uber (leggi qui). Il reato contestato è l’esercizio abusivo al pubblico della professione di trasporto di persone, per la quale la legge italiana prevede innanzitutto il rilascio di una specifica licenza.

In Italia, quello dei taxi è uno dei mercati più protetti e regolamentati dallo stato. Nessuno può intraprendere l’attività di trasporto di persone se non per provvedimento pubblico amministrativo. I taxisti costituiscono la categoria più risentita da questa idea che reinventa il servizio di trasporto di persone. Infatti, si apprendono notizie varie in cui autisti Uber sono aggrediti a suon di ceffoni dai taxisti italiani (ad esempio, leggi qui).

Quale sarebbe la colpa di chi partecipa in questa nuova avventura della Uber e che meriterebbe simili aggressioni? La colpa non è quella di truffare il prossimo, non è nemmeno quella di attentare alla sicurezza di chi riceve il servizio. La colpa sarebbe quella di aver proposto un nuovo e più efficiente modo di trasportare le persone, liberamente da un luogo ad un altro e di farlo meglio rispetto a chi ha una licenza di stato per trasportare le persone.

Che paese civile è il nostro! Costituito da uno stato che punisce chi fa innovazione e una classe mafiosa di cittadini che difende i propri privilegi arrivando anche alle mani.

La Uber non offre un servizio di trasporto di persone su pubblica piazza così come lo fanno invece i taxi, ma esercita un’attività sul web di mera intermediazione fra chi ha la disponibilità di tempo e di un’automobile e chi ha bisogno di un passaggio nel breve tempo possibile. La Uber fa intermediazione così come la fa un qualunque sito di incontri o di annunci di lavoro, per cui non è prevista alcuna autorizzazione pubblica. Inoltre, la disponibilità del proprietario dell’auto ad offrire un passaggio ad un’altra persona, messi in contatto fra loro da un intermediario (la Uber appunto), è frutto di un accordo privato e riservato, così come lo sarebbe quello fra due conoscenti che si accordano affinché uno accompagni l’altro in un dato luogo e per cui, colui che riceve il favore riconosce al gentile proprietario dell’auto il rimborso della spese sostenute.

Questo servizio innovativo apre uno scenario di mercato completamente nuovo, in cui gli operatori, se lasciati liberi di esprimersi, esplorerebbero la possibilità di offrire agli individui l’opportunità di non essere più vincolati dai costi di mantenimento di un’auto di proprietà (assicurazione, bollo e manutenzione) e di sostenerne i relativi costi solo quando si fa effettivamente uso dell’automobile. Di non essere più condizionati dalle sole tariffe dei tradizionali trasporti pubblici (taxi, autobus e metropolitana), prestabilite per decreto o delibera amministrativa, ma di avere l’occasione di spuntare prezzi e condizioni di trasporto più convenienti e più adatti alle proprie esigenze, formatesi sul mercato libero.

Quello aperto dalla Uber è un mercato che crea nuove opportunità di lavoro per chi decide di avventurarsi a scoprire un modo diverso di soddisfare esigenze di trasporto sempre più particolareggiate, di persone estremamente esigenti.

Insomma, in un paese come il nostro, sobbarcato dal debito pubblico e da una dilagante disoccupazione, non abbiamo bisogno di un governatore più buono e magnanimo da votare, o di un banchiere centrale che incrementi la stampa di nuovo denaro o distorca i tassi di interesse di mercato. Abbiamo bisogno di innovazione e di individui che sappiano innovare.

Non abbiamo bisogno di leggi che rendono certa la vita della classe dei taxisti (né quella di chiunque altra classe), intenti a mantenere i propri privilegi sul mercato ottenuti, non per avere il merito di rendere migliore, più economico e confortevole il soddisfacimento dei bisogni delle persone, ma solo grazie ad un’esclusiva licenza di stato che li protegge dall’eventuale concorrenza. Abbiamo bisogno che il settore del trasporto di persone sia stimolato a reinventarsi, lasciando gli innovatori liberi di esprimersi, senza che essi siano puniti o malmenati per aver provato ad offrire soluzioni migliori alle persone.


Postato il 29/09/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





salvabanche.jpg

Dopo aver appreso dell'ulteriore taglio al tasso di interesse alla soglia record di 0,05%, con questo post della rubrica Discussioni di Economia (DdE) approfondiremo nel dettaglio una delle operazioni già annunciate nella passata conferenza di agosto della BCE e che partirà il 18 settembre prossimo, ossia quella relativa al Targeted Longer Term Refinancing Operations (TLTRO). Chiariremo cosa è e come funziona.

Esso è una versione rivisitata di un’operazione di nostra vecchia conoscenza, ossia del LTRO di cui ho scritto approfonditamente in questi uno, due e tre post del 2012. Il LTRO fu ufficialmente adoperato dalla BCE per rilanciare l’economia reale. Ma in realtà non andò così. Ad avvantaggiarsene furono solo il sistema bancario europeo e i governi europei malandati, per cui il primo riuscì a ricapitalizzarsi, mentre i secondi videro ridursi il costo del loro crescente indebitamento. L’economia reale invece rimase al palo.

Nel 2014, si ripropone la stessa operazione, questa volta chiamata T-LTRO, con la stessa giustificazione di due anni fa, ossia quella di rilanciare l’economia reale. La strategia, questa volta, è leggermente diversa: prestare altri 894 miliardi di euro freschi di stampa al sistema bancario europeo, al tasso ridicolo dello 0,15% (0,05% più uno spread dello 0,10%; praticamente gratis), da restituire nel 2018. Ma in cambio la BCE chiede alle banche europee che i soldi presi in prestito siano usati a loro volta per essere prestati specificatamente a famiglie e ad imprese. Vediamo più nel dettaglio le pretese della BCE.

Le banche europee che fanno richiesta di partecipare alle aste di aggiudicazione dei prestiti della BCE potranno usufruire del nuovo denaro emesso solo alle seguenti condizioni:

1.     per le prime due tranche di TLTRO da 400 miliardi totali circa, ciascuna banca potrà prendere a prestito dalla BCE solo una somma pari al 7% dello stock di finanziamenti ancora in essere al 30 aprile 2014;

2.     per le restanti 6 tranche di TLTRO da 494 miliardi totali circa (le cui aste si terranno fra il 2015 e il 2016, con scadenze trimestrali), ciascuna banca potrà prendere a prestito dalla BCE una somma proporzionata all’ammontare dei nuovi prestiti erogati da maggio 2014 al secondo mese precedente a quello di aggiudicazione del prestito;

3.     i crediti concessi presi in considerazione per la determinazione delle somme chieste in prestito alla BCE dovranno essere quelli erogati ad imprese e a famiglie, purché non siano di natura immobiliare;

4.     qualora la banca che ha ricevuto in prestito il denaro della BCE, fra maggio 2014 e aprile 2016, riduca l’ammontare dei prestiti (non immobiliari) concessi alla propria clientela, essa dovrà restituire il prestito TLTRO con 2 anni di anticipo (entro settembre 2016) e non alla più comoda data di settembre 2018.

Esaminando il documento tecnico diramato dalla BCE, si osserva che l’operazione TLTRO lungi dall’essere qualcosa direttamente riferito a vantaggio dell’economia reale.

Infatti, la BCE stabilisce due parametri di riferimento per la valutazione del rispetto della condizione secondo la quale i soldi ricevuti in prestito con TLTRO dovrebbero essere destinati all’erogazione di crediti a famiglie ed imprese, entrambi di discutibile validità:

-       per le banche che negli ultimi 12 mesi hanno incrementato lo stock di finanziamenti alle famiglie e alle imprese, il parametro di riferimento sarà semplicemente pari a zero. Ciò vale a dire che per questi istituti non sarà necessario incrementare i prestiti alle imprese e alle famiglie per ottenere il prestito allo 0,15% di interesse, da restituire comodamente nel 2018, ma che sarà sufficiente mantenere costante, fino ad aprile 2016, il valore dei finanziamenti alla propria clientela rilevato nei 12 mesi precedenti alla data di aggiudicazione del prestito della BCE;

-       per le banche che negli ultimi 12 mesi hanno invece diminuito lo stock di finanziamenti alle famiglie e alle imprese, il parametro di riferimento sarà addirittura di valore negativo fino a d aprile 2015 e poi pari a zero fino ad aprile 2016. Ciò vale a dire che anche per questi istituti non sarà necessario incrementare i prestiti alle imprese e alle famiglie per ottenere i nuovi euro dalla BCE, da poter restituire comodamente nel lontano 2018, ma che essi potranno addirittura continuare a diminuire lo stock di finanziamenti alle imprese e alle famiglie fino ad aprile 2015, per poi mantenere costante lo stock registrato fino ad allora per i 12 mesi a seguire.

Ecco cosa si cela dietro questo TLTRO: un nuovo aiuto al disastrato sistema bancario europeo.

Innanzitutto, le prime due tranche di TLTRO verranno attribuite sulla base di un dato storico, che poco ha a che vedere con l’intento di incentivare le banche ad incrementare i prestiti alle famiglie e alle imprese. Esse infatti potranno ambire a prendere in prestito dalla BCE il 7% di qualunque sia lo stock di crediti già erogati alla clientela. Una volta ottenuto il prestito, nulla obbliga effettivamente gli istituti ad aumentare i finanziamenti concessi o vieta severamente ad essi di diminuirli. Una volta che in queste prime due tranche di TLTRO si sarà aggiudicato il prestito agevolato, le banche potranno fare ciò che vogliono dei soldi ricevuti dalla BCE, perché non sono previste sanzioni o penali se essi non verranno prestati a imprese e famiglie; male che vada le banche restituiranno alla BCE i soldi ottenuti nel 2016 anziché nel 2018, pagando pur sempre il prestito con un irrisorio interesse dello 0,15%.

Considerato che le banche europee devono restituire alla BCE ancora 362 miliardi della vecchie operazioni LTRO 2011 e 2012, è immediato credere che buona parte di questi primi 400 miliardi possano essere utilizzati da esse proprio per saldare i vecchi LTRO. Oppure si consideri che, per queste prime 2 tranche, le banche italiane potranno chiedere alla BCE fino a 75 miliardi di euro (fonte: dati BCE), ossia esattamente l’ammontare delle obbligazioni in scadenza a fine 2014. Altro che incrementare i finanziamenti alle imprese e alle famiglie! Vedrete.

Per quanto riguarda il meccanismo di determinazione delle seguenti 6 tranche di TLTRO, se da una parte esso potrebbe risultare un effettivo incentivo alle banche di incrementare la concessione dei finanziamenti alle imprese e alle famiglie (da marzo 2014 infatti, più le banche avranno finanziato o finanzieranno, più soldi potranno chiedere in prestito alla BCE, trimestralmente fino al 2016), dall’altra parte esso è più un incentivo a mantenere inalterati gli stock di finanziamento alla clientela, più che ad incrementarli, perché il parametro di riferimento in base al quale si confronterà la variazione di stock dei finanziamenti concessi non è mai superiore allo zero. Basterà non variare il valore dei finanziamenti già erogati negli anni precedenti per poter ottenere i nuovi euro della BCE allo 0,15% di interesse, da restituire fra 4 anni.

I quasi 1000 miliardi di euro che la BCE stamperà per la nuova operazione TLTRO, rischiano nuovamente di non essere destinati all’economia reale, ma di essere utilizzati dalle banche per la ricapitalizzazione dei propri bilanci, per acquistare altri titoli di stato o per effettuare operazioni speculative sui mercati finanziari. Il tutto, senza usare soldi propri.

E’ tutta una balla la storia che questi nuovi euro stampati dalla BCE saranno d’aiuto alle famiglie e alle imprese. Punto primo: ogni nuovo euro stampato in eccesso rispetto alla effettiva ricchezza di un paese, nel lungo periodo, è dannoso alla sua economia; e questo è purtroppo il caso della situazione europea attuale. Punto secondo, il tessuto economico europeo è estremamente lacerato dalle distorsioni create dalle precedenti politiche monetarie della BCE sui tassi di interesse, dal mare di leggi e dalla delirante burocrazia imposte dai governi all’economia, dall’incivile oppressione fiscale a cui sono sottoposti i redditi e i patrimoni degli europei, dai troppi monopoli di stato.

Ciò lo sanno benissimo le banche europee, per questo non troveranno conveniente investire in un’economia allo stallo, bensì finanziarsi dalla BCE a tassi prossimi allo zero, al massimo per soli 2 anni (anziché per i potenziali 4) e reinvestirli in attività più redditizie del mondo della finanza.

 

 


Postato il 15/09/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





taglio.jpg

Se foste produttori di farina, secondo voi cosa conterebbe di più per voi, possedere un quintale di grano duro da trasformare subito in farina e fare il vostro business, oppure possedere banconote emesse dalla BCE per il corrispondente valore del grano di 24 euro?

Possedere il quintale di grano duro, ovviamente, perché potendolo trasformare in farina potreste rivendere il prodotto finito ad un prezzo superiore.

Ebbene, cosa accade oggi che il tasso ufficiale di interese dell'euro vale 0,10 punti percentuali in meno rispetto a ieri, per volere della BCE (leggi qui), che ne ha il monopolio di emissione? Accade che l’euro vale meno, perché la BCE ha disposto che, rispetto a ieri, le banche possono chiedere denaro in prestito ad essa pagando un tasso di interesse prossimo allo zero (0,05%; praticamente gratis). Questo significa che per le banche, bisognose di svolgere le proprie attività speculative nei mercati borsistici, costerà molto poco prendere a prestito nuovo denaro dalla BCE e immetterlo, ad esempio, anche nelle borse merci dove si scambia il nostro grano duro.

Ciò determinerà un afflusso di euro maggiore rispetto a prima, che nel mercato in cui si scambia il grano duro potrebbe essere utile per comprare maggiori quantità di esso. Ma più si domanderà grano duro con quei maggiori euro a disposizione, più il suo prezzo inizierà ad aumentare. Così non pagheremo più un quintale di grano duro a soli 24 euro, bensì a 25, 26 a 30 euro al quintale.

Insomma per possedere un  quintale di grano noi produttori di farina saremmo costretti a procurarci euro in più per comprare lo stesso quantitativo di grano che prima si acquistava con meno euro.

Eppure la produzione di grano non è diminuita tanto da rendere il grano più raro e giustificare un incremento del suo prezzo. E la gente consuma sempre lo stesso quantitativo di farina di prima e non chiede maggiore farina, tanto da essere disposta a pagare di più rispetto a prima e farne aumentare il prezzo alla vendita. Perché mai allora il costo del grano e della farina dovrebbero aumentare?

Se la gente non può spendere di più rispetto a prima per l’acquisto dello stesso quantitativo di farina, i produttori inizieranno a chiedere in prestito gli euro, necessari per comprare la materia prima, alle banche (che ad esse, ora costa poco quanto niente). Un aumento delle domande di prestito di denaro da parte dei produttori significa per le banche approfittarne e aumentare il costo dei loro prestiti concessi; quindi maggiori tassi di interesse che i produttori devono pagare per finanziarsi.

Chi non potrà permettersi un finanziamento a costi incrementati sarà costretto a chiudere l’attività. Chi invece potrà permetterselo, fin quando sarà conveniente, incrementerà il costo della farina prodotta (affinché si possa  rientrare anche del costo del debito contratto) e la venderà solo alla gente più ricca che può pagarla di più rispetto a prima.

Certo, ci si potrebbe inventare qualcosa per incrementare il quantitativo di farina prodotta e guadagnare sull’economia di scala; ma tutto ciò restando alla speranza che un’innovazione tecnologica, la quale sia in grado di aumentare la produzione, sia presto resa disponibile al produttore, che i lavoratori siano disposti a lavorare di più per produrre di più, che i redditi dei clienti magicamente aumentino e che il maggiore quantitativo di farina prodotta non resti invenduto perché si rivela essere in eccesso rispetto alle effettive esigenze della gente!

E che dire di chi ha risparmiato i propri redditi in fondi comuni di investimento, i quali riceveranno euro svalutati rispetto ai propri piani iniziali, con i quali potrebbero comprare meno farina rispetto a prima? E delle importazioni, ad esempio di energia (petrolio e gas), che con un euro più svalutato costerebbero di più, pur acquistando la stessa quantità?

Queste conseguenze si riassumono con una sola parola: impoverimento.

E questo accade per una sola e deleteria decisione arbitraria di un ente centrale (la BCE) di abbassare artificialmente il costo del denaro, con una semplice disposizione tecnica, ad essa concessa per legge.

Ci arrivate cari lettori? A decidere se una banconota sia valida (e se sì, quanto valida) per acquistare un quintale di grano non è l’insieme delle contrattazioni fatte da chi opera sui mercati, quello del mercato del grano compreso (ossia, coloro che producono, che trasformano, che ne acquistano il prodotto finito, ecc.). Lo decide un ente per tutti. E se questo ente svaluta il denaro per favorire i suoi amici banchieri e governanti (e questo è proprio il caso della realtà degli ultimi decenni), gli operatori di mercato non possono sostituire quel denaro svalutato con un altro migliore, più efficiente e meno corrotto, perché per legge, chi in un modo chi in un altro, è obbligato ad usare quel denaro che rende improvvisamente più oneroso l’acquisto di materie prime e prodotti finiti.


Postato il 05/09/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





montagna.jpg

Diciamo la verità, andare in vacanza quest’anno e tenere entrambi gli occhi chiusi è praticamente impossibile. Il nostro paese è in caduta libera e le conseguenze del suo sfacelo è tutto a rischio e pericolo di noi cittadini; non certo di politici e banchieri che hanno causato ciò.

Ebbene, dalle ultime pubblicazioni di Banca Italia, il debito pubblico continua ad aumentare (soprattutto a causa degli interessi maturati su di esso), giungendo a quota 2.168,4 miliardi di euro nel mese di giugno (+ 4,57% dall’inizio dell’anno). Ma ciò non è una novità, è semplicemente una conferma di quanto noi blogger di economia continuiamo a riferire a voi lettori da mesi e mesi; checché ne abbia voluto dire il capo del governo italiano con le sue balle, circa la ripresa economica italiana che solo lui prevedrebbe a settembre (addirittura, una “ripresa col botto”. Ma va, va!).

La novità vera riguarda qualcos’altro. Ovvero, il forte accumulo di denaro liquido che il dipartimento del Tesoro italiano sta facendo negli ultimi mesi. Infatti il Tesoro vanta nel mese di giugno qualcosa come 105,3 miliardi di euro in riserve liquide. Se si pensa che a giugno 2013 ne aveva appena 76,3 miliardi e che dall’inizio dell’anno le riserve liquide sono aumentate del 35,7% (13,4 miliardi), ci si rende conto che esiste un’anomalia.

Le domande che sorgono spontanee sono: che senso ha emettere titoli di stato ed indebitarsi, semplicemente per accumulare denaro? Che senso ha crearsi riserve di una valuta come l’euro, soprattutto ora che esso vale sempre meno rispetto al dollaro? Che senso ha accumulare una valuta che rischia di svalutarsi repentinamente anziché accumulare beni reali di valore, così come stanno facendo Russia, Cina e India con l'oro, se ci si vuole creare un'alternativa valida al sistema monetario unico europeo?

Le entrate tributarie italiane sono in netto calo rispetto a maggio scorso del 7,7%. Solitamente lo stato si indebita perché non riesce a coprire le spese pubbliche le quali sono in eccesso rispetto alle entrate tributarie. Quindi l’Italia si dovrebbe indebitare proprio per far fronte a questa dissintonia che c’è fra aumento delle spese pubbliche e diminuzione delle entrate pubbliche. Invece l’Italia, negli ultimi mesi, si indebita permettendosi il lusso di crearsi una montagna di euro liquidi non ancora utilizzati. Perché?

Forse perché si prevede un allargamento del buco del bilancio pubblico nel prossimo futuro, così da farvi fronte con gli euro accantonati fino ad allora? Oppure perché, in autunno si prevede un nuovo rialzo dei rendimenti dei titoli di stato, per cui il governo vi farebbe fronte riacquistando il proprio debito attraverso la montagna di denaro accumulato e tenendo così a bada lo spread con i bund tedeschi che in autunno potrebbe riprendere a salire?

Qualunque sia la risposta, cari lettori, tutti quei soldi accumulati facendo debiti a vostro ed esclusivo nome (ricordatevelo), non finiranno nelle vostre tasche. Se lo stato italiano sta accumulando euro lo sta facendo strategicamente in quanto, molto probabilmente, prevede tempi molto bui per l'economia del paese, dalla quale potrà spremere sempre meno per le sue attività clientelari e, per questo, oggi si indebiterebbe di più perché è maggiormente conveniente rispetto a quanto lo sarà nei mesi a venire, quando indebitarsi diverrà più oneroso. Questo lo sa soprattutto l'Europa e lo sanno gli investitori. Gli unici che non l'hanno ancora capito sono i contribuenti e i risparmiatori italiani, che restano inermi e con le mani in mano nonostante le evidenze di un governo che continua ad indebitarli e a non permettere loro un avvenire.

La cosa non sfugge agli occhi di chi controlla i conti pubblici dell’Italia (noi blogger di economia compresi) e ciò induce a diffidare ancora di più dell’Italia, delle sue false prospettive di crescita e di chi la governa o la vorrebbe governare.

Io riprendo la mia vacanza, non tenendo entrambi gli occhi chiusi, ma almeno uno lo terrò aperto, perché i giochi politici che si faranno nei mesi a venire, a discapito dei nostri risparmi e del nostro lavoro, si stanno impostando proprio in questi caldi giorni di agosto.


Postato il 14/08/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





gameover.jpg

Ahimè sono già costretto ad interrompere il periodo di vacanze del blog, annunciato nel mio ultimo micropost, per informarvi circa la conferenza della BCE di ieri.

Il governatore della banca centrale europea Draghi, inizialmente non ha detto nulla di nuovo rispetto alle precedenti uscite pubbliche: la BCE ha in cantiere misure anticonvenzionali pronte a poter partire e che sostanzialmente mirano allo stimolo del credito e alla svalutazione dell'euro, i cui effetti non si manifesteranno prima di un lunghissimo anno. Le operazioni più importanti sono:

- operazione TLTRO: in Italia non si investe; a cosa potrà mai servire all’economia reale? Mistero!

- operazione ABS: in realtà, lo sguardo è ad un vero e proprio Quantitive Easing in versione europea per svalutare l’euro (prima o poi, saranno costretti a farlo, checché ne potrà dire la Germania)

Il dollaro è sempre più forte e per i mesi a venire lo sarà ancora di più. Ciò si riflette negativamente sulle nostre importazioni, soprattutto per quanto concerne l’acquisto di energia dall’estero. Inoltre, la congiuntura economica europea non accenna segnali significativi di ripresa, soprattutto perché tirata in basso dalle negative performance dei paesi poco virtuosi, fra i quali si è aggiunta la Francia, ma soprattutto in cui vi è  proprio l'Italia chiacchierona, che annuncia riforme ma che non è in grado di farle.

E il bello arriva adesso. Il governatore della BCE, una delle cariche più influenti nell’economia d’Europa e del mondo,  il quale, vi ricordo, non è votato da nessuno degli europei (ma forse gli italiani sono abituati più di tutti ad essere governati da non eletti), si è permesso di dire che sarebbe giunto il momento di cedere la sovranità nazionale dei paesi membri incapaci di attuare le riforme economiche necessarie, ad un organo centrale che ne guidi gli sviluppi. Capito? Uno che non è autorizzato dal popolo a governare il popolo e a parlare per il popolo, dice al popolo che esso dovrebbe rinunciare alla propria indipendenza politica perché se le riforme non sapete farle voi, allora le dovrà fare qualcun altro. E poi ci si vanta di vivere nell’eden della democrazia!

A dire il vero, l’Italia si merita proprio questo: essere conquistata dagli stranieri, perché è incapace di coltivare le proprie risorse e di preservare i propri talenti! A dimostrazione di ciò, vi riporto cosa ha risposto colui che è tirato in causa, tale Renzi, capo del governo italiano in carica (anch’esso non eletto):

“Sono assolutamente d’accordo con Draghi, se è un affondo, affondo anche io”

Lui sarebbe d’accordo affinché l’Italia sia comandata dall’esterno? Da far cascare le braccia!

E’ chiaro che sul tavolo ci sia l’ipotesi di commissariamento dell’Italia. In autunno l’Italia avrà bisogno di aiuti, la BCE dovrà intervenire e i tedeschi si opporranno chiedendo il commissariamento del paese.

Qualunque cosa ci dicano i nostri governanti (non eletti), l’economia italiana non ripartirà. Il governatore della BCE suggerisce ricette economiche circa il mercato del lavoro, quello dei prodotti, circa la concorrenza e il sistema giudiziario. Tutta roba di second'ordine cari lettori. L’unico modo per ripartire sarebbe stato quello di ridurre la pressione fiscale sotto il 20% (con l’automatico taglio drastico delle spesa pubblica e liberalizzazione dei mercati). Di questo passo invece, l’unica cosa che ripartirà in Italia è una colonia di famiglie e di imprese in fuga all’estero.

Di nuovo, buone vacanze.


Postato il 08/08/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





fogliobrucia.jpg

Buone notizie. Ricordate la ritenuta del 20% che le banche italiane avrebbero dovuto applicare sui bonifici dall’estero derivanti da redditi di natura finanziaria (leggi qui)? Il decreto legge n. 66/2014 elimina definitivamente questa gabella introdotta sprovvedutamente nel 2013. Riporto testualmente il comma 2 dell’art. 4 E' abrogato il comma 2 dell'articolo 4 del decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167 convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1990, n. 227.” Considerato che l’Italia annega sempre di  più in quantità record di debito pubblico, è schiacciata sempre di più da un’incivile pressione fiscale, i cui cittadini lavoratori sono sempre meno e che essa sostiene un sistema bancario e politico sempre più profondamente corrotto, non è molto come provvedimento, bisogna ammetterlo! Però, ogni tanto, una buona notizia è sempre bene darla. E non dite che in questo blog si leggono sempre e solo cose negative.


Postato il 16/07/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





lingotti.jpg

Ecco un’altra lezione di civiltà e di profonda consapevolezza economica da parte della vicina Svizzera. E’ ufficiale che a novembre di quest’anno i cittadini svizzeri saranno chiamati a votare per un referendum riguardante un’iniziativa popolare la quale, se i voti favorevoli dovessero prevalere, obbligherà la banca centrale svizzera a:

- far rimpatriare tutto l’oro di sua proprietà;

- a detenere in oro almeno il 20% del valore delle sue attività in bilancio;

- a vietare la vendita delle riserve auree della banca centrale svizzera.

Insomma, dopo la notizia secondo la quale gli svizzeri sarebbero pronti a votare per un più onesto sistema bancario a riserva frazionaria pari al 100% (leggi qui), adesso i cittadini elvetici, votando a favore dell’iniziativa “Salvate l’oro della Svizzera” sanciranno una modifica della propria carta costituzionale, così come riportato in questo documento.

Vincolando la banca centrale elvetica obbligandola a detenere oro secondo le condizioni su riportate, essa sarà costretta per legge a svolgere la propria attività con la copertura minima prevista in termini di un bene reale come l’oro (la moneta merce per eccellenza, da sempre e da tutti accettata come mezzo di scambio, la cui funzione nel mercato è attualmente neutralizzata da leggi criminali che impongono solo l’uso di banconote di carta emessa - o semplicemente riconosciuta - dai governi senza copertura reale).

La banca centrale sarà obbligata ad avere una quantità minima di un bene come l'oro il quale, storicamente, ha sempre avuto un valore indiscutibile, contrariamente a quanto si possa dire invece circa l’elevatissima concentrazione di cartastraccia di cui oggi è costituito il bilancio di una banca centrale come quella svizzera.

Quindi, la banca centrale elvetica potrebbe non più emettere denaro in maniera illimitata, così da causare con maggiore difficoltà i disastrosi cicli economici, oggi sempre più frequenti e destabilizzanti. L’oro, in natura, è presente in maniera limitata e, grazie all’obbligo di detenerne almeno il 20% dei suoi attivi, esso potrebbe diventare un naturale deterrente alla svalutazione del denaro, alla svalutazione dei risparmi dei cittadini operosi e all’aumento del costo della vita. Ciò sfavorirà le attività politiche e bancarie che mirano a falsare i conti pubblici e ad arricchire solo gli amici di partito, le quali vengono notoriamente spacciate come se fossero azioni per il bene dell’intera economia del paese e che in realtà non lo sono affatto.

Certo è che imporre un riacquisto massiccio di oro, quando il suo prezzo sarebbe considerato non conveniente, potrebbe far rivelare l’operazione estremamente onerosa. Ma, probabilmente, sarebbe più oneroso subire le conseguenze del non farlo, ora che siamo ben lontani dai prezzi massimi storici. E’ vero anche che, a fronte di una svalutazione competitiva fra le banche centrali degli altri paesi, le condizioni volute da questa iniziativa popolare non permetterebbero alla banca centrale elvetica di concorrere altrettanto, al fine di neutralizzare i cambi sfavorevoli per la valuta svizzera. Ma ciò è solo una presa di posizione di parte delle industrie esportatrici, le quali sono desiderose di essere sostenute dallo stato anziché dalle proprie capacità di capitalizzazione. Se da un lato le aziende esportatrici subiscono il cambio divenuto sfavorevole per via della svalutazione delle valute concorrenti, ciò lo sarà solo nel breve periodo. Dall’altro lato, nel lungo periodo, se le aziende esportatrici godono di una buona capitalizzazione, gioveranno della conseguente diminuzione dei costi interni di produzione, che permetterà di fissare prezzi di vendita all’estero più convenienti rispetto alla concorrenza internazionale e più sostenibili rispetto ad essa, la quale, invece, subirà gli effetti nefasti di lungo periodo della guerra valutaria precedentemente condotta.

Tramite il voto, i cittadini della Svizzera possono direttamente occuparsi di decisioni così importanti per l’organizzazione della propria società. In Italia, vuoi per ignoranza diffusa, vuoi per una disonestà altrettanto diffusa, tramite il voto puoi solo legittimare qualcuno a farti derubare.


Postato il 10/07/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





schiavi.jpg

Gli schiavisti americani dell'800 credevano che se la schiavitù dei neri fosse stata abolita, i commerci sarebbero cessati e che addirittura nessuno più avrebbe raccolto cotone. Quando la schiavitù fu effettivamente abolita, non solo i commerci continuarono ad essere fiorenti, ma anche il cotone continuava ad essere efficientemente raccolto. Fu allora che si rivelò quanta ignoranza pervadeva in un'importante fetta della classe dirigente americana dell'epoca. Stessa cosa accade oggi. La classe dirigente attuale crede ancora, ad esempio,:

- che senza la banca centrale nessuno più avrebbe qualcosa che funga da mezzo di scambio come il denaro;

- che senza aumentare il denaro in circolazione nessuno più godrebbe del progresso;

- che senza lo stato centrale nessuno più vivrebbe in un mondo civile;

- che senza la democrazia rappresentativa nessuno piu godrebbe della libertà;

- che senza la carta costituzionale sopra ogni cosa nessuno più avrebbe diritti e doveri;

- che senza il denaro contante nessuno più evaderebbe le tasse.

Ciò che credevano gli schiavisti, per la maggior parte degli uomini moderni, risulta essere ormai un'idiozia per cui ridere di simili cavernicoli e compatire chi purtroppo ne fu vittima. In futuro, anche le generazioni più progredite di quella attuale rideranno dell'arretratezza di pensiero dell'odierna classe dirigente, anch'essa da considerare cavernicola, e compatiranno coloro che ne saranno state le vittime.


Postato il 03/07/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





svizzera.jpg

In Svizzera i cittadini possono indire e votare efficaciemente un referendum che riordini il sistema bancario e creditizio nazionale, in modo tale che le banche commerciali elargiscano il credito solo se esse siano riuscite a creare le relative riserve. L’iniziativa si chiama “Denaro Vero” e, con la promozione di un referendum del genere, si intende mettere fine alla possibilità concessa alle banche di prestare denaro pur non avendolo nelle proprie casseforti. Infatti in Svizzera, come in tutto il mondo occidentale, le banche prestano in regime di riserva frazionaria. Nell’eurozona, essa è pari all’1%; ciò significa che le banche, per ogni euro depositato dai propri clienti, può prestare 99 euro a chi glie lo richiede, anche se questi non esistono nella reale disponibilità della banca stessa (per i comuni mortali ciò si chiamerebbe truffa), generando così le bolle finanziarie che oggi determinano le drammatiche crisi economiche. Invece, con l’imposizione del 100% di riserva frazionaria, così come voluto dai promotori di questo referendum (l’associazione Monetäre Modernisierung), le banche comincerebbero a prestare solo i soldi che effettivamente essi hanno nella loro disponibilità, mentre coloro che usufruirebbero di questo denaro, lo riceverebbero sulla base dell’esistenza di un reale risparmio e ricchezza del paese che è depositato presso le banche, e non più sulla base del nulla così come attualmente avviene. Realizzato ciò, gli scossoni economici si ridurrebbero drasticamente, gli investimenti economici avrebbero maggiori probabilità di basarsi sulle effettive capacità economiche di chi costituisce l'economia svizzera, mentre l’unico ente che rimarrebbe con il diritto di emettere denaro dal nulla sarebbe la banca centrale.  Quindi, la banca centrale continuerebbe ad essere la colonna portante del sistema monetario svizzero e per questo, personalmente, non direi che ciò sarebbe un riordino ideale del sistema bancario ma, per lo meno, ciò potrebbe essere l’inizio di un percorso di ripristino dell’onesta nel sistema monetario, bancario e creditizio, il quale preveda la futura abolizione della banca centrale come monopolista dell'emisione monetaria e un ritorno alla più sano sistema monetario basata sulla moneta-merce (come ad esempio lo è l'oro). In Italia, un'iniziativa del genere, non sarebbe possibile, perché il referendum non costituisce una reale minaccia al potere politico, mentre in Svizzera sì e ciò conferisce un senso all’esercizio del voto di un cittadino che in Italia non è possibile riscontrare. La Svizzera ha le coscienze, la civiltà e gli istituti giuridici sufficienti (senza pari) per poter determinare un cambiamento. Invece in Italia si può solo votare da chi si deve essere derubati. E per gli italiani è sufficiente che sia così!


Postato il 24/06/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





taglio,jpg

Era prevedile e non ho mai perso l'occasione di dire che i banchieri centrali non sanno fare altro che svalutare il denaro in tasca ai cittadini.

La BCE taglia il tasso ufficiale di interesse da 0,25% a 0,15%. Questo cosa significa? Significa che per le banche commerciali il costo del denaro ricevuto in prestito dalla BCE costerà ancora meno (quasi regalato). E in coerenza con la spiegazione data dal governatore, secondo cui il maggior incentivo dovrebbe stimolare le banche a riprendere la concessione del credito alle imprese, si taglia anche il tasso di interesse sui depositi presso la stessa BCE, portandolo a valori negativi, ovvero a -0,10% (prima volta nella storia dell'euro). Questo cosa significa? Significa che per le banche, le quali hanno un conto corrente presso la banca centrale europea, i loro depositi saranno onerosi anziché remunerativi. Esse lo riceveranno in prestito a buon mercato dalla BCE (allo 0,15% di interesse) e, anziché tenerlo depositato presso quest'ultima e pagarci su lo 0,10% di interesse, lo investiranno, non in concessione di mutui, bensì in obbligazioni e titoli di stato. In obbligazioni perché, per lo meno esse rendono tassi positivi (e non negativi come un deposito presso la BCE) e costituiscono crediti privilegiati rispetto a ciò che rappresenta un mutuo concesso ad un cliente che sguazza nella triste realtà economica, in titoli di stato perché il governatore della BCE è sempre pronto a mitigare ogni pericolo di default dei debiti sovrani.

Quindi assisteremo ad un farlocco incremento degli indici di borsa (ovviamente!) e ad un indebolimento dell'euro rispetto al dollaro, ad un possibile incremento delle esportazioni europee. Nell'economia reale invece, assisteremo ad una ripresa dell'inflazione e incremento del costo della vita, certamente a causa delle importazioni che diverranno più onerose e che determineranno un incremento dei costi di produzione, probabilmente anche a causa dell'incremento del denaro in circolazione, emesso dalla BCE in occasione dell'operazione SMP, per cui ha annunciato che ne interromperà il piano di riassorbimento e che quindi rischieranno di tracimare nell'economia reale e di contribuire all'aumento dei prezzi.

La tragedia dell'euro che si sta consumando, oggi vede da un lato gli interessi di governi e banca centrale a stimolare maggiore spesa pubblica (e quindi maggiore debito pubblico per gli stati europei), dall'altro lato è in corso il più grande piano della storia di rientro del debito privato, a cui sono interessate tutte le banche commerciali d'Europa esposte nell’economia reale e quella finanziaria, le quali non hanno interesse a prestare denaro.

In mezzo a questi due interessi contrapposti vi è quello dei risparmiatori. Non gli interessi dei contribuenti tartassati; da essi non c'è quasi più nulla da spremere; i governi potranno tassare di più una categoria piuttosto che un'altra, ma disporre una maggiore pressione fiscale generalizzata sarebbe come ordinare di consegnare la proprietà dei privati direttamente allo stato (chissà! meglio non pensarci per ora).

Oggi sono i risparmiatori quelli nel mirino dell'aggressione da parte di banche e governi. I risparmiatori sono coloro che possono determinare gli investimenti sani per una ripresa economica sostenibile. I risparmiatori sono coloro che negli anni hanno assunto un comportamento virtuoso risparmiando parte dei loro redditi per destinarli agli investimenti. Sono questi coloro che pagheranno il rientro del debito privato voluto dalle banche, l'aggressione dei loro risparmi consentirà alle banche di coprire i buchi nei loro bilanci, ai governi di continuare ad indebitare i cittadini e a concentrare i capitali in mano a pochi. Sembra tutto già deciso.


Postato il 06/06/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





pil.jpg

Siamo ridotti alle pezze! Per far risultare (sulla carta) un incremento del PIL a tutti i governi europei, l'Unione Europea ha deciso che nel calcolo rientreranno per legge anche le attività illegali: traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e attività di contrabbando (leggi gui il comunicato ISTAT).

Quindi, se dall'oggi al domani, vedrete il dato del PIL magicamente aumentare, quello della pressione fiscale improvvisamente ridursi, il rapporto debito pubblico/PIL addirittura diminuire e politici che, con la faccia tosta, andranno a vantarsi di tutto ciò, aspettate a rallegrarvi. Ciò sarà vero solo sulla carta.

Ora, essendo le attività illegali fuori da ogni attendibile rilevazione (proprio perché illegali), mi spiegate, di grazia, come diamine faranno questi burocrati da strapazzo a considerare nel calcolo del PIL, con una sufficiente attendibilità, anche il consumo per droghe, prostitute e contrabbando? Se lo inventeranno! E così essi avranno un altro elemento per falsare ancora di più il buffo parametro di riferimento che i politici usano per giustificare le loro malefatte (il PIL, appunto), così da venirci a raccontare che le cose starebbero andando meglio.

Ma attenzione! È immediato immaginare che, considerato che le attività illegali contribuiranno alla crescita del PIL, i governi avranno meno interesse ad ostacolare la delinquenza. Non trovate?

Lo so cari italiani, è vergognoso che nessun politico si opponga. Ma questi personaggi li avete votati voi!

Il dato del PIL è una stima grossolana (di discutibile attendibilità) delle spese effettuate in un determinato paese, circa il consumo di un paniere di beni e servizi, ritenuti arbitrariamente rappresentativo (?). Il PIL viene spacciato come se fosse il reddito di un determinato paese, invece esso è soltanto una sommatoria di tre fondamentali categorie di spese, infatti esso si calcola così:

PIL=C+G+I+(E-I)

dove C sono i consumi delle famiglie, G sono le spese della pubblica amministrazione, I sono gli investimenti privati e E-I è la differenza fra le esportazioni e le importazioni.

Il PIL non è una differenza fra costi e ricavi da cui si rileva una presunta variazione di ricchezza, esso è una sommatoria che rileva una presunta variazione dei consumi di una nazione. I maghi di corte, oggi detti economisti, vi dicono che se aumenta il PIL, ciò sarebbe positivo; praticamente vogliono far credere che un aumento delle spese sia una cosa buona. Ve la immaginate l'esplosione di gioia di un padre di famiglia, il quale si spezza la schiena tutto il santo giorno, che apprende dalla propria moglie che le spese familiari sono aumentate? Sarebbe assurdo, vero? Allora riflettete. Un aumento del risparmio (del non consumato) è una cosa positiva, non un aumento delle spese (idiozie moderne perseguite ancora oggi da governicchi come questo, leggi qui).

In pratica, si crede veramente che a guidare l'economia di un paese non sia la produzione di ricchezza, ma il suo consumo (e poi ci si chiede come mai siamo sommersi dal debito!). Il dato del PIL descrive un mondo in cui beni e servizi vengono alla luce per la sola domanda di essi; il PIL ignora l'esistenza, o meno, delle condizioni (economiche e tecnologiche) necessarie perché ci sia un'offerta che soddisfi tale domanda, in maniera efficiente e sostenibile. Quindi il PIL non considera affatto tutte le fasi di produzione che precedono la realizzazione dei beni e dei servizi. Per questo esso non è rappresentativo della ricchezza di un paese.

Questa metodologia di determinazione del PIL suggerisce che i beni e i servizi nascano dal nulla e non per l'attività svolta dagli attori economici. Uno stato potrebbe iniziare a spendere per la costruzione di piramidi e obelischi in tutto il suo paese e il suo PIL aumenterebbe di conseguenza (per via delle maggiori spese sostenute per la loro realizzazione). Ma opere di questo tipo non farebbero di quel paese un territorio più ricco rispetto a prima, anche se così facendo si sia incrementato il valore del PIL. Secondo il ragionamento sottostante il calcolo del PIL, dunque, Nerone sarebbe da considerare un geniale imperatore, capace di trasformare in oro tutto ciò che bruciava perché, così facendo, determinava maggiore spesa pubblica per la ricostruzione. Su via!

Per questi motivi, il PIL non è un indicatore in grado di dirci se la produzione di beni e servizi di un certo paese sia il riflesso di una reale variazione di ricchezza di quel paese. E se in esso si andassero a sommare anche le spese per beni e servizi illegali, aumenterebbe la discutibilità di questo indice statistico.

Ma vi dirò di più, l'idea stessa di attribuire ad una nazione un certo reddito aggregato è già di per sé un ragionamento senza un senso. Produce reddito chi ne può disporre direttamente: un imprenditore, soci e amministratori di un'impresa. Pensare di cumulare il valore della produzione realizzata in una nazione e dire che il risultato sarebbe il reddito totale da attribuire ad essa è un approccio infantile alla materia economica, perché valutare una fornitura di prodotti per un certo ammontare di euro, significa che l'imprenditore può scambiare quei prodotti con denaro di pari valore; ma una nazione ciò non lo può fare, perché essa non vanta un diritto di proprietà su quella fornitura. Quindi, che senso ha attribuire un reddito ad una nazione?

Nella metodologia di determinazione del PIL si commette un altro errore. Si somma il valore di beni e servizi aventi natura diversa fra loro e, quindi, unità di misura differenti. Si fa un gran calderone mettendo assieme mele con pentole, bevande con automobili, magliette con carne di maiale. Capite che non c'è alcun rigore scientifico nel calcolo di questo indicatore. Figuriamoci se lo acquisisse aggiungendo in esso elementi di calcolo non obiettivi come le spese per le attività illegali!

Quando i politici ci allarmano che il PIL sta diminuendo, essi si basano su un parametro che significa poco quanto nulla, se non solo che le nostre spese starebbero diminuendo. Ma ciò senza che l'indice ci possa svelare il perché di tale variazione. In casi come questo, i politici alludono al fatto che se i consumi sono diminuiti, ciò significherebbe una minore ricchezza dei cittadini; ma non è detto che ciò dipenda immediatamente da una diminuzione del reddito delle persone. Potrebbe dipendere da un eccesso dell'offerta presente sul mercato, oppure, come spesso accade, da una  minore emissione di banconote in circolazione, da una opprimente pressione fiscale, tutti motivi che non c'entrano nulla con il reddito dei cittadini o la insufficiente capacità della produzione di soddisfare i desideri degli individui.

I politici usano il dato del PIL, spacciandolo per un dato indicativo della ricchezza del paese, per convincerci che sarebbe necessario un loro intervento nell'economia reale del paese, senza però che ce ne sia veramente la necessità. Questo è il caso di quando la gente non consuma e che quindi non contribuisce alla crescita del PIL. Per i politici quella è l'occasione per giustificare l'incremento della spesa pubblica, fatta con i soldi dei cittadini, che spesso determina maggiore debito pubblico e che permette le attività clientelari utili per le loro prossime elezioni. Insomma, essendo quello del consumo uno dei parametri economici che la politica può controllare con maggiore successo, inventandosi l'importanza del PIL, i governi riescono a dare un senso ad essi stessi nella società, i quali agiscono attraverso la tassazione, l'emissione monetaria, la burocrazia, ecc., senza che ce ne sia veramente un bisogno esistenziale.

Grazie allo scorretto uso del PIL, i politici dispongono della giustificazione matematica all'incremento della spesa pubblica e dei finanziamenti a pioggia che determinano un incremento delle tasse, dell'aumento delle banconote in circolazione che provoca l'inflazione dei prezzi e le bolle economiche, del sostegno alle esportazioni a dispetto delle importazioni che per l'Italia si traduce in un incremento dei costi di produzione e dell'energia, ecc.. Ma questi interventi non faranno di quel paese un paese più ricco, bensì stimoleranno inopportunamente un incremento forsennato dei consumi nel breve periodo, e quindi un incremento del costo della vita che però permane anche nel lungo periodo, il PIL registrerà un incremento delle spese, nel breve periodo perché esse sono state stimolate dall'incremento della spesa pubblica, nel lungo periodo solo perché, come risposta a ciò, saranno aumentati irreparabilmente i prezzi di mercato e non perché sarebbero aumentati realmente i consumi o la produzione. Tenetelo sempre a mente: è il risparmio che alimenta gli investimenti, i quali a loro volta producono maggiore ricchezza, non il consumo. E il PIL non dimostra il contrario.

Il PIL va preso per quello che è, ovvero una stima delle spese di un paese, senza commettere l'errore di considerarlo come un presunto indicatore della ricchezza di esso. Perché non è così, neanche considerando le spese per droghe e prostitute.


Postato il 28/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





spezza.jpg

In questo momento storico, in Italia, coloro che si astengono dal voto sono più coscienti e responsabili di colui che si reca alle urne. Perché essi si sono resi conto (o comunque, hanno percepito) che il gioco è truccato, che il rispetto delle regole del paese è un obbligo per l’elettore, ma è un’opzione per lo stato. Colui che si reca alle urne invece non lo ha ancora capito (né lo ha minimamente percepito) e continua ad imbucare schede elettorali nelle urne come se fossero banconote in una macchinetta del video poker che non fa vincere mai. Coloro che si astengono dal voto hanno forse capito che, continuando a partecipare ad un gioco truccato, si continua a fare il gioco del banco. Invece, colui che si reca alle urne crede che, continuando a partecipare ad un gioco truccato, prima o poi vincerà e cambierà comunque la sua vita. Coloro che si astengono dal voto sono come quelle persone che davanti ad un gioco in cui le regole non vengono rispettate, smettono di farsi prendere in giro, e si tirano fuori, mettendo in salvo almeno la loro dignità. Colui che si reca alle urne è come quella persona che, nonostante il gioco sia perennemente truccato, continua comunque a sedersi sullo sgabello davanti al video poker e a buttarci dentro la sua pensione, il suo stipendio, il suo presente e il suo futuro. Coloro che si astengono dal voto scelgono di non essere più complici di un gioco in cui si violano le regole. Colui che si reca alle urne, invece, continua a sostenere la violazione delle regole che però egli non potrà mai violare.

Elezioni europee 2014: astenuti dal voto il 43% degli elettori italiani, primeggia comunque il partito che vuole l’Italia sottomessa all’Europa, il PD; invece in mezza Europa vincono i movimenti politici indipendentisti, con idee alternative rispetto al passato e all’Unione Europea. Gli italiani sono fatti così! Gli dicono che il campionato di calcio è truccato, che squadre, giocatori e arbitri professionisti si vendono le partite, ma comunque essi continuano ad abbonarsi alle pay TV sportive e ad andare allo stadio come se nulla fosse.

E' proprio vero: "una società di pecore è destinata nel tempo a dare origine ad un governo di lupi" (B. de Jouvenel).


Postato il 26/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





elezioni.jpg

Fra poche ore gli italiani andranno a votare. Da domani, tutti coloro che non vedevano l’ora di farlo si sentiranno meglio, perché finalmente avranno partecipato ad una decisione importante; almeno, così crederanno di aver fatto. Buon per loro! Io invece, in questa vigilia delle elezioni 2014, rifletto e penso che l’esercizio del voto, per gli italiani, ha una forte analogia con l’andare a scommettere l’esito di un match sportivo. Gli italiani si recano ai seggi elettorali, con l’adrenalina a mille, per puntare su chi sarà la coalizione o il partito vincente. Il premio in palio è la semplice soddisfazione di aver contribuito, anche se con un semplice voticino, alla vittoria della squadra sostenuta, di appartenere alla squadra più forte. La maggior parte degli italiani non va a votare con la consapevolezza del baratro in cui il proprio paese si trova (ne ha sentito parlare, ma non ne ha contezza). Gli italiani non votano con un pensiero definito e radicato nelle coscienze (al massimo si riferiscono ad un’ideologia, che li fa sentire parte della squadra del cuore), non votano conoscendo alla perfezione l’istituzione per cui si va ad eleggere un candidato (ne hanno sentito parlare a scuola o in TV, ma nient’altro), non sanno la funzione che quella istituzione ha e cosa essa ha determinato di negativo sulle loro vite (per loro la colpa è del turbo-capitalismo, delle scie chimiche; più ridicola è la colpa attribuita alla moneta non più sovrana!). Vanno al voto, impreparati, mossi solo dalle sensazioni. Esatto, “sensazioni”. La sensazione che a vincere sarà quel partito, la sensazione che quella persona sia una brava persona, la sensazione che questa volta sarà diverso. Sensazione. Gli italiani votano per sensazioni, come colui che scommette al gioco.

Pensa un po’ da che cosa dipende il mio futuro!


Postato il 24/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





usa-italia.jpg

La scorsa settimana, sul Financial Times si leggeva che nel 2011, ad un passo dalla fine dell'euro, funzionari europei proposero all'allora segretario del tesoro degli USA un piano per far cadere l'ultimo presidente del consiglio italiano eletto democraticamente (leggi qui). Il segretario americano rifiutò il complotto, appoggiando invece il piano della BCE di tenere artificialmente in vita il sistema bancario europeo così come oggi lo vediamo, anche se gli americani americani avrebbero voluto che la BCE risolvesse la crisi aumentando la massa monetaria in circolazione. Francia e Germania non hanno mai accolto alla stramberia americana, soprattutto allorquando paesi come l'Italia non attuavano le riforme promesse. Nel frattempo, i capitali uscivano fuori dall'Italia e nessuno comprava più titoli di stato italiani, perché considerati per quello che sono: carta straccia. Invece, durante il G20 del 2011, la cancelliera tedesca avrebbe chiesto in lacrime ad USA e Francia di obbligare l'Italia ad accettare gli aiuti dell'FMI e le condizioni che ne conseguivano. Ma l'Italia rifiutò (per fortuna) l'aiuto di 80 mld di euro dall'FMI che puzzavano di sicuro commissariamento del paese. Come anche, essa rifiutò l'altra proposta di accettare gli aiuti dell'ESM in cambio del monitoraggio del FMI, per cui la Germania era disposta a concedere ulteriori fondi da dare in prestito, a patto che l'Italia cedesse qualcosa in cambio (tradotto: cedere ulteriore sovranità). Pare che fu così che alla Germania non restò altro che cercare di far cadere il non collaborativo presidente del consiglio italiano di allora, tentando di far svendere una massiccia quota di titoli pubblici italiani nel portafoglio delle banche tedesche, così da incrementare il famoso "spread" e costringere il capo di governo italiano alle dimissioni.

Complotto o non complotto, questa notizia che esce fuori a ridosso delle elezioni europee mi insospettisce non poco. Gli americani, attraverso un loro giornale, cercano di provocare dissapori fra gli stati coinvolti nella vicenda e risentimento agli italiani nei confronti della Germania. Un po' come se gli USA volossero mettere zizzania in Europa. Perché mai? Nell'ultimo G20 e durante le sommosse ucraine, gli USA hanno capito di aver appoggi internazionali meno solidi di quanto si pensasse e di avere un'economia nazionale che non può permettersi un ennesimo evento bellico per fare la sua solita parte da leone sul resto del mondo, considerato che la funzione planetaria del dollaro come riserva di valore è messa quotidianamente in discussione: recentemente, pare che un asse fra Russia, Cina e Iran consisterebbe nel dare vita ad un nuovo sistema monetario che concorra col dollaro (in effetti, gli ingenti acquisti di oro da parte di questi paesi dovrebbe fare insospettire). Quindi, non potendo affermare con una guerra la propria valuta contro chi la minaccia (Russia in primis), agli Stati Uniti servirebbe prima una politica di consolidamento dei loro rapporti internazionali, ad iniziare con i loro partner commerciali. E l'Italia è uno di questi. La sensazionale notizia del Financial Times, dalla quale emerge che gli USA sembrano essere dalla parte dell'Italia, e la recente spesa che il fondo americano BlackRock ha fatto nel nostro paese (leggi qui), acquistando fette di società italiane in realtà inaffidabili (fra le quali anche alcune bancarie e assicurative), sulle quali nemmeno un bue punterebbe un centesimo, fanno pensare proprio che gli USA starebbero comprandosi il rafforzamento della trama dell'alleanza con gli italiani. Quindi, il perché di una notizia del genere, uscita a ridosso del rinnovo del parlamento europeo, è che agli USA serve una guerra, per loro l'Italia avrebbe un ruolo strategico e vogliono far capire che essi sono con gli italiani.


Postato il 19/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





monetine,jpg

La notizia passa come se fosse una di gossip, invece essa costituisce un segnale economico e politico da non trascurare: alla camera è passata la mozione secondo la quale l'Italia deve sospendere la coniazione delle monetine da 1 e 2 centesimi di euro, a causa della loro maggiore onerosità di realizzazione rispetto al valore che esse rappresentano (per coniare 174 milioni di euro in monetine da 1 e 2 centesimi bisogna spenderne 362 milioni). Facciamo alcune considerazioni.

Se coniare le due frazioni più piccole di euro è diventato più oneroso del valore da esse rappresentate, significa che dal 2002 (anno di messa in circolazione dell'euro) ad oggi il potere d'acquisto dell'euro è diminuito, ossia, ciò che dieci anni fa si poteva acquistare con 10.000 euro, oggi questi non bastano più per poterlo acquistare. Per questo motivo il costo di produzione delle monetine ha superato il loro valore nominale che esse rappresentano. Infatti, guardate come si è ridotto mediamente il valore dell'euro in 11 anni, rispetto ai prezzi dei beni di consumo:

In pratica, ciò che prima si poteva acquistare con 10.000 euro, oggi, quella stessa cosa, la si deve pagare 2.500 euro in più. Ciò perché in 11 anni di euro, il sistema bancario europeo, anche se molto lentamente rispetto ad altre economie del mondo, ha emesso unità di euro sempre maggiori rispetto al reale incremento della ricchezza degli europei, determinando così la svalutazione dell'euro su rappresentata e la conseguente inflazione dei prezzi dei beni di consumo. Non confondetevi: la deflazione europea di cui si parla in questi mesi si riferisce al fatto che negli ultimi anni, come non mai, la BCE, tenendo a freno la stampante monetaria e sostenendo così il valore dell'euro, sta determinando un aumento dei prezzi di mercato di una intensità minore rispetto agli anni prima; ma ciò non significa che durante gli anni di vita dell'euro, il denaro circolante non sia stato aumentato e che, di conseguenza, i prezzi non siano aumentati affatto; inoltre, se l'euro vale sempre di più rispetto al dollaro, ciò avviene semplicemente perché sono gli americani a svalutare il loro dollaro e non perché sarebbe la valuta europea ad apprezzarsi sul dollaro. In Italia, la diminuzione del potere di acquisto dell'euro è accentuata anche dal progressivo incremento della pressione fiscale, che distorce i costi della linea di produzione delle imprese, i quali sono notevolmente aumentati negli anni dell'euro.

Quando esisteva la Lira, il processo di svalutazione (ossia la massiccia stampa di denaro attuata dalla Banca d'Italia) rese necessario l'annullamento della coniazione, non solo delle frazioni di lire, ma anche di quella di ben 49 unità di lire: tant'è vero che si arrivò a poter tenere in tasca lire a partire da 50 unità in su (le famose 50 lire di metallo), mentre unità di lire e frazioni di essa inferiori a 50 lire non circolavano più, perché ormai erano considerate senza valore.

Con l'euro, si sta iniziando con 1 e 2 centesimi. Sta accadendo in Italia ed è già accaduto in Finlandia e nei Paesi Bassi, dove ne hanno bloccato il conio e addirittura l'utilizzo. Nel resto d'Europa invece, per ora essi continueranno ad essere coniati ed utilizzati, ma la BCE starebbe valutando la soppressione delle due frazioni di euro in tutta l'euro zona.

Ritengo che la loro soppressione in tutta eurolandia contribuirà minimamente ad un ulteriore aumento del costo della vita, perché queste monetine, dagli europei, sono già considerate quasi senza valore. La sospensione dell'uso delle monete da 1 e 2 centesimi non sarà la causa di una ulteriore inflazione, bensì essa sarà la conseguenza di un'inflazione che è già avvenuta.

L’inflazione monetaria che ha determinato questa svalutazione si è già verificata (vedi il grafico di sopra), determinando un costo della vita che è già aumentato, con prezzi di mercato i quali si sono già inflazionati e che si sono regolati al rialzo, ovvero partendo  dal valore della prima frazione di euro in circolazione, considerata ancora con un minimo di valore, ovvero a quello dei 5 centesimi di euro.

Un eventuale ritiro generalizzato delle monetine da 1 e 2 centesimi, probabilmente, non farebbe altro che confermare i segni di cedimento di quell’ultima caratteristica che dà ancora credibilità a questa controversa valuta, ossia la migliore capacità di mantenere stabile il suo valore nel tempo.


Postato il 12/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





deflazione.jpg

Certi economisti sono assurdi! Essi lanciano l'allarme deflazione in Europa e dicono alla povera gente che dovrebbero preoccuparsi, anzi schifarsi, della diminuzione dei prezzi di mercato. Lo studentello fresco di laurea in economia direbbe "e ma Keynes diceva...". Lo so cosa diceva quel mentecatto di Keynes; egli diceva che, in costanza di diminuzione dei prezzi, la gente rimanderebbe i propri consumi per spuntare prezzi più bassi rispetto a quelli del giorno prima e ciò determinerebbe una spirale in cui i prezzi e i consumi continuerebbero a diminuire, sfavorendo le imprese, le quali sarebbero costrette (?) a svendere i propri prodotti, generare così delle perdite, per poi smettere di produrre per soddisfare i bisogni dei consumatori. Boiate come queste, insegnate a livello accademico, spiegano lo stato di ignoranza dei nostri giorni! Ma vi pare che una persona, la quale non mangi da giorni, rimandi l'acquisto di un panino, per sperare di poterlo pagare meno fra uno o due mesi? Se una persona vuole acquistare un'automobile e, in un contesto di deflazione, rinvia l'acquisto di un anno per pagarla meno, significa che egli non ha veramente bisogno di un'auto; perché mai la dovrebbe acquistare per forza oggi, se l'automobile non gli è tanto utile da pagarne il prezzo oggi? Secondo questi economisti, la gente dovrebbe acquistare per forza, a prescindere dalle loro necessità. Mah?

La deflazione è una condizione naturale del mercato: se un prodotto è efficiente e necessario ai più, è naturale che esso sia sempre più richiesto; è logico che, nel tempo, il suo prezzo di scambio diminuisca affinché diventi accessibile a sempre più persone. Le imprese, da parte loro, in un contesto deflazionistico, sono stimolate a migliorarsi e ad innovare, se vogliono essere più competitive o incrementare i propri guadagni (il mercato dei prodotti elettronici, informatici e tecnologici docet).

Sapete invece qual'è la verità? Politici e banchieri vogliono che tutti demonizzino la deflazione perché essa si esplicita in un maggiore potere d'acquisto che il denaro detenuto dalla gente acquisisce. Al contrario, politici e banchieri vogliono che le banche centrali svalutino il denaro (emettendo nuove banconote o abbassando i tassi di interesse) per trasformare la deflazione dei prezzi in inflazione; cosa che determina una diminuzione del potere d'acquisto delle persone. Perché essi vorrebbero ciò? Perché la deflazione fa emergere sui mercati ciò che è utile ed efficiente e ciò indispettisce gli "imprenditori" amici di politici, i quali non vogliono rimettersi in gioco e innovare, ma vedersi comunque garantito un posto nel mercato. Se c'è deflazione, molto probabilmente, vuol dire che non vi è stampa di denaro dal nulla e quindi che vi è meno denaro nelle casse dello stato, che i governanti possano maneggiare per le loro attività clientelari. Inoltre, la deflazione sfavorisce coloro che hanno grandi debiti impossibili da restituire, a vantaggio dei loro creditori (perché essi si ritrovano a restituire il valore nominale del capitale prestatoli, il quale consentirebbe di acquistare di più di quanto lo fosse stato al tempo in cui si è ottenuto il prestito).

E chi sono i più grandi debitori del pianeta che non hanno alcuna possibilità di restituire quanto ricevuto in prestito, tanto da perderci con la deflazione? Sono proprio gli stati che votate, cari lettori! Chi ci guadagna, invece, dalla deflazione? Tutte le persone che quotidianamente frequentano i mercati, i quali acquisterebbero, con sempre più certezza, prodotti e servizi sempre più utitli ed efficienti, a prezzi sempre più accessibili. Anche i debitori privati i quali producono reddito possono guadagnarci dalla deflazione, perché è vero che essi restituirebbero denaro che varrebbe di più rispetto al tempo in cui il prestito è stato loro concesso ma, proprio perché sono produttori di reddito (contrariamente ad uno stato, che è un cosumatore dei redditi altrui), avrebbero la possibilità di restituire il denaro ricevuto in prestito grazie a costi di produzione in diminuzione, che consentirebbero loro di ricavare dalla vendita di più unità di prodotto. E allora, ve la sentite ancora di schifare la deflazione?


Postato il 28/04/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





eurocrisi.jpg

(leggi Parte 1 di 2)

Dopo aver visto nella prima parte del post cos’è il Target 2, in questa seconda e ultima parte vedremo cosa significa per l’euro zona questo meccanismo.

In buona sostanza, il sistema Target 2, attraverso ben tre intermediari (Banca d'Italia, BCE e Bundensbank), ha consentito, alla banca della concessionaria italiana del nostro esempio, di farsi prestare dalle banche dei correntisti tedeschi, i soldi necessari per soddisfare il suo cliente italiano. Considerato che il tasso di rifinanziamento attuale è di un misero 0,25%, le banche di paesi in deficit commerciale (come l'Italia), attraverso il Target 2, reperiscono fondi a costi più bassi di quanto non lo sarebbero se si facessero prestare i soldi dai risparmiatori privati.

Infatti, avere un deficit con l'estero nella bilancia dei pagamenti è motivo di bassa competitività internazionale per l'economia italiana, a causa dell'alto costo interno delle materie prime, del lavoro, della burocrazia e della pressione fiscale. In condizioni come queste, il sistema bancario italiano si ritrova nella necessità di chiedere in prestito soldi ai risparmiatori privati, offrendo però in cambio titoli di debito pubblico di un paese non competitivo (un paese con un debito pubblico del 130% è più che eloquente) e obbligazioni di dubbia qualità (l'instabile andamento del mercato finanziario è notizia di tutti i giorni) che non sono appetibili. Anzi, accade che i risparmiatori, scoraggiati dal paese Italia, spostino i propri risparmi fuori dal territorio nazionale, contribuendo ancora di più al deficit della bilancia dei pagamenti del paese. Di conseguenza, se il sistema bancario italiano non avesse altra scelta se non solo quella di reperire denaro dai privati, che attualmente è difficile e costoso, non sarebbe minimamente in grado di favorire le operazioni di trasferimento fondi all'estero.

Con il Target 2 invece, le danze possono continuare, perché esso induce i paesi con una bilancia dei pagamenti in positivo a prestare il denaro necessario ai paesi che invece hanno una bilancia dei pagamenti in negativo.

Facciamo un'altra riflessione. Il credito vantato dalla Bundensbank e il debito della Banca d'Italia, fra loro, non andrebbero mai in compensazione nel sistema Target 2. Sì, cari lettori! Ameno ché non sia l'Italia ad esportare merci in Germania per un valore pari o superiore a ciò che ha precedentemente importato da quest'ultima, oppure ad emettere obbligazioni private, da contrattare sempre con i tedeschi sul mercato dei capitali, sempre per lo stesso valore delle precedenti importazioni, le pendenze che si creano nel sistema Target 2 non giungono mai a compensazione.

Ciò fa del sistema Target 2 un vero e proprio sistema di salvataggio del sistema bancario dei paesi meno virtuosi della zona Euro (fra questi, l'Italia), sulle spalle di quelli più virtuosi (tipo la Germania).

Ecco qui un grafico abbastanza eloquente che illustra le esposizioni creditorie e debitorie nel sistema Target 2.

target.jpg

La Germania si sta ritrovando in un sistema monetario in cui essa è costretta a finanziare le importazioni di stati canaglia, governati da inetti e irresponsabili, come l'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, i quali non hanno mai approfittato dell'enorme vantaggio che l'adozione dell'euro ha concesso loro per attuare le riforme ad un sistema economico e pubblico non competitivi. La Germania chiede misure di austerity all'Italia perché altrimenti sarebbero i tedeschi a pagare gli eccessi del nostro paese.

Prestereste mai 1.000 euro a qualcuno che, anziché al lavoro, sia dedito alla mondanità e alla bella vita? I tedeschi, pur non volendo, sarebbero costretti a farlo. La Germania, assieme ad altri paesi virtuosi (Olanda e Lussemburgo), ha prestato più di mille miliardi di euro alle banche centrali di paesi come l'Italia, la Spagna, la Grecia e il Portogallo.

La Germania si sta riscoprendo obbligata a finanziarie, attraverso il Target 2, l'inefficienza dei paesi non virtuosi d'Europa i quali, in virtù di ciò, non sono incentivati a condurre le riforme strutturali necessarie per sistemare il loro tessuto economico, perché la maniera per non far saltare tutto senza che si dica ai cittadini  di modificare le proprie abitudini in base alle effettive possibilità del paese, ma a spese di qualcun altro, c'è. I tedeschi lo hanno capito e si preoccupano dello sperpero italiano che essi sono costretti a finanziare; gli italiani non lo hanno capito e, da ignoranti quali essi sono, demonizzano impropriamente la Germania per i loro continui "no" all'Italia, in ambito politico e monetario.

"Chi glie lo fa fare alla Germania?", "chi impedisce ai tedeschi di non finanziarci?", si chiederebbe qualcuno. La risposta è semplice. Il Target 2 si attiverebbe anche laddove la concessionaria acquistasse le auto da produttori residenti in paesi extra UE. Se il sistema bancario di un paese il quale adotta l'euro si scopre non essere in grado di effettuare il trasferimento dei fondi necessari per le transazioni, non solo fra attori economici europei, ma anche con attori non europei, la credibilità della moneta unica, che anche la Germania adotta nella sua economia, verrebbe meno e il sistema monetario europeo salterebbe assieme alle ricchezze dei paesi membri (Germania compresa), le quali si svaluterebbero, generando ingenti perdite. Ecco perché la Germania è costretta a finanziare i deficit degli stati non virtuosi. Se cadessero gli altri, cadrebbe anch'essa.

La Germania fa la voce grossa in Europa perché è lei a finanziare il benessere che l'economia italiana non può permettersi. Ecco perché chi governa l'Italia deve dar conto al cancelliere tedesco di turno. Senza la Germania e il Target 2, saremmo un paese del terzo mondo già da un pezzo.

Dal canto suo, la Germania, essendone creditrice, è indirettamente esposta al rischio default dei paesi europei i quali sono debitori nei suoi confronti. Se l'Italia fallisse, questa non sarebbe in grado di pagare i suoi debiti Target 2 e la Germania perderebbe ciò che ha precedentemente prestato al sistema, perché non ci sarebbe più un'Italia capace di onorare i suoi debiti con la Germania.

 


Postato il 14/04/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





caduta.jpg

Con questo post della rubrica Discussioni di Economia, parliamo di Target 2, di che cosa è e di che cosa significa per l'eurozona.

Iniziamo con il porci una domanda: perché paesi come l'Italia hanno capi di governo che devono dare conto alla Germania, per quasi tutto ciò che c'è di importante da fare nel proprio paese?

La risposta è molto semplice: ai tedeschi, economie come quella italiana, devono molto. Vi spiego il perché.

Nel caso italiano, non è una questione di tanto debito pubblico detenuto dalla Germania (soprattutto dopo la svendita tedesca di BTP posta in essere nel 2011, a causa della quale il rendimento dei titoli pubblici italiani schizzarono alle stelle). La questione è ben altra e riguarda proprio il sistema citato in apertura del post, ovvero il Target 2.

Target 2 (acronimo di "Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Express Transfer System"), che si distingue dalla versione ante 2007, è il sistema di regolamentazione dei conti tra le banche centrali degli stati che adottano l'Euro. Cercherò di intendermi con voi attraverso un esempio.

Mettiamo caso che un concessionario italiano acquisti un auto da un produttore di automobili (anch'esso italiano). Laddove il concessionario e il produttore di automobili abbiano un conto corrente presso la stessa banca, a fronte di un bonifico effettuato dal concessionario a favore del produttore di auto per l'acquisto dell'automobile, essa provvederebbe a regolare l'operazione finanziaria, semplicemente sottraendo l'importo contrattato fra le parti dai fondi esistenti nel conto corrente del concessionario e aggiungendolo in quello del produttore di automobili. Molto semplice!

La questione si fa più complessa allorquando le banche, presso cui i due soggetti del nostro esempio hanno il proprio conto corrente, siano una diversa dall'altra. Infatti, per ognuna delle due banche non sarebbe possibile regolare autonomamente l'operazione di pagamento del concessionario a favore del produttore di auto.

A questo punto, per una più vasta trattazione dell'argomento, non supponiamo soltanto che le banche dei due soggetti siano diverse, ma anche che i soggetti dell'esempio siano di due paesi diversi; poniamo quindi che la concessionaria sia italiana e che il produttore di automobili sia tedesco.

Non dimentichiamo che dal 2001 fino al 2012 la bilancia dei pagamenti italiana è stata perennemente in deficit; in pratica, per più di 10 anni, dall'estero, nel nostro paese sono entrati meno soldi di quanto ne siano usciti. Di conseguenza, abbiamo importato di più rispetto a quanto abbiamo esportato.

Allorquando il concessionario invia il bonifico di pagamento alla banca estera del produttore d'auto tedesco, anche se sulla carta esso dispone dei fondi sufficienti per eseguire la transazione, i soldi necessari per effettuare l'operazione ordinata dal correntista, effettivamente non ci sono perché, a livello di sistema bancario, abbiamo già detto che l'Italia spende all'estero più di quanto incassi; di conseguenza, euro in Italia non ce ne sono. Quindi la banca del concessionario, ameno ché non riesca a farsi finanziarie privatamente dai risparmiatori, per eseguire l'operazione ordinata dal concessionario, essa è costretta a sfruttare le opportunità concesse dal sistema di regolamentazione dei conti bancari Target 2.

target2.jpg

Ecco come funzionerebbe il meccanismo del Target 2 nel caso del nostro esempio. La banca del concessionario italiano, avendo un conto corrente aperto presso la Banca d'Italia, si rivolge a quest'ultima affinché essa provveda a comunicare alla BCE la necessità di reperire i fondi necessari che invece il paese Italia non ha per adempiere alla richiesta di trasferimento fondi richiesto dal concessionario italiano. La BCE, che nel Target 2 funge da semplice intermediario, si rivolgerà alla banca centrale del paese che, contrariamente all'Italia, vanta una bilancia dei pagamenti in positivo, ad esempio proprio quella tedesca (la Bundensbank), affinché questa presti i soldi necessari per effettuare un accredito presso il conto corrente che la banca del produttore d'auto tedesco ha presso la stessa banca centrale Bundensbank. In questo modo, la banca tedesca potrà finalmente accreditare la somma ordinata dal concessionario italiano sul conto corrente del produttore d'auto tedesco. La BCE, infine, se da un lato registrerà nel sistema Target 2 il credito vantato dalla Bundensbank, dall'altro registrerà un debito che la Banca d'Italia ha all'interno del sistema Target 2, per aver chiesto in prestito i soldi necessari affinché la banca italiana del concessionario potesse eseguire l'operazione di pagamento presso un'altra banca (quella tedesca del produttore di automobili). (continua a leggere Parte 2 di 2)

Finisce qui la prima parte di questo post. Nella seconda parte, analizzeremo gli effetti del Target 2 per il sistema economico europeo.

 


Postato il 10/04/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





catene.jpg

Il Veneto è impegnato in un'ardua battaglia politica per l'indipendenza dallo stato italiano (leggi qui). E' un'azione politica che per i cittadini i quali la stanno conducendo può fare davvero la differenza, più di tutte le mosse politiche operate dai disonesti seduti nei palazzi del potere negli ultimi decenni, più di tutte le crocette apposte fino ad ora dagli stupidi elettori.

Lo stato italiano se ne è accorto, di ciò ha paura e così, attraverso la magistratura, è stato posto in essere un blitz per arrestare 26 esponenti del movimento indipendentista veneto, accusati di presunto terrorismo, di attentato all'ordine democratico e di detenzione di armi da guerra (si fa riferimento ad una piccola pala meccanica corazzata come un carroarmato e ad armi da caccia regolarmente detenute). Secondo la magistratura si starebbero organizzando manifestazioni eclatanti di natura presumibilmente violente.

Fino ad ora, il movimento indipendentista, presunto violento, in realtà ha condotto un'operazione referendaria di indiscutibile valore democratico e manifestazioni di piazza indiscutibilmente pacifiche, esprimendo delle idee che sono, sì diverse da quelle dello stato italiano, ma comunque rispettabili, la cui espressione è da ritenersi libera per il popolo veneto, come per qualunque altro popolo, perché non reca danno a nessuno. Guerriglie e rappresaglie non ce ne sono mai state fino ad ora, di conseguenza, quale sarebbe la colpa dei veneti arrestati l'altro ieri? Sarebbe in corso una sorta di processo alle intenzioni che ritengo ingiusto. In queste ore, sono detenure 26 persone sulla base di mere presunzioni (leggete qui l'ordinanza).

I veneti hanno intuito che quella dei territori indipendenti da uno stato centralizzato, diversamente da come è attualmente organizzata l'Italia, sia la soluzione ideale affinché le cose si risolvano e cambino veramente e in meglio per questo paese. Territori indipendenti comporterebbero maggiore responsabilità nelle mani dei cittadini affinché siano essi a determinare il loro presente e il loro futuro e non un'informe macchina burocratica chiamata stato centrale. Ma soprattutto, ciò consentirebbe maggiore libertà e maggiore efficienza nel servire il soddisfacimento dei bisogni di una vita in comune, contrariamente a come accade attualmente con l'elefantiaco stato centrale, il quale  non è in grado di garantire il miglior servizio al cittadino, oggi sempre più esigente.

E' evidente che il timore dello stato (non degli italiani, figuriamoci se essi siano in grado di rendersene conto!) sia quello di vedere il vento secessionista, che sta soffiando nella regione del Veneto, espandersi in tutto il paese e mettere a repentaglio il potere di chi oggi attanaglia gli inermi italiani. Lo stato vuole punirne uno (il popolo veneto) per educarne cento (il resto del popolo italiano).

Lo stato ha paura... non per i cittadini, ma solo per sé stesso.


Postato il 04/04/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





veneto.jpg

Venerdì 21 marzo, nella regione del Veneto, si è conclusa la consultazione referendaria attraverso la quale i cittadini veneti sono stati chiamati ad esprimere il proprio consenso alla dichiarazione di indipendenza del Veneto dallo stato italiano. Il popolo veneto ha potuto partecipare a questo referendum attraverso internet, accedendo liberamente al portale web Plebiscito.eu ed esprimendo così la propria preferenza. Più di 2,3 milioni di cittadini hanno votato (il 73,2% degli aventi diritto), prendendo d'assalto non solo il suddetto sito internet ma anche i seggi appositamente allestiti nelle piazze dei comuni della regione. Il comitato promotore dell'iniziativa si è assicurato di acquisire l'opinione di tutti i cittadini aventi diritto di voto in Veneto, così come essi risultano presso l'anagrafe degli uffici elettorali della regione. Il comitato ha decretato la vittoria del "Sì" con l'89% dei voti. Una delegazione è stata costituita, la quale dovrà dichiarare il Veneto indipendente e condurre le operazioni necessarie per realizzare il volere di 2 milioni di veneti.

Ovviamente, la consultazione non ha alcun valore legale secondo le leggi dello stato italiano (l'art. 5 della Costituzione italiana è inequivocabile), ma ciò non significa che sia da considerarsi illegittima l'intenzione di un popolo ad autodeterminarsi; ciò lo prevede l'ONU, che sancisce il principio dell'autodeterminazione dei popoli nel suo statuto; paradossalmente, lo prevede anche lo stesso stato italiano con la legge n. 881/1977. L’autodeterminazione e la secessione sono diritti naturali dell’uomo e sono quelli a cui si ispira questo movimento indipendentista. Non si può prescindere dal riconoscerli se si vuole una società veramente libera. Si consideri, infine, che sulla strada dell'indipendenza si sono avviate altre due realtà europee: la Catalogna e la Scozia. In Italia, anche il Friuli sarebbe intenzionato a seguire l'esempio veneto.

Trovo entusiasmante la prova di forza dei veneti ed esemplare la determinazione da essi espressa fino ad ora, e nei modi (assolutamente pacifici) e nella metodologia applicata, per raggiungere l'obiettivo di indipendenza da uno stato canaglia, il quale non è in grado di provvedere per il futuro dei suoi cittadini.

Devo anche dire che inizialmente ero un po' perplesso. Per una semplice ragione: in rete ho trovato pochi documenti nei quali si illustrassero come si immagina il futuro di uno stato veneto indipendente. Per quanto siano state sufficientemente spiegate le ragioni del diritto del Veneto ad autodeterminarsi (tutti sacrosantamente condivise dal sottoscritto), non si trovano dichiarazioni circa quale alternativa di stato i veneti immaginano, su quali principi ergerebbero la struttura organizzativa del popolo veneto indipendente. Insomma, nel caso in cui ottenesse l'indipendenza, il Veneto su quali presupposti si riorganizzerebbe? I veneti che hanno votato per il "Sì", sono consapevoli di cosa accadrebbe all'indomani dell'indipendenza?

Anche perché, il deludente epilogo delle mire indipendentiste della Lega Nord le abbiamo viste: erano solo chiacchiere e niente fatti.

Invece, è notizia di questi giorni quella secondo la quale la delegazione del comitato che ha indetto il referendum, all'indomani del risultato del voto, si sarebbe messa subito al lavoro per studiare la possibile riorganizzazione del popolo veneto indipendente. Inoltre, il comitato organizzatore si rende disponibile a condividere il know-how, acquisito dall’esperienza finora condotta, con i popoli i quali desiderino  intraprendere anch’essi la strada dell’indipendenza dallo stato italiano.

In conclusione, un plauso alla presa di posizione del Veneto, che in questo modo accoglie in Italia il vento di indipendenza che soffia d’oltralpe e che spero possa soffiare anche più giù, fino alle regioni più meridionali del paese, perché ritengo che la scelta dell'indipendenza sia la più valida escogitazione politica rimasta per i cittadini affinché essi possano riprendersi, non solo il loro presente, ma anche il loro futuro. Se si continua a sperare nello stato italiano affinché risolva i problemi che esso ha causato, potete stare freschi, cari italiani! I veneti lo hanno capito e sembrano pronti a riprendersi le loro responsabilità su come vivere il proprio territorio.


Postato il 26/03/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





denaronulla.jpg

Sul suo blog, Beppe Grillo parla di creazione di denaro dal nulla, spiegando correttamente e a grandi linee il meccanismo della riserva frazionaria (leggi qui).

Ovviamente, per chi segue il mio blog sa già che quello della riserva frazionaria è una delle più grandi truffe dell’umanità. Il lettore del mio blog saprà anche che quello della riserva frazionaria non è l'unico modo con cui il denaro viene creato; esiste anche la politica monetaria stabilita dalla banca centrale, attraverso la quale essa acquista principalmente debito pubblico a fronte di denaro fresco di stampa. Comunque sia, è un bene che, un personaggio il quale goda di tanta luce mediatica, denunci un grandissimo male del sistema monetario mondiale come lo è quello della riserva frazionaria.

Ma come troppo spesso accade, quando Grillo e suoi seguaci dicono una cosa giusta, è sempre una questione di fortuna. A dimostrazione di ciò, cito di seguito quanto riportato nello stesso post in cui si parla di riserva frazionaria:

"Per uscirne si potrebbe sostituire il denaro creato dalle banche con denaro stampato dagli Stati e con l'obbligo di prestiti interamente coperti da capitali."

Per quanto io possa essere relativamente d'accordo circa il fatto che il denaro debba essere prestato dalle banche con copertura totale da capitali (laddove con “capitali” si intenda il denaro raccolto da risparmiatori intenzionati ad effettuare, con il versamento dei propri risparmi, investimenti per il tramite della banca), non posso dire altrettanto circa il fatto di sostituire il denaro esistente con quello stampato dagli stati.

Ma perché, il denaro già esistente sarebbe stampato con il beneplacito di chi? Col beneplacito di mia nonna?

Certo che mia nonna non c’entra nulla! Il beneplacito, invece, è proprio quello dello stato. Vorreste mica dirmi che voi accettate euro o dollari per il solo motivo secondo cui a stamparlo sia la BCE (o la FED in America, la BOJ in Giappone e così via)? Non è così. Voi lo accettate perché è lo stato che impone per legge di eseguire le nostre transazioni, di pagare le tasse con quella specifica valuta, non consentendo ai cittadini di abbandonarla, laddove fosse necessario e di usare altre valute in grado di mantenere maggiori garanzie sul loro valore.

Quindi, se a stampare il denaro fosse direttamente lo stato e non una banca centrale, nulla cambierebbe, perché così facendo:

1. non si restituirebbe la sovranità monetaria al popolo così come si sottintenderebbe, bensì la sovranità si restituirebbe allo stato; che non siamo noi. Lo stato sono gli eletti e gli amici di essi che, una volta seduti sulle poltrone del potere, fanno come gli pare e ciò non è garanzia di un sistema monetario privo dei vizi che quello marcio di oggi ha;

2. non si affronterebbe il vero nodo della questione, ossia la nocività per l’economia di un denaro emesso illimitatamente, senza che vi sia una reale riserva la quale garantisca la stabilità del valore di quel denaro stampato.

E’ bene puntualizzare in che senso oggi il denaro è rappresentativo di un bel nulla. Il denaro di oggi rappresenta perlopiù debito pubblico, ovvero promesse dei governi di restituire il denaro stampato per essi (direttamente o indirettamente) dalla banca centrale. Tutto ciò, forti del fatto che i governi possono tassare quanto e come desiderano il lavoro dei loro cittadini.

Insomma, oggi il reddito dei cittadini è la garanzia per cui i governi ottengono soldi freschi di stampa dalle banche centrali. Capito perché si è schiavi oggi? Perché i cittadini lavorano per garantire l'indebitamento dello stato che essi stessi stupidamente continuano a legittimare andando ogni volta a votare. Ecco perché oggi il denaro si può stampare illimitatamente. Perché ci si basa non su un bene scarso presente in natura, comunemente ritenuto di valore (per esempio, sull’oro), bensì su quante possano essere le promesse che i governi sono in grado fare alle banche centrali: ovvero, illimitate volte.

Se a stampare denaro fosse direttamente lo stato, anziché affidarne “l’appalto” ad una banca centrale, il denaro verrebbe emesso sempre alla stessa maniera; con biglietti di carta senza un riferimento reale di valore. Forse non si parlerebbe più di denaro in cambio di promesse, bensì di denaro in cambio della costruzione di infrastrutture per la nazione (forse anche di dubbia utilità per i cittadini), ma la sostanza non cambierebbe. Il denaro continuerebbe ad essere stampato illimitate volte. E in economia, beni presenti in natura in maniera illimitata non hanno valore di scambio (come ad esempio lo è l’aria che respiriamo) e ci ritroveremmo ancora con un’economia viziata da denaro che non vale nulla perché stampato dal nulla.

Cambierebbe solo la circostanza secondo la quale il governo non sarebbe più dipendente da qualcun altro, circa le decisioni di politica monetaria (una banca centrale); in merito, nessuno più lo contrasterebbe. Ma l’esperienza italiana con la lira, l’abbiamo già vista come è andata a finire: ci si siamo venduti quote di sovranità pur di adottare una valuta che sembrasse più credibile della lira (l’euro, appunto). Ma senza andare a scomodare una valuta morta più di dieci anni fa, guardiamo alle vicende che riguardano l’attuale moneta argentina, ossia il Peso argentino: dopo dieci anni di denaro stampato direttamente dal governo, l’Argentina è nuovamente in default tecnico, con pesos estremamente svalutati.

Per concludere, nel post del suo blog, Grillo (o chi per lui) dapprima riconosce l’importanza di prestare denaro purché esso sia presente nelle sue casse, poi però, dimentica questo principio e propone di concedere allo stato la possibilità di fare ciò che già fanno le banche centrali e che prima, lui stesso, ha affermato essere un male: cioè emettere denaro senza copertura di valore.

Come volevasi dimostrare, Grillo e seguaci, quando dicono cose giuste è solo questione di fortuna.

Quindi, quale sarebbero le vere soluzioni su cui discutere ed approfondire gli studi circa la questione del denaro emesso dal nulla?

In primis, l’abolizione della riserva frazionaria. Le banche devono svolgere la propria missione di intermediari del credito operando con riserva frazionaria pari al 100% (già ve ne parlai io in quest'altro post). Le banche devono semplicemente custodire i soldi versati dai correntisti, senza poterne disporre a loro piacimento. Se le banche devono prestare denaro, esse devono prestare solo ciò che è di loro proprietà, non ciò che è di proprietà dei loro correntisti. Separatamente all’attività di custodia del denaro, le banche devono tornare a svolgere la semplice attività di intermediari del credito, fra chi non vuole semplicemente custodire le proprie disponibilità di denaro (i risparmiatori) e chi ha bisogno di finanziamenti per effettuare investimenti (le imprese).

In secundis, divieto di emettere denaro senza che vi sia un bene reale che ne garantisca il valore così come purtroppo viene ancora fatto da un secolo a questa parte (soprattuto negli ultimi 40 anni), in modo tale che a sostenere il valore del denaro non sia più una politica monetaria (per nulla parziale) della banca centrale o direttamente dello stato, bensì la sola legge della domanda e dell’offerta del danaro usato come mezzo di scambio.


Postato il 10/03/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





tasse.jpg

Chi investe i sudati risparmi in quel buco nero, comunemente chiamato stato, deve essere punito. Per questo, anche se io sono contrario ad ogni tipo di tassa, nel caso di un incremento della tassazione sulla rendita dei titoli di stato, sarei d'accordissimo. Il neo sottosegretario alla presidenza del consiglio (mai eletto e nominato da non eletti) che ha ventilato l'ipotesi di un incremento della tassazione sul rendimento dei BOT (attualmente pari al 12,5%) è l'ennesimo ignorantone al potere. Infatti, egli crede che una simile operazione non penalizzi più di tanto il risparmiatore ma che avvantaggerebbe significativamente i conti disastrosi dello stato (leggi qui). Questa è ignoranza bella e buona, perché non si capisce che la proposta sarebbe quasi indifferente per le entrate dello stato! Vi spiego perché. Tassare titoli di propria emissione significa rinegoziare unilateralmente il rendimento già promesso ai propri creditori. Così facendo lo stato non mantiene la parola data: è un mini default. E per lo stato, il risultato consisterebbe semplicemente in una diminuzione delle uscite pubbliche previste per il pagamento degli interessi promessi sui titoli di stato già emessi. Questo è l'unico vantaggio per lo stato: nel caso dei BOT sarebbe un esiguo vantaggio di brevissimo periodo (i BOT sono emessi con scadenza non superiore ai 12 mesi). Invece, nel caso di BOT (o di altro titolo di stato) di nuova emissione, ciò non provocherebbe alcun vantaggio né svantaggio allo stato governato da questi ignoranti. Ciò perché:

- produrrebbe un contestuale innalzamento degli interessi che lo stato deve promettere (almeno pari al nuovo livello di tassazione dei rendimenti), al fine di rendere più appetibili titoli su cui graverebbe una tassazione più elevata ed evitare di far diminuire la loro domanda;

- così facendo, si annullerebbe automaticamente l'effetto positivo per lo stato derivante dall'incremento della tassazione sul rendimento dei titoli di stato, perché la tassazione verrebbe neutralizzata dall'incremento del nuovo rendimento promesso;

- di conseguenza, non si genererebbe alcun incremento di gettito fiscale; l'entità delle casse dello stato non aumenterebbe e, a parità di condizioni della domanda, resterebbe sempre la stessa (la tassa su un titolo di stato è una semplice posta di giro, per cui lo stato paga sé stesso e un effettivo flusso di cassa non esiste).

Niente paura comunque! Il neo nominato presidente del consiglio italiano ha smentito quanto detto dal suo sottosegretario (leggi qui). Il premier invece vorrebbe semplicemente tassare le “rendite pure”. Ma cosa sarebbero le rendite pure? Misteri dell'ignoranza umana! La cosa assurda è che di incompetenti al governo, che sparano idiozie simili, ce ne sarebbero stati anche se gli italiani fossero andati a votare.


Postato il 26/02/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





figuraccia.jpg

Cari lettori, per dovere di cronaca, vengo ad informavi che il provvedimento sui bonifici provenienti dall’estero (leggi qui), per cui è prevista l’applicazione di una ritenuta d’acconto del 20% da parte degli istituti finanziari, è stata sospesa fino al 1 luglio 2014, con questo provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, su richiesta del Ministero dell’Economia (ecco il comunicato del Ministero). Le motivazioni riguardano:

- le difficoltà procedurali che gli istituti bancari incontrano per rispettare gli obblighi che il provvedimento impone;

- “L’evoluzione del contesto internazionale in materia di contrasto all’evasione fiscale cross-border, che ha subito una forte accelerazione, attraverso la creazione di un modello di accordo intergovernativo (IGA) per lo scambio di informazioni tra gli USA e gli altri Paesi” e che “ha costituito la base per la nascita di un sistema automatico di scambio di informazioni multilaterale tra Paesi (Common Reporting Standard), presentato dall’OCSE nel gennaio scorso”.

E’ l’ennesima figuraccia di un governo farsa, intento solo a fare cassa più in fretta che può.

Vi dico io qual è la vera ragione. I tempi previsti dalla norma erano troppo ristretti al fine di poter mettere meglio al sicuro i propri risparmi. Lo erano, non solo per il piccolo risparmiatore, ma anche per coloro che detengono ancora ingenti capitali presso le banche italiane (fra i quali anche politici, industriali dai finanziamenti pubblici, banchieri corrotti, ecc.) i quali, avendo modo di esercitare una forte influenza su al ministero, sono riusciti a guadagnare più tempo per sistemare meglio i propri denari, al riparo dal massacro dei risparmi italiani sempre più prossimo.

Anche noi, piccoli risparmiatori dobbiamo approfittarne. Abbiamo tempo fino a luglio di quest’anno per informarci su dove aprire un conto corrente all’estero (nella vicina Svizzera, ad esempio), attivare un servizio bancomat avente un circuito internazionale dei pagamenti (così da poter prelevare dagli sportelli bancomat italiani) e fare destinare temporaneamente lì i soldi provenienti da fuori paese. Pensateci!


Postato il 20/02/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





prepotente.jpg

Esiste una legge in Italia (L. 68/99) che obbliga i datori di lavoro, i quali hanno alle proprie dipendenze più di 14 lavoratori, ad assumere personale diversamente abile, secondo delle misure ben stabilite:

- dai 15 ai 35: obbligo ad avere assunto 1 lavoratore disabile

- dai 36 ai 50 dipendenti: obbligo ad aver assunto 2 lavoratori disabili

- dai 51 ai 150 dipendenti: obbligo ad aver assunto lavoratori disabili per il 7% del totale dei dipendenti e almeno 1 lavoratore che rientri nei casi previsti dall'art. 18 della suddetta legge (vedovo, orfano, profugo, ecc.)

- oltre 150 dipendenti: obbligo ad aver assunto lavoratori disabili per il 7% del totale dei dipendenti e lavoratori che rientrino nei casi previsti dall'art. 18 della suddetta legge (vedovo, orfano, profugo, ecc.) per l'1% del totale dei dipendenti.

In pratica, per privilegiare una determinata categoria sociale, lo stato detta al datore di lavoro come dirigere l'azienda di quest'ultimo, obbligandolo ad assumere ulteriore personale, a prescindere dalle condizioni economiche dell'azienda e dalle effettive necessità ed efficienze che l'impresa richiede, costringendola ad esporsi al rischio di soffocare, oltre il limite tollerabile, la capacità di autofinanziamento dell'azienda, perché i costi relativi a questa disposizione normativa (stipendi ed oneri annessi al personale disabile imposto) sono sostenuti, non da chi questo assurdo obbligo lo ordina (lo stato) ma, da chi ne è obbligato (il datore di lavoro). E se l'azienda non ce la fa, perché ha bisogno di assumere il quindicesimo dipendente ma non può permettersi un sedicesimo dipendente disabile? Cosa fa? Si attacca, cari lettori! Come anche si attacca il quindicesimo lavoratore che resterebbe disoccupato e che, in assenza di questa legge, sarebbe invece stato assunto. E se l'azienda, a causa di questa legge, perde competitività e chiude, lasciando disoccupati il resto dei dipendenti? Cosa glie ne importa allo stato! Per esso l'importante è che questa legge ("legge" per modo dire!) sia stata rispettata, non che il datore di lavoro continui a creare ricchezza per sé e per gli altri (dipendenti e clienti)!

Ciò è un'abominevole assurdità.

Il mio giudizio negativo sul privilegio garantito da questa legge non vuole essere una mancanza di sensibilità da parte mia sulle condizioni di disagio di chi è diversamente abile, per cui sarei ben lieto di esprimere la mia solidarietà economica (perché è di questo che si parla), se non fossi già oppresso (come tutti, del resto) dalla tassazione di stato che espropria e destina i redditi dei cittadini in sprechi senza sosta: una solidarietà che sarebbe volontaria (come anche la Sacra Bibbia insegna) e non imposta da qualcuno.

Una simile legge è un insulto alla libertà del prossimo, quella del datore di lavoro che svolge la libera impresa, e della libertà di chi è già alle sue dipendenze - o che lo sarà - per meriti e non per disposizione normativa. In quanto, per rispettare la legge (e non le esigenze di mercato e i meriti delle persone), il datore di lavoro sarà probabilmente costretto a tagliare il costo del personale, oppure a non assumere altri lavoratori così da evitare di far scattare l'obbligo di cui sopra o, addirittura, a chiudere l'attività.

Leggi come questa sono una violazione della proprietà privata, in questo caso quella del datore di lavoro, che subisce un ordine coatto riguardante la sua azienda da un'entità (lo stato) che è estranea all'impresa, che non apporta valore aggiunto ad essa, eppure ha voce in capitolo sulle scelte di un'impresa, il cui rischio imprenditoriale è del datore di lavoro (non dello stato), imponendo ad esso criteri antieconomici.

Poi vi chiedete perché non c'è lavoro, perché le aziende chiudono, perché non c'è meritocrazia; in questo micropost avete letto un perché


Postato il 14/02/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





disoccupati.jpg

A dicembre 2013, la disoccupazione in Italia è salita al 12,7% (- 0,1punti rispetto al mese prima e + 1,2 punti rispetto a 12 mesi prima). Più di 3,23 milioni di italiani cercano lavoro ma non lo trovano e, fra i giovani, il 41,7% è disoccupato (+ 4,2 punti rispetto a 12 mesi fa).

tassodisoc.JPG

Questi sono i drammatici dati provvisori ISTAT. E il premier italiano continua ad affermare che nel 2014 in Italia avremo una crescita economica? Andiamo proprio bene!

Se ai 3,23 milioni di disoccupati aggiungessimo le altre categorie di lavoratori potenziali che non trovano lavoro e che furbescamente vengono ignorate dal dato ufficiale della disoccupazione italiana, ovvero:

- i 2,99 milioni di italiani fra i 15 e i 64 anni, i quali sono scoraggiati nel cercare un lavoro, che non cercano più lavoro perché lo hanno cercato in passato ma non lo hanno mai trovato, oppure che vorrebbero un lavoro ma sono impossibilitati a trovarne uno per motivi familiari (dati ISTAT);

- i poco più di 1 milione di lavoratori italiani coinvolti nella cassa integrazione, che di fatti non lavorano (stima della Cgil sui dati Inps di ottobre 2013);

allora gli italiani fra i 15 e i 64 anni disoccupati, che sono potenziali lavoratori ma che non hanno un'occupazione, ammontano a ben 7,22 milioni circa, i quali rapportati alla nuova base di forza lavoro, che da 25,5 milioni passa a 28,49 milioni, determinano un tasso di disoccupazione che, a dicembre 2013, schizzerebbe oltre il 25%.

situazione.JPG

Questo è il dato sulla disoccupazione italiana più fedele alla realtà (sempre che siano buoni i dati grezzi diffusi dall'ISTAT). Altro che 12,7%! Il tasso di disoccupazione italiano è più del doppio rispetto a quello ufficiale: più precisamente, del 25,34%.

Vorrei condurvi a riflettere su un altro aspetto del fenomeno occupazionale italiano. Sempre considerando i dati di dicembre 2013, i residenti in Italia erano circa 60 milioni. L'ISTAT ci dice che 22,27 milioni sarebbero gli occupati, ma sottraendo da questo dato la stima della Cgil sui lavoratori in cassa integrazione (più di 1 milione), coloro che in Italia effettivamente hanno un'occupazione lavorativa sarebbero circa 21,27 milioni. Ciò vale a dire che solo il 35,5% del totale dei residenti italiani manda avanti la carretta. Il restante 64,5% degli italiani (circa 38,73 milioni) non lavora ed è costituito da:

- circa 17,4 milioni, fra studenti di età superiore ai 14 anni, pensionati con meno di 65 anni, invalidi, falsi invalidi, casalinghe, sfaccendati, i 2,99 milioni che vorrebbero lavorare ma non possono o sono scoraggiati nel trovarlo e coloro che sfuggono alle statistiche del lavoro, tutti con età compresa fra i 15 e i 64 anni;

- circa 20,99 milioni fra coloro che hanno un'età inferiore ai 15 anni e quelli con un'età superiore ai 64 anni.

In pratica, poco più di 1 italiano su 3 lavorerebbe e manterrebbe, oltre a sé stesso, anche i restanti 2 che non lavorano, sostenendo le necessità del proprio nucleo familiare oppure pagando tasse, imposte e contributi.

Ovviamente, esiste il fenomeno del lavoro a nero, i cui numeri sono impossibili da quantificare e che abbatterebbero il numero effettivo di coloro che in Italia non lavorano (per fortuna, direi).

E che dire se introducessimo in questa riflessione l'esercito dei lavoratori dipendenti i quali sono stipendiati, non da redditi prodotti dall'amministrazione pubblica presso cui essi sono impiegati (che non esistono), bensì dai redditi confiscati da chi lavora privatamente (si ricordi che ogni amministrazione pubblica non produce mai ricchezza, ma consuma solo ricchezza altrui)?

In tal caso, quanti sarebbero gli italiani mantenuti per ognuno che lavora e produce ricchezza effettivamente?

composizione.JPG

I dipendenti pubblici italiani sono circa 3,4 milioni (fonte Ragioneria generale dello stato); ciò significa che gli italiani i quali risultano occupati nel settore privato e che contribuiscono a creare ricchezza effettiva sarebbero circa 17,87 milioni. Quindi, il rapporto fra i lavoratori che producono effettivamente ricchezza e coloro che non la producono sarebbe ben superiore a quello di 1 a 3 (fenomeno del lavoro a nero escluso). Infatti, alla luce di quest'ultima analisi, solo il 29,78% degli italiani lavora e crea ricchezza effettiva per mantenere il restante 70,22% costituito da pensionati, studenti, invalidi, disoccupati, politici, sfaccendati e dipendenti pubblici.

L'allarmante insostenibilità di un sistema istituzionale fatto di leggi impossibili sul lavoro e sulla previdenza sociale e di privilegi inconcepibili a lavoratori e pensionati, che sono la causa di questa impossibilità (o, in alcuni casi, di disincentivi) a lavorare, è decisamente evidente dai soli dati ufficiali; basta saperli leggere con la propria testa e non con quella degli altri.


Postato il 05/02/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





venti.jpg

Il primo micropost del 2014 è una notizia negativa (me ne scuso ma, se si desidera sapere la verità, di questi periodi bisogna aspettarsi soprattutto notizie poco positive). Da ieri, gli istituti di credito italiani sono obbligati ad applicare una ritenuta alla fonte del 20% sui redditi da capitale e redditi diversi, derivanti da investimenti all'estero e da attività estere di natura finanziaria. A precisare ciò è questo provvedimento dell'Agenzia delle Entrate che attua le disposizioni dell'art. 4 del decreto legge 167/1990 (convertito dalla legge 227/1990), modificata dalla legge n. 97 del 2013, emanata dall'attuale governo delle larghe beghe, con a capo il primo ministro Letta.

Quindi, se percepite interessi per crediti derivanti da mutui, depositi e conti correnti (non bancari), che vantate nei confronti di soggetti esteri, cederete il 20% allo stato italiano. Se percepite una rendita perpetua da soggetti esteri, per aver ceduto loro immobili o somme di denaro, cederete il 20% allo stato italiano. Se percepite compensi per fideiussioni o garanzie concesse a soggetti esteri, cederete il 20% allo stato italiano. Se avete impiegato il vostro capitale all'estero e percepite un interesse, cederete il 20% allo stato italiano. Se avete percepito una plusvalenza per aver venduto immobili, terreni edificabili situati all'estero, o per aver ceduto quote di partecipazione qualificate in società con sede all'estero, cederete il 20% allo stato italiano. Se percepite fitti da immobili e terreni in locazione situati all'estero, cederete il 20% allo stato italiano.

Di contro, se percepite un reddito qualunque di quelli su elencati e li depositate in un conto corrente di una banca estera e state attenti a non trasferirli in un conto corrente in Italia, allo stato italiano non dovrete cedere un bel nulla. Di conseguenza cari italiani, se avete redditi prodotti all'estero che potrebbero essere investiti in Italia, per creare lavoro in Italia, lasciateli pure oltre confine. Tanto, a risolvere la grave disoccupazione italiana e a trovare un lavoro agli italiani, ci sta pensando lo stato (infatti, vedete qui come esso ci sta pensando bene). Pertanto, di che cosa si devono preoccupare gli italiani? Che continuino a fare sogni tranquilli! Alla fin dei conti, il problema è solo dei grandi possessori di capitali (questi cattivoni!); non è vero? Non fa niente che poi costoro siano coloro i quali avrebbero le vere risorse che, anziché essere depredate dallo stato, potrebbero essere utilizzate per creare il lavoro che lo stato italiano non è in grado di creare! Quindi, aspettate e sperate, italiani!


Postato il 02/01/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





porcellum.jpg

Quasi dieci anni ci sono voluti affinché si riconoscesse che l'attuale legge elettorale fosse incostituzionale (leggi qui). In questi dieci anni, sarebbe dovuta bastare la sola consapevolezza che l'attuale sistema elettorale detto "porcellum" fosse illegale, perché gli italiani si convincessero a non partecipare in massa al rito democratico delle elezioni e a non rendersi complici di un sistema contrario alla legge. Dieci anni di atti illegittimi sono trascorsi, in cui gli italiani hanno subito azioni legislative e di governo le quali essi non erano tenuti a rispettare, perché emanate da istituzioni nominate senza che ne avessero costituzionalmente l'autorità. Ancor prima di rivolgere il pensiero a fare una nuova legge elettorale (impresa al quanto ardua per ritenerla poi costituzionale, data questa singolare circostanza), che gli italiani insorgano. Alla luce della dichiarazione di incostituzionalità, che per questi dieci anni gli italiani rivendichino:

- la restituzione di tutte le tasse, le imposte e i contributi versati ed estorti illegittimamente dallo stato;

- l'abrogazione di tutte le norme previdenziali, fiscali, societarie, bancarie, civili e penali, emanate illegittimamente;

- il risarcimento per tutti i finanziamenti e gli stanziamenti pubblici previsti nelle varie finanziarie ed erogati senza che chi li abbia disposti avesse l'autorità per farlo;

- il risarcimento per tutti i debiti contratti, per conto dei cittadini, da coloro che non erano costituzionalmente legittimati a farlo;

- la decadenza di tutte le nomine istituzionali disposte da organi i quali non ne avevano costituzionalmente l'autorità (a partire dal Presidente della Repubblica, passando dagli organi amministrativi regionali, fino agli stessi membri della consulta costituzionale, tutti nominati illegalmente);

- la libertà a non versare un euro di più per tasse, imposte e contributi e a non rispettare una sola norma disposti in condizioni di incostituzionalità;

Il vizio di incostituzionalità della legge elettorale in vigore è retroattivo, per tutti i rapporti sospesi e non passati in giudicato (così come si è sempre espressa la giurisprudenza nei casi di incostituzionalità di una legge). Troppo comodo uscirsene con il mea culpa "riformiamo subito la legge elettorale!". E no, cari miei!

Disposizioni illegittime di governo hanno procurato enormi danni ai cittadini, ma anche una grande beffa. Sì perché, se ci si sforzasse ad individuare uno o più responsabili di tutto ciò, ci si renderebbe conto che nessuno sarebbe imputabile di alcun ché in maniera specifica. Chi si accuserebbe? Il politico che ha comunque l'attenuante di aver agito su mandato di buona parte di un popolo cretino, il quale ha ignorato di partecipare ad un gioco democratico illegittimo e di conferire il potere di decidere della sua vita con regole che contrastano quelle costituzionali? Secondo questo ragionamento, sarebbe il popolo stesso ad avere la colpa di aver fatto subire una marea di disposizioni illegali. Il popolo, votando con una legge elettorale incostituzionale, si è auto inflitto azioni di stato illegittime e pretese di stato altrettanto illegittime.

Quante volte ho espresso su questo blog il parere secondo cui i cittadini italiani non dovrebbero andare più a votare, perché nel conferire a terzi il potere di governarli, in un contesto di stato accentratore e sotto il ricatto della comunità europea, non si fa altro che infliggersi del male? Per capire che, votando, gli italiani non decidono nulla del proprio futuro, ad essi non è bastata la dimostrazione dell'illegittima nomina del governo Monti, non è bastata la beffarda nomina del governo Letta. Non basterà nemmeno l'ufficializzazione di incostituzionalità di dieci anni di azioni legislative ed esecutive? Davvero che questi italiani comprenderanno ciò solo dopo che essi si saranno ritrovati in mutande, per colpa di nessuno se non di loro stessi?


Postato il 05/12/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





attenti.jpg

L'ipocrisia di stato assume confini sempre più estesi. Ero in stazione e, in prossimità dell'entrata in una tabaccheria, il seguente manifesto di AAMS, Ministero dello Sviluppo Economico e FIT ha attirato la mia attenzione:

manifesto.jpg

Dopo averlo letto, un mix di rabbia, rancore e una punta di isteria ha pervaso il mio momento di tranquillità emotiva, visto che avevo appena smontato di lavorare e finalmente tornavo a casa. Questo manifesto è un chiaro esempio di come lo stato tenti di manipolare le menti dei cittadini. Infatti, attraverso di esso, si cerca di far passare il messaggio secondo cui lo stato non avrebbe nulla a che fare con i comportamenti della criminalità organizzata che vende sigarette contraffatte. Ricordiamoci che lo stato, al pari di un criminale, estorce anch'esso il pizzo (anche se lo chiamano "imposta"), anch'esso minaccia e ostacola chiunque tenti di concorrere in uno dei business da esso controllato (vedi la vigliaccheria commessa al mercato nascente delle sigarette elettroniche), anch'esso è dedito alla falsificazione del denaro, con la complicità del sistema bancario (anche se la chiamano "inflazione"; per approfondire, leggi Il Mistero dell'Attività Bancaria di M. N. Rothbard).

Inoltre, si intende far passare il messaggio secondo cui, la qualità delle sigarette vendute dal monopolio di stato sarebbero controllate e garantite rispetto a quelle vendute a contrabbando: ma scusate, garanzia di cosa? L'unica garanzia che si può dare circa le sigarette è quella della loro dannosità alla salute. Così come sono dannose le sigarette vendute dallo stato, altrettanto lo sono quelle vendute a contrabbando, solo che quest'ultime costano meno perché non tassate. Di conseguenza, cosa offre di meglio lo stato con i suoi controlli che il contrabbando non riesce ad offrire?

Certo, c'è sempre il demagogico di turno che mi dirà "ma rivolgendoti al mercato nero alimenti le attività criminali!". Ed io risponderò "perché, la maggior parte delle attività dello stato sono da persone per bene?".

Infine, con questo manifesto si cerca di far leva sulla sensibilità della gente circa la crisi economica in corso, sostenendo che preferire le sigarette contraffatte (quelle la cui garanzia di danno alla salute non è certificata dallo stato) significherebbe danneggiare l'economia nazionale. E' vero il contrario, cari lettori! Paradossalmente, per quanto nocive alla salute siano le sigarette, poterle acquistare anche da fornitori diversi dallo stato conduce il mercato del tabacco a diminuire i prezzi di vendita (per via della concorrenza che si viene a creare), rendendo accessibile il prodotto a sempre più persone. Ciò tenderebbe a far aumentare le vendite delle sigarette a favore di più operatori addetti alla distribuzione del tabacco (distribuendo fra la popolazione, in modo più efficacie, la ricchezza che deriva dal settore) e non più a concetrare i profitti realizzabili in un unico soggetto come lo stato, il quale poi si dimostra incapace di convogliare il denaro, ottenuto con i profitti del business del tabacco, in investimenti redditizi per la collettività, destinandoli altresì in investimenti poco e spesso per nulla efficienti, i quali a loro volta producono perdite che non si realizzerebbero altrimenti.

Ecco come dovrebbe essere un manifesto di risposta a questa ipocrita e diseducativa campagna di stato:

falso.jpg

Qui è disponibile la locandina di protesta in PDF a colori, (qui ne trovate una in versione più economica, in bianco e nero). Mi piacerebbe se, come controinformazione, a fianco di ogni manifesto arancione sulla contraffazione delle sigarette, ci fosse affissa questa versione di colore blu (o di colore bianco; come preferite).


Postato il 25/11/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





tasso.jpg

All'indomani dell'incredibile successo riscontrato dall'esito dell'asta dei BTP italiani di martedì scorso, il governatore della banca centrale europea ha giocato un brutto tiro a tutti i risparmiatori che hanno creduto nel sistema Italia acquistando i suoi titoli di stato: egli ha abbassato il tasso ufficiale di sconto da quota 0,50% a 0,25%. Il tasso ufficiale di sconto è il tasso più importante di tutti. E' quello che si applica ai prestiti di denaro che la BCE eroga alle banche europee ad essa affiliate. Da questo tasso dipendono i tassi di interesse di tutti i mercati. Diminuendo arbitrariamente il tasso ufficiale di sconto, non si fa altro che rendere più conveniente per le banche l'acquisto di denaro dalla BCE, incrementare le riserve di euro che esse detengono sui conti correnti presso la banca centrale e concedere alla banche commerciali ulteriore capacità di erogazione di credito. Nel lungo periodo, ciò si traduce in maggiore inflazione dei prezzi di beni e servizi. Di conseguenza, la valuta ad oggetto (ossia l'euro), essendo più a buon mercato, si svaluta. Cosa comporta tutto ciò per il risparmiatore che abbia investito in BTP italiani e che quindi vanta crediti nei confronti dello stato italiano?

1. Che lo stato restituirà a scadenza euro i quali avranno un potere d'acquisto inferiore a quello che avevano al momento della sottoscrizione del titolo di debito pubblico;

2. cosa più importante, che il possessore di un Btp troverà difficoltosa la rivendita del titolo ad un prezzo che sia assai superiore a quello di acquisto, visto che la valuta con la quale i Btp verranno rimborsati risulterà svalutata.

Le banche invece preferiranno non concedere ulteriore attenzione ai titoli di stato italiani e, in un contesto in cui il denaro è quasi gratis e i Btp non risultano più convenienti, sposteranno i loro target verso altri scenari di investimento a più alto rendimento. Mentre lo stato si ritroverà avvantaggiato nel pagare i propri debiti, perché di fatto essi varrebbero meno rispetto al momento in cui esso li ha contratti. Infine, per i consumatori, un incremento del tasso ufficiale di sconto significa maggiore costo della vita, con prezzi di mercato tendenti al rialzo e salari dal minore potere d'acquisto. Ricordiamoci che l'unico motivo per cui l'euro è credibile risiede nella sua capacità a mantenere stabile il proprio valore.

In definitiva, se da giorni il nostro ministro dell'economia ci dice con le chiacchiere che saremmo vicini alla ripresa economica (al fine di far acquistare i Btp agli allocchi), il governatore della BCE ci sta dicendo con i fatti che siamo ancora in recessione. Il favore che il secondo  ha fatto al primo è quello di averlo detto pubblicamente solo dopo che i risparmiatori avessero comprato i Btp di un paese inaffidabile quale è l’Italia, non prima così da metterli al corrente di ciò. Politiche inflattive, come questa adottata dalla BCE, non fanno che minare la reale ripresa economica e fomentare le illusioni di uscita dalla crisi.


Postato il 08/11/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





bitcoin.jpg

Il Bitcoin, per chi non lo sapesse ancora, è una moneta digitale. Anzi, il Bitcoin può essere meglio definito come una cripto moneta [1], proprio perché esso è costituito da una stringa di codice digitale criptata.

Il Bitcoin non è denaro favorito da un istituto bancario, messo a disposizione della clientela attraverso le tecnologie digitali, così come avviene con le già diffuse carte di credito, carte prepagate, bonifici elettronici e quant’altro. Bitcoin è una cripto moneta che non è emessa da nessuna banca, da nessun ente di governo che possa decidere quanta ne deve essere creata di nuova in un certo periodo e quanto essa debba valere oggi e quanto varrà domani.

Ogni unità di Bitcoin è generata da un algoritmo matematico inalterabile, inventato da un programmatore informatico anonimo che corrisponde al nick di Satoshi Nakamoto e sviluppato successivamente da noti programmatori. Quindi, questa cripto moneta è costituita da semplici stringhe di codice, ma opportunamente criptate.

Questo codice criptato, che costituisce il Bitcoin, viene scambiato dagli internauti usando delle applicazioni che funzionano in maniera molto simile ai già più noti software peer-to-peer quali Emule, Napster, eDonkey, BitTorrent, ecc.. Tramite queste applicazioni, anziché condividere musica o film, gli utenti condividono i codici che costituiscono il Bitcoin e ogni computer collegato attraverso di essi è un nodo della rete (la quale non ha alcun nodo centrale che la controlla).

Per ottenere Bitcoin bisogna acquistarlo da chi già ne è in possesso, in cambio di una valuta. Oppure, vendendo beni o servizi. Un altro modo per ottenere Bitcoin è quello di estrarlo.

Il Bitcoin si estrae in un modo molto interessante. Il sistema di creazione di Bitcoin non prevede una banca centrale la quale emetta, a sua discrezione, la quantità di moneta che ritiene più opportuna. Per immettere nuovi Bitcoin in circolazione, è necessario che i computer che costituiscono la rete risolvano dei problemi matematici (piuttosto complessi) che l’algoritmo Bitcoin sottopone a qualunque computer ne faccia richiesta, ad intervalli regolari e in maniera del tutto casuale. Risolvere questi problemi significa effettuare un numero di tentativi molto elevato e, per il computer collegato alla rete il quale sia riuscito, per primo, a risolvere il problema matematico, l’applicazione invia un segnale a tutti gli altri computer collegati e chiede a ciascuno di essi di rilasciare la proprietà dei nuovi Bitcoin emessi automaticamente al computer vincitore, come ricompensa per la risoluzione del problema matematico.

In un certo senso, chi ha inventato il Bitcoin, è riuscito a ricreare (virtualmente) la scarsa reperibilità che caratterizza il metallo prezioso per eccellenza, il quale ha rappresentato nella storia dell’uomo la meno corruttibile e la migliore riserva di valore di tutti i tempi, più qualunque altra merce che sia stata usata come moneta: ovvero l’oro.

L’algoritmo del Bitcoin, stabilisce che il livello di complessità di calcolo di questi problemi deve aumentare col passare del tempo. Ciò significa che, per estrarre un Bitcoin, sarà sempre più difficile e il ché richiederà computer sempre più tecnologicamente potenti. Infatti, ad oggi, è molto difficile che un semplice computer domestico riesca a risolvere, prima di tutti gli altri, i quesiti proposti attualmente dall’algoritmo Bitcoin. Ogni quattro anni, il valore della ricompensa in Bitcoin viene dimezzato. Infatti investire nell’acquisizione della tecnologia sufficiente per risolvere i problemi dell’algoritmo Bitcoin (sempre più complicati) diventa sempre più oneroso (si calcola che, mediamente, si spendono circa 3.126 dollari per l’acquisizione di piattaforme in grado di estrarre velocemente nuovi Bitcoin). Inoltre, l’algoritmo è programmato in modo tale che il numero di Bitcoin estraibile non possa superare i 21 milioni di unità. Si prevede che tale limite sarà raggiunto intorno al 2040. In tal caso, il sistema di estrazione si bloccherà automaticamente.

Ciò significa che il tasso di inflazione è molto contenuto (dal 2040 circa, sarà praticamente nullo), considerato anche che non è possibile effettuare nuove iniezioni di moneta da parte di un ente come la banca centrale che, nel concetto di Bitcoin, non esiste. Infatti, chi continua a sostenere l’attuale sistema monetario, rimprovera al Bitcoin che, se esso fosse una valuta adottata su scala globale, essa sarebbe la fonte primaria di deflazione, questo cattivo e tremendo fenomeno economico, costituito da un crescente valore della moneta in circolazione e da un costante calo dei prezzi dei beni e servizi, che indurrebbe la gente a preferire di sfamarsi di Bitcoin (perché di maggior valore) piuttosto che di risorse reali (le quali varrebbero meno del denaro con cui sono espresse). Come si fa a credere a questa stupidaggine, io non lo so.

Tornando al funzionamento di questa cripto moneta, una volta che un utente entra in possesso di Bitcoin, egli ha la possibilità di depositare la sua disponibilità in un portafoglio virtuale, sull'hard disk del proprio personal computer oppure in repository remoti offerti da siti specializzati in questo tipo di servizi.

Attingendo a questo portafoglio virtuale, è possibile effettuare le transazioni commerciali in Bitcoin (esistono tantissimi siti che offrono questo servizio). Esso funziona attraverso un sistema di chiavi pubbliche e private (simile a quello usato per le usuali transazioni on-line), che consente di scambiare i Bitcoin in tutta sicurezza, sui mercati virtuali esistenti su internet, nella valuta che interessa, oppure di spendere la cifra posseduta presso coloro che accettano Bitcoin in cambio di beni o servizi. Le transazioni crittografate assicurano l’anonimato (o comunque, rendono difficile l’identificazione) e, il sistema di condivisione della moneta virtuale, accerta che chi trasferisce denaro sia l’effettivo proprietario, perché il codice di ogni singola unità di Bitcoin contiene anche l’indirizzo aggiornato dell’attuale proprietario e, ogni passaggio di proprietà, viene convalidato dalla rete peer-to-peer che accerta anche l’unitarietà del codice scambiato (ossia accerta che esso non sia la copia di una unità di moneta già esistente, rendendo impossibile la contraffazione).

Oggi 6 novembre 2013, un’unità di Bitcoin vale circa 253,92 dollari (ad Aprile 2013, a seguito della crisi di Cipro, Bitcoin valeva più di 237 dollari; guarda in questo grafico l’evoluzione). In circolazione ci sono più di 11,92 milioni di Bitcoin (guarda in quest’altro grafico l’incremento dal 2009). Il volume d’affari medio, realizzato con i Bitcoin, vale più di 72 milioni di dollari a settimana (guarda qui l’impennata registrata negli ultimi 12 mesi).

Da queste cifre, ci si rende conto che quello del Bitcoin non è solo un esperimento ma è un vero e proprio fenomeno che, sul nascere, sta coinvolgendo sempre più persone; la media settimanale del numero delle transazioni effettuate in Bitcoin è di 47.233 (guarda qui il grafico). Solo il tempo ci dirà se Bitcoin, da fenomeno si potrà trasformare in un nuovo e collaudato sistema monetario indipendente, a differenza del sistema monetario attuale, costituito dalla moneta fiduciaria, che ha reso i mercati rigidi ai cambiamenti necessari per superare le crisi economiche.

Bitcoin però non è privo di limiti. Affinché esso possa diventare un giorno un collaudato sistema monetario sarà necessario che:

-       acquisisca la caratteristica di vendibilità, tipica di una merce: attualmente solo una piccolissima percentuale dell’intera popolazione mondiale ha un immediato accesso alla rete internet per effettuare transazioni on line. Di conseguenza, ciò non rende Bitcoin preferibile e accettato su larga scala rispetto ad altre forme di mezzo di scambio, più idonee a tale scopo;

-       non sia soggetto a drastiche oscillazioni di valore: attualmente il Bitcoin ha espresso le caratteristiche tipiche di una bolla finanziaria, il cui carattere di novità viene usato da chi può condizionare i mercati valutari, al fine di attirare gli investitori allocchi e farne crescere il valore per fini speculativi;

-       il sistema sia molto più sicuro di quanto non abbia dimostrato in questi anni: per quanto il sistema criptato delle transazioni sia tutt’ora efficace, non lo si può dire delle piattaforme usate per il cambio valute e di repository on line i quali, più di una volta, sembra che siano stati violati dagli haker.

Ciò che rende interessante Bitcoin è quello di aver rispolverato e poi applicato (in maniera del tutto innovativa) alcune delle principali caratteristiche di un più giusto sistema monetario:

-       limitata quantità di moneta in circolazione e offerta anelastica di essa, che fanno di una moneta una moneta forte;

-       assenza della questione legata alla dannosa attività bancaria con regime a riserva frazionaria, grazie alla limitata (se non, assente) necessità di gestione del deposito o di servizi di custodia, visto che il Bitcoin, essendo costituito da stringhe di codici, è immagazzinato autonomamente dal proprietario, che lo gestisce attraverso un semplice account;

-       assenza di controllo da parte di un organismo centrale che ne decida arbitrariamente il valore, la quantità di emissione e che funga da prestatore di ultima istanza e che oggi è la principale causa dei burrascosi cicli economici che noi stiamo soffrendo.

Qualcuno, dai piani alti, si è reso conto che se il fenomeno Bitcoin dilagasse, esso potrebbe diventare pericoloso per il perpetuare dello sciagurato sistema monetario di cui oggi noi disponiamo e per il mantenimento del potere che esso conferisce a chi lo controlla. La BCE ha addirittura condotto uno studio sul fenomeno.

Il Bitcoin è una sorta di moneta privata che non ha confini territoriali. La rigidità della sua offerta (molto simile a quella dei metalli preziosi usati in passato come moneta) potrà dimostrare cosa è una moneta sana, non corrotta a piacimento da politici e banchieri. Una volta che l’offerta si bloccherà a 21 milioni, il Bitcoin dimostrerà che ogni quantità di moneta è ottimale per far funzionare l’economia. In futuro vedremo sicuramente sorgere altre monete private simili al Bitcoin, ognuna delle quali concorreranno fra loro sulla base delle rispettive capacità di mantenere stabile il proprio valore nel tempo e, per questo, di riuscire ad attrarre più agenti economici rispetto agli altri (oggi invece, i governi del mondo fanno a gara a chi svaluta di più la propria valuta, per cui le persone che la utilizzano assistono quasi inermi alla consequenziale distruzione del valore dei propri risparmi).

In Canada apriranno i primi bancomat attraverso i quali sarà possibile scambiare la valuta corrente in Bitcoin (leggi qui)

In Germania esiste un numero crescente di realtà che usano il Bitcoin come mezzo di scambio (leggi qui). Proprio per questo, il ministro delle finanze tedesco ha riconosciuto la bontà dell’esperimento Bitcoin e ha dichiarato che la cripto moneta dovrebbe essere  legalizzata.

A quest’ultimo proposito, io mi chiedo, che bisogno c’è di legalizzare il Bitcoin? Bitcoin non ammazza nessuno, non offende la reputazione e la dignità di nessuno, non deruba nessuno, non estorce niente a nessuno, cosa mai ci sarebbe di illegale nel Bitcoin, tanto da esserci la necessità di farci una legge che lo legalizzi?

Ovviamente, le preoccupazioni dei politici sono di natura fiscale, cari lettori! Le transazioni con Bitcoin non sono tracciabili dal fisco ed esso non prevede ancora il pagamento delle tasse in Bitcoin. Ma se lo si riconoscesse per legge, un domani, quando e se il Bitcoin dovesse proporsi come vera alternativa al denaro cartaceo dello stato, il governo avrebbe già avviato il primo passo per escogitare un modo per imporre la tassazione anche dei redditi ottenuti in Bitcoin.

Questi politici! Quando conviene a loro però, sono in grado di guardare al futuro!

[1] In questo post definisco il Bitcoin come una moneta, il quale però possiede caratteristiche molto atipiche per poter essere definito come tale. Ciò è stato un azzardo, perché in verità Bitcoin non ha un valore intrinseco così come lo hanno quelle merci di cui sappiamo di per certo essere in grado di assolvere ad una sana funzione monetaria come, ad esempio, lo sono l'oro o l'argento (a questo proposito, leggi questo post). Ma sarebbe impreciso anche far rientrare il Bitcoin fra le valute (come il dollaro, l'euro, lo yen, ecc.). Questo perché il Bitcoin non circola per forza di legge e non è emesso in regime di monopolio da un istituto governativo o paragovernativo così come lo sono le valute attuali che conosciamo. Il Bitcoin è un fenomeno senza precedenti, di difficile collocazione fra le categorie di mezzi di scambio sviluppati dall'umanità fino ad oggi. Il Bitcoin è un caso inedito e, per questo, è degno di studi sempre più approfonditi da parte degli esperti in materia.


Postato il 06/11/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





giappone.jpg

Scrivo questo micropost per coloro che insistono col credere ancora alla storiella secondo la quale, aumentando la massa monetaria in circolazione, si aumenterebbe la ricchezza e si risolverebbero i problemi economici. L’economia giapponese, nonostante il mostruoso incremento della massa monetaria degli ultimi tre trimestri (posta in essere per incrementare il PIL e la spesa pubblica), continua a far registrare una differenza gravemente negativa fra importazioni ed esportazioni (vedi il grafico) e che sarebbe da considerarsi come il punto debole per il quale l'economia giapponese potrebbe fallire. La produzione industriale del Giappone continua a non variare significativamente (vedi qui). Il PIL, che misura quanto della produzione di un paese è stato consumato, quanta spesa pubblica è stata effettuata e quanti investimenti sono stati posti in essere, sta effettivamente aumentando (vedi qui). Per quale motivo? Perché i giapponesi stanno iniziando a spendere la massa monetaria di nuova emissione e non perché la produzione giapponese sia aumentata o migliorata (vedi qui). Ciò sta detonando l’inizio di un nuovo boom inflazionistico dei prezzi al consumo (guarda qui il grafico), che è il mezzo attraverso il quale la suicida politica monetaria giapponese vorrebbe rilanciare l’economia. Le esportazioni riprendono ossigeno ma la bilancia commerciale non migliora, perché? Perché le importazioni stanno crescendo sempre di più: vuoi perché il programma nucleare non è allo stesso regime di qualche anno fa, rendendo così il paese nipponico meno autosufficiente; vuoi perché la Cina, anche se continua a tenere alte le barriere doganali, investe comunque nel paese giapponese, grazie al piano di incremento della spesa pubblica per investimenti stabilita dal governo nipponico. Alla luce di tutto ciò, la produzione è destinata a farsi ancora più costosa e ancora meno competitiva all’estero. Ma, come abbiamo visto sopra, i giapponesi stanno iniziando a consumare il proprio reddito per l’acquisto delle importazioni i cui costi sono in ascesa, destinandone sempre meno per il risparmio. Per questo, i giapponesi potranno aumentare la loro massa monetaria quanto essi lo vorranno, ma non sarà mai ciò a portarli fuori dalla spirale viziosa in cui essi si sono andati a cacciare.


Postato il 31/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





tunnel.jpg

Quanto sono idioti questi politici! Continuano a dirci di vedere luci in fondo al tunnel! Siccome siamo alla fine dell'anno, quando:

- guarda caso, le imprese incrementano le proprie forniture in vista del Natale (tanto da determinare temporaneamente un PIL migliore);

- guarda caso, lo stato riacquista buona parte dei titoli pubblici emessi negli anni precedenti (tanto da far migliorare temporaneamente l'esposizione del debito pubblico);

allora oggi si imbastiscono annunci mediatici, relativi ad una presunta e prossima ripresa economica, così da  prepararsi i futuri annunci che verranno diramati, fra due o tre mesi, attraverso i quali si spacceranno i dati positivi di una condizione economica ciclicamente temporanea (quella di fine anno, appunto) per una presunta ripresa economica che in fondo non c'è.

E scommetto che gli italiani i quali abboccheranno saranno ancora tanti!

Ne riparleremo verso marzo/aprile 2014. Scommettiamo che, fino ad allora, la situazione precipiterà di nuovo? Intanto, leggetevi questo post, in cui potete apprendere qual è la realtà dei conti pubblici italiani.

 


Postato il 29/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





lente.jpg

Oggi, nella rubrica "Discussioni di Economia" del blog, condivido con i lettori, in contemporanea con tutti i top blogger indipendenti italiani di economia, un guest post scritto a più mani, riguardante le menzogne diramate in questi giorni dal governo italiano circa i conti pubblici e i relativi calcoli demenziali espressi nell’ultimo documento di economia e finanza. Essi sono puntualmente smascherati da un’approfondita analisi che, seppur prolissa, data l’importanza dei rilievi esposti, merita comunque una particolare attenzione. Buona lettura!

OPERAZIONE VERITA': A CHE PUNTO E’ LA NOTTE ITALIANA

Premessa:

In questi anni di crisi, oltre alle tasse e al disagio economico e sociale, c'è stata un'altra grande costante che ha tenuto compagnia alle nostre giornate, ai nostri momenti: la menzogna proferita in modo sistematico dai vari governi e dai politici di turno che, in maniera spudorata e vergognosa, hanno reiteratamente mentito e mistificato (e continuano a farlo) circa l'esatta situazione dell'economia e dei conti pubblici, in costante ed inesorabile deterioramento.
È' chiaro che tutto ciò incorpora evidenti elementi di criminalità, proprio perché tende ad alimentare false aspettative nei confronti degli agenti economici più deboli: i disoccupati con le loro famiglie e le imprese, prime vittime sacrificali di questa crisi.
Proprio per questo, insieme ad altri siti amici, tra i più seguiti in Italia di economia, tutti liberi e senza padroni, abbiamo pensato di lanciare, coralmente, tutti insieme, questo post divulgativo al fine di far ben comprendere l'esatto stato dei conti pubblici e dell'economia.

menzogne

I grafici  che seguono esplicano in maniera esaustiva i clamorosi  errori previsionali commessi dai vari governi che si sono alternati negli ultimi 3 anni di crisi, su Deficit Pubblico, Debito pubblico e Pil Nominale.

debito2.jpg  deficit.jpg  pil.jpg

Come noto, appena qualche di settimane fa, il governo ha reso pubblica la Nota di Aggiornamento al DEF. Per chi non lo sapesse, il DEF è il documento di economia e finanza che  rappresenta il punto nodale nella programmazione della politica economica e di bilancio del paese. Il punto d’incontro tra politica nazionale e l’Unione Europea, che incorpora le variabili macroeconomiche e di bilancio che il governo stima si possano realizzare, stante una crescita presunta del PIL.

Leggendo il documento licenziato dal governo (n.d.r. scaricalo qui), la cosa che più lascia perplessi, è dover constatare la volgarità della menzogna esercitata dal governo, proprio su talune variabili che risultano manifestamente abbellite, taroccate, per nulla aderenti con la realtà dei fatti,  con l'esatta situazione dell'economia italiana e  dei conti pubblici. Questi ultimi, appositamente “massaggiati” per offrire un quadro della finanza pubblica migliore rispetto a quello che effettivamente è.

Cerchiamo di andare nel dettaglio.

LA MENZOGNA SUI CONTI PUBBLICI

La nota licenziata dal Governo, rispetto al DEF di primavera, con la fine dell'anno ormai alle porte, recepisce ciò che era ormai chiaro da mesi, più o meno a tutti i commentatori di buon senso. Ossia che il Pil, anche quest'anno, diminuirà dell'1.7%(?), posizionandosi a 1.557,3 miliardi di euro, quindi ben oltre l'1.3% previsto solo a maggio dal governo Monti.

Sul fronte della spesa pubblica, il governo, proprio con l’intento di esporre un deficit migliore rispetto a quello reale, da un lato ha aumentato di un miliardo di euro la spesa corrente (pensioni, stipendi, acquisti); mentre, dall’altro,  ha corretto al ribasso la stima della spesa in conto capitale portandola a 807,6 miliardi rispetto agli 810, 6 precedentemente previsti: quindi, 3 miliardi in meno di spese che aiuterebbero (secondo il governo) a far rientrare sotto il 3% lo sconfinamento  deficit/Pil.

Ma entrando nel dettaglio del DEF, si scopre che questo (apparente) miglioramento, è determinato da artifici contabili,  per cui si differiscono all’anno successivo (cioè al 2014) talune spese in conto capitale  originariamente previste nel 2013, nonostante la spesa per investimenti sia stata fortemente ridotta in questi ultimi anni  proprio per esigenze di bilancio, non considerando che questa determina  anche delle manifestazioni virtuose per il ciclo economico. E’ ovvio che, se cossi fosse, questa pratica andrà ad impattare sul fabbisogno del prossimo anno.

Ciò nonostante, analizzando le spese della amministrazioni pubbliche e proiettando al 31 dicembre il consuntivo realizzato nei primi sette mesi dell’anno - dove sono cresciute dell’1.8% rispetto allo stesso periodo del 2012 - si osserva che queste, a fine anno,  dovrebbero aggirarsi intorno ai 678.5 miliardi di euro: cioè 6 miliardi in più rispetto ai valori rettificati dal governo nella nota di aggiornamento.

Sul fronte delle entrate, a causa dell’aleatorietà dei pagamenti da parte degli agenti economici,  la questione è molto più difficile da interpretare. Anche se i dati disponibili delle entrate tributarie, per i primi 8 mesi dell’anno, registrano una diminuzione dello 0.3%  rispetto allo stesso periodo del 2012.

Le entrate contributive, invece, secondo quanto comunicato dalla Ragioneria Generale dello Stato, nei primi sette mesi dell’anno, si sono attestate a circa  124 miliardi di euro, in flessione dello 0.9% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Proiettando a tutto il 2013  i dati sulle entrate tributarie e contributive realizzate nei  primi 9 mesi, dando per certa una copertura del taglio della seconda rata dell’IMU - in parte assorbito anche dal recente aumento IVA -  e, in via del tutto prudenziale, ipotizzando comunque un miglioramento  dell’andamento delle entrate, è verosimile ritenere, a fine anno, un minor gettito che oscilli  tra +0,1 e +0,4% per le entrate del 2013 sul 2012, ad un valore tra 755 e 757 miliardi di Euro, contro 759 preventivati, con un ammanco tra 2,0 e 4,0 miliardi.

Quindi in estrema sintesi, alla luce di quanto sopra esposto, si potrebbe ritenere del tutto verosimile un deficit, a fine anno, oscillante tra il 3.4% e il 3.6%, cioè dai 4 ai 6 miliardi in più rispetto ai 48.7 miliardi stimati dal governo nella nota di aggiornamento, con un debito pubblico prossimo al 134% contro li stima del governo al 132,9%

In buona sostanza, è questo il quadro di finanza pubblica che, con ogni probabilità, ci attenderà da qui a fine anno, salvo ulteriori manovre correttive o giochi di prestigio per esporre un deficit inferiore al 3%. Ma in uno scenario come quello descritto, nel quale si balla proprio ai limiti, nonostante la manovra di contenimento di 1.6 miliardi di euro varata lo scorso 10 ottobre, molto dipenderà dalla crescita economica dell’ultima parte dell’anno e dalle entrate tributarie degli ultimi mesi, anche se, a parer di chi scrive, i margini di ottimismo sembrano piuttosto ridotti, se non addirittura inesistenti.

COME TAROCCARE LE PREVISIONI SULLA SPESA PER INTERESSI

Ma andando oltre, sempre nel DEF, e sempre a proposito dell’inattendibilità delle stime governative, si scopre che, sul fronte della stima della  spesa per interessi, il tandem Letta-Saccomanni, compiono una vera e propria manovra di prestigio, degna di Mago Otelma.

Tanto per renderci conto di cosa stiamo parlando, vi propongo questa tabella che riepiloga la stima della spesa per interessi dal 2014 al 2017: sulla prima riga quella effettuata dal Governo Monti, sulla seconda quella del Governo Letta con la nota di aggiornamento al DEF.

Stima Spesa per interessi Gov. Monti vs Gov. Letta . (dati in migliaia di euro)

 

 

2014

2015

2016

2017

Def . Maggio 2013- MONTI

90377

97465

104384

109289

Agg. Def settembre- LETTA

86087

88827

91858

92500

RISPARMIO

4290

8638

12526

16789

Come è facile intuire, già dal 2014, fino ad arrivare al 2017, il governo Letta stima un robusto e progressivo risparmio per la spesa per interessi, fino a giungere, nel 2017, appunto, a oltre 16 miliardi di euro, equivalenti ad 1 punto percentuale del Pil. E' chiaro che queste presunte economie determinano un miglioramento dei saldi di finanza pubblica.

A questo punto occorrerebbe chiedersi perché il governo stimi una riduzione così significativa del costo per interessi, o secondo quale parametro. Prima di dare una risposta all’interrogativo, è bene precisare che, come giustamente segnala il Prof. Gustavo Piga nel suo blog, ormai da oltre  15 anni  a questa parte, o meglio fino all’ultimo DEF dello scorso maggio, le previsioni di stima della spesa per interessi venivano “formulate utilizzando i tassi impliciti nella curva dei rendimenti italiana rilevati a  metà marzo 2013….”. In buona sostanza si tratta(va) di un criterio riconosciuto dalla comunità scientifica e finanziaria, che traeva fondamento proprio dall’analisi della curva dei tassi in un determinato periodo temporale.

Con la nota di aggiornamento, il governo cambia paradigma.  Infatti, sul documento,  la stima della spesa per interessi fonda  la sua previsione su una “ipotetica e una graduale chiusura degli spread di rendimento a dieci anni dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi a 200 punti base nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017”. Cioè, per dirla in parole più semplici, il costo degli interessi sarebbe destinato a scendere in ragione di una ipotetica diminuzione degli spread.

Siamo quasi al demenziale o, se preferite, al dilettantismo, poiché, un analisi di questo genere, è priva di qualsiasi fondamento, non solo scientifico, ma anche logico. Invero, va precisato che un calo dello spread non significa automaticamente una diminuzione dei costi al servizio del debito (interessi). Infatti, lo spread, altro non è che una variabile che misura la differenza tra il rendimento Btp decennale e quello del bund tedesco: anche quest’ultimo soggetto a variare in ragione di una moltitudine di variabili economiche e di mercato.

Ne consegue, in maniera peraltro del tutto ovvia, che se diminuisce lo spread, ma al tempo stesso aumenta il rendimento del bund, l’aumento del titolo tedesco vanifica in tutto o in parte il beneficio prodotto dal ripiegamento dello spread. Da ciò se ne deduce che se ad un eventuale aumento del rendimento del Bund, non si contrappone un calo più che proporzionale dello spread, il costo del debito aumenta anziché diminuire. Questo, banalmente, per significarvi che la stima fatta dal governo per quantificare la spesa per gli interessi, oltre ad essere infondata nel metodo, lo è anche logicamente.

Detto ciò, con ogni probabilità, ciò che induce il governo a ritenere un ripiegamento dello spread nei confronti del titolo tedesco, verosimilmente, risiede proprio nelle previsioni di crescita del PIL, dal 2014 al 2017, a parer di chi scrive, fin troppo ottimiste, o meglio non realizzabili.

Il perché dovrebbe esser chiaro. Infatti tanto più la crescita si dimostrerà (almeno sulla carta) vigorosa, tanto più i conti pubblici si stabilizzeranno verso sentieri di maggiore sostenibilità (sempre sulla carta) e, di conseguenza, aumenterà anche la fiducia degli investitori nei titoli del debito pubblico, determinando anche un ripiegamento dello spread, magari allineandosi (??) alle previsioni elaborate dal governo nel DEF. Quindi, un rientro dello spread a 100 punti base, in ragione della crescita esponenziale del PIL esposta nel DEF, potrebbe essere verosimile. Ma ciò che non lo è, sono le previsioni sul PIL.

A PROPOSITO DELLE PREVISIONI FANTASIOSE SULLA CRESCITA

Ecco, il punto è proprio la crescita economica.

E’ proprio qui che il governo commette una vera e propria indecenza, proiettando stime che, non senza difficoltà e fantasia, potrebbero semmai essere ospitate nel libro dei sogni, nonostante, nel corso degli ultimi 14 anni ed oltre, il PIL dell’Italia sia cresciuto mediamente ad un livello ben inferiore (oltre 1%) rispetto alla media UE27.

crescita.jpg

Ad ogni buon conto, la Nota di Aggiornamento al DEF si fonda  su una dinamica di tassi di crescita del Pil dal  2014 al 2017 decisamente ottimista:

- 2014 +1,0%;

- 2015 +1,7%;

- 2016 +1.8%;

- 2017 +1.9%.

Cioè, una crescita molto più robusta di quella mediamente prodotta negli ultimi 13/15 anni, ascrivibile, secondo il DEF, all'impatto (positivo) che dovrebbe produrre le riforme varate dai governi negli ultimi anni. Che poi, quali sarebbero queste riforme, sfugge del tutto.

In pratica, una crescita ben superiore a quella prevista da altre istituzioni finanziarie internazionali (es FMI) che appaiono comunque fuori dalla portata dell'Italia, almeno nel contesto che andremo tra poco a chiarire.

E' chiaro che gonfiare ad arte una previsione di crescita per i prossimi anni, in visione prospettica, rende il quadro di sostenibilità delle finanze pubbliche assai più roseo rispetto a quello che altrimenti sarebbe. Per il semplice fatto che, ampliare la base imponibile (maggiore PIL), ha come ovvia conseguenza anche un aumento delle entrate fiscali, determinando un miglioramento dei deficit, senza che ciò derivi da un inasprimento delle aliquote.

E questo favorirebbe anche un maggior interesse nell'acquisto del debito italiano anche da parte degli investitori, che comunque sanno (o meglio dovrebbero sapere) che si tratta di previsioni di crescita del tutto irrealizzabili. Anche perché, se fosse lo stesso governo a disegnare una quadro di sostenibilità delle finanze pubbliche a tinte fosche (cioè più verosimile alla realtà), chi mai avrebbe interesse ad investire sul debito pubblico italiano, se non con un rendimento che incorpori anche un maggior premio di rischio?

Quindi, banchieri compiacenti, ancorché conoscano (o quantomeno lo sospettino) che i dati sulla crescita siano del tutto inverosimili,  acquistano ugualmente  il debito pubblico. Perché sanno che il governo, all'occorrenza e in caso di necessità, in virtù dell'autorità che ha di imporre tasse - nelle forme più fantasiose possibili, patrimoniali comprese - sarà sempre disponibile ad intermediare ricchezza (quella degli italiani, nello specifico) e ripagare il debito nei confronti degli investitori.

Ma siccome il governo ben conosce che i dati sono del tutto dissociati dalla realtà e che si tratta di ipotesi irrealizzabili, destinate a naufragare aprendo buchi nel bilancio dello stato, anticipa gli eventi. Quindi vara una nuova manovra in modo che, quando ci si accorgerà del naufragio delle previsioni di crescita, tutto sarà già più o meno sotto controllo. Perché, è chiaro: le clausole di salvaguardia servono proprio a questo. Salvo ulteriori manovre e quindi altre tasse.

Ed è quello che, in buona sostanza, è stato fatto nei giorni scorsi varando l’ultima legge di stabilità.

Ma tornando al fattore crescita economica, vorrei proporvi un breve ragionamento, di buon senso, per farvi ben comprendere quanto siano infondate le previsioni di crescita formulate dal governo. Ragionamento che, per certi versi, esula dalla solita prospettiva approcciata dagli economisti su tali tipi di analisi. Nulla di complesso e particolarmente difficile.

Per comprende di cosa stiamo parlando, è bene fare un breve excursus su ciò che è stata la crescita italiana negli ultimi 13 anni, ossia dall’introduzione dell’euro. Ragioneremo in termini nominali. Cioè non considerando l’effetto inflazione che si è manifestata nel periodo considerato e che, comunque, giova ricordare, è stata di circa il 30% dal 2000 al 2013.

pil2017.jpg

Grafico1. Banda celeste: Pil nominale secondo le previsioni del DEF

Come è facile osservare, in tutto il periodo considerato, l’Italia è cresciuta in maniera del tutto asfittica: certamente non in sintonia con le proprie necessità e, mediamente, come evidenziato in precedenza, ben oltre un punto percentuale annuo in meno rispetto alla media dei pausi UE27 (n.d.r. anche se questo grafico non permette di osservare il reale andamento del PIL nazionale, che dal 2008 è decisamente crollato - guarda qui -, ma ci fa osservare solo come la politica monetaria della BCE sia stata altrettanta asfittica e cauta negli ultimi 13 anni, rendendo i prezzi dei mercati europei, e quindi anche il suo PIL nominale, quasi stabili). Nel frattempo, il debito italiano ha conosciuto ritmi di crescita molto più sostenuti, con una drammatica accelerazione  proprio dal 2008 in poi. Ossia con l'esplosione della crisi che ha determinato, ad esempio, un maggior esborso da parte dello Stato per sussidi di disoccupazione, o per la partecipazione ai vari piani di salvataggio condotti nel cotesto europeo.

pil-debito.jpg

Tant'è che, dal 2000 in avanti, il debito pubblico non è mai sceso sotto il 103% del Pil - quando i parametri di Maastricht lo vorrebbero confinato al 60% del prodotto lordo - con un'accelerazione vertiginosa proprio nell'ultimo quinquennio.

Fino a giungere, alla fine del 2013, a ridosso del 134% del Pil. Circa 2090 miliardi di euro, a fronte dei un PIl appena sopra ai 1550 miliardi di euro.

Tanto per offrirvi l'idea dell'accelerazione subita dal debito pubblico, giova ricordare che, da fine 2011 ad oggi, il debito è cresciuto di circa 170 miliardi, ossia oltre l'8% dello stock totale.

Arrivati a questo punto, è il caso di ricordare che dal 2015, l'Italia, in applicazione del Fiscal Compact, per i prossimi 20 anni, dovrà procedere ad una riduzione del debito pubblico di 1/20 all'anno in ragione del PIl, al fine di confinare il debito entro il 60% imposto da Maastricht. Per sostenere l'abbattimento del debito pubblico  in un percorso così impegnativo, la condizione necessaria è che il PIL nominale cresca di almeno il 3% per i prossimi 20 anni. In modo tale che - confida il governo - una volta stabilizzato, il debito possa rientrare in maniera quasi automatica. Questa condizione imprescindibile, benché sulle previsioni del governo sia soddisfatta, appare del tutto irrealizzabile, almeno per i prossimi anni.

Ritornando alla dinamica del PIL (nominale) dal 2000 in avanti, giova segnalare che questo  è passato dai 1191 miliardi dell'anno 2000, fino ai 1567 miliardi del 2008. Per poi flettere ai 1520 miliardi con la recessione del 2009, e riprendersi nel 2011, fino a giungere ai 1580 miliardi e per poi flettere nuovamente nel 2012 e 2013, fino ad attestarsi, secondo le stime DEF, ai 1557 miliardi del 2013. Da ciò se ne deduce che il PIL (nominale), negli ultimi 14 anni (comprendendo anche il dato del 2013, indicato nel  DEF a 1557 miliardi) è cresciuto di appena 366 miliardi di euro nominali: ossia solo del 30.74%, appena poco sopra il livello di inflazione cumulata nello stesso periodo. Ossia, non è cresciuto in termini reali (n.d.r. ovviamente, non essendoci una un’aggressiva politica inflattiva da parte della BCE, il dato del Pil nominale non può che rimanere quasi stabile, laddove le condizioni della domanda e dell'offerta dei mercati italiani sono rimaste pressoché immutate).

Secondo le previsioni riportate nel DEF, già dal 2014, il Pil salirà a 1602 miliardi, per poi passare a 1660 nel 2014, 1718 nel 2016 e 1779 nel 2017.

Cioè ben 222 miliardi in più rispetto ai livelli di fine 2013 (quasi il 15% in più), che rappresentano circa il 60% della crescita realizzata negli ultimi 13 anni. Tutto questo è riscontrabile dal grafico (1) sopra esposto, dove dal 2014 in poi, secondo le previsioni del DEF, si assiste ad un irripidimento della curva del PIL nominale, che incorpora tassi di crescita medi nel quadriennio di oltre il 3% annuo.

A questo banale ragionamento, si potrebbe obiettare che è sostanzialmente insensato paragonare la crescita del PIL nominale in due periodi temporali differenti, senza considerare gli effetti inflattivi acquisiti, che hanno comunque contribuito ad  una maggiore crescita dal PIL nominale. Vero: osservazione ineccepibile. Ma che non cambia di molto le previsioni troppo ottimistiche fatte dal governo, atteso che le previsioni sull’inflazione sembrano anch’esse fuori dalla realtà, stante anche la persistente debolezza dei consumi che si protrarrà anche nei prossimi anni, spingendo al ribasso anche le previsioni sull’inflazione. Di conseguenza, con un inflazione che verosimilmente sarà destinata a rimanere al disotto delle previsioni, la performance del PIL nominale appare ben al disopra di ogni ragionevole previsione.

CONDIZIONI ECONOMICHE OPPOSTE

A conferma dello scenario sopra evidenziato e di quanto siano inverosimili le previsioni di crescita del PIL elaborate dal Governo, giova ricordare che nel periodo considerato, almeno fino al 2007, si sono verificate eccellenti condizioni di crescita nelle aree economiche più importanti (del mondo, che, indubbiamente, hanno trainato la crescita italiana, con un export particolarmente dinamico).

In questo periodo, al netto delle distorsioni prodotte, si è assistito anche  ad un abbondanza di credito che è stato riversato nell’economia, determinando una fase virtuosa del ciclo economico.

La facilità di accesso al credito ha consentito agli operatori economici il finanziamento delle proprie attività e dei propri bisogni: le imprese hanno potuto investire in opifici, capannoni, immobili, attrezzature, macchinari e ricerca. Mentre le famiglie ed i privati, nell’acquisto di case, automobili, o altri beni durevoli. E’ evidente che  dinamiche di questo tipo abbiano avuto un enorme impulso sullo sviluppo economico del periodo considerato, determinando fenomeni virtuosi anche nella disoccupazione, che ha conosciuto livelli minimi proprio nel 2007, al 6.1%.  (n.d.r. in realtà ciò ha determinato un incremento del rischio di mal investimenti, i quali hanno gonfiato bolle che, tra il 2008 e il 2009, sono drammaticamente scoppiate).

E’ fuori da ogni dubbio che queste condizioni abbiano contribuito significativamente alla crescita del PIL che, tuttavia, ricordiamo, è stata ben al disotto della media europea e delle necessità del paese.

Ad oggi sembra di vivere in un altro mondo.

Le desertificazione economica prodotta dalla crisi e dalle politiche di austerity è sotto gli occhi di tutti, soprattutto nella monotonia delle tasche degli italiani (n.d.r. un’austerity che in verità non c’è mai stata sul lato del settore pubblico, ma solo sul settore privato, il quale è martoriato da una elevata pressione fiscale, da un’assurda burocrazia e dal credit crunch).

La disoccupazione è doppia (oltre il 12%) rispetto ai tassi minimi del 2007, mentre quella giovanile ha superato la soglia del 40%, con punte ben superiori al 50% in alcune zone del sud. Tuttavia, il tasso di disoccupazione indicato dalle statistiche oltre il 12%, non racconta affatto l'esatta drammaticità della piaga della disoccupazione, poiché non tiene conto di chi ha smesso di cercare lavoro o di chi è sottoccupato.

Non tiene neanche conto delle centinaia di migliaia di persone che ancora godono della cassa integrazione e che sono in forza ad aziende che non avranno mai la possibilità di riemergere da questa situazione. Se di considerassero anche queste variabili, il dato sarebbe proiettato ben oltre la soglia del 20%.

Inoltre, rispetto al periodo  che potremmo chiamare “delle vacche grasse” (2000-2007, N.d.r.), il reddito procapite reale è precipitato ai livelli che non si vedevano da oltre un quindicennio.  La capacità dei spesa della famiglie, anche a causa dell'inasprimento fiscale di questi ultimi anni, ha subito un drammatico tracollo. Decine di migliaia di imprese hanno cessato la loro attività, hanno chiuso i battenti o si sono delocalizzate in aree geografiche ove risulti più conveniente fare impresa.

La pressione fiscale ha raggiunto livelli record, ben superiori a quelli conosciuti fino al 2007.

Ancora: le banche sono  alle prese con  sofferenze record che si attestano ad oltre quota 140 miliardi di euro. Queste, sono almeno quelle ufficiali. Poi ci sarebbero anche quelle non ancora emerse, che le banche cercano di mantenere latenti più a lungo possibile. Stando la fragilità del sistema bancario (solo per usare un eufemismo), appare del tutto improbabile che le banche possano tornare ad allargare i coroni della borsa e sostenere un ciclo economico, ancorché trainato da altre economie mondiali che comunque, pur mostrando segnali di maggior ottimismo, sono ben lontane dai fasti del periodo “delle vacche grasse” (n.d.r. in realtà il maggior ottimismo mostrato dalle altre economie mondiali è meramente illusorio, in quanto alimentato da politiche di aumento della massa monetaria le quali non stanno determinando una maggiore ricchezza reale ma solo un annacquamento dei valori di mercato)

Nel contesto europeo, invece,  giova segnalare che molte economie sono alle prese con percorsi di rientro dai deficit che chiaramente impattano sul ciclo economico di quelle nazioni e, conseguentemente, anche nella componente export del PIL italiano.

Queste sono solo alcune delle variabili economiche fortemente deteriorate che non possono che aggravare le previsioni di crescita per il prossimo futuro, rendendo gli sforzi previsionali del governo del tutto inattendibili.

 E’ chiaro che queste variabili - che costituiscono solo una minima parte di quelle che si potrebbero considerare ai fini della nostra analisi e che confermerebbero comunque il nostro ragionamento -, stando la persistente fragilità, non potranno contribuire alla crescita del PIL, come invece avvenuto in passato nel periodo di crescita economica.

Eppure, questo ragionamento,  che non ha ben poco di dottrina economica, sembra sfuggire del tutto al governo che ipotizza previsioni di crescita fuori da ogni logica di buon senso.

Di conseguenza non si comprendono le ragioni per cui il PIL, nei prossimi 4 anni, debba cresce in maniera così esponenziale come, invece, prevede il governo.

Per dirla in maniera prosaica, potremmo chiederci: alla luce della devastazione economica intervenuta, perche mai l’economia italiana, nei prossimi 4 anni, dovrebbe crescere in maniera ben più sostenuta rispetto a quanto avvenuto nei primi 8 anni del secolo, in condizioni imparagonabili rispetto alle attuali?

La risposta è semplice. Ossia non esiste nessun elemento che possa confermare i livelli di ottimismo profusi dal governo, posto il fatto che, l’Italia, in questa crisi, ha perso anche una buona parte della capacità di reazione ad agganciare cicli economici favorevoli, ancorché indotti da altre economie trainanti.

In altre parole, a parer di chi scrive, l’Italia si trova a vivere un’epoca  di declino economico e sociale di lungo periodo, dalla quale uscirne non sarà affatto facile, se non impossibile, permanendo simili condizioni.

In una situazione come quella descritta, con un cambio non rappresentativo dei  caratteri di debolezza strutturale dell’economia italiana, invertire la tendenza, verosimilmente, sarà del tutto improbabile.

Nella condizione attuale, l’ipotesi che appare più verosimile è quella secondo la quale l’’Italia si troverà ad alternare periodi recessivi con periodi di bassa crescita (stagnazione), in un percorso altamente allarmante e distruttivo che determinerà:

- Declino inarrestabile del sistema produttivo manifatturiero italiano;

- Aumento della disoccupazione e crescita del paese da sognare per lungo tempo;

- Impoverimento continuo delle famiglie, della classe media e poi anche degli altri;

- Collasso del welfare attuale perché insostenibile.

 


Postato il 23/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





alitalia.jpg

La paura di vedere Poste Italiane impelagato in attività non redditizie come quella di Telecom Italia, è recentemente sfumata. Ma per i tanti cittadini italiani i quali affidano i propri risparmi a Poste Italiane, non è ancora il momento per tirare un sospiro di sollievo, perché se sulla vicenda di Telecom Italia il pericolo è felicemente svanito, circa il salvataggio di Alitalia la frittata è stata ormai fatta ad opera dei nostri politici. Infatti, Poste Italiane capitalizzerà il morto vivente che è Alitalia, con la partnership di Air France. Nonostante che la partecipazione di stato nell’azienda sia decisamente influente, Poste Italiane è una delle aziende più sane e patrimonialmente più solide che esistono in Italia. Così i nostri politici cosa hanno pensato di fare? Hanno pensato di far assumere a Poste Italiane il rischio di gestire un’azienda fortemente indebitata con le banche italiane. I risparmi dei cittadini italiani sono dunque pericolosamente esposti ad un’operazione che probabilmente non ha rigorosi presupposti economici, bensì meramente politici. Tutto ciò, pur di non perdere completamente Alitalia, di lasciarla fallire e far affondare nei guai giudiziari tutti i dirigenti di nomina politica che hanno prodotto il disastro aziendale della compagnia. La cosa che mi preoccupa di più è che Poste Italiane gestisce già una sua compagnia aerea, che si chiama Mistral Air, la cui attività è un vero e proprio colabrodo. Questa compagnia lavora principalmente per il trasporto pacchi e merci, per l’Opera Pellegrinaggi e per il trasferimento degli immigrati clandestini. Nel 2012 la Mistral Air ha chiuso il bilancio in rosso per il quinto anno consecutivo (-8,4 mld di euro) e con debiti per 33,8 mld di euro. Inoltre, il patrimonio netto di 6 mln di euro è sotto il minimo legale e necessita di una imminente ricapitalizzazione dopo l’ultima che è avvenuta nel 2010 per circa 3,5 mln di euro. Insomma, se c’è una cosa che Poste Italiane non sappia fare è proprio gestire una compagnia aerea e, su questo, i risparmiatori dovrebbero restare molto vigili.


Postato il 11/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





birra.jpg

Il 10 ottobre prossimo, i cittadini italiani avranno subìto, non solo l’aumento dell’IVA di un punto percentuale, ma anche un aumento delle accise su alcuni beni di consumo (benzina compresa). In particolare, da giovedì 10 ottobre anche la birra costerà di più, a causa, sia dell’IVA che è già salita al 22%, sia a causa dell’aumento della relativa accisa, che passerà dagli attuali 2,33 euro ai 2,66 euro per ettolitro per grado plato (DL 104/2013 art. 25). Inoltre, sappiate che sulla birra è previsto un ulteriore aumento dell’accisa entro il 2014 (2,70 euro) e ancora un altro nel 2015 (2,99 euro), fino ad arrivare ad un confisca del 35% delle vendite realizzate dal settore (sorte simile è riservata anche ai superalcoolici). Ciò non farà altro che deprimere il mercato italiano della birra, che si vedrà aumentare i prezzi di vendita, non perché sarebbe il mercato a deciderlo, ad esempio in termini di una ipotetica difficoltà a reperire o produrre la birra o perché i consumatori ne stiano acquistando in maggiore quantità rispetto a prima (tutti motivi che sarebbero naturali, giustificabili e per cui ognuno se ne farebbe una ragione, così come se la farebbe nel caso in cui si abbattesse una catastrofe naturale). I prezzi aumenteranno perché lo stato punta a bersi una parte sempre maggiore del fatturato realizzato dal mercato della birra (un sorso di birra su tre finirebbe nelle casse dello stato). A questo proposito, il governo usa il termine “accisa”, io uso il termine “pizzo”. La colpa del danno che produttori, venditori e consumatori di birra subiranno sarà da attribuire esclusivamente allo stato. Non al libero mercato (che libero non è più), non al capitalismo (che non esiste quasi più da decenni - qualcuno vuole confondere il capitalismo vero con l’attuale e corrotto capitalismo clientelare, che è tutt’altra e becera cosa!), ma la colpa di ciò sarà dello statalismo, ossia del governo sempre più interventista nelle questioni private.


Postato il 04/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





iva.gif

Italiani, per quasi un anno vi siete chiesti se l’IVA sarebbe aumentata oppure no? Avete provato per mesi ad approfondire la questione seguendo le tribune politiche e i notiziari sulla carta stampata? Avete speso ore ed ore con amici e parenti a scommettere se l’IVA sarebbe aumentata (oppure diminuita)? Ebbene, è aumentata! Da oggi, l’aliquota del 21% è passata al 22%. E ora? Se avete avuto ragione, che cosa avete vinto? Cosa ve ne fate dei mesi in cui vi siete posti tale dilemma, in cui avete seguito i talk show televisivi sull’argomento e vi siete lasciati convincere dal politico di turno, del tempo speso a scommettere con gli altri su cosa sarebbe accaduto all’IVA? Non vi è rimasto niente; vi rimane solo da pagare… allo stato!

Il bassissimo livello del dibattito italiano sull’IVA degli ultimi mesi (degradato ad un semplice “aumento dell’IVA sì oppure no”) non ha arricchito minimamente le coscienze degli italiani (tanto meno il loro intelletto). Esso è servito solo a preparare l’umore di essi all’inevitabile aumento della tassazione sui consumi italiani (pecore!).

Con l’incremento dell’IVA l’Italia si prepari a questioni ben più serie:

- l’evasione fiscale aumenterà (per chi non ci crede o non lo capisce, consiglio di studiare il teorema di Laffer e meditare circa le sue conclusioni);
- conseguenti minori entrate nelle casse dello stato (come prima, studiare Laffer);
- i prodotti e i servizi nazionali saranno sempre meno competitivi rispetto a quelli importati dall’estero e che entrano nel mercato domestico (faccia pace con il cervello chi dice di voler difendere i prodotti italiani e, contemporaneamente, giustifica o consente l’incremento della tassazione sui consumi);
- a parità di domanda ed offerta del mercato, le famiglie avranno meno soldi in tasca rispetto a quanti ne potevano disporre fino a ieri, per colpa del fisco italiano che rende più onerosa la loro spesa;
- le famiglie italiane (e a seguire le imprese) saranno ulteriormente incentivare a lasciare l’Italia alla prima occasione utile, pur di sfuggire ai tetri presupposti del futuro italiano.

Adesso provate a riflettere su questi punti e a porvi le giuste domande.

“Aumento dell’IVA sì, aumento dell’IVA no”: roba per pecore!


Postato il 01/10/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





sovranita.jpg

Sovranità monetaria sì o sovranità monetaria no?”. In molti se lo chiedono in questi tempi di crisi e in tanti protendono scioccamente per la prima soluzione. Ma è altrettanto sciocco protendere per la seconda soluzione. Vediamo cosa sta accadendo in uno dei paesi emergenti come il Brasile, il quale ha la sovranità monetaria.

Le operazioni inflattive attualmente esportate delle economie più avanzate, quali USA, Cina, Giappone, stanno condizionando negativamente le economie emergenti, le quali si ritroveranno in condizioni di arresto della propria progressione economica, subendo le seguenti conseguenze:

- un incremento dei costi di approvvigionamento dall’estero di beni e servizi;
- un incremento interno dei prezzi al consumo;
- una diminuzione del potere d’acquisto dei salari;
- un più intenso deflusso dei capitali esteri;
- un incremento del debito pubblico;
- un aumento delle tasse sui beni e servizi importati e sull’esportazione dei capitali.

Si consideri altresì che, negli ultimi mesi, il Brasile sta assistendo ad una più veloce svalutazione della propria moneta sovrana, a causa della fuga degli investitori stranieri dal paese carioca, perché preoccupati dalle voci estive di una possibile fine della stampa di denaro facile da parte della FED.

Dal canto suo, il Brasile, negli ultimi anni, ci ha messo anche del suo per svalutare la propria moneta sovrana, stampando ulteriore denaro dal nulla, così da contrastare l’incremento della base monetaria delle economie più ricche, le quali hanno reso meno competitive le esportazioni brasiliane. Facendo ciò, il Brasile ha creduto di proteggere i propri interessi economici.

Purtroppo non è stato così. I brasiliani, saranno comunque costretti a subire le conseguenze su elencate. Il tutto per ottenere in cambio che cosa? Per sostenere il settore delle esportazioni brasiliane il quale, tra l’altro, sarà agevolato solo nel breve periodo perché, a lungo andare, anche i costi sostenuti dagli esportatori brasiliani aumenteranno (a causa di un incremento dei prezzi delle materie prime importate e di quelle prodotte localmente a costi inflazionati) ed essi andranno a compensare il vantaggio acquisito nel momento iniziale in cui si è usufruito del sostegno monetario. Quindi, in futuro, tutto si rivelerà come un nulla di fatto ma con un’economia distorta rispetto a prima.

Anche  se il Brasile non avesse inizialmente risposto alle tensioni internazionali con una politica monetaria inflattiva, la sua economia si sarebbe ritrovata comunque condizionata dalle politiche monetarie espansive dei paesi avanzati, perché, come descritto in apertura, quest’ultimi, così facendo, indeboliscono la competitività delle esportazioni delle economie emergenti, inflazionano i prezzi del mercato internazionale delle materie prime, svalutano i crediti che i paesi in via di sviluppo vantano nei confronti di quelli avanzati, creano bolle speculative nei mercati emergenti. E il Brasile sta per subire tutto ciò, pur avendo la sovranità monetaria, questa pietra filosofale che, come si può vedere, non vale un fico secco, se non solo a falsificare il valore reale dei mercati.

I governi europei che, contrariamente a quello del Brasile, non hanno sovranità monetaria, delle conseguenze sopraelencate, sono al riparo solo da quella di un incremento dei costi delle importazioni (sotto certi versi, nemmeno da questo). La minaccia costituita delle restanti conseguenze, così come abbiamo visto in altre occasioni, per gli europei è più viva che mai, ma per ragioni diverse.

Quindi, il punto non è “sovranità monetaria sì o sovranità monetaria no”. Il punto sta nel chiedersi se sia conveniente insistere con l’adozione di un sistema monetario fiduciario come quello attuale, dove il denaro circola per vincolo di legge, è emesso senza alcun riferimento reale da banche centrali ed espone chi ne fa uso alle brusche e truffaldine oscillazioni del suo valore, oppure di un sistema monetario privato come quello esistente prima che esistessero le banche centrali, dove la moneta circolava per scelta degli attori economici (non perché imposta da qualsivoglia governo) ed era rappresentativa di una merce reale e funzionale ad essere adottata come mezzo di scambio (come l’oro, ad esempio).

Qualcuno potrà definire questa mia come un ritorno al passato. Io, invece, la definisco sì un ritorno, ma come un ritorno all’onestà.


Postato il 30/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





scalata.jpg

Telecom sarà controllata dalla compagnia telefonica spagnola Telefonica S.A.. I risparmiatori postali italiani possono tirare un sospiro di sollievo dunque (leggi qui); Cassa Depositi e Prestiti spa si è tirata fuori dalla pericolosa trattativa di acquisizione dell’indebitata Telecom, ribadendo che la gestione dei risparmi dei cittadini deve essere fatta in maniera oculata (il ché la dice lunga su che "bidone" di affare sarebbe stato quello di acquistare Telecom!). Si è aperta così la strada per l’acquisizione da parte della compagnia spagnola Telefonica S.A. della Telco spa, la quale controlla Telecom Italia spa con il 22,4% del capitale. E’ l’ennesimo gioiello di casa Italia che se ne va in mano straniera (leggi qui). Attenzione però! E’ curioso notare che l’azienda spagnola Telefonica è un’azienda molto più indebitata di Telecom (anzi, è la compagnia telefonica più indebitata d’Europa, con più di 50 miliardi di euro di debiti, rispetto a Telecom che ne ha più di 28 miliardi). Come può il controllo di un’azienda italiana mal ridotta essere acquistato da un’azienda spagnola ridotta ancora peggio? L’azienda spagnola da dove prenderebbe le risorse finanziarie per acquistare il controllo di Telecom Italia? Ebbene, probabilmente le prenderà a prestito da una banca spagnola e, magari, questa banca potrebbe essere una di quelle tratte in salvo dall’Unione Europea, con l’intervento del fondo salva stati ESM, il quale, a sua volta, è stato rimpinguato dallo stato italiano con un versamento di 124 miliardi di euro (prima tranche), presi a debito sui mercati finanziari e che verranno restituiti dai cittadini italiani attraverso il pagamento delle tasse attuali e di quelle future. Riassumendo, gli italiani pagano le tasse perché lo stato italiano possa finanziare il fondo salva stati ESM, da cui gli spagnoli possono attingere i denari necessari affinché si comprino la società che controlla Telecom Italia (la Telco spa, appunto). A chi vanno i soldi dell’operazione (parliamo di un ammontare di circa 841 milioni)? Vanno a finire nelle tasche dei proprietari di Telco spa. E chi sono i proprietari di Telco spa? I proprietari sono Intesa San Paolo, Generali e Mediobanca. Italiani, avete capito nelle tasche di chi finiscono i soldi delle tasse che pagate? Voi sudate tutto il giorno lavorando, mentre le banche si arricchiscono attraverso la speculazione, usando però i soldi degli altri (cioè i vostri).


Postato il 24/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





export.jpg

A seguito del calo della produzione industriale, a luglio 2013 iniziano a vacillare i dati riguardanti le esportazioni, ossia l’ultimo baluardo che regge l’economia italiana. Rispetto a giugno 2013 l’Istat rileva un bel -2,3% (-2,5% verso l’UE e -2% verso i paesi extra-UE). Alla faccia della ripresa economica! Anche se rispetto ad un anno fa le esportazioni sarebbero cresciute del 3%, si noti come, al netto delle differenze dei giorni lavorati, negli stessi 12 mesi, la variazione tendenziale dell’export è invece diminuita di -1,6%. Per fortuna, il saldo commerciale resta ancora maggiormente in attivo rispetto ad un anno fa. Certamente la sopravalutazione dell’euro rispetto alle altre valute estere non gioca a favore delle nostre esportazioni, ma ciò è solo un effetto temporaneo, che peserà sulle cause del fenomeno fino a quando i prezzi internazionali non si riallineano spontaneamente fino a vanificare l’iniziale vantaggio acquisito dai paesi che hanno furbescamente svalutato la loro moneta, per sostenere gli esportatori nazionali (a scapito, però, dei loro importatori). Il problema grave è quello strutturale e relativo al tessuto industriale italiano, che produce di meno (-4,3% tendenziale, da luglio 2012 a luglio 2013) e, di conseguenza, ha meno da esportare dall’Italia. Se osservate questi due grafici, noterete come il rallentamento dell’export italiano abbia radici lontane, e che anche dopo l’entrata nell’euro, l’Italia (come anche la Spagna) non sia riuscita ad approfittare, quanto abbiano fatto invece la Germania o la Francia, dell’occasione di vendere in paesi emergenti come la Cina. Per forza! Se si insite ad incrementare la spesa pubblica e le tasse per ricoprirla, la burocrazia, il sostegno pubblico alle imprese inefficienti, gli ostacoli normativi alle assunzioni, il costo del lavoro, è normale che poi gli imprenditori chiudano le attività o le trasferiscono all’estero, lasciando in Italia una marea di disoccupati che non possono più servire, non solo le necessità di consumo interno, ma presto anche quelle estere.


Postato il 19/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





lucchetto.jpg

Benjamin Franklin diceva: "chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza". Continuo ad imbattermi in discorsi con italiani i quali sono favorevoli all'abolizione dell'uso del contante, perché secondo essi questa sarebbe la soluzione per combattere l'evasione fiscale. Ve lo ripeto:

- la grande evasione non si fa con i contanti ma esportando i capitali all'estero, attraverso la costituzione di società off shore in paesi con fiscalità privilegiata;

- le piccole e medie imprese, che costituiscono la maggiorparte dell'economia italiana, non evadono con i contanti, ma falsando i bilanci (aumentando fittiziamente le scorte di magazzino, agendo sulla svalutazione dei crediti, schermandosi con gli studi di settore fornendo false informazioni, attraverso l'acquisizione di fatture false) e nascondendo i redditi ricorrendo ai prestanomi;

- la criminalità organizzata evade facendo uso anche del contante; è vero! Ma la criminalità opera facendo uso anche dei motorini per gli scippi, delle automobili per gli spostamenti e le fughe, dei cellulari per comunicare, ecc.. Cosa facciamo? Analogamente, aboliamo anche l'uso dei motorini, delle automobili, dei cellulari, ecc.?

- non è vero che le tasse aumentano a causa dell'evasione fiscale. Dal 2000 le entrate erariali sono aumentate assieme alla pressione fiscale e, nonostante il recupero delle imposte evase (cosa di cui l'agenzia fiscale si vanta tanto), le tasse aumentano ancora.

Si evade perché il livello di tassazione italiano è insopportabile. Quindi le soluzioni da discutere sono quelle relative alla riduzione della pressione fiscale e non all'abolizione del libero uso del contante. Su, via, Italiani!

L'evasione fatta grazie al contante contribuisce minimamente al totale dell'evasione fiscale (leggi qui). Usando liberamente il contante, i cittadini sono in grado di difendere il frutto del proprio lavoro da un sistema fiscale che da legittimo è diventato abusivo. Molte famiglie riescono a sopperire ai servizi scadenti che lo stato eroga vergognosamente grazie alla possibilità di nascondere al fisco quei pochi centesimi che fanno la differenza perché esse possano servirsi diversamente, in termini più dignitosi di quanto lo stato non riesca ad offrire. Se ci togliessero il libero uso del contante, perderemmo l'ultima libertà rimasta per poterci difendere dalle eccessive pretese di uno stato già fallito, che ha come scopo quello di confiscare ingiustamente i redditi dei suoi cittadini e non quello di difendere la loro libertà.

Purtroppo, devo anche prendere atto che una buona parte degli italiani sarebbe ancora disposta a rinunciare alla propria libertà in cambio della sicurezza che lo stato dice di voler garantire. In questo caso, non ci sarebbe verso, avrebbe proprio ragione Franklin!


Postato il 16/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





inps.jpg

La spesa per le prestazioni pensionistiche è la voce più pesante del bilancio pubblico italiano. Secondo i dati Istat, in soli 4 anni (dal 2008, anno di inizio dell'attuale crisi) essa è aumentata di 34 miliardi di euro (+12,3%), costituendo nel 2012 il 39,3% del bilancio dello stato (nel 2008, essa pesava il 36,2%); per il 90%, la spesa pensionistica è destinata ai cittadini di età superiore ai 50 anni. Se si osservano le voci di bilancio che riguarderebbero invece la popolazione più giovane, ossia qulle relative agli investimenti in conto capitale e alle altre spese correnti, si nota che, contrariamente alla spesa pensionistica, in 4 anni esse si sono contratte rispettivamente del 19,2% e dello 0,4%. Dal 2008 la spesa totale dello stato italiano è aumentata del 3,5% e a ciò ha contribuito significativamente, non solo l'incremento della spesa per le prestazioni pensionistiche, ma anche quello della spesa per consumi intermedi (+5,7%, costituita per oltre la metà  dall'assistenza sanitaria, rivolta principalmente agli anziani). Si deve prendere atto che i governi susseguitesi negli anni hanno fatto sì che l'apparato statale sottraesse un'eccessiva parte delle risorse prodotte dai privati cittadini (oltre il 50% del frutto del loro lavoro) per destinarle principalmente all'assistenza dei cittadini più anziani e non più lavoratori (i quali stanno aumentando, rendendo la popolazione italiana sempre più anziana). Se si considera la tipologia di sistema pensionistico italiano (che fa pagare le pensioni attuali a chi ancora lavora ed è più giovane) e il patologico dato  relativo all'incessante incremento della disoccupazione, si può concludere che le attenzioni dello stato italiano non possono garantire ai cittadini più giovani un futuro. Questi ultimi non avranno la prospettiva di una vita serena fino a quando l'anomala questione della spesa pensionistica, gestita obbligatoriamente dallo stato, non venga affrontata seriamente e messa completamente in discussione.


Postato il 12/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





nuovacrisi.jpg

Nell’era di internet, abbiamo poche scuse per poter dire “non lo sapevamo!”. Il ministro dell’economia e delle finanze italiano ha azzardato a dire “credo che la recessione sia finita” (leggi qui). Invece, io dico che il ministro dell’economia italiano non sa quello che dice.

Pensate che io sia troppo arrogante nell’asserire ciò? Probabilmente è vero! Più di qualcuno potrebbe dirmi “chi ti credi di essere?”. Ebbene, io sono un cittadino italiano, che condivide sul web ciò che studia, che non ha votato affinché diventasse ministro la persona che ha reso pubblica la riflessione su citata, tanto meno perché si formasse un’ipotesi di quel governo che oggi guiderebbe (si fa per dire) il paese, per nulla menzionato in campagna elettorale e che ha nominato questo miope ministro.  Diamo uno sguardo ai fatti e diciamo al ministro italiano di informarsi meglio prima di affermare certe idiozie.

Osserviamo brevemente cosa accade a livello globale, perché è questo quello da cui è possibile osservare i segnali di ripresa o di catastrofe. I rendimenti dei titoli pubblici decennali statunitensi sono saliti di 5 volte negli ultimi giorni di agosto, nonostante la banca centrale americana (la FED) ne stia acquistando a profusione. Ciò significa che gli investitori (quelli veri, non la FED) stanno svendendo i titoli USA alla velocità della luce, infatti ad agosto, sono 20 i miliardi di dollari scappati via dai soli fondi comuni di investimento americani (a giugno ne sono stati ritirati 69 miliardi – un record assoluto).

Chi starebbe svendendo i titoli americani? Ovviamente i maggiori creditori degli USA (dopo la FED): Cina e Giappone che, assieme, hanno ridotto le proprie esposizioni nei confronti degli americani di 40 miliardi di dollari. Da questo dato di fatto, è conseguita una cascata di crolli delle quotazioni dei principali fondi di investimento, i quali lasciano presagire l’inizio di una nuova crisi finanziaria mondiale, dopo quella scoppiata nel 2008, la quale è sempre stata rimandata e mai risolta.

La velocità di creazione di nuovo denaro dal nulla degli USA si sta riducendo (la pacchia sta per finire?) e di conseguenza il panico torna sulle piazze finanziarie di mezzo mondo. Le quotazioni dei titoli obbligazionari europei stanno sperimentando un nuovo brusco calo. Il Giappone si è recentemente indebitato di più di un quadrilione di Yen (praticamente, un elefante che cammina fra i cristalli) e sta esportando l’inflazione dei prezzi delle materie prime a livello internazionale. In India, il rendimento dei titoli pubblici decennali si sta impennando dato l’olezzo di inaffidabilità del suo stato.

Nell’economia reale, tutto langue. Il tasso di crescita dei nuovi prestiti bancari e dei contratti di locazioni sono in costante frenata. Le attività economiche che resistono alla crisi cercano di adattare il proprio listino prezzi al minore potere d’acquisto degli italiani (per questo non si assiste ancora ad un incremento dell’inflazione), i cui redditi sono erosi da un fisco che, da legittimo, è ormai passato ad essere abusivo e dall’aumentato costo dell’energia, che dipende dalla maggiore valutazione del petrolio la quale è causata dalla stampa forsennata di dollari.

Inoltre, se si considerano i disordini in Egitto che minacciano l’approvvigionamento del petrolio dal medio oriente e la recente vicenda siriana che potrebbe aprire le porte alla prossima guerra degli USA nel mondo, vi rendereste conto che l’incertezza della congiuntura economica è più viva che mai.

Le grandi banche, dopo la crisi del 2008, sono state salvate dalla loro spericolata attività di azzardo sui mercati finanziari, anziché lasciate fallire. Di conseguenza, i problemi gestionali e finanziari del settore bancario non sono stati risolti e i relativi problemi si starebbero facendo risentire, ovviamente ingigantiti rispetto a prima.

Caro ministro, alla luce di tutto ciò, cosa le fa credere che saremmo in via di ripresa?


Postato il 09/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





pinocchio.jpg

L’IMU non è stata abolita. Infatti, si continua a pagarla per i capannoni industriali, i negozi, i laboratori e le botteghe, si continua a pagarla per le case signorili (categoria A1), ville (categoria A2), castelli e palazzi storici (categoria A9), si continua a pagarla sulla seconda casa. L’IMU non sarà più applicata per la prima casa (purché non rientrante nelle categorie di cui sopra), ma non si tratta di un’abolizione “tax free”, cosi come è stato annunciato dall’euforico vice premier italiano; infatti, piani di riduzione significativa della spesa pubblica non ne sono stati fatti, sono previsti tagli sulla detraibilità delle spese (vedi quelli per le polizze vita ed infortuni) e lo spettro dell’aumento degli acconti IRES e IRAP è presente più che mai, come lo è ancora quello dell’IVA. Inoltre dal 2014 entrerà in vigore la Service Tax, con la quale gli italiani proprietari di immobili si ritroveranno costretti a contribuire per i servizi locali resi alle abitazioni, decisi e forniti dal sindaco del comune di residenza, probabilmente in base al valore catastale dell’immobile posseduto: in pratica, per chi è esentato dall’IMU, questa potrebbe essere uscita dalla porta per poi rientrare dalla finestra. Consiglio vivamente al vice premier italiano, che ha comunicato con cotanta pomposità agli italiani la baggianata sull’abolizione dell’IMU e sul fatto che essa sarebbe “tax free”, di evitare in certi contesti di fare come Pinocchio, o comunque di non assentarsi per andare in bagno mentre, nel bel mezzo della riunione del consiglio dei ministri, si definiscono i "dettagli" importanti dei provvedimenti che riguardano milioni di italiani.


Postato il 06/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





stampella.jpg

Il consiglio dei ministri, dopo la pausa estiva, riprende a far danni (ovviamente). In un periodo di crisi dove è necessario ridurre la spesa pubblica, la quale è sostenuta da un debito pari al 130% del PIL, nonostante l’altissima pressione fiscale (la più alta in Europa), è in corso l’approvazione del decreto legge il quale stabilisce l’assunzione a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione di almeno 35.000 precari (tradotto: favorire almeno 35.000 votanti e rispettive famiglie, per le prossime elezioni – molto prossime, se si è arrivati a questo punto). Inoltre, l'intenzione dell'attuale governo è quella di assumere ben 1.000 vigili del fuoco (tradotto: favorire altri 1.000 votanti e rispettive famiglie). La domanda che all’elettore dovrebbe sorgere è: in Italia accadrebbe l’apocalisse se tutte queste persone, anziché essere assunte dalla pubblica amministrazione, venissero lasciate assumere dal settore privato, senza balzelli vari? Considerato il forte indebitamento dello stato italiano, non sarebbe meglio darsi una calmata con l’assunzione di altri dipendenti pubblici, i quali si aggiungerebbero ai troppi lavoratori dipendenti già a carico degli italiani tartassati? Lo stato italiano può permettersi ciò visto che, per accontentare i cittadini circa l’eliminazione dell’IMU, è costretto a prenderli per i fondelli abolendola per cambiarle solo il nome con quello di Service Tax? Per recuperare le risorse utili a sostenere il nuovo fardello, costituito da ulteriori dipendenti pubblici di dubbia utilità, il governo dichiara che, per il momento si limiterà solo a tagliare del 20% il costo delle cosiddette auto blu (100% no, vero?) e che rivedrà il costo sostenuto per le consulenze esterne. Be’, se così fosse, allora siamo proprio a cavallo! Povera Italia!


Postato il 02/09/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





vacanze.jgp

Anche quest'anno (come ogni anno) arriva il momento per le vacanze estive. Il blog si fermerà per tutto il mese di agosto e riprenderà le pubblicazioni a partire da settembre. Sfrutterò questo periodo di pausa per riposarmi innanzitutto, e per riflettere sul futuro, anche quello del blog. Senza accorgemene, quest'anno il blog ha compiuto 5 anni dal giorno in cui ho pubblicato il mio primo post. Da allora, grazie a questo sito, ho condiviso con voi lettori (sempre più numerosi) pensieri, studi, ricerche e, a volte, anche le mie ire e i miei deliri (diciamolo!). Al contempo, ho ricevuto da voi stimoli per apprendere sempre di più e soddisfazioni per i quali vi rigrazio uno per uno. Rispetto a 5 anni fa, molte cose sono cambiate nella mia vita e altre cambieranno a breve. Di conseguenza, i nuovi impegni stanno modificando la mia disponbilità a curare questo spazio così come sono riuscito a fare fino ad ora e perciò urge cambiare marcia e riorganizzare i lavori del blog. Per fare questo, avrò bisogno dei vostri suggerimenti ma, in merito, ci aggiorneremo dettagliatamente il mese prossimo. Auguro a tutti voi lettori un arrivederci a settembre e buone vacanze a chi ci è già e a chi ci andrà. Un abbraccio. Pasquale


Postato il 31/07/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





debitopubblico.jpg

Il debito pubblico italiano è del 130,30% del PIL. Era prevedibile! Con un governo che continua ad ignorare l’attuazione dell’unica azione risolutiva per arrestare l’indebitamento dello stato italiano (ossia, la drastica riduzione della spesa pubblica), si è ovviamente giunti a 2 mila miliardi, 34 milioni e 763 mila euro di debito pubblico (+3,3% dall’inizio dell’anno). Guardate questo grafico (fonte Eurostat); il livello di indebitamento italiano sta raggiungendo quello greco. Guardate in quest’altro grafico la variazione percentuale del debito pubblico della zona UE negli ultimi 12 mesi. In rosso sono evidenziati coloro che si sono dati un bel da fare ad indebitare ulteriormente i cittadini di oltre 5 punti percentuali e, fra questi, c’è anche l’Italia (+6,5%), che nonostante imponga ai cittadini la più alta pressione fiscale d’Europa (anche se ufficialmente viene diffusa la baggianata secondo la quale saremmo quarti nella zona UE), essa fa ricorso all’indebitamento per sostenere una macchina statale incapace di creare occupazione e dare un futuro prospero alle giovani generazioni. I 10 paesi facenti parte dell’Unione Europea, i quali non adottano l’Euro, dal punto di vista dell’indebitamento pubblico, se la passano meglio, ma solo apparentemente (guarda qui). Ad esempio, fra questi vi è il Regno Unito il quale, avendo la possibilità di annacquare i conti pubblici stampando moneta in maniera indipendente, riesce a nascondere meglio il problema del suo crescente, e anch'esso preoccupante, indebitamento pubblico. In Europa, è ancora crisi!


Postato il 24/07/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





usa.jpg

C'è chi auspica per l'Europa che la BCE adotti una politica monetaria fortemente espansiva, ossia una politica orientata all'incremento della quantità di denaro nell'economia, affinché, secondo questo assurdo pensiero, essa possa finalmente riprendersi. Fino a qualche mese fa, molti di coloro che sostengono questa tesi richiamavano, come esempio da seguire, l'esperienza del Giappone, dei cui aspetti ho scritto dettagliatamente in questo post diviso in tre parti.

E' curioso notare che, all'indomani dei segnali negativi registrati dall'economia giapponese, causati proprio dalla decisione di una politica monetaria espansiva perseguita dalla banca centrale nipponica, molti di quelli che continuano ostinatamente ad augurare all'Europa un'inondazione di denaro, abbiano cambiato l'esempio a cui riferire il loro strano pensiero e a puntare i propri riflettori su un altro paese, il quale sta adottando, da ben più anni addietro rispetto al Giappone, le politiche monetarie espansive tanto reclamate: ovvero, sugli Stati Uniti d'America.

Gli USA infatti, successivamente all'adozione di una politica monetaria espansiva detta Quantitative Easing (QE), molto simile a quella giapponese adottata di recente, ha fatto registrare, nel breve termine, maggiori segnali, apparentemente positivi, rispetto al Giappone. Per questo, i cultori dell'espansione monetaria avrebbero opportunisticamente cambiato l'esempio di riferimento e iniziato a suggerire come esemplare l'esperienza americana e non più quella giapponese, per sostenere le loro assurde tesi.

Procediamo con ordine. Innanzitutto, che cosa è il QE? Si tratta di un'operazione di creazione di nuovo denaro dal nulla, da parte della banca centrale (nel caso americano, della FED) e della sua iniezione nel sistema finanziario ed economico, attraverso operazioni di mercato aperto, ovvero attraverso l'acquisto di titoli di credito (nel caso americano attuale, di titoli di stato).

Con la prima versione del QE, la FED (la banca centrale americana) ha ripulito i bilanci delle banche americane dai titoli tossici che determinarono la crisi del 2008, comprandoli con nuovo denaro creato da essa appositamente. Mentre nelle versioni successive, il QE si è concentrato principalmente nell'acquisto di titoli di stato, sempre utilizzando nuovo denaro creato ad hoc, per sostenere le politiche fiscali espansive adottate dal governo americano.

La ragione dell'adozione di una politica di QE, quando essa mira all'acquisto di titoli di stato, sarebbe quella secondo la quale la banca centrale, così facendo, intenderebbe incrementare la domanda di essi, per determinare un aumento del relativo valore di mercato. Di conseguenza, il tasso di rendimento dei suddetti titoli diminuirebbe (in modo fittizio), favorendo così lo stato emittente, che potrà riprendere a vendere titoli di debito pubblico, pagando tassi di interesse più bassi. Con un effetto a catena, si incrementa la spesa pubblica a debito (perché indebtarsi risulta essere più a buon mercato); inoltre, attraverso una politica di QE, i tassi dei mutui si ridurrebbero, facendo ripartire, presumibilmente, le operazioni di prestito di denaro da parte delle banche alle aziende e alle famiglie. Secondo questo articolato ragionamento, si rilancerebbe persino l'occupazione. Peccato che, nonostante la politica di QE, i tassi dei mutui americani continuino a salire e che lo stato di disoccupazione americana, a tutt'oggi, sia tutt'altro che fuori pericolo.

Nel caso dell'economia giapponese, essa sarebbe talmente atrofizzata, da rivelare la sua ormai incapacità a reagire prontamente agli stimoli monetari messi in atto dalla banca centrale, i quali risultano essere vani (oltre che pericolosi). Infatti, nessuna crescita economica è stata finora registrata in Giappone (anzi!), la disoccupazione continua a crescere e la bilancia commerciale continua ad essere negativa. Di contro, la banca centrale si sta riempiendo di titoli di stato ad alto rischio di insolvenza, mentre il governo giapponese si indebita sempre di più.

L'economia statunitense invece, nel breve periodo, ha mostrato i tipici segnali di euforia dell'atleta che ha appena assunto sostanze dopanti per nascondere la sua insufficiente forma fisica ed ottenere comunque alte prestazioni sportive. Nel nostro caso, la sostanza dopante è costituita ovviamente dal nuovo denaro emesso dal nulla.

Attenzione però! L'economia americana starebbe sì crescendo, ma di appena il 2,5% annuo, quando in realtà, a seguito di simili politiche di stimolo, essa è solita crescere a ritmi superiori al 3,5%. In condizioni di post recessione, la disoccupazione americana solitamente scende sotto il 4%, mentre attualmente il tasso di disoccupazione sarebbe ancora al 7,6% della forza lavoro.

Negli USA, 85 miliardi di dollari vengono creati ogni mese, da poco più di 4 anni. A seguito di ciò, la FED si è riempita di 2,4 billioni di dollari di titoli (in totale sono 3,3 billioni di dollari i titoli depositati nella pancia della banca centrale americana). Tutto questo nuovo denaro, curiosamente, non sta ancora provocando alcun effetto inflazionistico significativo (appena + 2% annuo).

Quindi, nonostante questa mastodontica operazione di stimolo, le prestazioni ottenute nel breve periodo, seppur apparentemente positive, non sembrano però essere un granché! La produzione reale del settore privato è la stessa di 10 anni fa. Ciò significa che, il denaro in più che gli americani stanno creando, non è coperto da produzione reale.

Il QE non ha determinato una spirale inflazionistica dell'indice dei prezzi al consumo, così come ci si dovrebbe aspettare da una simile politica di espansione monetaria, semplicemente perché il denaro di nuova emissione, dalle banche commerciali non viene riversato nell'economia reale in maniera significativa. Questo è ciò che non permette ai prezzi di crescere (per ora!). Il denaro di nuova emissione resta in circolazione solo nel sistema finanziario, tant'è vero che i relativi mercati azionari stanno sperimentando una nuova fase caratterizzata dalla formazione di bolle speculative, che prima o poi scoppieranno.

Inoltre, il fatto che l'indice dei prezzi al consumo non cresca non significa che l'incremento della massa monetaria prodotta dalla FED non sia una minaccia, perché i prezzi dei beni e servizi sono determinati anche da fattori reali oltre che a quelli di natura monetaria, di conseguenza potrebbe anche darsi che tali fattori reali stiano spingendo nella direzione opposta rispetto alle pressioni esercitate dai fattori monetari, di fatto compensando gli effetti inflattivi di quest'ultimi. Pur essendo così, il dato di fatto che permane è che l'azione politica del QE della banca centrale americana ha distorto i tassi di interesse portandoli artificiosamente al ribasso. Di conseguenza, i mercati finanziari sono attualmente guidati da indicatori i quali fanno dedurre un incremento dei risparmi che in realtà non esiste, creando i presupposti per una prossima depressione economica.

Inoltre, la politica di QE mira ad acquistare anche titoli di debito pubblico e privato di economie straniere (soprattutto di quelle emergenti) e ciò sta determinando il rischio di inflazione dei prezzi internazionali delle materie prime (non dimentichiamo che il dollaro e tutt'ora una riserva di valore internazionale). Quindi, attraverso il QE, attualmente gli USA starebbero esportando l'inflazione all'estero (come anche lo starebbe facendo il Giappone).

Il QE sta svalutando sempre di più il dollaro. Quindi il valore di rimborso che, alla scadenza, i possessori di titoli di debito americano otterrebbero indietro, sarebbe espresso in dollari che varranno molto meno rispetto al momento in cui quei titoli furono acquistati. Adesso avete capito in che cosa consiste la truffa della politica monetaria espansiva, che in tanti chiedono alla BCE di attuare? Consiste nel sfavorire i risparmiatori e possessori di titoli di stato, svilendo il valore dei debiti che gli stati hanno nei loro confronti.

Un altro obiettivo del QE sarebbe quello di determinare occupazione. A questo proposito, giungono notizie secondo le quali negli USA la disoccupazione sarebbe diminuita. In realtà, essa è la stessa di tre anni fa. L'informazione non considera che molti americani hanno ormai smesso di cercare lavoro; ecco perché si registra un minore tasso di disoccupazione, il quale non è dovuto da una effettiva crescita dei posti di lavoro. Questo grafico spiega tutto. Inoltre gli americani che sopravvivono grazie ai buoni pasto, concessi proprio grazie alla creazione di denaro dal nulla, sono in aumento. Ma nonostante ciò, il governo statunitense si compiace della diminuzione del tasso di disoccupazione del paese, che in realtà è una diminuzione farlocca. Vedi qui.

In definitiva, gli americani stanno tirando avanti non perché, grazie alla politica di QE, la loro economia si stia riprendendo, bensì perché essi sono assistiti da uno stato che si indebita pericolosamente. Essi non stanno creando ricchezza e pensano di poterla creare, non stimolando l'incremento dei risparmi, non favorendo gli investimenti ad incanalarsi liberamente lì dove il mercato ritiene essere più produttivo, ma stampando nuovo denaro dal nulla (il quale vale meno ogni giorno di più) e attuando dannosi piani di politica economica che sottraggono sempre di più libertà agli americani; come se, per tutto ciò, non ci sia un conto salato da pagare, prima o poi! Quanto durerà ancora questa presa in giro, che sta affossando per sempre il sistema occidentale?


Postato il 22/07/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





parassita.jpg

Purtroppo è vero che, per sopravvivere in questo mondo, un uomo è condannato a lavorare. E’ vergognoso arrivare al punto di ambire o di mendicare una condanna come quella del lavoro, perché esso non si trova. Ogni uomo dovrebbe avere la possibilità di dedicarsi a fare le cose che più lo rendono felice e nel modo che più lo aggrada. Purtroppo non è per tutti così ed è evidente che, a questo mondo, non si è sufficientemente liberi perché ciò accada ad ognuno. Quindi bisogna lavorare; ci piaccia oppure no! Lavorare significa dedicarsi a qualcosa di utile affinché le risorse di questo pianeta siano rese efficacemente disponibili per il nostro sostentamento. In una parola sola, lavorare significa essere produttivi. Ad esempio, un contadino, un cacciatore, un pescatore, un elettricista, un carpentiere, un medico, un avvocato, un imprenditore, tutti questi si possono ritenere lavoratori, perché essi sono produttivi; un politico, un segretario di partito, un segretario di sindacato, direttori e impiegati pubblici dediti all'esazione delle tasse, essi sono sicuramente non produttivi e, dunque, secondo il ragionamento poc’anzi espresso, non possono ritenersi dei lavoratori. Spesso, molti di questi ultimi sono in buona fede, per carità (non ce l’ho con questi!). Ma se a loro gli si dicesse in faccia che essi non sono lavoratori, accadrebbe che alcuni di essi si arrabbierebbero. Ciò perché si sentirebbero smascherati e rivelati per quello che in realtà essi sarebbero, cioè parassiti che non offrono nulla di utile ma campano lo stesso, approfittando del lavoro altrui (vedi i politici di “professione”). Oppure si riterrebbero offesi nel caso in cui essi fossero in buona fede. Questo perché secondo loro, per essere considerati dei lavoratori sarebbe sufficiente che ci si rechi al posto di lavoro, si timbri il cartellino e si resti impiegati per delle ore, a prescindere che ciò per cui ci si impegnerebbe sia veramente utile e produttivo per la collettività oppure no.


Postato il 18/07/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





crollo.jpg

Il sistema in cui viviamo sta scricchiolando. Chi più, chi meno, ce ne siamo accorti tutti da un bel po'. Purtroppo, la maggiorparte delle persone non è ancora ben consapevole del motivo per cui sarebbe così dilagante la disoccupazione, perché le imprese chiudono i battenti o si spostano oltre frontiera, cosa infligge alla nostra vita costi sempre maggiori da sostenere. Per tenere a galla gli stati di mezzo mondo (quelli più potenti), incapaci di rendere produttive le rispettive economie, le banche centrali stanno creando denaro a più non posso, facendo credere che questa sia la soluzione a tutti i mali. Ma gli effetti auspicati per la ripresa economica si fanno ancora attendere! In realtà, il fine di questa espansione monetaria è quella di alimentare solo i mercati finanziari, i cui operatori (principalmente, banche e fondi pensione, i quali sono ormai prolungamenti delle banche centrali) hanno fatto indigestione di titoli ad alto rischio di insolvenza, fra i quali anche quelli emessi dagli stati sovrani, i cui rendimenti sono visti sempre con più diffidenza e pronti a schizzare verso l'alto quando le difficoltà a contenere i deficit pubblici si fanno sentire. La condotta spericolata degli operatori della finanza ha prodotto buchi nei loro bilanci che stanno condizionando i sistemi economici fondati sulla moneta debito (quella emessa senza un riferimento reale). Ora che le banche centrali pompano nuovo denaro nelle arterie della finanza, si è riuscito a tamponare le perdite di bilancio degli operatori finanziari e, contemporaneamente, a ridurre (solo artificialmente) il rendimento dei titoli di debito pubblico, facendo percepire una fittizia riduzione del rischio di insolvenza dei debiti sovrani, consentendo agli stati, già indebitati, di indebitarsi ulteriormente ma a costi più bassi e di continuare ad espandere la spesa pubblica in ecceso rispetto al gettito fiscale. L'economia reale invece resta ancora al palo; si aiutano le banche a non fallire, si aiutano gli stati a spendere oltre le proprie possibilità, ma l'economia reale continua ad andare a rotoli. Che razza di logica è mai questa? Si salvano banche e governi inefficienti che consumano i risparmi raccolti dal pubblico, che bruciano i redditi confiscati dai cittadini, mentre si penalizzano i lavoratori privati tartassandoli e burocratizzandogli di più la vita, i quali, viceversa, sono produttori di ricchezza, di quella reale. Qualche stupidotto (in realtà sono più di quanto si possa credere) esorta le banche a riversare nell'economia reale i soldi di nuova emissione ottenuti a basso costo dalla banca centrale. Che ingenuità! Purtroppo, per quanto io non ritenga auspicabile ciò, credo che prima o poi questo accadrà. Allora dovremo aspettarci le degradanti conseguenze di un'inflazione fuori controllo, innescata dalle ansie degli americani di perdere il loro potere sul resto del mondo, dalle eterne indecisioni degli europei, dall'ottusità dei giapponesi e dalle vacillanti condizioni di salute dell'economia cinese.


Postato il 12/07/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





default.jpg

Dopo aver appreso della delibera del mitico "decreto del fare" (se sia del "fare bene" o "del fare male", questo non è dato saperlo, ma un'idea me la sono già fatta, leggi qui), ecco a voi ciò che ci aspetta nei prossimi mesi:

- l'aumento dell'aliquota straordinaria dell'IVA è stata semplicemente rinviata di tre mesi (ad ottobre 2013); ma i vertici del governo ce ne parlano come se l'avessero eliminato

- anche il pagamento dell'IMU sulla prima casa è stato rinviato (a settembre 2013. Lo sapevamo già); i vertici del governo però ne parlano come se l'imposta sugli immobili fosse stata abolita;

- a novembre 2013, l'acconto per il 2014 dell'IRPEF passerà dal 96% al 100%. Stessa sorte per l'acconto IRAP, mentre l'acconto IRES sarà addirittura elevato al 101% (chiamateli pure acconti, questi!). Quindi i vertici del governo hanno sostanzialmente decretato che, allo stato, dobbiamo anticipare per intero (e anche di più) l'imposta su di un reddito che non si è ancora realizzato e che forse non si realizzerà, dato il peggiorarsi di questa crisi.

Cari lettori, vi piace il panettone? Ve lo chiedo perché, se non l'avete capito, ci aspetta un fine anno 2013 amaro per le finanze familiari e, se mai a Natale potremo permetterci l'acquisto di un panettone, probabilmente questo sarà l'unico lusso che ci porterà dolcezza durante le festività (oltre agli affetti familiari ovviamente, che nessuno potrà mai tassarci, per fortuna!). Ma andiamo avanti:

- per 18 mesi, saranno erogati massimo 650 euro di bonus ad ogni azienda che assume, a tempo indeterminato, giovani di età inferiore ai 30 anni; di principio, io inorridisco ad ogni tipo di finanziamento pubblico, ma trovo interessante apprendere che, in questo caso, i giovani i quali potranno usufruire dell’agevolazione non debbano essere muniti di titolo di studio superiore (fesso chi ha studiato e non trova lavoro, quindi), oppure non devono aver lavorato nei sei mesi addietro (quindi, sfigato è il giovane che è stato licenziato da poco tempo), oppure devono avere una residenza autonoma e con a carico una o più persone (cari giovani, siate birichini e non abbiate timore se mettete anzitempo incinta la vostra ragazza; tanto ci pensa lo stato a sottrarre, da chi lavora, i soldi che vi servirebbero per rimediare alle vostre irresponsabilità!)

- applicazione di un’imposta di consumo del 58,5% sulle sigarette elettroniche e loro accessori; evviva la libertà di iniziativa economica! Guardate come lo stato italiano premia l’innovazione: tassandolo ferocemente.

Italiani, capite perché non dovete andare più a votare?


Postato il 27/06/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





assalto.jpg

Molti, anziché contestare e denunciare le malefatte dello stato italiano ai danni dei cittadini, esortano il suo governo truffa, quello “dalle larghe intese” insediatosi da qualche mese a questa parte, a trovare i soldi per mantenere in ordine i conti pubblici e contemporaneamente far risollevare l'economia italiana. E' il solito atteggiamento italiota secondo il quale, l'incapace si rivolge sempre allo stato quando si tratta di mettere le mani sui soldi degli altri, così da poter risolvere i problemi derivanti dalla sua incompetenza.

Ho la vaga impressione che quelli del governo i soldi a loro necessari li abbiano già trovati. Devono solo capire come, quando e a chi distribuirli.

Dove li avrebbero trovati questi soldi? Ebbene, a questo proposito, è da più di un anno che ce la menano, a noi italiani; noi siamo quelli che in Europa abbiamo il più alto risparmio privato, noi siamo quelli che, considerato il numero di persone proprietarie di immobili, saremmo molto più ricchi dei virtuosi cittadini tedeschi, la ricchezza privata delle famiglie italiane dovrebbe essere ricompresa nel calcolo del rapporto debito/PIL, ecc..

Insomma, se non l'avete ancora capito, i soldi necessari, che lo stato avrebbe già trovato per attuare la sua politica, secondo il sottoscritto sarebbero quelli che noi italiani abbiamo sistemato nell'acquisto delle nostre case e quelli che, parsimoniosamente, abbiamo messo da parte nei libretti di deposito e attraverso la sottoscrizione dei buoni ordinari postali.

Infatti due sono le notizie che recentemente si sono susseguite e che mi hanno indotto a credere fermamente quanto testé esposto. La prima riguarda quella secondo la quale, un'idea avanzata a Poste Italiane (PI) vorrebbe che essa rilevasse il malandato Monte dei Paschi di Siena (MPS). Leggi qui.

Per PI l'affare potrebbe risultare interessante visto e considerato che sono anni ormai che essa tenta di ottenere la licenza bancaria senza alcune esito positivo, e che invece, una probabile fusione con MPS, permetterebbe a PI di raggiungere l'obiettivo tanto ambito.

Infatti, in mancanza di una licenza bancaria, a PI non è concesso prestare ai privati i depositi da essa raccolti. I prestiti ai privati attualmente proposti da PI, in realtà sarebbero frutto di convenzioni poste in essere fra PI e banche commerciali, per i quali essa risulterebbe essere solo un intermediario commerciale. Di conseguenza, i soldi prestati ai clienti di PI non sarebbero quelli da essa raccolti con il servizio di deposito dei risparmi e di conto corrente, bensì quelli raccolti dalle banche sue partner. L'unico soggetto privato a cui PI concederebbe prestiti è Cassa Depositi e Prestiti s.p.a. (CDP), di proprietà del Ministero dell'Economia e Finanza, che usa il denaro raccolto per investirlo, principalmente, in titoli di stato italiani.

Un ulteriore dimostrazione del fatto che PI non sarebbe una vera e propria banca è quella secondo la quale PI non pagherebbe gli assegni emessi dai suoi correntisti anticipando la relativa somma, così come  fa normalmente una banca (la quale, in questo modo, crea di fatto nuova moneta dal nulla). Infatti, se non esiste la provvista necessaria per coprire l'assegno emesso, PI normalmente non concede la possibilità di andare in rosso, non paga l'assegno e protesta immediatamente il correntista.

Dunque, PI, non essendo una vera e propria banca, non potrebbe disporre dei depositi dei propri clienti per esporli ad alti rischi così come possono fare le banche normali, ai danni degli ignari risparmiatori (vedi il caso MPS). Certo, alla fin dei conti, in base a quanto testé detto, i depositi dei correntisti di PI sarebbero utilizzati per essere investiti in titoli di stato, che di sicurezze ne danno anch'essi ben poche da qualche anno a questa parte, ma perlomeno gli investimenti di PI non sono principalmente costituiti dagli ancora più pericolosi titoli derivati e la sua attività non è ampiamente dedita ad azzardi morali sui mercati finanziari.

Teoricamente, potremmo dire che i soldi depositati in PI sono esposti a rischi minori rispetto a quelli depositati nelle normali banche. (E' un'affermazione questa, da prendere con le pinze, ovviamente!)

Delle condizioni in cui versa MPS ho ripetutamente scritto su questo blog; esse sarebbero disastrose, proprio perché pare che essa sia stata gestita con scarso riguardo dei principi di prudenza ed economicità, rivelandosi più una banca dedita agli affari, usando i soldi degli altri (ossia quelli dei suoi correntisti), che un intermediario finanziario.

In definitiva, se PI acquisisse veramente MPS, comprerebbe un buco nero che rischierebbe di compromettere l’integrità dei depositi dei risparmiatori di PI, i quali non sarebbero più al sicuro tanto quanto lo sarebbero attualmente.

Questa voce circa la fusione fra PI e MPS, avrei potuto considerarla come una semplice voce di corridoio, alla quale inizialmente non volevo darci peso più di tanto, per non preoccupare ulteriormente i risparmiatori circa i possibili rischi a cui potrebbero essere esposti i risparmi di una vita.

Poi ho dovuto leggermente ricredermi quando ho appreso la seconda notizia, ossia quella riguardante l'idea di far giungere lo stato italiano in soccorso di un'altra azienda italiana, anch'essa acciaccata: Telecom Italia s.p.a..

Infatti, a fine maggio, il cda di Telecom Italia ha deliberato l'intenzione di scorporare dalla compagnia telefonica italiana la sua rete telefonica, i cui costi di gestione sembrerebbero pesare troppo sul suo bilancio, il quale evidenzierebbe un debito di circa 28 miliardi di euro. Leggi qui.

Nel dettaglio, l'idea di Telecom Italia sarebbe quella di costituire una nuova società e di vendere le infrastrutture della rete telefonica a quest'ultima, le cui quote di proprietà verrebbero cedute a terzi, purché il pacchetto di controllo di essa resti sempre in mano agli attuali proprietari di Telecom Italia.

In tempi non sospetti, gli azionisti della società hanno palesemente fatto capire che non sono disposti ad alcuna ricapitalizzazione dell’azienda telefonica, rimettendoci di tasca propria. Stando così le cose, l’azienda ha pensato bene di non cercare altri soci privati, interessati ad entrare nella trattativa e aventi lo stimolo imprenditoriale giusto per rinnovare la qualità tecnologica della compagnia (una soluzione più auspicabile rispetto a qualunque altra). Telecom Italia avrebbe pensato invece di bussare alle porte del governo italiano per trovare un accordo che riguardasse la sopravvivenza dell’azienda.

In merito, se un accordo con il governo italiano dovesse essere raggiunto, conseguentemente alla delibera del cda di Telecom Italia, lo stato potrebbe intervenire nell’operazione acquisendo quote di minoranza della società di nuova costituzione la quale, come già detto, gestirebbe la più che onerosa rete telefonica scorporata da Telecom (la bad company). In questo modo, Telecom otterrebbe dallo stato i soldi necessari per ridurre la perdita di 28 miliardi, senza però perdere il controllo della rete ceduta alla nuova società (visto che, come deliberato dal cda, la quota di maggioranza di essa dove essere di Telecom).

Ciò che resterebbe della compagnia telefonica italiana, dopo lo scorporo, sarebbe l’attività di Telecom che genera più utili (la good company), nella quale lo stato non c’entrerebbe nulla e che resterebbe di esclusiva proprietà degli attuali soci privati (furbetti), i quali hanno sostenuto la non molto virtuosa dirigenza di Telecom Italia fino ad ora e che riuscirebbero a salvaguardare i propri interessi di guadagno, non grazie ai risultati della compagnia telefonica ottenuti sul mercato, ma grazie all’ottenimento di soldi pubblici. Bello fare gli imprenditori con i soldi degli altri, non è vero?

Ricapitolando, lo stato (tramite CDP) entrerebbe in affari beccandosi l’attività di Telecom che sarebbe meno profittevole, salvando così l’azienda da un probabile default, mentre gli attuali proprietari della compagnia telefonica italiana si terrebbero l’attività più redditizia. Queste sono le tipiche operazioni degli italiani, che prima permettono il salvataggio economico degli inefficienti e poi si chiedono come mai l’Italia non cresca!

In effetti, chi sarebbe il fesso che entrerebbe in una trattativa del genere, accollandosi gli oneri di gestione di una rete obsoleta, percependo la fetta minore dei redditi derivanti da tale infrastruttura, tutta da rimodernare (non scordiamocelo)? Lo stato italiano, no?

E con quali soldi lo stato italiano acquisterebbe le quote della nuova società? Con quelli raccolti dai cittadini da Cassa Depositi e Prestiti s.p.a.. Ecco spuntare di nuovo la gallina dalle uova d'oro, da 213 miliardi di risparmi raccolti nell’anno 2012 (leggi qui la notizia).

Pochi giorni dopo in cui CDP è stata tirata in ballo per il salvataggio del MPS in pericolo di default, oggi lo è nuovamente, per il salvataggio di Telecom Italia da una grave perdita in bilancio.

Dopotutto, secondo la L. 56/2012, il governo ha potere di veto avverso su qualunque delibera, atto o operazione adottata da una società (anche se privata) e riguardante i settori strategici dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni! Qualsiasi decisione in merito dunque, per legge, deve passare dal benvolere dello stato. Qualcuno si chiederebbe: ma che libertà economica sarebbe mai questa? Infatti, non è mica uno paese libero quello italiano! Non lo sapevate?

Quindi, lo stato può permettersi (ed è questo il bello; nessuna legge vieta ad esso di farlo) di usare i soldi degli ignari risparmiatori italiani, per favorire i già ricchi proprietari della compagnia telefonica in difficoltà. In questo modo questi ultimi continuerebbero a controllare la rete telefonica e l’intera compagnia, senza un soldo uscito dalle loro tasche, e a spolparsi quel che resta di buono dell'azienda. I costi di gestione dell’attività scorporata, verrebbero condivisi con CDP, la quale parteciperebbe agli utili solo in minima parte, mentre la storica compagnia tornerebbe ad assumere i tratti velati di un’azienda pubblica la cui gestione economica, come bene sappiamo, sarebbe paragonabile a ciò che ci si aspetterebbe da uno scimpanzé messo davanti al timone di una nave da crociera (quindi, addio progresso italiano nel campo delle telecomunicazioni!).

Come è possibile che nessuno ritenga che sarebbe cosa corretta quella di dover chiedere, a coloro che ci mettono realmente i soldi (cioè i singoli risparmiatori privati), se essi siano o meno disposti a rischiare i denari risparmiati, in un’operazione dai dubbi vantaggi per la collettività?


Postato il 19/06/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





consiglio.jpg

E' stato appena deliberato dal consiglio dei ministri il contenuto dei punti riguardanti il cosiddetto "decreto del fare". Leggi qui il testo integrale. Vi dirò la verità, ero scettico sulla buona sostanza di questo provvedimento, non tanto per il pregiudizio che nutro nei confronti dell'attuale esecutivo, ma per il curioso nome attribuito al decreto "decreto del fare", che esprime un intento (il fare) ma trascura di comunicare come fare (fare bene o fare male?), lasciando così intendere che l'importanza del provvedimento sia solo quello di fare qualcosa, a prescindere che lo si faccia bene o male. Infatti, per quanto condivisibili siano i punti del decreto in cui vengono ridotte le procedure burocratiche, aumentata la liberalizzazione del settore energetico, multata la P.A. per i ritardi dei suoi pagamenti, riduzione fiscale al settore della nautica e la liberalizzazione dell’accesso a Internet tramite le connessioni wi-fi, ritengo che sia stata persa un'altra occasione per affrontare seriamente la risoluzione dei problemi italiani. Infatti, il decreto non dispone nulla di significativo sul taglio della spesa pubblica e non spende più di una parola (o due) sulla riduzione della pressione fiscale. In alcuni settori, le uscite pubbliche vengono destinate in maniera leggermente diversa rispetto a prima, i costi fiscali vengono trasferiti da un soggetto all’altro, l'IMU resta ancora in vigore anche se parzialmente sospesa (ma non avevano detto di eliminarla?) e l'aumento dell'IVA, previsto per il prossimo mese, non è stato scongiurato. Con simili provvedimenti, questi ministri continuano a credere di potercela dare a bere con la storia dei loro presunti intenti sul bene comune. In effetti, hanno tutte le ragioni per essere sicuri che gli italiani si lascino abbindolare; fino a quando il 75% degli italiani si reca ancora alle urne, nonostante la palese incapacità di chi propone loro un'offerta politica in grado di mantenere le promesse elettorali, di cosa dovrebbero avere paura questi politici?


Postato il 17/06/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





matita.jpg

Li senti al bar, li senti nel treno. Ma li leggi anche su facebook e sui giornali. Ancora tanti italiani che, all'indomani delle elezioni, sprecano il loro fiato inneggiando la coalizione vincente per essersi imposta su tutti, che scherniscono gli sconfitti per la sonora batosta subita, altri ancora che sminuiscono la vittoria degli avversari. Poi c'è chi, riconoscendo la sconfitta, invita i vertici della coalizione perdente a prendersi le proprie responsabilità e chi "urla" che vi sarebbe aria di cambiamento. A questi italiani basta che cambi la faccia di chi li governa per credere che in Italia cambi qualcosa. Cari lettori del blog, una sola cosa emerge di significativo dalle recenti elezioni amministrative 2013: i non votanti del primo turno sono stati il 37,62% degli aventi diritto (un incremento del 14,78% rispetto alle passate amministrative). Invece, in occasione del secondo turno, gli aventi diritto che non si sono presentati alle urne costituiscono il 51,49% (più della metà non è andata più a votare). Oggi come oggi, questi sono i veri segnali di voglia di cambiamento degli italiani, e non l'inversione di tendenza degli esiti elettorali. Infatti, sempre più gente sceglie di non legittimare più i governi di questo sistema politico, non recandosi alle urne e, quindi, i cittadini italiani votano sempre meno. Discorsi su chi abbia vinto o perso le elezioni non servono a nulla. Non è più sufficiente che cambino le persone al governo perché la situazione politica ed economica migliori, è indispensabile che cambi l'idea di come si vive e ci si organizza in una comunità. Che al potere salga Tizio, piuttosto che Caio, è ormai solo una questione di sterile alternanza fra soggetti figli del sistema già corrotto e da cambiare. Coalizioni di destra o di sinistra non cambieranno il sistema che un numero crescente di italiani desidererebbe invece che cambi. Perché, come coloro che oggi lasciano il governo dei rispettivi comuni, anche quelli che ora li sostituiscono sono in quel sistema; non ne sono fuori. Anzi, essi, per il solo fatto di essersi candidati al gioco delle elezioni, sono diventati il sistema; quello che è democraticamente farlocco, anti meritocratico, disprezzante della proprietà privata e della libertà degli individui. In un contesto in cui sempre più italiani non partecipano più alle votazioni, ci vorrà sempre più coraggio per chi osa governare in Italia.


Postato il 12/06/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





strappato.jpg

I tassi di interesse applicati da molte banche italiane supererebbero di fatto il cosiddetto ”tasso soglia”, stabilito trimestralmente dalla Banca d’Italia. Di conseguenza, il tasso di interesse il quale superi tale limite è considerato un tasso usuraio. E’ importante che chiunque abbia un contratto con una banca (sia esso di conto corrente, di mutuo, di fido, di leasing, ecc.) controlli che i tassi negoziati al momento della stipula del contratto non eccedano il tasso soglia (ecco qui i tassi soglia degli ultimi 14 anni). Questo perché, laddove accertiate che vi sia stato applicato un tasso usuraio, per legge, potete contestare il contratto firmato, ottenere la restituzione di tutti gli interessi pagati illegittimamente e non pagare più alcun interesse sulle rate successive, perché il contratto è da intendersi nullo sin dall’origine. Avete letto bene! L’art. 1815 del codice civile parla chiaro: “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.”. Ad esempio, per i contratti sottoscritti dall’inizio del 2013 fino al 31 marzo 2013, accertatevi che, per gli sconfinamenti relativi al proprio conto corrente, il tasso stabilito sul contratto non superi il 23,25%, fino a 1.500 euro di scoperto (oppure il 22,9375% oltre i 1.500 euro). Per i mutui invece, il tasso soglia è del 10,7875% se si tratta di tasso fisso, 9,075% se si tratta di tasso variabile (sempre per quei contratti sottoscritti dall’inizio del 2013 al 31 marzo 2013). Badate bene, il limite si intende superato anche laddove la somma fra il tasso nominale annuo e il tasso di mora (ossia quel tasso applicato qualora non paghiate, alla scadenza stabilita, una rata del mutuo) sia maggiore del tasso soglia. Sappiate che, accertata l’illegittimità dei tassi applicati sul contratto, gli interessi sul muto ricevuto ritenuti usurai non si pagano a prescindere che essi siano stati, o meno, riscossi dalla banca. Comunque sia, il contratto di mutuo che prevede un tasso usuraio è nullo e alla banca non si devono più gli interessi. Spargete la voce.


Postato il 03/06/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





tassare.jpg

Da gennaio 2013 ogni azienda, la quale decida di licenziare uno o più dipendenti assunti con contratto a tempo indeterminato, sarà tenuta a versare il ticket di liquidazione Aspi. Se si cercavano altri modi per incrementare la precarietà, eccone trovato uno nuovo. Dette aziende dovranno versare alla nuova assistenza per la disoccupazione una somma pari al 41% del massimale Aspi che l'INPS pubblicherà di anno in anno, attualmente stabilito ad euro 1.180. Da quest'anno quindi, lo stato ricatta le aziende di tassarle ulteriormente qualora licenzino i loro stessi lavoratori. Quasi come a voler dire "vietato licenziare", con sanzione annessa. E questa sanzione (mascherata da contributo) può anche non essere tanto piccola, perché essa si calcola considerando l'anzianità lavorativa (fino ad un massimo di 3 anni). Pertanto, il ticket di licenziamento potrebbe pesare sul datore di lavoro fino ad un massimo di 1.451 euro per ogni lavoratore licenziato. Immaginate che beffa sarebbe tutto ciò per un'azienda la quale licenziasse i propri dipendenti a seguito della decisione di chiusura dell'attività. Se colui (o colei) il quale abbia partorito una simile disposizione avesse mai preso una zappa fra le mani, si fosse mai spezzato la schiena per il duro lavoro, si fosse mai messo in gioco sul mercato e avesse veramente a cuore la ripresa economica, egli si guarderebbe bene dal dare alla luce queste canagliate. Eviterebbe di passare alla storia come il peggior ministro del lavoro (soprattutto se egli fosse un tecnico, che per definizione, si dice che sarebbe meglio di uno eletto dal popolo o da un partito) e di subire il linciaggio mediatico - giustamente direi, visto che la collettività starebbe pagando uno scemo del villaggio come se fosse un ministro.


Postato il 28/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





disoccupazione.jpg

Secondo l'ISTAT, a marzo 2013 il tasso di disoccupazione è dell’11,5% (1,1% in più  rispetto ad un anno fa). La disoccupazione giovanile è del 38,4% (3,2% in più rispetto ad un anno fa). Purtroppo non andrà meglio. La banca centrale continua a giocare con i tassi di interesse e a distorcere i valori economici, facendo sbandare bruscamente le singole attività economiche. Gli istituti bancari sono sempre meno intermediari fra i risparmiatori e gli investitori e sempre più giocatori d'azzardo sui mercati finanziari (con i soldi degli altri). I governi non riducono significativamente la spesa pubblica. Per questo motivo, si tartassano i cittadini lavoratori (sempre più pochi) e lo stato continua ad occuparsi, attraverso i monopoli, dell'offerta dei servizi che esso non è in grado di gestire efficacemente così come invece riuscirebbe a garantire l’iniziativa privata. I sindacati, da parte loro, hanno ormai abbandonato la loro semplice funzione di rappresentanza dei lavoratori, per consolidare sempre di più quello di partito politico in grado di imporre privilegi ultraterreni ad una certa categoria sociale, in concerto coi partiti tradizionali, i quali sono sempre a caccia di voti. Come si può pensare di determinare più occupazione se tutto ciò resta ancora inalterato? Soprattutto, come si è potuto credere che fosse necessario scrivere sulla costituzione che la repubblica italiana sia una repubblica fondata sul lavoro, perché quest'ultimo potesse essere garantito? L’occupazione al lavoro io la vedo come una condanna per l’uomo. Purtroppo, essa grava su ognuno, nessuno escluso. Questo mondo funziona così; non ci si può fare nulla! Come qualsiasi condanna emessa, questa è già di per sé garantita (la Sacra Bibbia docet: Genesi 3:17-19). Cos'altro si sarebbe voluto garantire sulla costituzione? Si è voluto garantire una condanna già garantita per definizione. Un assurdo. Forse hanno creduto che fosse lo stato ad avere il compito di fare in modo che questa condanna fosse sempre eseguita. Ma mi chiedo, si potrebbe mai fondare un paese su una condanna all’umanità, attribuendo allo stato il ruolo del boia? Io vedo solo uno stato il quale, grazie all'espediente sancito nella costituzione, è riuscito a trasformare ciò che sarebbe una condanna in un diritto dell’uomo, facendo diventare legittima l’imposizione ad un paese di sostenere (con le tasse), per sole finalità di conservazione dei poteri politici, assunzioni di lavoratori (i quali sono contemporaneamente elettori compiacenti) che sono inutili al reale fabbisogno della collettività. E ciò accade ogni qualvolta sia ritenuto presumibilmente necessario. Ma necessario per chi? Non di certo per la collettività, allorquando lo stato crea posti di lavoro a prescindere dalle reali esigenze del paese, determinando così gli sprechi pubblici, mentre preferisce non eliminare gli ostacoli fiscali e burocratici, non garantire i veri diritti come la proprietà privata di ogni singolo cittadino. Rimuovendo tali ultime inerzie, lo stato determinerebbe veramente una maggiore, ma soprattutto più utile, occupazione al lavoro. Contrariamente, lo stato induce i cittadini a privarsi delle risorse necessarie per nuovi e più profiqui investimenti, i quali genererebbero le oppurtunità necessarie per incrementare l'occupazione al lavoro. Purtroppo lo stato, a tutto ciò, preferisce mantenere una schiera di lavoratori, impegnati ai pubblici lavori, che risultano essere inefficienti e inutili per la collettività. Con una repubblica italiana fondata sulla condanna al lavoro, cosa vi aspettavate? Che sarebbe andata sempre meglio?


Postato il 22/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





conti.jpg

Osserviamo brevemente la situazione italiana nel primo trimestre 2013, consultando i recenti dati ISTAT e Bankitalia:

-   Debito pubblico: 2.035 miliardi di euro nel primo trimestre 2013. Pensate un po’, dal 2000 esso è aumentato del 56,48%. In soli tre mesi, l’Italia si è indebitata più della metà di quanto si sia indebitata nel 2012. E poi parlano di austerity! Lo stato, il soggetto che più di tutti dovrebbe essere soggetto alle politiche di austerity, a conti fatti, non si contiene per nulla e continua a spendere più di quanto che incassa.

-   Titoli di stato in circolazione: 1.695 miliardi di euro a fine marzo 2013. Come previsto a dicembre dell’anno scorso (leggi qui), fino a febbraio 2013 l’ammontare dei titoli di stato è diminuito solo provvisoriamente, per poi riprendere a crescere a marzo 2013. Ricordatevi, dal 2013, i nuovi titoli di stato non sono più garantiti. Questo perché essi riportano le clausole CACs (leggi qui cosa sono). Inoltre, si noti che la pressione sui tassi di rendimento dei nostri titoli di stato è diminuita (per i BTP, lo stato oggi paga mediamente il 3,87%, mentre a novembre 2011 esso pagava più del 6,50%). Ciò non perché l’Italia sia ritenuta più affidabile di prima, ma solo perché favorita dalle operazioni di finanziamento del sistema bancario da parte della BCE e dalla speculazione di Giappone e USA, i quali stanno svalutando le proprie valute e acquistando titoli europei.

-   PIL: per sette trimestri consecutivi esso è in discesa libera, attestandosi a 1.566 miliardi di euro a marzo 2013 (-2,3% rispetto all’anno scorso). Contrariamente a quanto si crede, esso è l’unico dato non del tutto negativo. Ciò perché esso ci informa che, per fortuna, la nostra economia non è sempre più affogata da banconote emesse dal nulla. Questo non è difficile crederlo, considerato che quelle prodotte ad oltranza dalla BCE restano parcheggiate nelle “casseforti” delle banche (le quali continuano a non effettuare prestiti alle imprese) oppure che esse circolano nel solo mercato finanziario (ancora per il momento). Di conseguenza, l’unica causa del crollo del PIL è la riduzione dei consumi degli italiani, i quali stanno acquistando i beni e i servizi che davvero abbisognano e respingendo quelli inutili e inefficienti. Insomma, è in atto una fase di spurgo degli eccessi della nostra economia.

-   Tasso di inflazione: esso è dell’1,3% a fine marzo 2013 (+1% dall’inizio dell’anno). In 8 anni, il potere d’acquisto delle famiglie italiane è calato del 20% circa. Quindi, l’euro si svaluta costantemente anno dopo anno (purtroppo), ma per ora ad un ritmo molto lento (per fortuna).

-   Tasso di disoccupazione: a marzo 2013 esso si attesta a 11,5% (quello giovanile al 38,4%). La disoccupazione è aumentata dell’1,1% in un anno.

Alla luce di tutto ciò, i nostri politici cosa fanno? Discutono ancora sull’eliminazione sì o l’eliminazione no dell’IMU (eliminazione sì, è ovvio, di cos’altro si deve discutere?). Inoltre essi si domandano se tizio, oppure caio, andrà in galera oppure no, se ostacolare la libera espressione sul web oppure no; mamma mia, in che mani è il nostro futuro!


Postato il 18/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





taglio.jpg

Da mercoledì 8 maggio, il tasso di interesse in base al quale gli euro freschi di stampa vengono prestati dalla BCE al sistema bancario, è stato ulteriormente ridotto, passando dallo 0,75% allo 0,50%. Ciò significa che oggi, per le banche, comprare euro dalla banca centrale europea è più a buon mercato e ciò dovrebbe riflettersi sul costo dei prestiti bancari alle famiglie e alle imprese, il quale si dovrebbe ridurre di conseguenza. Almeno così è come ce la raccontano. Ma starebbero davvero così le cose? Secondo me, no!

Questa mossa era prevedibile; era solo una questione di quando ciò potesse accadere. D’altronde, l'attuale governatore della BCE ha dimostrato di saper fare solo questo: svalutare l'euro e "regalare" denaro alle banche. Ricordiamoci che egli, non appena fu nominato governatore della BCE, la prima cosa che dispose fu proprio una riduzione del tasso di interesse, dall'1% allo 0,75%. Inoltre, sin dalla sua nascita, l'euro non ha fatto altro che svalutarsi. Ovviamente, nulla a che vedere con la svalutazione ben più incisiva made in USA, Japan e UK (per fortuna, direi!).

Se ci si ferma alle parole del governatore della BCE si concluderebbe che l'intenzione sarebbe proprio quella di stimolare le banche affinché esse inizino a prestare i denari a famiglie e a imprese, in modo tale che la nuova moneta emessa venga riversata nell'economia la quale, secondo un assurdo pensiero, avrebbe bisogno di più moneta per riprendersi.

Io mi chiedo, se la riduzione di 0,25 punti percentuali effettuato all'inizio del mandato dell’attuale governatore non ha sortito alcun effetto significativo per la ripresa economica, perché un ulteriore taglio dello 0,25% dovrebbe fare la differenza ora, considerato che stiamo peggio di prima?

Molto probabilmente, le ragioni di questo taglio del tasso di interesse sono ben altre.

Dovete sapere che il tasso di interesse sul conto corrente che ogni banca europea ha presso la BCE, attualmente, è pari allo 0%. Cioè, avere un conto corrente presso la BCE, per le banche non costa nulla. Alla luce di ciò, si potrebbe concludere che se è vero che per le banche, comprare euro, da adesso sarà meno oneroso (buon per loro), è altrettanto vero che a queste ultime converrebbe di più che quei soldi acquisiti al nuovo e minor tasso dello 0,50% di interesse, stiano comodamente depositati presso la banca centrale (dove non costa nulla), anziché assumersi il rischio di prestarli ad imprese potenzialmente inadempienti, le quali navigano in un'economia profondamente incerta, come quella europea.

Di fatto, la convenienza per le banche a lasciare parcheggiati i soldi presso la BCE annulla gli effetti che il governatore vorrebbe che si verfichino sull'economia reale, a seguito di questo taglio del tasso di interesse. Con una simile contraddizione, come non si può pensare che il taglio del tasso di interesse sia un’operazione nuovamente a favore del sistema bancario e non dell’economia reale?

Analizziamo meglio la situazione. Il flusso dei capitali provenienti dall’estero ha ripreso a scorrere dall’America e dal Giappone verso l’Europa, a causa delle politiche di svalutazione che questi due paesi stanno adottando massicciamente, inducendo gli investitori a difendere il valore dei propri capitali, portandoli lì dove è più conveniente. Questa è la motivazione per cui i rendimenti dei titoli di stato europei continuano a restare molto bassi.

Detto questo, non dimentichiamoci che le banche europee si sono riempite di titoli di stato europei (soprattutto a seguito delle politiche di LTRO) e che, per esse, questi titoli rappresentano l’investimento più appetibile  rispetto a quello ottenuto in alternativa, cioè lasciando parcheggiati i propri denari presso la BCE (che ricordo essere nullo). Mentre di prestarli all’economia reale, non se ne parla per niente (troppo rischioso); lo abbiamo detto prima.

Ora che dagli USA e dal Giappone, gli investitori stanno acquistando titoli di stato europei, i prezzi di questi ultimi stanno salendo, ma il loro rendimento sta calando sempre di più. Quindi:

- le banche europee, le quali hanno fatto indigestione di titoli di stato, detengono in pancia titoli che, rivendendoli sul mercato, renderebbero di più, visto che il loro prezzo è cresciuto a seguito dell'aumento della domanda dall'estero;

- le banche europee potrebbero iniziare a non ritenere più conveniente continuare ad usare i denari della BCE per acquistare nuovi titoli di stato, i quali rendono sempre di meno;

- di conseguenza, c’è il rischio che le banche inizino a rivendere i loro titoli di stato, innescando nuovamente il problema dei debiti sovrani, il quale non è stato per nulla risolto, da nessun paese europeo.

Ecco quindi trovata una ragione ben più plausibile circa il taglio dello 0,25% del tasso di interesse. Ovvero, la BCE ha voluto rendere meno oneroso l’approvvigionamento di euro per le banche, così da  salvaguardare ancora la convenienza, per queste ultime, di continuare a comprare titoli di stato europei, evitando il rischio che esse rivendano agli stranieri quelli in loro possesso.

L'economia reale deve restare ancora al palo. Tutto questo per il bene delle tasche dei banchieri e dei politici. Cosa vi credevate?

Altro che aiuto all’economia reale! Qui si continua ad aiutare solo le banche ormai fallite e i governi ostinatamente spreconi.


Postato il 15/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





risparmiatori.jpg

Nel silenzio più assoluto dei giornali, il rating del Monte dei Paschi di Siena (MPS) è stato ulteriormente declassato da Ba2 a B2. Questo perché esisterebbero forti dubbi circa la capacità dell'istituto senese di restituire i 4 miliardi pubblici, prestati attraverso i Monti bond i quali, da aiuti, si stanno trasformando in vere e proprie spine nel fianco (leggete qui la notizia). MPS non è la prima e non sarà nemmeno l'ultima delle banche italiane che rischia di fallire a causa del vizio normativo che permette, ancora in Italia, una pericolosa commistione fra politica e banche (ho già avuto modo di relazionare sulla questione, alla convention "Contante Libero", lo scorso 10 febbraio a Bologna; leggi qui la trascrizione del mio intervento).

La preoccupazione circa le sorti del MPS starebbe crescendo così tanto, da indurre i dirigenti della banca a lanciare uno strano prodotto finanziario, di cui i risparmiatori dovrebbero nutrire non pochi sospetti; sto parlando del prodotto "Un Monte di Risparmi" (in questo post potete leggere la denuncia di Mercato Libero). L'operazione commerciale, probabilmente, è mirata a porre un freno alla grave emorragia di liquidità che il MPS starebbe subendo (pensate un po', i 4 miliardi dei Monti bond sarebbero serviti a poco e sarebbero già stati tutti inghiottiti dal buco nero della banca, tanto questo sarebbe profondo!). MPS vorrebbe raccattare quanta più liquidità sia possibile, invogliando i risparmiatori, in possesso di liquidità e di titoli, a sottoscrivere con l’istituto senese un contratto di prestito titoli in cambio di sconti sulle commissioni di gestione e del pagamento dell'imposta di bollo che sarebbe a carico di MPS (è spiegato qui). Quindi, il contratto che si sottoscriverebbe è un prestito titoli (non di gestione, non di deposito). Fate attenzione! Infatti, ciò che non viene detto all'ignaro risparmiatore, è che, sottoscrivendo il contratto relativo a questo prodotto, egli presterebbe i suoi titoli alla banca, la quale li farebbe suoi e, in caso di fallimento, il risparmiatore rischierebbe di perdere ogni diritto su di essi, con la beffa che egli non sarebbe mai considerato un creditore garantito, così come lo sarebbe il normale correntista, ma diventerebbe un creditore qualunque della banca, tenuto a sperare di recuperare quanto gli spetterebbe dalle briciole restanti da una probabile procedura fallimentare. La cosa assurda è che pare che non venga proposto alcun collaterale a garanzia di questa operazione, la quale sembrerebbe essere altamente rischiosa, considerate le cattive acque in cui versa MPS. In definitiva, grazie a questo prodotto, MPS si avvantaggerebbe acquisendo liquidità ad un costo nettamente inferiore rispetto a quello che sosterebbe se si rivolgesse sul mercato. Inoltre, la liquidità così raccolta, verrebbe nascosta al giudizio delle agenzie di rating, perché essa non confluirebbe negli indici di valutazione riguardanti il buono stato di salute della banca, così come lo sarebbe invece, se la raccolta avvenisse, per esempio, tramite un'emissione obbligazionaria. Il tutto, però, a scapito dei suoi clienti.

Attenti, dunque, a ciò che firmate con questi signori di una banca che sembra essere ormai alle pezze.


Postato il 10/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





roulette.jpg

(leggi Parte 1 di 3) - (leggi Parte 2 di 3)

Terza e ultima parte di Discussioni di Economia dedicato all’economia giapponese. Nella seconda parte ho analizzato il rapporto fra emissione monetaria e PIL e sfatato il mito secondo cui la deflazione sarebbe una minaccia per l'economia. Con questo post conclusivo, parlerò della pericolosa scommessa della banca centrale giapponese la quale ritiene di rilanciare l’economia del Giappone a suon di inflazione.

Quasi il 25% delle entrate fiscali dello stato giapponese è assorbito dal suo elefantiaco debito pubblico, per il pagamento dei relativi interessi (pensate solo che, per l'Italia la percentuale è di solo - si fa per dire - il 10%).

Secondo il recente annuncio della banca centrale del Giappone, il suo obiettivo sarà quello di aumentare l'inflazione al 2%. Tradotto significa voler raddoppiare l'attuale emissione monetaria e svalutare lo Yen, entrando così nella guerra valutaria, attualmente in corso fra USA, Regno Unito e Cina.

Come ho ampiamente detto più sopra, riprendere ad aumentare le banconote in circolazione significa rompere con la precedente e ideale situazione di stabilità dei prezzi, inflazionandoli allorquando quelle banconote in più tracimeranno nell'economia reale, attraverso massicce erogazioni di finanziamenti pubblici e mutui agevolati.

Il punto è anche un altro. Le nuove banconote emessa verrebbe ro principalmente cedute dalla banca centrale allo stato nipponico, in cambio di titoli di debito pubblico. Ciò stimolerà il debito pubblico giapponese ad incrementarsi ulteriormente e la previsione del raggiungimento, a fine anno 2013, della quota 250% del rapporto debito pubblico/PIL, diventa veramente realistica.

A questo punto, facciamo un semplice conticino. Gli esperti ritengono che, una volta che il costo del debito pubblico inizierà ad aggiustarsi ai tassi di interesse aumentati, gli interessi sul nuovo debito pubblico potrebbero giungere al 2,5%. Moltiplicando questa percentuale per quella dell'ipotetico debito/PIL previsto, ossia 250%, si ottiene 625 (in termini percentuali 6,25%). Ciò significa che per sostenere il debito pubblico in aumento, nei prossimi anni il PIL nominale del Giappone dovrà crescere del 6,25% l'anno, altrimenti il debito pubblico inizierà a fagocitare i redditi dei giapponesi. Obiettivo abbastanza arduo dato il trend discendente del tasso di crescita del PIL giapponese (vedi grafico n. 7)!

Guardate il grafico seguente. Esso descrive la curva dei prestiti delle banche al settore privato:

prestiti.JPG

Grafico n. 10. Prestiti al settore privato giapponese, dal 1990 al 2013 (Fonte: Bank of Japan)

Per più di un decennio, i prestiti ai privati sono diminuiti drasticamente, al fine di contenere i disastri provocati negli anni 80; gli anni dal credito facile e dagli investimenti mal allocati. Di conseguenza, c'è stata poca possibilità di investimento in attività innovative. Tali possibilità si sono ulteriormente ridotte anche a causa di un altro dato di fatto, molto più importante: la popolazione nipponica è preoccupantemente invecchiata e questa non è più propensa al risparmio così come lo era una volta. Guardate qui:

risparmio.JPG

Grafico n. 11. Tasso di risparmio del Giappone, dal 1970 al 2013 (Fonte: OECD)

Ciò ha causato:

-          sempre meno investimenti nei settori innovativi; facendo diminuire la qualità del Made in Japan rispetto alle economie emergenti che sono in forte crescita;

-          saldi negativi della bilancia commerciale, a partire dal 2010 (vedi grafico n. 5);

-          mancati rinnovi del debito pubblico, il quale viene ripagato ai relativi risparmiatori che ne fanno richiesta.

Ecco perché banchieri e politici giapponesi hanno pensato di percorrere la via più semplice per evitare l'irreparabile: aumentare l'offerta monetaria per poi far crescere il PIL nominale. Così il PIL crescerà come desiderato (artificialmente), ma non l'economia reale, la quale rimarrà al palo così come ho spiegato nella seconda parte del post.

A seguito della politica di incremento dei prezzi dei beni, decisa dalla banca centrale giapponese, gli effetti illusori di una crescita economica si manifesteranno in termini di un accrescimento della domanda di beni e servizi, dei consumi, della ripresa degli investimenti e di un'espansione delle esportazioni; il tutto, grazie ad una massiccia svalutazione della valuta giapponese. Ma questo avverrà solo temporaneamente e nel breve termine. Negli anni '80 i giapponesi pensarono di risolvere la crisi energetica proprio in questa maniera. Ma noi abbiamo visto, nella prima parte del post, i danni riportati da simili condotte (da ciò è evidente che i politici e i banchieri giapponesi non hanno ancora capito bene quella lezione).

I giapponesi vogliono combattere una deflazione che non c'è (leggi la seconda parte), che se anche ci fosse, sarebbe un connotato più che positivo anziché una minaccia, perché in un libero mercato, il crescente potere d'acquisto della valuta, ovvero il calo dei prezzi di beni e servizi, è il meccanismo che rende accessibile a molte persone una grande varietà di prodotti, aumentando così il benessere di sempre più consumatori.

Sostenere al rialzo il livello dei prezzi impedisce la diffusione di uno standard di vita più elevato. Questo è ciò che politici e banchieri hanno deciso per i cittadini giapponesi. Essi pomperanno nuova banconote e, a beneficiarne saranno le imprese emergenti grazie alla politica monetaria espansiva, mentre a risentirne saranno le imprese che fino ad allora hanno generato veramente ricchezza.

I beni consumati dai generatori di ricchezza non sono mai sprecati, perché finanziati dalla loro produzione. I consumatori di ricchezza, ossia coloro che ricevono ricchezza grazie ad un prestito agevolato, a prescindere dalla sua solvibilità, o ad un sussidio di stato, a prescindere dalla bontà della sua iniziativa,essi consumano e basta, senza la benché minima garanzia di produrre qualcosa di veramente utile in cambio.

Tutto va per il meglio finché c'è lo stimolo della banca centrale che emette banconte a profusione nell'economia. Ma quando essa interrompe il flusso di espansione monetaria, il trasferimento della ricchezza, dai produttori ai consumatori di essa, si interrompe. E' da allora che iniziano i guai economici causati dalla politica espansiva della banca centrale. La domanda si indebolisce, poiché i consumatori di ricchezza, non percependone altra e non essendo in grado di prodursela, riduce i consumi ed esercita una pressione sui prezzi al ribasso. Così la bolla si sgonfia e svela quanto la domanda stimolata nel periodo di espansione monetaria non fosse mai stata reale, cioè che essa non è mai stata finanziata da una effettiva ricchezza risparmiata, ma solo da pezzi di carta emessi in più rispetto alla reale crescita economica. Un po’ come accade a qualche sportivo il quale, anziché allenandosi, per aumentare le proprie capacità usa sostanze dopanti, con conseguenze certamente dannose per il proprio organismo, il quale resta comunque non allenato (e quindi troppo fragile) per sopportare la fatica che certi sforzi, quella sostanza, gli permette di compiere, anche se solo temporaneamente (finché l’effetto farmacologico non si esaurisce e si torna ad essere gli “incapaci” di prima).

Il ritiro della politica monetaria espansiva, permette ai generatori di ricchezza (imprese e risparmiatori) di arrestare le perdite subite durante il periodo di boom, i prezzi calano riflettendo così l'arresto dell'impoverimento dei generatori di ricchezza, i quali possono riprendere a soddisfare i reali bisogni dei consumatori, a prezzi sempre più accessibili per tutti.

La banca centrale del Giappone, annunciando di stimolare i prezzi dell'economia al rialzo, non risolverà il vero problema, ossia il grosso debito pubblico del paese, che sta condizionando l'economia giapponese a compiere sforzi e sacrifici anti economici. La politica decisa dalla banca centrale forse riuscirà a rialzare i prezzi dei beni e servizi, ma lo farà solo artificialmente (come lo farebbe una sostanza dopante nei confronti dello sportivo), ma ciò non rilancerà l'economia perché la nuova ricchezza sarà creata dal nulla, senza una corrispondente esistenza reale.

Solo la ricchezza reale (costituita dai risparmi reali e dai beni capitali efficienti) può finanziare nuove attività economiche generatrici di benessere (per approfondire il concetto, leggi questa favola).

 

 


Postato il 07/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





www.jpg

I politici cercano un pretesto per tentare di mettere le mani sul web, così da poterlo controllare. Ingenui! Ecco cosa avrebbe dichiarato l’attuale presidente del senato a Tg SKY24: “Si devono avere delle leggi che colpiscano i reati commessi attraverso il web di qualsiasi tipo, dall'insulto alla minaccia, all'ingiuria, alle cose anche più gravi. Occorre che ci sia una legge nazionale ma soprattutto una volontà internazionale. Questo soggetto dovrebbe essere proprio un ignorantone (di prima categoria, direi). Egli non sa che l’art. 612 del codice penale italiano contempla già il reato di minaccia. Egli non sa che l’art. 594 del codice penale italiano contempla già il reato di ingiuria. Le leggi esistono già, non c’è bisogno di inventarsene altre. Basta applicarle. Questo genio della politica dei giorni nostri è anche un magistrato. A costui gli chiederei: dove si trovava i giorni in cui all’università si insegnava legge? Egli continua dicendo "non si riesce a identificare [ndr. l’autore del reato] attraverso i server che si trovano in paesi come la Lituania o in Asia". "E' proprio la globalizzazione che non consente il perseguimento dei reati e questo bisogna fare in modo che finisca una volta per tutte". Il giorno in cui lei, non tanto stimato presidente del senato, sarà abbastanza potente da poter influire anche sulla legislazione dei paesi lituani e asiatici (certo, come no!), poi ne riparleremo. Ma tu guarda un po’! Ogni tentativo di controllare internet è destinato a fallire. In Italia ci provano ormai da anni (leggi qui). Internet ha gli anticorpi necessari per difendere la libera espressione delle idee dall’oppressione dei poteri politici. Con internet la gente esprime le sue opinioni e il suo dissenso. Grazie ad internet la gente reclama il cambiamento e pone le basi per le rivoluzioni culturali. E lo fa pacificamente. J. F. Kennedy disse “coloro che rendono impossibile una rivoluzione pacifica rendono inevitabile una rivoluzione violenta”. Già!


Postato il 04/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





deflazione.jpg

(leggi Parte 1 di 3) - (leggi Parte 3 di 3)

Questa è la seconda parte del post di Discussioni di Economia (DdE) dedicata all'economia giapponese. Nella prima parte del post ho raccontato un po' di storia economica del Giappone e ho illustrato le condizioni di sostenibilità del debito pubblico giapponese, le quali stanno venendo sempre meno. In questa seconda parte del post invece, analizzo il rapporto fra emissione monetaria e PIL. Inoltre proverò a sfatare il mito secondo cui la deflazione sarebbe una minaccia per l'economia.

A partire dal 1996, il Giappone non ha registrato alcuna diminuzione significativa dei prezzi (vedi il grafico sotto). Fra alti e bassi, possiamo dire che l'andamento di essi è stato pressoché piatto. Quindi, non esiste alcuna deflazione dei prezzi in Giappone. Esiste, invece, un invidiabile decennio di stabilità dei prezzi dei beni e servizi scambiati nella sua economia.

Grafico n. 6. L'inflazione giapponese dal 1968 al 2013 (Fonte: Ministry of Internal Affairs & Communications)

Questa dell'assenza di deflazione è una situazione fortemente auspicabile rispetto ad una circostanza opposta, in cui si registri un incremento generalizzato dei prezzi di mercato. Infatti i giapponesi, per oltre un decennio, non hanno sofferto cambiamenti significativi dei prezzi di mercato, perciò essi sono riusciti a difendere e a mantenere inalterato il potere d'acquisto dei soldi guadagnati col proprio lavoro. Questo è un positivo effetto economico che si ottiene quando non si inonda l'economia di ulteriori banconote, a fronte di una meno crescente produzione di beni e servizi. Ovvero, l'esatto contrario di ciò che la banca centrale del Giappone ha deciso di fare.

Però, è opinione diffusa quella di ritenere che il Giappone verserebbe in uno stato drammatico di stagnazione economica, per colpa della politica di restrizione monetaria, la quale avrebbe reso lo Yen sopravvalutato e, quindi, la causa della decrescita dello strategico export giapponese.

In primis, lo Yen si è rivalutato rispetto ad anni orsono, solo perché, ad essersi svalutate, sono state le altre valute mondiali (il dollaro innanzitutto).

In secundis, l'export giapponese sta venendo meno, non perché lo Yen non sarebbe più competitivo a livello internazionale, ma perché il Giappone non possiede più i capitali sufficienti per finanziare nuove e più innovative imprese, come invece riescono a fare i paesi emergenti quali Cina e India. Ciò perché l'enorme debito pubblico, costituito dai bond di stato acquistati a vagonate negli anni 80 dalla banca centrale del Giappone, sta attualmente sottraendo i risparmi dei cittadini dagli investimenti, assorbendoli in un buco nero grande quanto il 224% del PIL nazionale.

I guru dell'economia mondiale dicono che il Giappone deve preoccuparsi della sua bassa crescita economica, osservabile dal seguente grafico, che illustra il tasso di incremento del PIL nazionale e il quale, effettivamente, cresce sempre di meno:

Grafico n. 7. Tasso di crescita del PIL giapponese, dal 1970 al 2013 (Fonte: OECD)

Alla luce di ciò, bisogna chiarirsi su un paio di cose. Innanzitutto, si ha crescita economica allorquando sia riscontrabile un miglioramento dello stato di benessere, quando i beni e i servizi necessari alla soddisfazione dei bisogni siano sia più abbondanti e qualitativamente più efficaci rispetto ad un momento precedente, sia più accessibili a fronte di meno ore di lavoro necessarie per potersi permettere il loro acquisto.

Inoltre, è necessario essere consapevoli anche del fatto che il dato del PIL nominale, in sé per sé, non calcola la variazione di produzione fisica di nuovi beni e servizi, bensì esso calcola solo ed esclusivamente la quantità di denaro speso per l'acquisto di beni e servizi, in una certa nazione.

Di conseguenza, dedurre la crescita economica di un paese osservando l'andamento del PIL nominale è assurdo. Infatti se, ad esempio, rispetto all'anno scorso, i beni e i servizi di un paese oggi costano di più, il valore del PIL risulterà ovviamente maggiore quest'anno rispetto all'anno prima. Ma ciò non significa che sia aumentata la produzione, l'efficienza o la capacità di soddisfare la domanda da parte dei beni e servizi prodotti in quel dato paese e, quindi, che sia aumentato il benessere. Significa solamente che quest'anno la vita è costata di più e che bisogna lavorare di più per ottenere i beni di cui si necessita. Altro che benessere! Vi spiego perché.

Se rispetto all'anno prima, il PIL nominale è aumentato, significa che quasi tutti i beni e i servizi di un paese sono stati acquistati a prezzi più alti. Ma da che mondo è mondo, non è possibile attribuire la causa di ciò ad un incremento simultaneo della domanda, la quale si registrerebbe, contemporaneamete, in quasi tutti i settori dell'economia. Nella realtà non accade che la domanda di tutti i beni aumenti all'improvviso. Quindi non si può dedurre che le persone acquisterebbero di più e che quindi l'economia giri di più. Pensate che, in assenza di politiche monetarie che interferiscano con l'economia, il PIL nominale rimarrebbe pressocché stabile fra un periodo e l'altro. E se esso aumentasse, non potremmo dire che ciò sia accaduto in seguito ad un incremento generalizzato della domanda di tutti i beni e i servizi prodotti in un certo paese. Perché, lo ripeto, non succede questo nella realtà. Potrebbe essere mai possibile che ogni individuo, di un certo paese, in momenti non distanti fra loro, aumenti contemporaneamente la domanda di tutti i beni e i servizi offerti nell'economia, senza rinunciare a qualcuno di essi a favore di qualcos'altro? E' impossibile!

Facciamo un esempio. Immaginiamo un'economia in cui si commerciano solo 4 beni: 10 unità di caffè, 10 di thè, 10 di sigarette e 10 di sigarette elettroniche; tutti beni questi che costano solo un euro ciascuno. L'anno scorso sono state acquistate tutte le 10 unità di caffè, zero di thè, tutte le 10 unità di sigarette e zero di sigarette elettroniche. Il PIL, dunque, è stato di euro 20. Quest'anno la produzione non è aumentata; è esattamente come l'anno scorso ma, rispetto ad allora, 3 consumatori hanno sostituito il caffè con il thè mentre altri 3 hanno sostituito le sigarette con quelle elettroniche. I prezzi non sono variati e, nonostante siano cambiate le abitudini di consumo, anche quest'anno il PIL è rimasto a quota 20 euro e il tasso di crescita è stato pari a zero. Ma ciò non significa che l'economia sia in difficoltà: sono solo cambiate le abitudini dei consumatori, i quali chiedono al mercato nuove soluzioni per il loro benessere.

In questo esempio, il PIL sarebbe potuto aumentare se la produzione generale dei beni prodotti fosse cresciuta assieme agli acquisti. In tal caso avremmo anche potuto dedurre un'effettiva crescita dell'economia.

Ma un altro caso in cui il PIL sarebbe potuto aumentare, sarebbe stato quello di far incrementare, contemporaneamente, i prezzi di tutti i beni prodotti (e non solo quelli di alcuni). Nel nostro esempio, solo i prezzi del thè e delle sigarette elettroniche sarebbero potuti aumentare spontaneamente, mentre quelli degli altri due beni sarebbero potuti solo diminuire (compensando la variazione al rialzo dei primi due beni). Questa è la dimostrazione del fatto che la domanda non può mai aumentare per tutti i beni e i servizi contemporaneamente. A meno ché, non si emettano nuove banconote nell'economia, provocando un'inflazione dei prezzi. In quest'ultimo caso, registreremmo sì un aumento generalizzato dei prezzi, e quindi un incremento del PIL. Ma sarebbe solo artificioso; non sarebbe aumentato il benessere, perché sarebbe aumentato il costo della vita, i beni prodotti sarebbero stati sempre gli stessi e, i beni che prima erano accessibili a molti, non lo sarebbero stati più.

Quindi, i prezzi di un'economia aumentano tutti (o quasi tutti) simultaneamente e in tempi vicinissimi fra loro, non per cause naturali e spontanee, bensì solo se ci sia stato un incremento delle banconote in circolazione. In questo senso, le variazioni del PIL nominale ne sono semplicemente un riflesso e, per queste ragioni, il PIL è una statistica che non può dimostrare un'effettiva crescita economica, ma può solo fornire indicazioni sulla variazione della quantità di banconote in circolazione: se il PIL nominale aumenta, è aumentata la valuta in circolazione, se il PIL nominale diminuisce, è diminuita la valuta in circolazione, se il PIL nominale è stazionario, tutto procede nella normalità e nessuna forza esterna distorce l'andamento dell'economia.

Pertanto, ciò che non si vuol far capire è che, fintanto che l'economia giapponese sia riuscita a non far annegare i mercati di banconote emesse in eccesso,:

-          i prezzi sono rimasti bassi e stabili (vedi sopra, il grafico n. 6) e che il potere d'acquisto interno dello Yen è cresciuto a favore dei cittadini consumatori;

-          correggiendo il PIL nominale dagli effetti dell'inflazione, si nota che il prodotto interno lordo procapite annuale è realmente e costantemente aumentato negli ultimi anni (vedi il seguente grafico n. 8). Ma come è possibile ciò se abbiamo visto che il tasso di crescita del PIL decresce? E' semplice! La diminuzione del tasso di crescita del PIL mostrato nel grafico n. 7, non rappresenta la contrazione della crescita economica, ma indica la contrazione della crescita monetaria;

-          che la disoccupazione è tendenzialmente in diminuzione nell'ultimo decennio (vedi il seguente grafico n. 9);

-          che purtroppo i risparmi sono prevalentemente assorbiti dal costo del debito pubblico, anziché dalle imprese bisognose di ulteriori investimenti per migliorare la loro offerta;

-          che i risparmi non sono stati completamente distrutti, così come lo sarebbero stati, laddove si fosse aumentata spropositatamente la massa monetaria in circolazione, facendo così diminuire il potere d'acquisto della valuta in cui i risparmi sono espressi.

Grafico n. 8. PIL procapite giapponese a parità di potere d'acquisto, dal 1980 al 2013 (Fonte: World Bank)

Grafico n. 9. Tasso di disoccupazione giapponese, dal 2000 al 2013 (Fonte: Ministry of Internal Affairs & Communications)

Ora dovrebbe essere più chiaro a voi lettori, che (contrariamente a quello che ci insegnano) la stabilità dei prezzi aiuta l'economia a crescere. Essa non è nemica dell'economia, perché protegge il potere d'acquisto dei consumatori e non altera artificialmente le loro possibilità di risparmio. Non solo! Un calo dei prezzi (la cosiddetta deflazione) aiuta l'economia a crescere più velocemente, perché aumenta le possibilità di risparmio dei privati, oltre che al loro benessere. Tali maggiori risparmi poi, si rendono utili investendoli in maggiori e più efficienti beni capitali, i quali andrebbero a migliorare la produzione e l'offerta di beni e servizi ai cittadini. Ovviamente, sempre che le nuove ricchezze generate non siano aspirate da un debito pubblico del 224% del PIL, il quale ostacoli questo processo di miglioramento.

Prendete ad esempio il caso del settore della tecnologia; continuamente in evoluzione. Prodotti altamente tecnologici (PC, tablet, cellulari, televisori, ecc.), appena usciti sul mercato, sono accessibili solo per le tasche di pochi e facoltosi consumatori. Ma col passare del tempo, la natura vuole che sempre più persone riescono ad acquistarli a prezzi sempre più bassi (vuoi per la forte concorrenza presente nel settore, vuoi per il sorgere di una crescente richiesta, vuoi per l'accentuata capacità innovativa delle imprese che vi operano, vuoi per la bassa interferenza fiscale presente in questo settore). In un mercato come questo, dove i prezzi sono sempre in calo, non mi risulta che le imprese del settore stiano subendo perdite di profitto (anzi, quello tecnologico è il settore che non ha subito flessioni nonostante la crisi globale), come anche non mi risulta che, a causa della deflazione dei prezzi dei beni venduti, il settore non sia innovativo e non proponga continuamente nuove, divertenti e utilissime diavolerie tecnologiche, che migliorano il nostro benessere!

Di conseguenza, che cosa ci trovate di male in un processo di deflazione? Niente, se voi siete consumatori, produttori e lavoratori. Ma se siete banchieri o politici, ci si arriva benissimo (anche se costa molto tempo e studio) a capire quanto un processo deflazionistico disturbi i vostri progetti per arricchirvi (alle spalle di chi lavora) e per il consolidamento del vostro potere sui cittadini (magari di questo ne parlerò in modo più approfondito in un prossimo post, o in sede di commento).

Bisogna essere consapevoli del fatto che, un'emissione di banconote maggiore rispetto alla crescita della domanda di beni e servizi, crea più risparmi di quanto ne esistano realmente, distorcendo così la struttura degli investimenti, i quali si spingono oltre le reali possibilità di sostenimento della popolazione. Di conseguenza, si ha un sganciamento fra l'entità dei nuovi investimenti e i reali risparmi (che sono ben minori rispetto a quelli generati artificialmente dalle nuove banconote in circolazione).

Quindi, solo i risparmi reali riflettono l'effettiva sostenibilità dei nuovi investimenti di un certo paese, mentre le banconote di nuova emissione tendono solo ad illudere che ci sia più ricchezza da investire, quando in realtà essa non è mai stata prodotta. E quest'ultima, non essendo realmente presente, non permetterà ai consumatori di smaltire gli eccessi prodotti da investimenti che, solo dopo, risulteranno essere male allocati, perché magari inutili e non convenienti per le più esigue disponibilità delle tasche dei consumatori. (continua a leggere Parte 3 di 3)

Termina qui la seconda parte del post. Nella terza ed ultima parte, alla luce di quanto esposto fino ad ora, esprimerò le mie considerazioni conclusive circa la decisione della banca centrale del Giappone di innalzare il livello di inflazione dell'economia e quindi di svalutare lo Yen.

 


Postato il 26/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





interrogativi.jpg

Di questa democrazia non capisco una cosa.

Il popolo è sovrano? Sì, così c’è scritto.

Il popolo sceglie democraticamente i suoi rappresentanti in parlamento? Sì, così c’è scritto.

Le coalizioni di centro sinistra e di centro destra hanno riferito ognuno un diverso programma di intenti rispetto a quello dell’altro, e prospettato due distinte idee di governo? Sì, così è stato scritto.

A febbraio 2013, la maggioranza del popolo sovrano ha espresso, democraticamente, che i suoi rappresentanti debbano essere coloro che costituiscono la coalizione di centro sinistra, anziché quelli del centro destra? Sì, così è stato scritto.

Dunque, qualcuno mi può spiegare perché ad aprile 2013, agli italiani  tocca apprendere che il programma di intenti della coalizione vincente di centro sinistra non verrà attuato come promesso, e che invece ne sarà seguito uno alternativo?

Mi spiegate anche il motivo per cui il governo che si sta costituendo sarà composto anche da componenti facenti parte la coalizione di centro destra la quale, a suo tempo, ha riferito un programma per il governo del paese completamente diverso da quello della coalizione di centro sinistra e che, soprattutto, ha ricevuto la minoranza dei voti dei cittadini?

Sarebbe stato più corretto (e moralmente tollerabile) se, sin da febbraio, entrambe le coalizioni si fossero presentate già d’amore e d’accordo, così che i cittadini li potessero valutare allorquando questi avevano voce in capitolo con l’esercizio del proprio voto?

In queste ore, gli eletti stanno disegnando un programma di intenti e una prospettiva di governo completamente diversi rispetto a quelli che hanno promesso ai cittadini per essere da loro votati. Ora che i cittadini hanno già votato e non hanno più voce in capitolo, cosa dovrebbero fare? Dovrebbero cacciare via, con mazze e pietre, i sordi rappresentanti che loro stessi hanno votato, così come disse Sandro Pertini in un suo discorso? No, la violenza non è tollerata.

Allora forse, i cittadini si dovrebbero solo lamentare?

E perché mai i cittadini dovrebbero lamentarsi? Dopo tutto, questi bugiardi li hanno votati proprio i cittadini!


Postato il 24/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





fessura.jpg

Conferito per la seconda volta consecutiva, alla stessa persona, la presidenza della repubblica, oggi come non mai, abbiamo la fortuna di osservare come la democrazia esercitata nel nostro paese non abbia mai funzionato esattamente come generalmente si spera. Ciò è il frutto di un inciucio. Gli inciuci, nella politica italiana, sono sempre accaduti. E' solo che non sono mai stati così evidenti come lo sarebbero oggi. Forse grazie al fatto che, questa volta, ci sarebbe di mezzo un soggetto politico come il Movimento 5 Stelle (M5S) il quale non è interessato a coprire accordi e sotterfugi di partito perché, per ora, esso sfugge alle logiche tradizionali di potere, e quindi non cede al gioco di spartizione delle poltrone, a cui partecipano solitamente i partiti nostrani, pur di sedere in parlamento il più a lungo possibile. Quindi, grazie al M5S, abbiamo uno squarcio nel velo della menzognera politica italiana, attraverso il quale si intravedono i vergognosi intrighi di palazzo, rivolti solo a mantenere il potere nelle mani delle solite persone. L'evidenza che la democrazia non funzioni come si pensa, si deduce dal fatto che, in Italia, i cittadini hanno chiesto un cambiamento, mentre i rappresentanti da essi votati, stanno dimostrando di non volerlo questo cambiamento, anzi lo stanno ostacolando. Infatti, oggi che buona parte dei cittadini ha avuto la possibilità di indebolire il sostegno ai vecchi partiti, questi ultimi stanno soffrendo le pressioni di chi desidererebbe un cambiamento dello status quo. Sotto questa minaccia, l’ormai vecchia classe dirigente (PD e PDL in testa) si sta difendendo cercando di consolidare le posizioni che erano già acquisite fino al momento prima che il popolo si esprimesse contro di essa (e che, attraverso il voto, ha deciso di mettere in discussione), sopprimendo il desiderio del popolo la cui voce contraria, purtroppo per quest'ultimo, anche in democrazia non vale un fico secco. In che maniera starebbero ostacolando il cambiamento? Ebbene, la maggioranza dei parlamentari risponde alla richiesta di cambiamento dei cittadini che li hanno votati, riconfermando alla carica di capo dello stato sempre lo stesso esponente di quella classe dirigente che i cittadini volevano che venisse soppiantata perché incapace. Inoltre, essi stanno trovando il metodo più efficace affinché si formi un governo dalle caratteristiche completamente differenti da quelle prospettate in campagna elettorale e condivise dalla maggioranza degli eletttori che hanno votato. Il risultato è che, a due mesi dalle elezioni, il presidente della repubblica non è cambiato e che il governo in carica è ancora quello che gli italiani avevano prima delle elezioni (anzi si ventila l’ipotesi di sostituirlo con altri giurassici esponenti della nostra sciagurata elite politica). La debolezza della democrazia oggi, gli italiani la possono vedere. E' lì; è evidente. Chi non usa gli occhi per guardare, li userà per piangere.


Postato il 22/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





elefante.jpg

In questo nuovo post della rubrica Discussione di Economia (DdE), suddiviso in tre parti, analizzo dettagliatamente la situazione del Giappone, alla luce della recente decisione della banca centrale (BOJ) di svalutare la valuta giapponese (lo Yen).

Se si parla di crisi europea, c'è sempre qualche pagliaccio che, in TV o sui social network, per giustificare la teoria secondo la quale, incrementare il debito pubblico aumentando le banconote in circolazione non sarebbe un problema, suggerisce come un ebete di prendere ad esempio il caso del Giappone il quale, nonostante il suo elevato debito pubblico e grazie alla sua irrinunciabile sovranità monetaria, può aumentare a proprio piacere la quantità di banconote in circolazione, ritenendo di poter così scongiurare una crisi economica. Analizziamo seriamente il caso del Giappone, sconfessando definitivamente queste chiacchiere da bar.

E' la notizia degli ultimi giorni quella secondo la quale il governo giapponese ha imposto alla banca centrale del Giappone di portare l'inflazione del paese al 2% entro due anni (alla luce di ciò, chi crede ancora che ci sia una differenza fra una banca centrale pubblica e una privata, questa poi me la spieghi).

Dopo quasi vent'anni in cui la politica monetaria è stata molto cauta a non azzardare una simile operazione, considerato proprio il già enorme debito pubblico, pari a circa 224% del PIL nazionale, vedi il grafico seguente:

debito.JPG

Grafico n. 1. Debito pubblico del Giappone in percentuale di PIL, dal 1970 al 2013 (Fonte:OECD)

ora il neo governatore della banca centrale, nominato appositamente dal governo giapponese, annuncia uno spaventoso doppio incremento di emissione monetaria nell'economia, il quale sortirà l'inevitabile svalutazione della valuta nipponica; il tutto, dice il governatore (ma non è il solo a ritenerlo), per uscire da una situazione di presunta deflazione (cioè, di riduzione costante dei prezzi al consumo), la quale sarebbe il problema economico principale del Giappone.

Un po' di storia economica giapponese

Fino agli anni settanta, l'economia giapponese ha mostrato tutto il suo fervore e progresso, attestandosi come una delle più potenti economie del mondo. Poi ci fu la crisi petrolifera del 1973 e per l'economia giapponese non fu più tutto rose e fiori. E' negli anni 80 che il Giappone sembrò aver trovato la soluzione per una nuova crescita economica. Ma ciò non fu altro che fumo negli occhi, causato da una enorme emissione di banconote nel sistema, la cui euforia ebbe modo di esprimersi creando solo una bolla immobiliare (stile subprime, made in USA), pronta ad esplodere solo dopo che le banche giapponesi si resero conto di aver prestato denari per investimenti inutili ed antieconomici.

immobiliare.JPG

Grafico n. 2. Il mercato immobiliare in Giappone, per aree urbane, dal 1985 al 2012 (Fonte: Japan Real Estate Institute)

E così fu. Alla fine degli anni 80, inizi anni 90, la bolla del settore immobiliare scoppiò (vedi il grafico sopra) e, di questo, ne risentì anche la finanza nipponica (vedi il grafico seguente, relativo all'indice della borsa di Tokyo, che in 2 anni perse più del 50%):

nikkei.JPG

Grafico n. 3. Indice Nikkei dal 1984 al 2013 (Fonte: Yahoo! Finanza)

La bolla immobiliare e finanziaria degli anni 80 fu gonfiata niente di meno che dalla banca centrale del Giappone, la quale decise di adottare una politica prevalentemente di espansione monetaria, riducendo i tassi di interesse. Il ché permise un ingigantimento della spesa pubblica e un'espansione del credito, per cui i giapponesi potevano godere di lauti sussidi statali e meravigliosi finanziamenti dai bassi tassi di interesse, offerti da un generoso sistema bancario, il quale accettava di erogare prestiti anche in situazioni palesemente rischiose, dove le promesse di restituzione, con gli interessi, da parte dei beneficiari di tali prestiti, non sarebbero state mai mantenute.

Guardate l'alto livello del tasso di crescita dell'offerta di liquidità giapponese degli anni 80:

monetaria.png

Grafico n. 4. Aggregato monetario M2 giapponese, dal 1980 al 2013 (Fonte: Banca del Giappone)

La liquidità monetaria cresceva ad un ritmo compreso fra il 7% e il 12,5% l'anno. Poi, con lo scoppio della bolla, la banca centrale ha prontamente chiuso i rubinetti dai quali fuoriusciva nel sistema liquidità a tutta forza,  facendo registrare così un brusco calo della crescita monetaria, che è diventata pressoché stazionaria fino ai giorni nostri.

Dopo questo breve excursus storico, l’analisi che condurrò di seguito sarà orientata a dimostrare non solo che la tanto sbandierata auto sostenibilità del gigantesco debito pubblico giapponese sia una realtà a sé stante, per nulla rassicurante e per niente replicabile in altri contesti (soprattutto in quello italiano - fornendo così una risposta a coloro che sostengono il contrario; un chiaro segno circa costoro, di ignoranza oppure di mala fede). Dimostrerò anche che la tanto temuta deflazione giapponese in realtà non è mai esistita, che quest'ultima non è mai stato il problema del paese del sol levante (anzi!), che le vere preoccupazioni per il Giappone, invece, dovrebbero concernere la riduzione dei risparmi e l'enorme peso del debito pubblico che grava sulla sua economia. Infine, vedremo che la recente scelta della banca centrale giapponese di inflazionare l'economia è una pericoloso azzardo.

L'elefante nel negozio di cristalli

Come ho già detto più sopra, il debito pubblico giapponese si attesta al 224% del PIL. Per fortuna, i creditori di questo immenso debito sono costituiti, per circa il 90%, da investitori nazionali; prevalentemente istituti di credito e fondi pensione, seguiti dai piccoli risparmiatori.

Inoltre, osservate la bilancia commerciale dell'economia giapponese, descritta nel grafico seguente:

bilancia.JPG

Grafico n. 5. Bilancia commerciale giapponese, dal 1979 a 2013 (Fonte: Ministry of Finance Japan)

Dagli anni 80 fino all'anno 2010, la bilancia commerciale è stata prevalentemente positiva. Il Made in Japan, soprattutto quello tecnologico, ha invaso il commercio internazionale così come ora lo sta facendo quello della Cina. Il progresso tecnologico giapponese si è affermato ovunque nel mondo e la sua alta qualità e capacità di produzione l'ha resa competitiva in ogni dove.

Inoltre, il discreto tasso di risparmio, mantenuto dai giapponesi negli anni seguenti allo scoppio della bolla immobiliare (fino agli anni 2000), ha giocato a favore della sostenibilità del debito pubblico, potendo contare su una popolazione ben propensa a risparmiare.

Quindi, condizioni quali l'alto tasso di detenzione nazionale del debito pubblico, il buon livello di risparmio del settore privato e la costantemente positiva bilancia commerciale, finora hanno garantito al Giappone, per quasi vent'anni:

-       una bassa esposizione alla speculazione internazionale sul preoccupante indebitamento dello stato giapponese;

-       un afflusso continuo di capitali interni ed esteri nelle casse dello stato, tanto sufficienti da assicurare il pagamento del costo del crescente debito pubblico nipponico e il suo rifinanziamento.

Ora capite bene che il Giappone è come un enorme elefante che cammina in un negozio di cristalli, dove il venir meno di una sola di queste tre delicate condizioni (ricordo che esse sono quelle relative alla detenzione del debito pubblico, alla bilancia commerciale positiva e ad un sufficiente tasso di risparmio), lascerebbe l'economia nipponica schiacciata dal debito pubblico accumulatosi fin ora e che pende sulla testa dei giapponesi come una enorme spada di Damocle.

Alla luce di ciò, se cercaste di verificare se anche l'Italia possieda (o possa soltanto aspirare a possedere) simultaneamente queste stesse tre condizioni, che invece il Giappone ha vantato fino a qualche anno fa, vi rendereste conto di quanto sia assurdo ritenere l'esperienza giapponese esemplare per gli italiani, o addirittura comparabile. Quando ciò accade, è sintomo di ignoranza bella e buona, di colui che affermi ciò!... (continua a leggere Parte 2 di 3)

Mi fermo qui per ora. Nella seconda parte, di questo post della rubrica DdE, parlerò della presunta deflazione dei prezzi in Giappone e dell’irrazionale timore che certi esperti di economia incutono nella popolazione, circa la condizione di stabilità o di riduzione dei prezzi al consumo di un’economia.

discussioni.jpg

 

 


Postato il 18/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





parlamento.jpg

Ecco un altro provvedimento che rischia di sottrarre ancora più sovranità alla nostra nazione. Dopo l’adesione dell’Italia all’ESM e l’istituzione delle clausole CACs sui titoli di stato, ecco il Two-Pack previsto nel Patto di Stabilità e Crescita, approvato dal parlamento europeo il 12 marzo scorso. Secondo quest’ultima disposizione, gli stati membri si impegnerebbero a sottoporre alla Commissione Europea i bilanci nazionali relativi all’anno successivo, la quale non si limiterà solo a fornire raccomandazioni (come attualmente essa fa) ma avrà anche diritto di veto. Dunque, dal 2014, la Commissione Europea potrà pronunciarsi indiscutibilmente nei confronti dei singoli stati, al fine di richiedere cambiamenti sostanziali ai loro bilanci, di respingerli o di applicare sanzioni qualora lo stato membro non ottemperasse alle sue richieste. Voteremo politici che, di fatto, poco potranno realizzare di quanto promesso in campagna elettorale, a meno ché non vada tutto bene alla Commissione Europea, la quale invece non è eletta da nessun cittadino europeo (che cavolo votiamo a fare, allora?). Certo, gli stati restano sovrani e possono ignorare le pretese di Bruxelles. Ma ciò è così solo sulla carta, perché se uno stato membro avesse bisogno dell’aiuto dell’UE e dei continui interventi della sua banca centrale (vedi l’Italia), non si potrà mica pretendere dalla nostra effimera classe dirigente di tirare troppo la corda (caso Cipro docet). A meno ché, un domani, non ci si risvegli improvvisamente con politici di tutt’altra lega e dal pugno di ferro.


Postato il 10/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





depositi.jpg

Più di un lettore mi ha chiesto come si può capire se una banca sia più affidabile dell’altra. E’ una preoccupazione più che legittima, visto gli ultimi accadimenti verificatesi in quel di Cipro, dove i correntisti più facoltosi, senza avere alcuna responsabilità sull’operato della propria banca, ne stanno pagando le inefficienze. La composizione del capitale delle banche europee è estremamente variegata. Se si pensa al fatto che il totale dei prestiti e crediti, degli investimenti e delle riserve delle banche italiane superano di 3 volte il PIL nazionale rispetto alle banche del Lussemburgo, si potrebbe dire che le banche italiane siano molto più affidabili. Infatti, gli asset delle banche lussemburghesi hanno un valore pari a 22 volte e mezzo quello del PIL del paese. In base a questo criterio, le banche italiane sarebbero più affidabili anche di quelle maltesi, irlandesi, francesi, spagnole e, addirittura, anche di quelle tedesche.


(clicca per ingrandire)

Ma sarebbe una valutazione troppo superficiale questa, la quale indica sicuramente una sola cosa: che non c’è banca in Europa che uno stato europeo possa salvare, perché il reddito medio dell’economia europea è più piccolo di quasi 3 volte e mezzo le esposizioni bancarie. Un modo più efficace, ma assolutamente non definitivo (mi raccomando), per valutare dove versare i soldini che guadagnate faticosamente, sarebbe quello di calcolare la quantità di capitale posseduto dalla banca, il quale sarebbe in grado di assorbire le eventuali perdite dei suoi investimenti, senza dover intaccare gli interessi dei depositanti. Si tratta di calcolare il cosiddetto Core Tier 1, ossia il rapporto fra il capitale proprio della banca (capitale versato più le riserve e il fondo rischi generali bancari, meno le azioni proprie, l'avviamento, le immobilizzazioni immateriali e le perdite registrate) e gli investimenti bancari ponderati per il loro rischio. Più alto è il rapporto, più una banca sarebbe affidabile, perché significherebbe che quella banca avrebbe un’esposizione molto più contenuta rispetto al suo capitale.


(clicca per ingrandire)

Ma attenti, questo non è un metodo infallibile. Ad esempio, il Monte dei Paschi di Siena ha un Core Tier 1 pari a 11,30% (il ché sarebbe buono), ma non sarebbe ugualmente consigliabile fidarsi di essa, perché una banca che si diverte acquistando titoli derivati, che frequenta assiduamente le aule giudiziarie o che rischia di ritrovarsi commissariata, può avere un Cor Tier alto quanto vuole, ma resta sempre una gran bancaccia. Infine, prestate attenzione alla banca Carige (ultima in classifica), talmente sottocapitalizzata da avere un Core Tier 1 pari a 6,25%. Cha sia essa la protagonista del prossimo scadalo bancario italiano?


Postato il 03/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





catene.jpg

Dopo il rifiuto di Cipro alla richiesta dell'UE di tassare tutti i conti correnti, i cipriesi non sono più liberi di prelevare importi superiori a 300 euro al giorno. Non possono effettuare operazioni con l’estero per valori superiori ai 5 mila euro al mese e non possono lasciare l’isola con in tasca più di 1.000 euro. Ma questa non era l’Europa della libertà di circolazione delle persone e dei capitali? Misteri!

Saranno confiscati i conti correnti delle persone che detengono importi superiori ai 100 mila euro. A questi l’Europa vuole imporre di salvare le banche inefficienti di Cipro. Ciò che sta accadendo a chiunque abbia un conto corrente a Cipro, costituisce l'esempio perfetto che è in grado di spiegare quale tipo di timori mi hanno spinto a sostenere la campagna per il Contante Libero.

Immaginate di essere minacciati dal vostro stato, il quale abbia ratificato la confisca di una parte dei vostri soldi depositati sul vostro conto corrente bancario (esattamente come starebbe accadendo a Cipro). Quale sarebbe la vostra reazione istintiva? Sicuramente, quella di recarvi in banca e prelevare quanto ritenete essere vostro, pur di non esporre i vostri risparmi a ciò che per voi sarebbe un'ingiustizia. Ma se il vostro stato avesse abolito, per legge, il libero uso del contante, come avreste potuto difendervi da un simile sopruso?

Semplicemente, non avreste potuto.

Lo stato sa benissimo che i conti correnti sono uno strumento di tracciabilità dei movimenti di capitale senza uguali. Esso sa benissimo che attraverso i conti correnti, sarebbe particolarmente agevole, immediato ed efficace imporre un prelievo forzoso delle ricchezze dei cittadini. Lo stato sa benissimo che l'efficacia di tale colpo sarebbe ben più ampio se, anche il denaro circolante al di fuori del circuito bancario, fosse tracciato, così da poter essere confiscato al pari di come sarebbe possibile con quello già circolante elettronicamente. Lo stato sa benissimo anche che l'unico modo che il cittadino ha per sottrarsi da un'azione di forza del genere è quello di prelevare anticipatamente i suoi soldi, per custodirli in luoghi e in modi più sicuri.

Le banche, dal canto loro, da sempre hanno avuto un unico timore: la corsa agli sportelli dei correntisti sfiduciati dalla gestione dei loro depositi: vedi il caso di Cipro, dove le banche sono state costrette a serrare gli ingressi, per evitare che la gente intimorita ritirasse in massa, giustamente, i loro denari dai conti correnti. Inoltre, pare che alla riapertura delle banche cipriesi di stamane, erano presenti guardie giurate, incaricate dalle banche a vigilare le code dei correntisti disperati; come se questi non fossero i titolari dei conti correnti ma dei rapinatori! Guarda che assurdità mi tocca leggere!

Ecco perché, lentamente, si sta cercando di inculcare nella testa della persone che sarebbe necessario abolire il libero uso del denaro contante. Quella della lotta all'evasione fiscale è una scusa (in merito alla quale, nulla si risolverebbe in realtà; leggi qui). Il vero motivo per cui, la più influente classe dirigente del paese vorrebbe abolire il libero uso del contante, è quello per cui solo se tutti i denari in circolazione transitassero esclusivamente attraverso il canale bancario, lo stato avrebbe a disposizione, in qualsiasi momento, contezza di quanto potrebbe essere espropriato ai cittadini, con la più banale delle scuse, con immediatezza, con maggior potere di coercizione (visto che, ad ogni capriccio, lo stato potrebbe minacciare il cittadino di un immediato blocco del suo conto corrente) e senza possibilità di fuga da possibili soprusi di stato. Contemporaneamente, solo se fosse vietato l'uso del denaro contante, le banche avrebbero la sicurezza che non ci sarebbe mai più il rischio di una corsa agli sportelli da parte dei depositanti sfiduciati; per questo esse sarebbero più accondiscendenti nei confronti delle pretese dei governi.

Se a Cipro il libero uso del contante fosse completamente vietato, i cittadini non avrebbero avuto alcuna speranza di opporsi pacificamente alla decisione di un prelievo forzoso da parte dello stato, perché non sarebbe stato concesso loro l'esercizio dell'azione di ritiro dei propri soldi dalle banche (un'azione questa che, come ho detto in apertura, verrà ostacolata in ogni modo dagli istituti di credito). Stato e banche avrebbero potuto operare tranquillamente senza alcun disturbo, in barba ai diritti di proprietà dei cittadini risparmiatori.

Ma veniamo all’Italia. Il mio timore in merito a questa faccenda è alimentato dal fatto che, la riduzione del libero uso del contante, è un caposaldo del programma di 8 punti presentato dal centrosinistra italiano per ottenere il governo del paese. In campagna elettorale, lo stesso leader del centrosinistra (incaricato a formare il governo) ebbe modo di argomentare la questione, dichiarandosi favorevole alla riduzione dell'uso del contante per combattere l'evasione. Che sciocchezza! Come se a dirlo fosse il capo di un partito disinteressato alla gestione di una banca, senza che esso non abbia mai avuto propri rappresentanti nella fondazione bancaria che avrebbe permesso lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena (non ce lo siamo dimenticati, vero? Leggi qui).

Come ci insegna il caso di Cipro, le vere intenzioni della riduzione del libero uso del contante sono quelle di indebolire la posizione di chi risparmia, per esporlo più facilmente ai soprusi di stato e banche.

Si vogliono far pagare gli sprechi, le spericolatezze e le immoralità dello stato e delle banche, che hanno provocato questa crisi, ai risparmiatori. Si vuole far pagare a chi non ha colpa alcuna. E questo intento traspare anche quando si annuncia l'intenzione di applicare una qualunque forma di patrimoniale sulle ricchezze degli italiani. E anche questo purtroppo, il centrosinistra italiano, lo annuncia da mesi.

C'è un tale disprezzo e una tale invidia nei confronti di chi a fatica risparmia una vita, da indurre buona parte della classe dirigente attuale a proporre azioni politiche di depauperamento delle ricchezze private, anziché efficaci e concrete opportunità di incremento delle ricchezze e quindi del benessere degli italiani. Si vogliono eliminare tutti gli strumenti pacifici che questi ultimi dispongono per opporsi a simili ingiustizie.

Ma se non si avessero più gli strumenti pacifici di opposizione, quali altri strumenti resterebbero ai cittadini per ribellarsi? Chiedetevelo.


Postato il 28/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





zattera.jpg

I continui attacchi ai risparmi dei cittadini da parte degli istituti bancari (che invece dovrebbero salvaguardarli) e dei governi di stato (che invece se li dovrebbero scordare) - vedi il caso della confisca dei conti correnti di Cipro, la tendenza italiana alla riduzione del libero uso del contante e ai clamorosi messaggi del centrosinistra italiano di applicare patrimoniali - mi inducono a raccontarvi un breve storiella, che ritengo possa aiutarci a capire meglio che l’unica cosa in grado di generare ricchezza materiale e utile all’uomo è il risparmio. Nient’altro. Non le magie economiche come la stampa ad oltranza di banconote, non la sovranità monetaria allo stato anziché al popolo, non maggiori tasse e decreti sul lavoro svolto dai cittadini. Solo il risparmio genera ricchezza; e basta.

Salvatore era naufragato su un’isola deserta da sette giorni, stava guarendo da una ferita alla gamba e aveva deciso di costruirsi una solida zattera per abbandonare l’isola, affrontare il mare aperto e continuare così a sperare di trovare qualcuno che gli salvasse la vita. L’isola offriva legno e liane a volontà. Stessa cosa però non poteva dirsi del cibo. Sull’isola c’erano solo poche noci di cocco che crescevano su alberi molto alti e molto distanti fra di loro (fra un albero e l’altro, con una gamba non ancora guarita, Salvatore impiegava circa un’ora, un’ora e mezza di cammino per raggiungerli). Salvatore riteneva che per costruire la zattera, avrebbe avuto bisogno di 10 giorni di duro lavoro. Il problema di Salvatore, oltre alla gamba non del tutto guarita, era che se avesse lavorato tutto il giorno alla costruzione della zattera, non avrebbe avuto il tempo necessario per raccogliere l’unico cibo commestibile che cresceva sull’isola e potersi nutrire a sufficienza per recuperare le sue forze già esigue. Con quella gamba, Salvatore ci metteva quasi un giorno per raggiungere i singoli alberi, arrampicarsi su di essi e raccogliere le noci di cocco da mangiare. Per ottimizzare i tempi di raccolta, egli aveva bisogno di costruirsi una semplice scala, che gli avrebbe agevolato l’arrampicata e fatto risparmiare molto tempo e fatica. Per la realizzazione della scala, a Salvatore gli bastava un giorno di lavoro. Così egli decise di dimezzare il consumo di noci di cocco per i due giorni a seguire, così da risparmiare noci sufficienti per nutrirsi durante il terzo giorno, in cui egli si sarebbe dedicato esclusivamente alla realizzazione della scala. Così fece. Dopo tre giorni, grazie alla scorta che Salvatore era riuscito a farsi, risparmiando sul consumo di noci di cocco per soli due giorni, egli aveva finalmente realizzato una efficientissima scala. Con la sua preziosa scala, Salvatore raccoglieva più velocemente le noci di cocco e con molta meno fatica rispetto a prima. In soli tre giorni di raccolta, egli avrebbe potuto fare una scorta di noci di cocco tante quante ce ne sarebbero volute per nutrirsi durante i dieci giorni a venire, nei quali egli avrebbe potuto finalmente dedicarsi, esclusivamente, alla costruzione della zattera di salvataggio. Così fece. Dopo tre giorni di sola raccolta di noci di cocco, necessarie sia per nutrirsi che per accumularne abbastanza per i tanti giorni di lavoro che gli servivano, Salvatore si mise a costruire e, in dieci giorni, riuscì a realizzare finalmente la sua zattera di salvataggio. Fu così che Salvatore, soltanto risparmiando sul consumo giornaliero di noci, fu in grado di dotarsi di una scala. Ciò gli permise di arricchire notevolmente la sua raccolta di cibo nei giorni a seguire. Solo in questo modo, Salvatore poté risparmiare ancora più noci di cocco rispetto a prima, tanto da permettersi la costruzione di una zattera di salvataggio, che lo arricchì ulteriormente di speranza e di amore per la vita. Quella  zattera lo portò in mare aperto, poi fu avvistato da una barca di pescatori e infine portato in salvo.


Postato il 25/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





valore.jpg

(leggi Parte 1 di 2)

Dopo aver visto nella prima parte che cosa è una moneta, in questa seconda parte, vediamo da che cosa dipende il valore della moneta.

Il valore della moneta si esprime in termini di una moltitudine di beni e servizi, i quali sono potenzialmente ottenibili in cambio del bene che ha la funzione di moneta. Ma da che cosa è costituito il valore della moneta?

Per comprendere cosa costituisce il valore della moneta, aiutiamoci considerando, per questioni di semplicità, il caso di un’economia chiusa la quale non ha rapoprti con l'estero, dove si verifichi una variazione della quantità disponibile del bene usato come moneta.

Ciò potrebbe avvenire arbitrariamente (quando la moneta è costituita da banconote emesse dallo stato - o da una banca centrale - senza alcun riferimento reale) oppure naturalmente (quando la moneta è costituita da una merce di scambio, la cui scarsità in natura vincola la sua disponibilità, in base al fatto che se ne riesca a ricavare altra, oppure no, sulla terra).

Ebbene, nel caso in cui la quantità di moneta fosse maggiore rispetto ad un momento precedente (aumento dell’offerta di moneta), il valore della moneta diminuirebbe e i beni che prima si riuscivano ad acquistare tranquillamente con essa, all’indomani dell’incremento della sua quantità il relativo valore non sarebbe più sufficiente per l’acquisto di quegli stessi beni, per i quali ora, sarebbe necessaria più moneta rispetto a prima. Viceversa, se la quantità di moneta diminuisse (diminuzione dell’offerta di moneta), il valore della moneta aumenterebbe e i prezzi dei beni diminuirebbero, consentendone così l’acquisto utilizzando meno moneta rispetto al momento precedente alla riduzione della sua quantità in circolazione.

La teoria quantitativa della moneta cerca di spiegare questa relazione con la seguente e meccanicistica equazione:

MV=PT

dove M è la quantità di moneta in circolazione, P è un ideale livello dei prezzi, V è la velocità di circolazione della moneta e T è il numero di transazioni commerciali effettuate.

Per quanto semplicistica sia questa espressione, essa intende esprimere una sacrosanta verità: all’aumentare di moneta in circolazione, aumenta il livello dei prezzi dei beni e servizi. Sempre che V e T restino costanti; cosa che nella realtà non accade sempre e che quindi non rende l’equazione MV=PT in grado di descrivere in maniera indiscutibile una verità: cioè che l’aumento della moneta in circolazione fa aumentare il livello dei prezzi di mercato e fa diminuire il valore della moneta.

Sono i classici difetti della matematica quelli di non riuscire a spiegare la complessità dei fenomeni economici. La matematica, con le sue equazioni, ha il limite di scattare solo una fotografia della realtà, riuscendo a spiegare solo un certo momento di essa, considerando certe condizioni economiche come immutabili. Ma la realtà è in continuo divenire, non si ferma mai e ciò che la matematica considera come statico, nella realtà è un flusso continuo di operazioni che cambiano ripetutamente le condizioni di partenza.

Che cosa non illustra questa semplicistica equazione? Essa non illustra il fatto che la moneta emessa in più non giunge a tutti gli individui contemporaneamente e in maniera uguale. Inoltre, non si esprime il fatto che la variazione della quantità di moneta distorce la struttura dei prezzi e della produzione, relativi ai singoli settori dell’economia. Questi dati di fatto la matematica non li può tenere in considerazione, data la sua semplicità rispetto a tali questioni. Per superare questo limite, dobbiamo usare una metodologia differente e ben più efficace della matematica, ovvero la prasseologia, così da integrare l’equazione su citata.

Le persone accumulano moneta per poterla poi spendere in un momento futuro. Accumulare moneta significa domandare moneta per realizzare i propri progetti di breve o di lungo periodo, spendendola in base al suo potere d’acquisto futuro. Cosa è il potere d’acquisto della moneta? Il potere d’acquisto è il prezzo della moneta. Ma chi fa il prezzo della moneta? La fa chi domanda e chi offre moneta. E chi fa la domanda e l’offerta di moneta? La risposta è: la fa il suo potere d’acquisto, che è il punto di partenza della nostra riflessione.

Questo è ciò che il pensiero economico marginalista ha notato: ossia, l’esistenza di una circolarità logica circa gli elementi che definirebbero il valore della moneta.

Questa circolarità logica, non permetterebbe di andare oltre con il ragionamento, al fine di comprendere meglio da che cosa dipenda il valore della moneta.

Per interrompere questa circolarità logica, c’è un trucchetto.

Dal lato della domanda, bisogna considerare che la domanda di moneta attuale si esprime in base alla sua domanda e offerta espressa nei tempi passati, andando a ritroso fino a giungere al primo momento in cui quel mezzo di pagamento iniziò ad essere utilizzato come moneta; quando fu domandato per la prima volta, non più in base al suo valore d’uso, bensì come corrispettivo per una cessione di beni e sevizi.

Questo significa che il valore della moneta comprende una componente tramandata storicamente e che non ha alcun carattere oggettivo. Quindi il valore della moneta dipende dall’apprezzamento che gli individui, nel tempo, hanno espresso nei confronti di uno specifico mezzo di pagamento. Tali apprezzamenti riassumono i delicatissimi termini secondo i quali una certa moneta avrebbe assunto un certo valore rispetto ai beni e servizi e i quali sfuggirebbero a qualunque tentativo di determinare obiettivamente e in maniera pianificata il valore della moneta.

Dal lato dell’offerta invece, bisogna considerare che, il denaro di nuova emissione, apparso magicamente da un momento all'altro, non giungerebbe a tutti contemporaneamente e nello stesso modo. I primi soggetti a ricevere il nuovo denaro sono pochi rispetto al totale di un comunità e sono coloro che possono vantare rapporti diretti e più vicini, rispetto agli altri, al soggetto che ha il potere di creare e cedere la nuova moneta, attraverso la monetizzazione del debito pubblico, l’espansione creditizia oppure gli acquisti di mercato aperto.

Anche i prezzi dei beni e servizi, a seguito dell’aumento della moneta in circolazione, non salgono allo stesso modo e negli stessi tempi. Di conseguenza, i primi a ricevere la nuova moneta possono approfittare di acquistare a prezzi non ancora mutati, a danno degli ultimi prenditori di moneta, i quali acquisteranno gli stessi beni quando i prezzi saranno ben che cambiati rispetto a prima, a causa di una probabile e sconsiderata iniezione di nuova moneta.

Tutto questo provoca, di fatto, una ridistribuzione della ricchezza, dai soggetti che sono gli ultimi prenditori della nuova moneta emessa (ormai svalutata, perché presente in quantità superiori rispetto a prima) a coloro  che costituiscono i primi prenditori di essa, i quali hanno potuto acquisire nuove ricchezze ai prezzi non ancora mutati.

Se è vero che il valore della moneta si esprime soggettivamente in termini di innumerevoli beni e servizi, allora la moneta non ha la funzione di misurare il valore di detti beni e servizi. Infatti, la moneta ceduta in cambio di una bottiglia d’acqua non esprime il valore della bottiglia d’acqua. L’acqua è un bene preziosissimo per la sopravvivenza dell’uomo sulla terra. Essa è una ricchezza talmente importante che il suo valore sarebbe inestimabile. Eppure una bottiglia d’acqua la si paga con poche manciate di centesimi. Questo perché la moneta, anziché misurare il valore dell’acqua, essa è misuratore del valore dello scambio di beni e servizi (nel nostro esempio, di una bottiglia d’acqua).

Ecco perché la moneta non è una ricchezza, bensì solo un mezzo per trasferirla da un soggetto ad un altro o da un momento all’altro. Per questo, la moneta svolge una funzione delicatissima nella società, la cui corruzione provoca danni sostanziali ad una società che scambia beni e servizi. Ogni progetto monetario, il quale contempli in sé la possibilità di definire arbitrariamente la quantità di emissione della moneta, senza alcun riferimento reale, non è un progetto che favorisce la ricchezza di un paese, bensì un piano per distruggere la ricchezza di una certa categoria sociale a favore di un’altra.

Il valore della moneta può cambiare in base alle preferenze dei soggetti che la utilizzano nell’economia reale, rispetto alle preferenze e ai volumi esistenti di beni e servizi scambiati. Queste sono le condizioni per cui il valore della moneta cambia naturalmente; in maniera graduale e a piccoli passi, senza destabilizzare gli scambi fra le persone. Quando il valore della moneta (e quindi il suo potere di acquisto) cambia improvvisamente e con forte intensità, allora le cause non sono più naturali; dovute all’andamento dell’economia reale. Esse sono da attribuire a premeditate politiche monetarie che falliscono e provocano distorsioni sulla struttura dei prezzi di un’economia.

Esaurire l’argomento sulla moneta con sole due parti di Discussioni di Economia è impensabile. Continuerò ad affrontare l’argomento con i prossimi post di questa rubrica del Blog e che sono già in cantiere. Nel frattempo, per chi desidera approfondire la materia, segnalo di seguito una validissima letteratura di riferimento [1]

[1] Teoria della Moneta e dei Mezzi di Circolazione di Ludwing Von Mises - Edizioni Scientifiche Italiane

discussioni.jpg

 

 


Postato il 21/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





rapina.jpg

Rapina sventata. Il parlamento di Cipro ha detto no alle linee guida che l'Europa ha imposto per superare la crisi del debito sovrano, bocciando così l'impegno preso dal governo cipriese di confiscare quasi 6 miliardi di euro dai conti correnti degli isolani, in cambio di aiuti finanziari da UE, BCE e FMI. Questo di Cipro è un caso importantissimo perché offre agli europei l'evidenza dalla quale comprendere che:

1.      i risparmi devono essere difesi a tutti i costi. Invece, l'Europa e i governi complici sono pronti a fare davvero del male ai cittadini, derubandoli dei loro sudati risparmi pur di salvare banchieri e governi compiacenti, facendo pagare ai cittadini le crisi di cui questi ultimi non hanno alcuna colpa;

2.      la proprietà dei soldi versati in banca non è dei correntisti. I cittadini che versano i propri risparmi sui conti correnti perdono la proprietà dei loro soldi e la cedono alle banche, che ne dispongono come meglio credono, senza cautelare i depositanti;

3.      all'Europa si può dire di no. Quando le azioni imposte dall'Europa sono criminali, esse devono essere rimandare al mittente. Fessi la Grecia, l'Irlanda, il Portogallo e l'Italia, i cui governi accettano supinamente ogni veleno che l'Europa impone, spacciandolo per buona medicina, in grado di curare le rispettive crisi.

Davanti a questa evidenza, noi europei dobbiamo fidarci ancora meno delle banche e degli stati complici, e dovremmo iniziare a riflettere seriamente su chi sia veramente lo stato. E’ vero che lo stato siamo noi?Altro che “bocciato il prelievo forzoso” (così titolano i giornalisti nostrani): è stata sventata una rapina!


Postato il 20/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





prelievo.jpg

E’ gravissimo! Lo stato membro europeo di Cipro è sull’orlo del fallimento e, attraverso una tassa straordinaria, confischerà il 6,75% dei depositi bancari dei cittadini risparmiatori. I ciprioti che possiedono depositi bancari superiori a 100 mila euro, si vedranno confiscare invece il 9,9% delle loro ricchezze depositate. Un vero e proprio furto. Qualcosa del genere accadde già da noi, in Italia, nel 1992, quando gli italiani si videro confiscati il 6 per mille dei loro depositi in banca, per salvare lo stato dal rischio di fallimento. Quindi, il cittadino cipriota il quale possieda (ad esempio) 8.000 euro sul proprio conto corrente, si vedrà violata la propria libertà e derubato dallo stato di ben 540 euro. Solo così facendo, Cipro otterrà il salvataggio richiesto all’Europa (quantificato per una somma pari a 10 miliardi di euro), attraverso il meccanismo del Fondo salva stati (ESM), il quale fa così il suo triste debutto. Ciò, in cambio dell’impegno, da parte dello stato isolano, di attivare anche le politiche fiscali che BCE, UE e FMI riterranno necessarie affinché essa possa restituire il finanziamento ricevuto (quindi, addio alla tua sovranità, cara Cipro!). Insomma, il solito ricatto: io ti do i soldi ma poi tu fai come dico io (vedi il caso greco). Che bella questa Europa libera! Tanto libera da permettersi di violare un diritto fondamentale dell’individuo: la  proprietà privata! Il sistema creditizio di Cipro è entrato in crisi sostanzialmente a causa della svalutazione del debito pubblico greco imposta dalla stessa UE, dei cui titoli le banche cipriote sono strapiene e ne hanno subito le relative perdite. Il governo aveva deciso di sostenere la ricapitalizzazione delle banche nazionali indebitandosi tanto da far aumentare vertiginosamente il suo debito pubblico, il quale ora raggiungerà un rapporto debito/PIL di oltre il 140%. Il problema è che il PIL di Cipro non è sorretto dalla sua industria, ma è prevalentemente alimentato dai redditi provenienti dal settore finanziario, il quale è appunto in crisi e, di conseguenza, le possibilità di solvibilità di questo stato sono davvero molto incerte. Questa di Cipro è la dimostrazione del fatto che dello stato non ci si può fidare (nemmeno dell’Europa) perché, quando meno i cittadini se lo aspettano, esso può addirittura arrivare a decidere di allungare le sue mani nei conto correnti privati di essi e confiscare così i soldi depositati in banca degli ignari cittadini, pur di salvare dal precipizio gli amici dei politici corrotti: i banchieri. Pensate, se mai si vietasse ai cittadini il libero uso del denaro contante, per essi non ci sarebbe alcun modo di difendersi e di ritirare i propri risparmi, per metterli al sicuro altrove, in modo tale da sfuggire ai soprusi che lo stato può infliggere alla libertà di ogni cittadino. Le banche di Cipro resteranno tutte chiuse al pubblico per evitare la corsa agli sportelli. Il sogno dell’Europa libera è finito; da oggi l’Europa è un luogo a rischio di depredazione della proprietà privata dei suoi cittadini.


Postato il 18/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





borsellino.jpg

Vincenzo è un lettore del Blog e ha chiesto una mia opinione sulla proposta elettorale del Movimento 5 Stelle (M5S), riguardante il "reddito minimo di cittadinanza".

Innanzitutto, bisognerebbe chiedere al M5S cosa si debba esattamente intendere con questa sua proposta, vista la molteplicità di interpretazioni diramate dai suoi stessi esponenti, e con quali soldi intenderebbe realizzarla; se con maggiori tasse, con ulteriore debito, o destinando diversamente le già opprimenti tasse, senza per questo diminuirle. È oltre modo intuibile che il "reddito minimo di cittadinanza" dovrebbe consistere nel riconoscimento, da parte dello stato, di un presunto diritto del cittadino ad avere un reddito minimo di sussistenza, laddove egli non abbia la possibilità di ottenerlo diversamente.

Qualunque fosse la modalità di riconoscimento di questo reddito minimo e la sua erogazione al cittadino richiedente, un simile provvedimento provocherebbe, da un lato un incremento degli stipendi, dall'altro lato, purtroppo, un incremento della disoccupazione e dei prezzi.

Faccio un esempio. Se il reddito di cittadinanza fosse fissato, per decreto, a 900 euro, lo stato quantificherebbe per tale ammontare la soglia di indifferenza secondo cui un cittadino riterrebbe indifferente lavorare oppure no. Ciò significa che le imprese (le quali prima sostenevano un costo per il personale inferiore a questa soglia), al fine di rendere più conveniente ad una persona la scelta di accettare un'offerta lavorativa anziché starsene a casa e percepire comunque un reddito dallo stato, si ritroverebbero costretti a riconoscere ai lavoratori uno stipendio superiore ai 900 euro che lo stato già garantirebbe. Però, se le stesse imprese trovassero sconveniente continuare a produrre in un contesto dove i costi per le risorse umane devono essere necessariamente aumentati sopra la soglia dei 900 euro, esse potrebbero decidere di tagliare il personale in forza, interrompere le nuove assunzioni, o addirittura chiudere l'attività, provocando così, non solo disoccupazione, ma anche una tendenziale diminuzione dell'offerta di beni e servizi, la quale diventerebbe la causa dell'aumento dei loro prezzi di vendita. 

Ciò accadrebbe perché questi beni e servizi verrebbero offerti in minore quantità, da un numero inferiore di imprese attive, aventi una più bassa capacità produttiva. In definitiva, con 900 euro, ci sarebbe sempre meno benessere da poter acquistare. Ciò si verificherebbe perché l'incremento dei salari non avrebbe alcuna giustificazione economica per le aziende (infatti, l'incremento della paga dei dipendenti prescinderebbe dal fatto che le aziende abbiano aumentato o meno i propri ricavi).

Alternativamente, può accadere anche che l'azienda, al fine di coprire l'aumento del costo del personale, laddove le sia concesso un certo margine di intervento, si trovi costretta ad intensificare la produttività e tentare poi di spingere le vendite, contando sui vantaggi dell'economia di scala, stimolando però il consumismo sfrenato (quel fenomeno che tanto condanna il M5S, ma che con questa proposta alimenterebbe). Oppure, le aziende potrebbero applicare la soluzione più facile e veloce: ossia, aumentare deliberatamente i prezzi di vendita della loro produzione. Si comprende bene che, comunque sia, nel lungo periodo, la proposta del M5S, provocando un incremento dei prezzi di mercato, renderebbe vano e socialmente doloroso lo sforzo iniziale di determinare un reddito minimo, il quale non sarebbe più sufficiente a garantire la sussistenza degli aventi diritto, perché il costo della vita sarebbe ormai aumentato.

Quindi, il reddito minimo di cittadinanza costerebbe, non solo in termini fiscali (far pagare le tasse a coloro che lavorano e che si rendono utili alla società, per mantenere chi invece non lavora), ma anche in termini sociali (disincentivo a lavorare e a servire la comunità di appartenenza per migliorarla) e di maggiore costo della vita (aumento dei prezzi dei beni e servizi sul mercato, senza che ciò sia giustificato da un effettivo aumento della ricchezza della società).

Dopo il drammatico crollo del socialismo, si dovrebbe dare per acquisito che, su questa terra, pasti gratis non esistono e che, per risolvere i problemi, bisogna intervenire sulle cause di essi, non sulle conseguenze. A quanto pare, il M5S non lo ha ancora capito.


Postato il 14/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





monete

Noto, con una certa curiosità, che alcuni tentativi di far giungere sul dibattito nazionale la questione monetaria, non sembrano essere sostenuti da una seria consapevolezza di che cosa sia la moneta.

Con questo post della rubrica “Discussioni di Economia” (DdE), diviso in due parti, proviamo a capirne di più circa la moneta e il suo valore.

La moneta è un po’ come l’olio lubrificante di un’automobile: aiuta i meccanismi e gli ingranaggi delle operazioni di scambio di beni e servizi a ruotare senza attriti e impedimenti vari, in modo tale da far scorrere facilmente l’economia lungo le vie che portano verso la soddisfazione dei bisogni di ogni singolo individuo.

La moneta è quindi un’innovazione, vecchia di migliaia di anni, che ha permesso all’uomo di facilitare i comportamenti di sussidiarietà volontaria e che tipicamente si verificano nei liberi scambi commerciali. Essa ha consentito all’uomo di superare le difficoltà insite nella forma primordiale di scambio di beni e servizi, quale è il baratto. Infatti, se prima dell’invenzione della moneta si era costretti a scambiare le proprie quattro mele in eccesso con due uova, per fare una deliziosa torta ai bambini (ad esempio), c’era il rischio che questa opportunità di scambio (e di guadagno) non venisse colta, perché non c’era certezza di riuscire a trovare qualcuno che avesse, contemporaneamente, due uova da scambiare e il bisogno di mele. Così, le mele in eccesso sarebbero marcite e buttate via e la torta, per far felici i bambini, non si sarebbe potuta realizzare perché le uova necessarie non erano facilmente reperibili, pur avendo a disposizione quattro mele da scambiare che, purtroppo, nessuno, il quale avesse delle uova in più, avrebbe voluto.

Con l’uso della moneta, l’inconveniente su descritto si risolve velocemente ed efficacemente. E’ una conclusione banale ma, fidatevi, è sempre meglio ricordarcelo.

Infatti, c’è stato un momento, non facilmente definibile, in cui le persone hanno capito che la soluzione sarebbe stata quella di usare un bene in particolare, che fungesse da mezzo di scambio; una moneta, appunto. Qualcosa che potesse essere accettata da chiunque in cambio di beni e servizi. Nella storia dell’uomo, i beni usati come moneta sono stati innumerevoli: bestiame, pelli di animale, semi di una pianta particolare, metalli indispensabili alla vita di tutti i giorni, pietre belle e rare da trovare. Insomma, l’uomo ha usato come moneta tanti tipi di beni, purché essi fossero accettati dalla maggior parte degli individui che componessero una comunità.

La moneta, dunque, è una soluzione agli scambi fra individui che è nata spontaneamente, per soddisfare un’esigenza, ossia quella di risolvere il bisogno di migliorare le relazioni fra gli individui, affinché essi possano aiutarsi fra loro più facilmente ed efficacemente.

Di conseguenza, la moneta non nasce da un progetto di ingegneria sociale, studiato a tavolino da presunti super geni scesi in terra. E’ un’idea collettiva che nasce dall’istinto di una comunità  desiderosa di scambiarsi favori nel modo più efficiente per tutti. E’ un po’ come è nata la lingua di un popolo: per una necessità istintiva di comunicare sempre meglio le intenzioni, i pensieri e i fatti che un individuo desidera condividere con un altro individuo. Oppure come è nata la famiglia: per una necessità innata delle persone di condividere la propria vita con quella delle persone che più amano. Anche internet è nata in maniera istintiva, dal bisogno delle persone di comunicare velocemente con più soggetti, ovunque essi si trovino. Stessa cosa potremmo dire del diritto, della morale e così via.

Insomma, come la lingua, la famiglia, internet, il diritto, la morale, eccetera, la moneta è una vera e propria istituzione sociale, la quale è la rappresentazione e il risultato dalla libertà degli uomini di poter interagire spontaneamente fra essi, senza alcun ordine programmato, da nessuno dei loro simili. Pensate solo che se questa istituzione (quella della moneta) fosse stata pianificata da un singolo soggetto (o da un gruppo ristretto di soggetti), non avrebbe mai avuto il successo e la longevità che essa ha ottenuto nella storia dell’uomo. L’uso della moneta è una eredità che gli uomini hanno tramandato alle future generazioni, proprio per la sua comprovata efficienza nel risolvere una delle nostre basilari necessità di convivenza: quella di scambiarci beni e servizi.

Questo significa che una tale istituzione, evolutasi spontaneamente nei secoli, rappresenta una soluzione estremamente complessa, la quale considera aspetti e particolari della vita sociale non tutti percettibili dal genio umano che, se anche dotato di molteplici capacità, uniche sulla terra, non è in grado da solo di concepire l’idea e le particolari funzioni che deve avere la moneta, nonché delle specifiche e innumerevoli necessità da soddisfare, per tanti quanti sono gli individui con cui trattare, tutti con i loro rispettivi desideri, idee ed emotività che, tra l’altro, mutano continuamente nel tempo. E’ quindi impensabile ritenere che la moneta possa aver migliorato la vita delle persone e avere vita lunga, se essa fosse stato il semplice frutto dell'idea e della forza di coercizione di qualche soggetto più potente rispetto al resto di una comunità.

Per questo la moneta è un qualcosa che dovrebbe appartenere al popolo. Nessuna entità rappresentativa di esso (stato o banca che sia) dovrebbe assumerne il controllo.

Purtroppo oggi, la moneta delle economie di stampo occidentale, è tutt’altro che frutto di un atto spontaneo fra individui, in quanto essa è imposta per legge. E’ controllata da una entità (lo stato o una banca centrale pubblica o privata) che gode del monopolio di emissione della stessa e del potere di imporre ai cittadini una politica che determina di fatto il valore che la moneta debba avere nell’economia.

Immaginate se la lingua di un popolo, così come avviene attualmente per la moneta, fosse gestita da un organismo centrale che vari, a proprio piacimento, il significato delle parole, le regole di utilizzo e di pronuncia di esse, a prescindere dalla consuetudine d’uso. Sarebbe qualcosa di assurdo! E siccome la moneta è una istituzione sociale tanto quanto lo sia la lingua, altrettanto assurdo deve essere ritenuto il potere di gestire in maniera centralizzata la moneta, anziché lasciare la sua proprietà e il potere di utilizzo al popolo che opera quotidianamente sui mercati.

Ricapitolando, per il miglioramento della vita di una collettività, può essere suscettibile ad essere utilizzato efficacemente come moneta solo un certo tipo di bene (o merce), il quale sia facilmente cedibile da un individuo all’altro, in un determinato luogo e con maggiore frequenza rispetto ad altri beni. E quando la perspicacia di alcuni uomini porta essi ad adottare la strategia di accumulare quel tipo di bene ai fini di scambio, anziché come bene da ultimo consumo, ecco che nasce una moneta sana e incorruttibile. Nei tempi più recenti ciò è successo per merci particolari quali il bronzo, l’argento e l’oro. Monete nate in modi diversi da ciò (vedi quelle attualmente usate dai popoli occidentali), nel lungo periodo, sono destinate a provocare recessioni e conseguenti ingiustizie sociali di trasferimento della ricchezza da una categoria operosa ad un’altra più parassitaria.

La moneta è dunque una merce e come tale deve essere considerata. Così come lo è per qualunque altro bene presente sul mercato, la disponibilità della moneta non deve essere illimitata. E' per questo che ogni bene ha il suo valore. Anche per la moneta deve essere così; essa deve essere limitata (contrariamente a come è attualmente concepita), così da non essere suscettibile a brusche variazioni di valore, le quali determinano gli altalenanti e dolorosi cicli economici che periodicamente sperimentiamo.

Ogni quantità di moneta è ideale per far funzionare l’economia. E’ una idiozia credere che sia necessario aumentare la quantità di moneta in circolazione per far ripartire l’economia. Se così fosse, non ci sarebbe bisogno di fare calcoli economici e, ogni giorno saremmo più ricchi di prima. Pensate che, se improvvisamente la moneta in circolazione raddoppiasse, la ricchezza effettiva delle persone non cambierebbe. Sarebbe sempre la stessa, ciò che cambierebbe è solo il valore dell’unità di misura. E’ come se oggi misurassimo con un centimetro l’altezza di una persona, che a mala pena arriva a toccare con la mano lo stipite di una porta, mentre all’indomani misurassimo quella stessa persona con un centimetro dai valori sballati rispetto a quello usato il giorno prima; i valori della sua altezza cambierebbero ma essa sarebbe sempre quella insufficiente a consentire alla persona di toccare lo stipite della porta... (continua a leggere Parte 2 di 2)

Concludo qui questa prima parte di Discussioni di Economia (DdE). Nella seconda parte parlerò del valore della moneta.

discussioni.jpg

 

 


Postato il 12/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





dotti.jpg

(Guarda il video)

L’Italia è malata. I mercati finanziari vanno a gonfie vele mentre l’economia reale va a rotoli. Le tv si collegano con le borse per sapere come va ma non si collegano con la gente comune, nei mercati rionali, nei negozi. Finanza ed economia sono ormai due mondi diversi. Ci si preoccupa del primo e poco del secondo. Eccovi riassunti i risultati delle analisi sullo stato di salute del nostro paese: il debito pubblico è quasi giunto al 130% del Pil; molti degli enti locali sono in dissesto finanziario; oltre al debito pubblico ufficialmente divulgato, lo stato italiano ha debiti nei confronti delle aziende per qualcosa come 140 miliardi di euro; l'INPS ha un deficit di oltre 10 miliardi di euro (le pensioni delle nuove generazioni che oggi si affacciano al mondo del lavoro non sono più garantite). Inoltre, da uno studio di Unimpresa, tre aziende su cinque si indebitano con le finanziarie per pagare le tasse; dal 2007 al 2012 il Pil è crollato del 7%, la disoccupazione è superiore all'11%, quella giovanile arriva addirittura oltre il 38%. Il tutto, senza considerare i precari. Le ore richieste per la cassa integrazione ordinaria aumentano del 4,7% rispetto al mese scorso e del 28,6% rispetto ad un anno fa. La cassa integrazione straordinaria aumenta del 50,6% rispetto a 12 mesi fa. Il nostro è uno stato di lungodegenza e il prossimo governo, cari italiani, sarà chiamato non per gestire la ripresa economica ma per gestire il suo default. Gli interessi degli organi decisori dell’Europa e di coloro che vantano ingenti crediti dallo stato italiano consistono nel limitare il più possibile i danni ad essi causati dalla mala gestione del nostro stato, incapace ormai di autodisciplinarsi, la cui caduta può contagiare i paesi di tutta la zona euro. L’Europa si affanna per consigliare (si fa per dire), ad una Italia degente, le cure necessarie da adottare, i trattamenti di austerità da somministrare. Sono tutti riuniti al suo capezzale per capire come isolare i suoi malanni, affinché non faccia danni ulteriori ai paesi ad essa confinanti. Qual’è la vera soluzione? Guardate il video che ho realizzato con la canzone “Dotti, medici e sapienti” di Eduardo Bennato. Alla fine del brano l’autore grida l’estrema soluzione possibile, prima che sia troppo tardi. Sentitela, è divertentissima.


Postato il 09/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





abboccare.jpg

Italiani:

1) lo sapevate che le figure più importanti per le sorti dell'Italia sono: il presidente del consiglio, il presidente della repubblica e il governatore della banca centrale europea?

2) lo sapevate che secondo la costituzione italiana il popolo sarebbe sovrano?

3) lo sapevate che quelle tre figure non le votate voi, popolo presunto sovrano, bensì le persone che siedono in parlamento?

4) lo sapevate che con il vostro voto avete deciso solo quale gruppo di partito deve entrare in parlamento e non le persone che effettivamente ci sarebbero entrate?

5) lo sapevate chi avrebbe potuto vincere le elezioni italiane con questo sistema elettorale?

Certo che lo sapevate! Avete votato e adesso, se le cose non andranno per il verso che speravate, non lamentatevi; le persone in parlamento le avete scelte voi. Come? Non lo sapevate?


Postato il 25/02/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





sbornia.jpg

Da oggi le nostre orecchie possono finalmente riposarsi dalle scemenze proferite da politici di ogni sorta in campagna elettorale. Domani e lunedì si svolgerà la cerimonia democratica, con i cittadini che si recano alle urne, attraverso la quale, anche per questa volta, gli italiani se ne laveranno le mani dei problemi del paese e da martedì si ritornerà alla nostra triste realtà, affidata ai soliti farabutti di partito. Vediamola questa realtà. Nel mese di dicembre il debito pubblico, dopo aver sforato quota 2 trilioni di euro, è sceso, non per una inversione di tendenza, ma semplicemente per il maggior gettito derivante dall’IMU e per via di parecchi titoli di stato in scadenza proprio a dicembre e quindi stralciati a fine anno 2012. Come accade da decenni, quando nei primi mesi dell'anno il debito riprende a crescere, così sarà anche per questo 2013 (questo fenomeno ve l'avevo anticipato già 3 mesi fa; ricordate?). Il ritorno ad un governo politico potrà consentire agli italiani un certo allentamento della stretta fiscale (speriamo!), provocando però qualche campanello d'allarme ai suoi creditori, i cui animi si erano placati proprio grazie alla garanzia di depredazione dei redditi degli italiani, assicurata da un governo tecnico. Laddove ad un allentamento della stretta fiscale non corrispondesse una politica di riduzione della spesa pubblica (e a giudicare dai programmi elettorali, ho i miei dubbi che essa diminuirà), il panico fra i creditori dell’Italia si farà nuovamente sentire. La BCE, dopo aver incamerato nel proprio bilancio più di 100 miliardi di titoli pubblici italiani, non è riuscita a calmierare l'incessante incremento dei loro rendimenti e, così, si è ritrovata costretta ad attivare il piano di aumento della base monetaria dal nulla, con il piano LTRO, risultato poi fallimentare per l’economia, e infine a promettere la sua intenzione di attivare la manovra OMT, la quale non è ancora effettivamente partita e che, fino ad oggi, si è rivelata essere un mucchio di parole, utili solo a far guadagnare un po’ di tempo in più per la risoluzione della crisi italiana. Così, le banche sono state salvate dal fallimento, gli indici di borsa hanno ripreso a crescere, tutto il mondo della finanza è rimasto contento, però; nella vita c’è sempre un però. Infatti, se il mondo della finanza ha ripreso a respirare, l’economia reale è ancora più soffocata di prima. Tutti (e dico, tutti) gli indici economici dell'Italia sono negativi. Tasso di disoccupazione schizzato al 13,4% (cassaintegrati compresi), il valore del PIL è letteralmente crollato (-2,2% rispetto al 2011) e l'inflazione è al 2,4% l'anno (mentre la sua discesa di gennaio è dovuta solo all'aggressività dei saldi di fine stagione). Tenuto presente tutto ciò, secondo voi ci si dovrà rivolgere al prossimo capo del governo dell’Italia per uscire da questo baratro? Macché! Italiani, pensate davvero che il vostro voto sia utile ad eleggere una persona che abbia i poteri sufficienti per risolvere la crisi di casa nostra? Certo che no! Non lo sapevate? Italiani, ci si dovrà rivolgere a chi ha scongiurato il peggio fino ad oggi; ossia, al governatore della Banca Centrale Europea. E quello non lo votate mica voi. Già! Non è previsto che, colui il quale possa cambiare le sorti della nostra economia, sia votato dai cittadini italiani. Eh no! E con le pressioni tedesche sulla BCE, che riprenderanno, statene pur certi, torneremo di nuovo al punto di inizio della crisi. Davanti ci saranno solo due scelte: o promuovere la trasformazione della BCE in una sorta di FED all’americana (e in tal caso vedremo ulteriormente prolungata l’agonia dei poveri cittadini, che vivranno la svalutazione della moneta, l’incremento del costo della vita e dei debiti sovrani), oppure provocare una rottura del sistema euro, la quale potrà sancire una più rapida coclusione di questo fallimentare progetto europeo. Chi vivrà vedrà!


Postato il 23/02/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





caveau.jpg

Riferendosi allo stato italiano e al suo debito pubblico, un lettore mi chiede "[…] perché non si vende l'oro delle riserve, invece di vendere "i gioielli di famiglia", quali isole, caserme, palazzi eccetera? L'oro si può ricomprare, "i gioielli di famiglia" no. E quanto oro ha l'Italia? […] Un pensionato di Brindisi"

Per il World Gold Council, lo stato italiano possiederebbe circa 2.451,8 tonnellate d'oro, per un controvalore in euro di circa 96,8 miliardi di euro. Tutto quest'oro sarebbe fisicamente depositato in lingotti, prevalentemente, in Italia, nei forzieri della Banca d'Italia. Si consideri, inoltre, che l'oro costituisce il 72% delle riserve di valore della Banca d'Italia. Cosa significa? Significa che, fra i beni i quali si considerano, a livello internazionale, capaci di conservare il loro valore nel tempo (valute straniere e metalli preziosi), l'oro costituisce una fetta importantissima per l'Italia. Infine, si consideri anche che, nel mondo, l'Italia è la terza nazione dopo USA e Germania ha detenere più oro di tutti.

La disponibilità delle riserve auree italiane è fortemente condizionata da vincoli internazionali. Si consideri anche che di tutto l'oro italiano depositato in Italia, circa 60 tonnellate non sono di proprietà della Banca d'Italia (delle quali non ne ha la disponibilità, né tanto meno lo stato italiano) bensì esse sono di proprietà della BCE. Inoltre, le banche centrali aderenti al SEBC, sottoscrittori del Central Bank Gold Agreement (e la banca centrale italiana è una fra questi), sono vincolate nella decisione del quantitativo annuale di smobilizzo del proprio oro. Infine, alcuni esperti del settore riferiscono che molte delle tonnellate d'oro italiano, pur se fisicamente depositate presso la Banca d'Italia, negli anni, sarebbero state cedute come garanzia o usate come collaterale, nelle operazioni finanziarie fra le banche centrali di tutto il mondo, prevalentemente al fine di condizionare le quotazioni di mercato dell'oro, a favore delle rispettive valute. Insomma, le condizioni per poter disporre liberamente dell'oro italiano non sono così semplici quanto si crede.

L'ultima rilevazione sul debito pubblico italiano ci dice che esso è di circa 1.988,4 miliardi di euro. Se si smobilizzassero i 96,8 miliardi di oro italiano per pagare il debito pubblico, l'impatto sarebbe di un modesto -4,8%. Diciamo che non sarebbe un gran ché come risultato! Anche volendo smobilizzare tutto questo oro, ricordiamoci che, secondo le disposizioni comunitarie europee, le banche centrali non possono finanziare direttamente il debito pubblico degli stati membri. Di conseguenza, l'operazione violerebbe i trattati europei. Inoltre, la riserva d'oro che l'Italia possiederebbe costituisce la garanzia di ultima istanza della nazione a livello mondiale. Se un giorno tutto l'attuale sistema monetario (basato essenzialmente sul dollaro) saltasse per aria, l'oro posseduto sarà il solo bene di riferimento a fungere da moneta. Intaccare le riserve auree sarebbe un po' come raschiare il fondo del barile e, per questo, le autorità monetarie si guardano bene dal far passare un messaggio tanto negativo al mondo intero.

Il lettore accenna un confronto fra l'oro e i "gioielli di famiglia", preferendo lo smobilizzo del primo piuttosto che quello dei secondi. Innanzitutto, volendo, sia l’oro che i "gioielli di famiglia" si possono vendere e poi riacquistare, tutte le volte che lo si desidera; basta accordarsi liberamente con la controparte sul corrispettivo da cedere in cambio. L'oro ha una funzione naturale che isole, caserme, palazzi, ecc. non hanno; l'oro è un bene che può fungere, meglio di qualsiasi altro, da mezzo di scambio. Certo, fra un chilo d'oro e un campo coltivato, quest'ultimo è sicuramente più utile per tirare a campare. Ma la questione sull'oro è una questione valutaria e non di valore d'uso. La riserva d'oro di uno stato ha più a che vedere con la sua capacità di condizionare il valore della valuta fiduciaria o a contribuire alla rinascita dell’economia, in caso di fallimento dell'esperimento sociale basato sulla moneta fiduciaria, più che con la sua capacità di ripagare il proprio debito pubblico (che, come abbiamo visto poc'anzi, essa è decisamente scarsa).

Il fatto che il 72% delle riserve di valore internazionale italiane sia costituito proprio da oro e che la sua moneta non sia una valuta di riserva mondiale (tanto quanto lo rappresenti oggi il dollaro) potrebbe essere visto anche come un indice di debolezza della propria economia all'interno di un sistema monetario fiduciario così come lo è quello odierno. La difficoltà italiana ad aumentare significativamente le esportazioni rispetto alle importazioni, tanto da poter raccogliere maggiori valute straniere, da aggiungere al proprio oro, così da incrementare le riserve di valore internazionali possedute, non consente di ottenere un più elevato quantitativo di riserve diverse dall'oro, da cui attingere prioritariamente in caso di crisi finanziaria, così da rimandare a tempi più remoti le considerazioni di smobilizzo dell'oro. Quindi, vendere l'oro per il ripagare il proprio debito pubblico, per un paese significa essere arrivati alla frutta.

In conclusione, ritengo che per chi attualmente detiene il potere di governo di una nazione, sarebbe da sprovveduti un'operazione di dismissione delle riserve auree possedute, perché sancirebbe l’inizio della fine del suo potere su una nazione irrimediabilmente indebitata. Soprattutto alla luce della guerra valutaria in corso fra USA, Giappone e Regno Unito, che nei prossimi mesi spingerà il valore del metallo giallo ad una nuova corsa verso l'alto. Ciò detto anche in considerazione del fatto che lo stato italiano continua a non godere di buona fiducia nei confronti dei suoi creditori (checché  se ne dica in televisione o sui giornali).

Direi infine, che, se mai si arrivasse all'estrema soluzione di vendere l'oro italiano posseduto dalla Banca d'Italia, questo significherebbe che, finalmente, il sistema della moneta fiduciaria (in cui il denaro utilizzato circola per disposizioni di legge e non per una sana e spontanea scelta di mercato) sarebbe arrivato alle battute finali. Significherebbe anche l'epilogo dell'autorità di stato e del sistema economico così come oggi noi li conosciamo. A quel punto auspicherei che l'oro italiano fosse venduto ai cittadini italiani, i quali si liberebbero definitivamente delle banconote divenute ormai cartastraccia e acquisirebbero come corrispettivo il bene per eccellenza che meglio di tutti può essere impiegato come mezzo di scambio all’alba di una nuova economia; l'oro, appunto.


Postato il 22/02/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





polli.jpg

L’Italia sta decadendo anno dopo anno. Non mi riferisco solo dal punto di vista economico ma anche da quello culturale e morale.  Quello dell’Italia è un lento declino. I suoi cittadini cuociono a fuoco lento in un brodo fatto di corruzione, speziato di generale irresponsabilità. Quando gli italiani saranno cotti a puntino, non se ne saranno nemmeno accorti. Fra una settimana, gli italiani andranno a votare perché hanno abboccato nuovamente all’amo dei soliti noti che ora promettono ciò che fino a qualche mese prima avrebbero potuto benissimo fare. Gli stessi che, per più di vent’anni, hanno ripetutamente avuto la possibilità di evitare il disastro a cui gli italiani ora assistono attoniti. Oggi questi si ripresentano alle elezioni, più sfacciati che mai, a chiedere agli italiani di legittimarli a completare l’opera di depauperamento delle ricchezze prodotte dai cittadini più operosi. Dopo anni di noia, durante i quali le decisioni le hanno prese gli altri, finalmente i cittadini italiani si abbandoneranno all’euforia di prendere, almeno una volta ogni tanto, una decisione che li riguarda; su chi dovrà governare questo sciagurato paese e renderlo migliore. Non vi rendete conto, che così facendo, vi rendete complici di questo lento declino? Italiani, fate una cosa: se proprio non ce la fate a resistere all’euforia delle elezioni, evitate di votare il meno peggio. Perché è proprio il meno peggio, cioè il migliore dei peggiori, cioè il pessimo, a rendere questo declino una lenta agonia per noi cittadini. Votate il peggiore. Quello che potrebbe farci il favore di accelerare questo declino, ormai inarrestabile. Italiani, non fate gli italiani; non scegliete il mediocre. Fate una scelta coraggiosa. Scegliete colui che potrebbe provocare  sin da subito uno shock tale da riuscire a svegliarvi e poter riprendere finalmente il controllo delle vostre vite. Altrimenti si continuerà a votare con l'illusione di legittimare nuovi governi e nuovi presidenti, per poi riconoscere di non aver cambiato nulla e nessuno di coloro che attualmente già siedono sulle poltrone del potere; dovranno passare veramente altri anni di soprusi, inflitti sempre dalle stesse persone al governo, con gli stessi vecchiacci a presiedere il paese.


Postato il 18/02/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





convention.jpg

Lunedì, a Bologna, si è tenuta la convention per il Contante Libero. Io c'ero e sono intervenuto assieme agli altri blogger che sostengono la campagna per il libero uso del contante.

Il mio contributo alla serata ha riguardato il tema delle fondazioni bancarie e dell'allarmante rapporto che in Italia intercorre fra politica e banche, il quale produce sperimentazioni sociali, uniche al mondo, come quello di privare i cittadini del libero possesso del denaro contante.

Quello delle fondazioni bancarie è un argomento attualissimo; pensate solo al recente scandalo riguardante l'istituto di credito italiano Monte dei Paschi di Siena, che lo vede coinvolto in una situazione di mala gestione. Di questa vicenda, dalla quale nei prossimi mesi dovremo aspettarci delle belle, solo due cose sono certe:

-          che l'ingerenza dei partiti nelle banche è più viva che mai

-          che i danni e le perdite prodotti da tale intreccio non li pagano i responsabili, bensì gli ignari cittadini

Il mezzo con cui oggi i partiti politici italiani controllano gli istituti bancari è quello costituito dalle fondazioni. Esse sono enti "mostro" che la legge definisce essere di natura privata e senza scopo di lucro. Le fondazioni bancarie godono di ampia autonomia gestionale e statutaria e la loro attività è finalizzata al raggiungimento di obiettivi di utilità sociale. Intenti nobili questi, ma le fondazioni bancarie sono anche altro. In realtà, esse sono cellule politicizzate, periferiche dei grandi partiti nazionali, le quali di fatto influiscono sulle decisioni gestionali delle banche ad esse partecipate, spesso controllandole e guidandole al raggiungimento di obiettivi di matrice tutt'altro che di buona gestione.

Fino al 1990, le banche italiane erano pubbliche. Esse, non solo raccoglievano i risparmi e gestivano il credito, ma erano enti finalizzati a funzioni sociali e il reddito da esse prodotto era indirizzato allo sviluppo sociale, su decisione dei partiti i quali si avvicendavano alla guida di esse. Erano gli anni della prima repubblica e questo consolidato rapporto incestuoso fra politica e banca produsse la vergogna che noi tutti conosciamo, fatta di tangenti e corruzione.

Per mettere fine alle indecenze della prima repubblica, l'Italia fu costretta a recepire una direttiva della comunità europea, che imponeva ai singoli stati membri di privatizzare il sistema bancario.

Per la corrotta politica italiana, ciò rappresentava una seria minaccia al controllo che essa ha sempre esercitato nei confronti delle banche, agevolati proprio dal fatto che le banche fossero enti pubblici e quindi sotto il controllo statale.

Con la legge Amato (L. 218/1990), le banche pubbliche furono privatizzate e trasformate da enti pubblici a società per azioni. In pratica, le banche pubbliche italiane venivano scorporate: da una parte si creava l'istituto di credito vero e proprio, operante sotto la compagine di S.p.A. e orientata al profitto, dall'altra si creava la fondazione bancaria, alla quale lo stato affidava le azioni delle neonate banche private, con l'obbligo di detenerne il controllo assoluto, percependone così i dividendi in ragione della quota di capitale posseduta, senza che essa interferisse con la gestione dell'attività creditizia della banca controllata e destinando i redditi così realizzati per promuovere lo sviluppo sociale.

In pratica, la legge Amato recepì il dettato della comunità europea, col quale si chiedeva un sistema bancario privatizzato. Ma in Italia ciò fu fatto solo in maniera formale. Le banche italiane, seppur trasformate in S.p.A., continuavano ad essere controllate da enti pubblici: della neonate fondazioni bancarie.

Questo aborto normativo è alla base dell'attuale cordone che lega ancora la politica italiana ad alcune delle più importanti banche italiane. E non sono stati sufficienti gli interventi normativi successivi alla legge Amato per risolvere un simile vizio.

Infatti, 4 anni dopo, con la legge Dini (L. 474/1994), le fondazioni furono obbligate a dismettere le proprie partecipazioni negli istituti di credito a cui facevano riferimento, per portarle al di sotto del 50%. Nel 1998 la legge Ciampi (L. 461/1998) definisce le fondazioni come soggetti di diritto privato non profit, senza scopo di lucro e aventi ampia autonomia gestionale e statutaria.

Si osservi il questo grafico. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena possiede il 34,9% del capitale dell'istituto bancario senese, quota sufficiente questa per poterlo controllare. Stessa cosa dicasi per la fondazione Compagnia di San Paolo che, con appena il 9,7% del capitale posseduto, controlla Intesa-San Paolo assieme ad altre due fondazioni: Fondazione Cariplo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Inoltre, si noti come, a titolo d'esempio, la fondazione Cassa di Risparmio di Asti detenga ancora una quota di partecipazione della banca di riferimento superiore al 50%. Questo perché nel 2003, attraverso il D.L. 143/2003, si eliminò l'obbligo di dismettere le partecipazioni di controllo superiori al 50%, qualora le fondazioni dichiarassero un patrimonio netto contabile inferiore ai 200 milioni di euro, oppure se operanti nelle regioni a statuto speciale. Per questo oggi sono ben 15 su 88 le fondazioni che detengono ancora un pacchetto di maggioranza assoluta nelle rispettive banche di riferimento.

Attualmente, lo statuto di quasi tutte le fondazioni bancarie prevedono che la nomina dei rappresentanti nei relativi consigli di indirizzo siano nominati prevalentemente da enti pubblici. Nonostante la legge permetta alle fondazioni di modificare in completa autonomia le regole statutarie, quelle relative all'elezione dei rappresentanti non sono mutate in modo significativo rispetto agli anni novanta. Questo perché la politica ha ormai piantato le proprie radici nelle fondazioni bancarie ed essa non ha alcun interesse a perdere il privilegio di poter controllare una banca attraverso la relativa fondazione.

Osservate quest'altro grafico. Come potete notare, tra le più importanti fondazioni bancarie, la concentrazione di ex politici nei consigli di indirizzo è altissima. E' un segno questo che i cosiddetti "trombati" dei partiti politici finiscono per essere segnalati e poi nominati a cariche così delicate ed influenti.

Dunque, dopo 20 anni dalla riforma del sistema bancario italiano, il controllo della banche da parte dello stato è ancora esistente, con più ostacoli rispetto agli anni '90, ma comunque una pericolosa realtà ancora esistente, grazie ad un viziato impianto normativo che maschera, con una mera formalità, una vergognosa verità.

Ora io vi chiedo, alla luce di tutto questo, potranno mai questi consiglieri, ex politici, nominati da enti pubblici e indicati da partiti politici, avere come obiettivo principale quello di rispondere dell'efficienza gestionale delle banche controllate?

Ancora vi chiedo, siamo sicuri che questi consiglieri rispondano sui risultati gestionali delle banche controllate e non, invece, sulla base della loro fedeltà politica?

E infine, queste fondazioni possono assicurare un sano apporto di capitale proprio nelle banche controllate?

Lo sterile dibattito italiano sulla faccenda del Monte Paschi di Siena, che punta i riflettori sul ruolo delle fondazioni bancarie, non si pone simili quesiti, ma si concentra sulla superficiale questione della presunta mancanza di controlli sull'attività dell'istituto senese.

Innanzitutto, quella del Monte dei Paschi di Siena non è un caso isolato. Illuso chi ci crede e farabutto colui che induce a crederlo. Tutte le banche partecipate alle fondazioni bancarie subiscono questo vizio normativo.

Si deve comprendere che il problema non consiste nella mancanza di controlli ma nel viziato assetto proprietario che la legge disegna per il sistema bancario italiano. Questo assetto proprietario dà i natali a manager del credito non qualificati, che rispondono ad una corrente di partito e non ai clienti della banca che essi dirigono. Questi manager compiono spericolate operazioni finanziarie al solo scopo di favorire gli interessi dei partiti, che piazzando i propri uomini nelle fondazioni, li hanno nominati a dirigere i risparmi di milioni di cittadini. I partiti, si sa, necessitano di ottenere finanziamenti per i lavori pubblici da assegnare ai loro amici, o per promuovere progetti culturali e sociali di dubbia efficienza ed utilità, al solo scopo di raccattare voti. Purtroppo, la possibilità di influire sul processo decisionale di una banca è un punto strategico per un partito politico il quale voglia mantenere una posizione di rilievo su scala nazionale.

Ma gestire una banca in condizioni simili, al lungo andare, significa ammalarla (vedi i recenti casi di Unicredit e Monte dei Paschi di Siena) e danneggiare i risparmi dei propri clienti.

La vergogna della prima repubblica italiana (tutta fatta di tangenti e corruzione) è stata ereditata dalla seconda repubblica proprio attraverso la sopravvivenza di un tale assetto proprietario bancario, di fatto pubblico, attraverso lo strumento delle fondazioni. Queste hanno ricevuto in regalo le quote di partecipazione degli istituti di credito, finanziate sino al 1990, con i soldi dei contribuenti italiani. Le fondazioni hanno un  potere enorme grazie ai soldi degli italiani. E non apportano nulla, dal proprio patrimonio, negli istituti di credito di riferimento. Anzi, esse sottraggono capitali da essa.

Le fondazioni bancarie sono enti blindatissimi. Il loro controllo, a differenza delle società quotate sui mercati, non può mai essere acquisito attraverso operazioni di scalata da parte di altri soggetti, perché il patrimonio di una fondazione è indivisibile per legge. A differenza degli altri enti pubblici, che gestiscono la cosa pubblica, i rappresentanti delle fondazioni non sono votati da nessun cittadino ma soltanto indicati da esponenti di quel partito il quale sia in grado di sfruttare il potere attribuito a taluni enti pubblici di nominare gli amministratori delle fondazioni bancarie. L'unico modo per influenzare le decisioni gestionali di una fondazione bancaria, senza l'uso della violenza, è quello di convincere o corrompere gli enti che nominano gli amministratori delle fondazioni.

Questo è la fogna da cui sgorga il marcio del "sistema Italia".

E' immediato dedurre che le fondazioni bancarie, cosi come oggi esse sono, andrebbero eliminate. Qualcuno propose di tassarle. Perché no? Si tassano gli onesti cittadini, non si può tassare questo covo di farabutti?

Il leader della coalizione di centro sinistra ha dichiarato che sarebbe necessaria una patrimoniale sui grandi patrimoni dei cittadini. Che si applichi una patrimoniale sulle fondazioni bancarie. Sarebbe l'unica tassa patrimoniale che in un colpo solo:

-          non intaccherebbe il risparmio reale del paese e non influirebbe sulla fuga dei capitali all'estero. Il patrimonio delle fondazioni è frutto di una gestione finanziaria, mica da una decisione di minore consumo del singolo individuo!

-          le fondazioni alleggerirebbero le loro partecipazioni negli istituti di credito di riferimento, perché non più convenienti, dando spazio a soggetti più predisposti a servire meglio la collettività

-          sarebbe l'inizio della fine dei privilegi di potere.

Lo so, è solo una farneticazione questa; in effetti, si è mai visto colui che può tassare gli altri, tassare sé stesso?

Firma per il Contante Libero


Postato il 12/02/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





convention.png

Cari amici del blog, di seguito potete prendere visione del video promo riguardante l'evento di Bologna per il Contante Libero. Come già sapete, i blogger del movimento, sorto il 3 gennaio 2013, con l’obiettivo di sostenere il libero uso del denaro contante, terranno il giorno 10 febbraio, dalle ore 14.00 alle ore 19.00, presso lo ZanHotel, Via Saliceto n. 8 Bentivoglio (Bologna), la grande  Convention per il Contante Libero, per questo evento sono a disposizione 1001 posti a sedere.

Posso anticiparvi che interverranno i seguenti blogger:

Pasquale Marinelli www.pasqualemarinelli.com

Paolo Rebuffo www.rischiocalcolato.it

Francesco Carbone www.usemlab.com

Felice Capretta www.clubcapretta.it

Stefano Bassi www.ilgrandebluff.info

Paolo Barrai www.ilpunto-borsainvestimenti.blogspot.it

Fabio Pupulin www.fabiopupulin.blogspot.it

Leonardo Facco www.movimentolibertario.it

Roberto Gorini www.robertogorini.it

Il programma completo verrà pubblicato nei prossimi giorni. L’evento è gratuito e per prenotarvi dovete mandare una mail a contanteliberobologna@ gmail.com, indicando:

- NOME 

- COGNOME

- RECAPITO TELEFONICO

- BLOG DI RIFERIMENTO: Il Blog di Pasquale Marinelli (www.pasqualemarinelli.com)

Ci vediamo a Bologna. Pasquale


Postato il 31/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





contantelibero-125x125.png

Cari lettori, l'iniziativa Contante Libero sta riscuotendo tantissimo successo sulla rete. Dopo la conferenza stampa dello scorso 16 gennaio, testate giornalistiche nazionali e TV locali si stanno progressivamente interessando a questa civile compagna di informazione. Ma non basta. 102 blog e oltre 11.000 firme in difesa del Contante Libero meritano maggiore attenzione, per questo, una grande manifestazione di massa è stata organizzata per domenica 10 febbraio 2013, ore 14.00, allo Zan Hotel, Via Saliceto n. 8 a Bentivoglio (BOLOGNA).

Contante Libero, sito ed iniziativa sorti con il preciso scopo di sostenere il legittimo utilizzo del denaro contante, terrà il giorno 10 febbraio, dalle ore 14.00 alle ore 19.00 presso lo Zan Hotel, Via Saliceto n. 8 a Bentivoglio (BO), la grande Convention per il Contante Libero. Per questo evento sono a disposizione 1.001 posti a sedere. Comunicheremo quanto prima il programma dell’evento e l’elenco completo dei blog partecipanti all’iniziativa. L’evento è gratuito, per prenotarsi è necessario mandare una mail a

contanteliberobologna@ gmail.com

indicando:

- NOME 

- COGNOME

- RECAPITO TELEFONICO

- BLOG DI RIFERIMENTO: Il Blog di Pasquale Marinelli (www.pasqualemarinelli.com)

Contatti:

contatti@contantelibero.it

www.contantelibero.it


Postato il 23/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





btp.jpg

Ebbene, eccovi un’interessante notizia. Da quest’anno, come stabilito nel trattato che istituisce il fondo salva stati (ESM), tutti i paesi europei sono obbligati ad applicare le Clausole di Azione Collettiva (CAC) sui propri titoli di debito pubblico di nuova emissione. Leggete qui il comunicato del ministero del'economia e delle finanze.

Cosa sono le CAC? Esse sono postille (vere e proprie clausole vessatorie) previste sui nuovi titoli di stato di durata superiore a 12 mesi, emessi da ogni paese europeo aderente all’ESM (leggi qui il trattato), con la prima cedola scadente a partire dalla data del 1 gennaio 2013. Le CAC regolano la possibilità, per uno stato che versa in una condizione di crisi del debito sovrano, di ricontrattare interessi, scadenze e di proporre agli investitori lo scambio con obbligazioni di diversa tipologia. Gli accordi europei prevedono espressamente che l’emissione di titoli di debito pubblico con le CAC non deve superare il 45% del totale emesso in un anno (leggi qui le linee guida del dipartimento del tesoro, sulla gestionde del debito pubblico del 2013).

In pratica, grazie al trattato che istituisce il fondo salva stati (a cui anche l’Italia ha aderito), BOT e BTP non saranno più garantiti dallo stato. Ogni paese europeo, infatti, potrà legittimamente rinegoziare la propria esposizione debitoria con gli investitori, facendo saltare all’aria gli accordi originari divenuti per esso insostenibili (un po’ come già accade in Italia con la previdenza sociale; passano gli anni e lo stato modifica continuamente le condizioni per andare in pensione, facendo subire un danno al contribuente il quale vede sempre di più allontanarsi il giorno in cui poter accedere alla pensione e sempre più diminuire la sua entità).

Il limite di emissione del 45% è sicuramente una tutela affinché la maggior parte dei titoli di debito pubblico di nuova emissione resti garantito così come lo sono sempre stati. Ma io non ci conterei troppo; quanto tempo passerà affinché tale limite venga modificato e aumentato, fino ad avvicinarsi al 100%? Che grado di affidabilità avrebbero questi titoli nei confronti degli investitori, di cui lo stato emittente può cambiare le condizioni iniziali di sottoscrizione, quando e come più conviene ad esso? Certo, il rendimento di questa nuova tipologia di titoli pubblici sarebbe più alto rispetto a quelli tradizionali, proprio perché in essi sarebbe insito il rischio di ricontrattazione in negativo da parte dello stato, in caso di  default. Ma se ciò è espressamente previsto in queste CAC le quali, per legge, possono essere aggiunte ai titoli di debito pubblico di nuova emissione, allora questo trattato sfaterebbe il secolare mito, secondo il quale investire in titoli di stato sarebbe un investimento sicuro. In definitiva, dal 2013 il fallimento di uno stato è previsto per legge.

Noi, umili blogger studiosi dei fenomeni economici, sono anni che mettiamo in allerta le famiglie risparmiatrici circa il fatto che i titoli pubblici non sono sicuri come ci hanno sempre insegnato, che gli stati come l’Italia sono a rischio di fallimento. Ci è stato sempre replicato (soprattutto dagli economisti, quelli sapientoni) che un soggetto statale è un’entità troppo grande per fallire e non garantire il proprio debito. Ma allora, se così fosse, perché prendere l’iniziativa di adottare queste clausole che, di fatto, pongono gli stati in una posizione privilegiata rispetto all’investitore, in caso di rischio? A quale rischio lo stato si cautelerebbe, grazie all’adozione di queste clausole, se non a quello di finire con le gambe all’aria?

Visto che la legge è la legge, da oggi è certo, lo possiamo dire tutti (anche quegli economisti sapientoni) che i titoli di debito pubblico non sono titoli da investimento sicuro e che uno stato può fallire. Adesso lo dice anche la legge!


Postato il 21/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





redditometro.jpg

L’agenzia delle entrate assicura i cittadini dicendo che il redditometro sarà utilizzato solo per quei casi veramente eclatanti e che i consumi di una persona fisica saranno misurati in base alle medie Istat (che fortuna!). Inoltre dall’agenzia ci dicono che se il contribuente non si riconosce nei calcoli del redditometro, egli potrà fornire anche argomentazioni non documentate. Insomma, ci vogliono tranquillizzare. E ci credo! Dopo che, con la sentenza n. 23554 del 20 dicembre 2012, la Corte di Cassazione si è espressa stabilendo (e ribadendo) che l’onere della prova è a carico dell’amministrazione pubblica e non del contribuente così come previsto dal D.L. 78/2010 (art. 22), che introduce il nuovo redditometro, è evidente che ogni abuso previsto da tale dispositivo sarebbe impugnabile ai danni dello stato, il quale perderebbe tutti i contenziosi! In effetti, considerato che i singoli cittadini non sono obbligati dalla legge (così come lo sono invece le imprese) a conservare i documenti contabili relativi agli acquisti che essi effettuano, come si può pretendere che questi si debbano caricare dell’onere di provare di non avere commesso un reato? Ogni tanto, una buona notizia.


Postato il 18/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





forziere.jpg

La banca centrale tedesca ha intenzione di far rientrare le proprie riserve auree in patria. La Bundesbank ha ufficializzato la manovra che prevede il rimpatrio del suo oro entro il 2020, dopo che la corte dei conti tedesca ebbe a chiedere di inventariare tutto l’oro di proprietà della Germania (leggi qui)

Si stima che la banca centrale tedesca sia proprietaria di circa 3.396 tonnellate di lingotti d’oro (pari a 133 miliardi; euro più euro meno). 300 tonnellate dovranno rientrare dagli Stati Uniti nel territorio teutonico, mentre dalla Francia dovranno rientrare in patria tutte le riserve aure tedesche custodite lì fino ad ora (sarebbero circa 374 tonnellate). In pratica, una delle più grandi banche centrali (la Bundesbank) sta mostrando sfiducia nei confronti della più grande banca centrale del mondo (la Federal Reserve).

Bisogna ricordarsi che, dopo la guerra, la Germania decise di depositare il 45% del suo oro presso la Federal Reserve a New York, il 13% nei forzieri della Bank of England a Londra, l’11% a Parigi presso la Banque de France, mentre la restante parte rimase presso Berlino. Ciò per la praticità che la Bundesbank necessita, al fine di poter operare in modo efficiente il proprio trading, su quelle che sono le maggiori piazze del mercato dell’oro (appunto, New York, Londra e Parigi). Infatti, a fronte delle più svariate operazioni di mercato poste in essere dalla banca centrale tedesca, è molto più facile e immediato poter impegnare il proprio oro quando esso si trova in loco alle piazze in cui si opera, anziché avere le proprie riserve in luoghi ben lontani da esse.

Cosa avrebbero mai in mente i tedeschi, allora? Possiamo azzardare delle ipotesi. Si consideri che la Germania è il maggiore detentore di oro al mondo dopo gli U.S.A.. Inoltre, come ho già segnalato in quest’altro post, negli ultimi anni, Cina e India hanno dettato il passo nella corsa all’oro, attestandosi come protagoniste del relativo mercato e innalzando le loro riserve auree, rispettivamente, a quota 1.054 tonnellate e 558 tonnellate (a settembre 2012).

Che la Germania avesse in mente un’operazione di questo tipo era nell’aria da tempo. Dopo che la corte dei conti tedesca ha chiesto contezza delle riserve d’oro possedute dalla Bundesbank, quest’ultima si è trovata costretta (nel novembre scorso) a rassicurare gli americani che non avrebbe mai ritirato l’oro dalla piazza americana. Ma dopo nemmeno due mesi, è stato ufficializzato il contrario. Perché? E’ probabile che quello della corte dei conti sia stato il pretesto per mascherare la profonda ed oculata sfiducia che la Germania starebbe nutrendo da un bel po’ nei confronti del sistema monetario mondiale e, quindi, del dollaro. Tornando in possesso del proprio oro, la Germania vorrebbe mettersi al riparo da un banco del dollaro che starebbe per saltare, perché l’oro è quell’unica riserva di valore la quale diventerebbe, automaticamente, il principale riferimento in un mondo economico post dollaro. Lo hanno capito i paesi asiatici, non l’hanno capito gli europei ad eccezione della Germania.

La richiesta di restituzione del proprio oro è stata avanzata non da un paese di poco conto, ma dalla quarta potenza economica mondiale e sarà interessante vedere come risponderanno gli americani a questa dimostrazione di sfiducia lanciata dalla Germania. Sottolineo che la quantità d’oro chiesta indietro non supera il 50% di quanto è attualmente depositato a New York e che il termine del 2020, ad oggi, è di lungo periodo (salvo ripensamenti). Dunque, per ora, non stiamo davanti ad una “dichiarazione di guerra” imminente, come qualcuno ha già anticipato nel dare la notizia. Ripeto, salvo ripensamenti.

Infine, si noti che da martedì 16 gennaio (giorno in cui è stata anticipata la notizia), il dollaro si è svalutato rispetto all’oro. Infatti, da 1.668,58 dollari, l’oro si è rivalutato a 1.680,52 dollari ad oncia (al momento in cui vi scrivo). Poca roba rispetto a quello che accadrebbe se da domani, la FED di New York iniziasse a trovare una scusa dietro l’altra per ritardare la legittima restituzione del metallo giallo avanzata dai proprietari tedeschi. Staremo a vedere.


Postato il 16/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





comunicato.jpg

Premessa

Si avvicinano le elezioni e ogni giorno che passerà, di qui al 24 febbraio, aumenterà il rischio che iniziative le quali raccolgono un vasto e documentato consenso (siamo già a oltre 5.500 firme) come Contante Libero, possano essere strumentalizzate o distorte. 

Per evitare che ciò avvenga, riteniamo di dovere puntualizzare oltre a cosa è, anche cosa non è Contante Libero...


Postato il 06/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





contante.jpg

A soli 39 ore di distanza dal lancio della campagna Contante Libero, sono state raccolte, al momento in cui vi scrivo, la bellezza di 3.884 adesioni on-line (più di quanto sia riuscito a fare, in un mese, il sito rivale War on Cash, con la sua petizione da 1000 firme non ancora raggiunte). Per la prima volta in Italia, più di 60 blogger hanno dato il via ad un’iniziativa intellettuale e di divulgazione delle informazioni senza precedenti. Contante Libero parte da un’idea di alcuni blogger amici che, dopo un semplice scambio di e-mail, hanno partorito il progetto di un evento che potesse coinvolgere l’interesse del maggior numero possibile di cittadini, per offrire a tutti la possibilità di confronto e di argomentazione seria e scientifica circa la libertà di utilizzo di qualunque mezzo di pagamento. L’iniziativa quindi non ha alcun colore politico o matrice partitica. Il sito Contante Libero, in queste ore, è letteralmente preso d’assalto dagli internauti che desiderano approfondire la questione. Ciò è possibile grazie ad una capillare azione di divulgazione che sfrutta le reti sociali già consolidate dai blogger che, in prima linea, sostengono l’iniziativa. Già qualche giornale "giurassico" inizia ad accorgersi che qualcosa stia succedendo sulla rete (vedi qui). Contante Libero è a favore del libero utilizzo di qualunque mezzo di pagamento (sia elettronico che in contanti) ed è contro quelle disposizioni che restringono la libertà di scelta delle persone (come la legge che impone limiti all’uso del contante). L’invito è quello di continuare a parlare dell’iniziativa fra i vostri amici e conoscenti e di discutere con loro sulla questione dell’uso del contante, il quale deve essere libero. Ci aggiorniamo.


Postato il 04/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





contante.jpg

Cari lettori, l'argomento del post di quest'oggi è importantissimo e riguarda una battaglia per la difesa della nostra libertà. Vi prego di leggere ogni riga del testo che segue, affinché siate consapevoli del fatto che in Italia è in corso un esperimento sociale senza precedenti, il quale mira a sottrarre gli ultimi baluardi di libertà rimasti nelle mani di noi cittadini.

Nella notte del 3 gennaio 2013 ha avuto inizio un’importante campagna di informazione, per difendere il libero utilizzo del denaro contante. Essa è stata chiamata Contante Libero (leggi e firma la petizione on-line qui) alla quale ho deciso di aderire col Blog, in maniera particolarmente appassionata, assieme a decine di altri blogger attivi sulla rete (un'evento, questo, che accade per la prima volta qui in Italia).

Come già sapete, in Italia stiamo subendo una graduale riduzione della libertà d’uso del denaro contante. Infatti, la legislazione vigente è arrivata a vietare la possibilità di utilizzare il denaro fisico per le transazioni che abbiano un valore superiore a 1.000 euro. Sembra che le intenzioni sarebbero quelle di ridurre ulteriormente la soglia di questo vincolo assurdo. Ci dicono che le ragioni sarebbero riconducibili alla lotta contro l’evasione fiscale.

Giusto in Italia si sarebbero potuti contare milioni di cittadini creduloni che si bevessero una simile fandonia!

L’uso del contante non c’entra un bel nulla con le ragioni dell’elevata evasione fiscale. Limitare per legge l’uso del contante, invece, distorce i comportamenti dei soggetti che operano nell’economia (famiglie e imprese), avvantaggia solo gli intermediari che offrono il servizio di tracciabilità delle operazioni (le banche) e favorisce l’organo di stato il quale può controllare ogni aspetto della vita privata delle persone (il governo). Vediamo i motivi di queste mie affermazioni, procedendo per gradi.

Aspetti sociali

Ognuno di noi si ritrova, presto o tardi, nell’arco di una giornata, a confrontarsi sul mercato, effettuando operazioni di compravendita (quando si fa la spesa, si va al bar, si usa il telefono, si lavora per un’impresa, ci si collega ad internet, ecc.). Il progresso umano ci ha portati ad escogitare varie modalità di pagamento alternative a quello per contanti (pagamento con assegni, carte di credito, carte prepagate, bonifici, bollettini postali, ecc.) in modo tale che, in base alla tipologia del servizio erogato, si possa scegliere di trasferire il denaro utile per concludere le operazioni di mercato col metodo più congeniale, quello che meglio di tutti faciliti specifici scambi commerciali. Tali innovazioni, assieme alla libertà di scelta, hanno contribuito a far sì che determinate attività, in grado di soddisfare certi bisogni dell’uomo, fossero facilmente usufruibili al maggior numero possibile di individui, a costi sempre più bassi. Pensate se non esistessero le carte prepagate e se, per effettuare la ricarica del traffico cellulare, dovessimo necessariamente recarci alla posta per pagare le nostre spese di telefonia mobile. Credete che i servizi per telefoni cellulari si sarebbero sviluppati così tanto? Io non credo! Allo stesso modo, immaginate se per acquistare un caffè al bar, nel primo mattino, con la calca di clienti che desiderano fare colazione, anziché pagare con gli spiccioli, tutti fossero costretti a pagare con la carta di credito o con assegno. Pensate che il servizio di somministrazione di caffè sarebbe celere e oneroso tanto quanto lo sia adesso? Io penso che un bel po’ di problemi operativi in più sarebbero sorti, non credete?

Ogni pratica commerciale richiede un metodo di pagamento diverso e la libertà di scegliere quello più efficiente è un segno di progresso della società, che avvantaggia tutti i soggetti economici (sia famiglie che imprese). Essere costretti, per legge, a non poter scegliere liberamente il metodo di pagamento più funzionale al tipo di scambio da effettuare, sia esso con contanti o con strumenti alternativi, si rischierebbe di vedere persi molteplici occasioni di acquisto e, di conseguenza, a non soddisfare nel migliore dei modi i relativi bisogni.

La libertà di applicare differenti tipologie di pagamento ci ha portati ad una società più efficiente rispetto a prima, perché il mercato è riuscito a soddisfare spontaneamente le diverse difficoltà pratiche di pagamento, offrendo molteplici soluzioni. Quando una legge obbliga i soggetti economici a preferire un metodo di pagamento piuttosto che un altro, essa interrompe il libero gioco grazie al quale gli individui, da soli, erano riusciti a soddisfare una necessità e, di conseguenza, obbliga loro a regredire ai tempi in cui il ventaglio di possibilità di pagamento era molto più limitato. Questo perché una simile legge non è la risposta ad un disagio espresso dai consumatori! Anzi, una legge del genere distorcerebbe i comportamenti d’acquisto di essi, perché li obbligherebbe a fare qualcosa senza che i singoli individui abbiano avvertito alcun fastidio circa il loro modo abituale di effettuare gli acquisti. I consumatori non avrebbero espresso alcuna necessità pratica di cambiare le abitudini, in quanto esse sarebbero ben consolidate e ritenute ormai ideali per poter soddisfare i bisogni di sempre. Se così è, perché introdurre una legge che romperebbe un equilibrio già raggiunto, in cambio di meno libertà di scelta?

Aspetti economici e politici

Introdurre una legge che vieti l’uso del contante (o lo penalizzi attraverso un regime di tassazione), le transazioni su cui si registrerebbe il maggior impatto sarebbero quelle al dettaglio. Pertanto, è facilmente presumibile che la maniera più efficiente per far pagare le prestazioni offerte al dettaglio, in alternativa al contante (il cui utilizzo sarebbe vietato o vincolato) diverrebbe quello tramite bancomat o carta di credito, sfruttando il sistema di pagamento telematico POS.

Mediamente, il canone mensile offerto dalle banche per disporre di un terminale POS standard è di circa 25 euro, mentre le commissioni sul transato oscillano dallo 0,60% al 3,50% circa. Quindi, adempiere al divieto di accettare i contanti, per gli esercenti non è proprio gratis perché, ai costi mensili dell’attività, andrebbero aggiunti il canone del terminale POS, più le commissioni percentuali  sul ricavato mensile. L’adempimento non sarebbe gratis nemmeno per il consumatore, il quale sarebbe obbligato ad aprire un conto corrente e a sostenerne i costi fissi i quali, mediamente, si aggirano fra i 60 euro e i 120 euro minimo all’anno.

E’ immediato immaginare che il nuovo costo del venduto, determinato dal subentrato obbligo di attivazione del servizio di tracciabilità, verrebbe ribaltato sul prezzo di vendita finale, determinando per il consumatore un incremento dei costi per l’acquisto di beni e servizi, che si aggiungono alle spese bancarie necessarie per effettuare il trasferimento del denaro.

Giunti a questo punto della trattazione, già vi potete rendere conto di quali danni, un provvedimento così limitante, produce all’economia reale. Ovvero, un generale incremento dei costi di approvvigionamento dei beni e servizi. Ma non è finita qui!

Una legge che limita la libertà dell’uso del contante farebbe accadere qualcosa di molto simile a ciò che sperimentiamo quando sottoscriviamo un nuovo contratto di assicurazione RC auto: il premio assicurativo, anno dopo anno, aumenta sempre di più. Stessa cosa noteremmo sui costi del servizio POS e su quelli di gestione del conto corrente. Perché? Perché come per le assicurazioni, le banche godrebbero di una legge che garantirebbe loro l’esistenza di una clientela obbligata a rivolgersi presso di loro. La gente non sarà libera di sospendere il rapporto con le banche, altrimenti non sarebbe più in grado di effettuare le più elementari operazioni commerciali. Di conseguenza, le banche non avrebbero la preoccupazione di procacciare clienti, accattivandoli con prezzi più bassi. E così, forti di un simile privilegio, nulla costerà agli istituti bancari di incrementare a proprio piacimento il prezzo dei loro servizi; tanto la clientela è garantita per legge!

Un’altra considerazione economica è la seguente. L’uso del contate rallenta gli effetti espansivi del moltiplicatore dei depositi. Spiego brevemente il perché.

Le banche sono tenute a trattenere a garanzia un piccola percentuale sui depositi dei loro clienti: la cosiddetta riserva frazionaria (attualmente è dell’1%). Ciò significa che:

-       su 100 euro di depositi bancari, solo 1 euro viene trattenuto dalla banca per garantire la restituzione al depositante. I restanti 99 euro, la banca li fa suoi e li presta ad un altro cliente che chiede un prestito per la sua azienda;

-       i 99 euro prestati vengono, a loro volta, versati sul nuovo conto corrente del cliente che ha ottenuto il prestito. Su questa cifra la banca trattiene il solito 1% a riserva (0,99 euro, in questo secondo passaggio), così che essa possa prestare i restanti 98,01 euro ad un altro cliente, il quale intenda  investirli nella sua impresa;

e così via. Così facendo, la banca creerà, dai 100 euro iniziali ed effettivamente depositati, nuovi conto correnti per un totale massimo di 10.000 euro, pari a 100 volte il deposito iniziale, il quale era di soli 100 euro effettivi.

Con questo meccanismo la banca moltiplica virtualmente i soldi depositati. Come si può ben intuire, se tutti i depositanti prelevassero, nello stesso momento, i soldi contanti a loro disposizione, essa riuscirebbe a soddisfare la richiesta totale solo per 100 euro, ossia per il solo valore dell’unico deposito realmente ricevuto. I restanti 9.900 euro sono virtuali, materialmente non esistono e ciò renderebbe la banca inadempiente, lasciando la maggior parte dei clienti a bocca asciutta. In realtà, è poco probabile (ma non impossibile) che tutti i clienti prelevino i denari dai propri conti di deposito contemporaneamente. Così, giunte le differenti scadenze di tutti i prestiti erogati, la banca otterrà un altissimo guadagno, perché incasserà la restituzione del capitale creato virtualmente e inizialmente prestato ai clienti (9.900 euro), il quale ora diviene tutto disponibile per la banca. Inoltre, quest’ultima percepirà il guadagno derivante dagli interessi applicati su quell’enorme capitale fittizio creato dal nulla.

Capite bene che un meccanismo del genere, il quale volgarmente si chiamerebbe truffa (perché ci si appropria indebitamente del denaro altrui per poi utilizzarlo come se fosse il proprio), essendo consentito esclusivamente alle banche, per volere dello stato, attraverso la legge, fa di queste banche i creatori e controllori assoluti di una importantissima istituzione sociale quale il denaro è.

In quanto tali, le banche possono determinare, per proprio conto, fortissimi guadagni ma a scapito della maggior parte dei restanti soggetti economici. Infatti questi ultimi, usando euforicamente il denaro fittiziamente creato, realizzeranno investimenti per un valore pari a quello del denaro creato dal nulla, determinando un incremento dei prezzi di vendita (l’inflazione), oppure un incremento di produzione che nessuno acquisterà mai, perché i risparmi reali non sono sufficienti a poter acquistare la produzione realizzata in eccesso (o dal valore troppo elevato). Così quest’ultima rimarrà invenduta, rivelandosi come il risultato di un’errata allocazione delle risorse. Nel nostro esempio il risparmio reale è di appena 100 euro, a fronte di investimenti dal valore potenziale pari a 9.900 euro ottenuti in prestito.

Quindi, il meccanismo del moltiplicatore dei depositi su descritto, che tanto giova alle banche e tanto illude, per poi danneggiare, l’economia reale, funziona solo quando il denaro passa attraverso i conti di deposito.

Ecco perché, per le banche, è necessario che il denaro non resti nelle tasche della gente ma che affluisca presso le loro casseforti. Infatti, se i soggetti economici usassero il denaro contante senza l’intermediazione delle banche, essi concluderebbero direttamente e immediatamente i propri rapporti commerciali, mentre le banche non avrebbero la possibilità di guadagnare alcuna provvigione e non avrebbero nessuna occasione di creare nuovo denaro da prestare, per poi farlo suo a scadenza (con gli interessi).

A questo punto, dovrebbe comprendersi molto bene a chi veramente interessa l’abolizione dell’uso del contante e la tipologia dalla posta in gioco: solo gli istituti bancari guadagnano da un provvedimento restrittivo dell’uso del contante. Nessun altro ci guadagna.

L’abolizione dell’uso del contate sarebbe un duro colpo alla libertà dell’individuo il quale, dopo essersi visto tolto il diritto di proprietà, si vedrebbe tolto anche il diritto di possesso del denaro. Non più uno spicciolo si potrebbe mettere da parte senza che lo stato lo venga a sapere. La privacy di ognuno non sarebbe più riservata. Con un semplice click del mouse, le sue ricchezze potrebbero essere bloccate dalle autorità, per qualsiasi suo capriccio (e la legislazione italiana ne ha davvero tanti di capricci!). Non si potrebbe più sfuggire alle grinfie del sistema bancario e a quelle dello stato che chiede sempre più tasse per pagare le sue inefficienze.

Le menzogne smascherate

Uscire fuori argomentazioni come “il contante è uno strumento obsoleto di pagamento” è una mera opinione. Vietare o penalizzare l’uso del contate non determina, nel modo più assoluto, il progresso di una società. L’efficienza nel servire meglio le soluzioni della vita, questo determina il progresso. Sbattere in faccia agli scettici il fatto che “in altri paesi europei il contante è meno usato che in Italia”, facendola sembrare come una cosa di cui vergognarsi, non è una mera opinione ma un mera idiozia. Secondo tali esternazioni, gli italiani risolverebbero i gravi problemi economici del paese semplicemente abolendo l’uso del contate.

Ma ancora più assurda è la giustificazione secondo la quale, eliminando il contante, si infliggerebbe un duro colpo all’evasione fiscale. Balle!

Secondo un’indagine dell’associazione dei contribuenti, nei prime 6 mesi del 2012, il 65% degli evasori sarebbe riconducibile alle categorie degli industriali e dei banchieri (ma guarda un po’! Proprio i banchieri?). Chi crede davvero che quel 65% di evasori abbia potuto nascondere al fisco i propri redditi grazie al libero uso del contate è un emerito ingenuo. Solo i lavoratori dipendenti (assunti a nero o che svolgono il doppio lavoro) e le piccole imprese (lavoratori autonomi e ditte individuali) riuscirebbero ad evadere grazie al libero uso del contate. Ma questi costituiscono solo il 25% dell’imposta evasa stimata. (Guarda il grafico)

Il restante 75% dell’imposta sottratta al fisco si è potuta formare attraverso l’uso di ben altri strumenti elusivi (guarda il grafico). Le big company (21%), evadano principalmente attraverso operazioni di transfer pricing e trasferimenti di denaro in paesi off shore. Le società di capitali (12%) invece, evadono dichiarando redditi inferiori alla realtà (spesso negativi), non versando le imposte dovute, chiudendo l’attività dopo pochi anni (per evitare i controlli fiscali) e usando “teste di legno” fra gli amministratori. Tutti stratagemmi di evasione fiscale questi, che non si basano sull’uso del contante.

Infine, l’evasione realizzata dalla criminalità organizzata (43%), che è una grande utilizzatrice di contante (ma non in maniera esclusiva), non può essere considerata evasione vera e propria, visto che non è possibile ritenere imponibile i proventi di attività non tollerate e quindi ritenute illecite (non si può mica ipotizzare di applicare l’IVA del 21% sui redditi da estorsione!).

Anche i coltelli, oppure le automobili, vengono molto utilizzati dalla criminalità. Secondo il ragionamento di chi sostiene l'abolizione del contante, si dovrebbe vietare a tutti l’uso dei coltelli e delle automobili, perché questi potrebbero essere utilizzati per attività illecite. Sarebbe come anche asserire di voler vietare l'uso della metropolitana, per evitare che accada di essere spinti sulle rotaie dalla propria moglie impazzita e restare uccisi sotto il convoglio in arrivo. E' un'assurdità!

Lo stato stesso può insegnarci che l’evasione non si fa con i contanti. Ricordate la notizia secondo la quale lo stato non aveva versato i contributi a suo carico per conto dei dipendenti pubblici, determinando nel bilancio INPDAP un buco di 10 miliardi di euro? Gli stessi rappresentanti di governo hanno ammesso di esserne a conoscenza. Pensate che un’evasione di questa portata sia stata realizzata con l’uso di banconote e monetine? Ciò è stato frutto di mere operazioni contabili fraudolente, ben spiegate in questo post.

Il 25% di imposta evasa (presumibilmente grazie anche all’uso del contante) rappresenterebbe la soluzione disperata dei cittadini per cercare di sopravvivere all’incontrollato esproprio coatto della ricchezza, posto in essere dal carrozzone inefficiente dello stato. L’eliminazione del contante taglierebbe definitivamente le gambe ai piccoli soggetti economici. Mentre i grandi evasori, quelli che realizzano il 75% dell’imposta evasa, ne sarebbero minimamente scalfiti (quasi per niente).

Vi invito a diffondere il più possibile il manifesto Contante Libero e a sottoscrivere la relativa petizione on-line, che è possibile consultare su http://www.contantelibero.it. Condividete l'iniziativa e invitate a partecipare i vostri amici con una e-mail o utilizzando i vostri social network preferiti. Uniamoci a questa civile protesta contro la restrizione della nostra libertà.

Quella contro l’eliminazione del contante è una battaglia per la difesa della proprietà privata e della nostra libertà di scelta. Mi raccomando.


Postato il 03/01/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





calcolatrice.jpg

Oggi è l’ultimo giorno dell’anno e l’ultimo post del 2012. Con un anno che oggi va a concludersi, è consuetudine fare il bilancio delle proprie finanze, dei propri affetti, delle proprie realizzazioni professionali, eccetera.

Ebbene! A questo proposito, desidero condividere con voi ciò che è emerso dai calcoli che il mio amico Enzo ha voluto fare, in riferimento alle sue economie del 2012.

Il tutto è partito da una mia considerazione circa la reale pressione fiscale in Italia, la quale si attesta mediamente intorno al 70%. Enzo, incuriositosi, non essendo proprio portato a far di conto, ha chiesto a me se potessi aiutarlo a soddisfare la sua curiosità di capire quanto, della ricchezza da lui prodotta nell’anno 2012, è stata assorbita dallo stato. Ho accettato la sua richiesta e il risultato che ne è emerso lo ha lasciato sbigottito.

Durante la prima parte dell’anno, Enzo ha prodotto redditi come collaboratore occasionale, mentre nella seconda metà dell’anno ha lavorato come impiegato nel settore privato. Considerato che Enzo non è proprietario di alcun immobile e che vive ancora in casa dei genitori e a loro spese, guardate cosa è saltato fuori dai miei calcoli; per ogni 100 euro di costo sostenuto per pagare il lavoro svolto da Enzo, nell’anno 2012 è accaduto che:

reddito

Come è ben evidenziato nel prospetto riepilogativo, nel 2012 Enzo ha lavorato per intascare solo la metà del valore totale del suo lavoro. L’altra metà è finita nel buco nero dello stato italiano. Teoricamente, Enzo ha lavorato 6 mesi dell’anno solo per pagare le tasse allo stato.

“Enzo” gli ho detto “tu sei fortunato e ti auguro, con tutto il cuore, di riuscire a mantenere il tuo posto di lavoro, anche per il nuovo anno”. E, ironizzando “Tu sei fortunato. Perché il 50% del frutto del tuo lavoro resta nelle tue tasche. Immagina che sfigato saresti stato, se invece di vivere dai tuoi genitori vivessi per conto tuo, magari in un appartamento di tua proprietà. Immagina che disgraziato saresti se avessi una bella famiglia con due bei figlioli da accudire, da amare. E meno male che tu non sia un imprenditore, con l’azienda dei tuoi sogni da mandare avanti, con la quale soddisferesti le esigenze della tua comunità e daresti da vivere al personale che lavorerebbe con te! Altrimenti, altro che il 50% del tuo lavoro nelle tue tasche!”

Ironie a parte, io consiglio a tutti i ragazzi della mia generazione (anche a Enzo) di reagire nonostante tutte le avversità, di combattere sempre, facendosi forza con tutte le proprie possibilità, anche se minime, per realizzarsi e avere una famiglia. Senza mai intimorirsi davanti alle evidenze della realtà ma, semplicemente, avendole sotto controllo come monito ad ogni importante decisione. Buon anno a tutti.


Postato il 31/12/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





bigbang.jpg

Cari lettori, desidero informarvi che il giorno 3 gennaio 2013, allo scoccare delle ore 00:01, potrete essere parte della più grande operazione web mai tentata prima in Italia. Decine di blogger indipendenti, in queste ore, stanno lavorando e confrontandosi fra di loro, per organizzare un evento on-line importantissimo per la difesa della nostra libertà. Per il successo dell'iniziativa, è fondamentale il contributo di tutti quanti voi. Desidero solo anticiparvi che presto riceverete ulteriori dettagli, in cui vi sarà spiegato meglio in che cosa consiste l’iniziativa e come offrire il vostro contributo. Sono sicuro che riterrete estremamente importante la causa ad oggetto dell’evento, almeno tanto quanto lo ritengo io. Per questo, al momento, vi invito sentitamente a preparare, nei giorni che ci separano dalla data del Big Bang del 3 gennaio, un vostra personale mailing list, costituita da almeno 20 indirizzi e-mail di amici e persone, affinché ci si prepari ad una capillare ma, soprattutto, velocissima diffusione dell’informazione fra i vostri contatti e riguardante questo straordinario evento di inizio anno nuovo (il tutto, entro 72 ore dal Big Bang). Prepariamoci ad una grande battaglia. Ci aggiorniamo prossimamente. Pasquale


Postato il 29/12/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





debiti.jpg

Il debito pubblico sfonda quota 2.000 miliardi di euro! Ciò accade ad ottobre 2012. Lo riferisce Bankitalia nel suo ultimo supplemento al bollettino statistico (leggi qua). A dicembre si intensificano le operazioni di buy back, ossia di riacquisto da parte dello stato del debito pubblico contratto, e ciò ridurrà l’esposizione debitoria. Di conseguenza, per i prossimi mesi, ci si deve aspettare una diminuzione del debito o, comunque, una sua stabilizzazione prima di riprendere la sua corsa verso l’alto. Diciamocela tutta! La cura somministrataci da questo governo assomiglia di più ad un veleno e meno ad una buona medicina! Certo, ci dicono che gli effetti di questa cura saranno di lungo periodo. Ed io sono preoccupato proprio per quegli effetti là! Quali effetti bisognerebbe attendersi dalle misure stringenti all’economia e dall’enorme peso fiscale posti in essere in questi mesi di governo “tecnico”? Lascio a voi la riflessione, offrendovi questo grafico, più che eloquente!


Postato il 17/12/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





gbugiardi.jpj

Non è vero! Esiste. Lo spread (il differenziale di rendimento fra BTP e i BUND) esiste eccome!

Non credete alle cavolate dette per fare campagna elettorale! Lo spread esisteva anche agli inizi degli anni novanta, quando toccava gli oltre 700 punti base; infatti la nascita dell’euro fu un’occasione da prendere subito al volo per riordinare le dimensioni di un stato italiano che si era fatto troppo grande, troppo corrotto e troppo oppressore. Purtroppo l’Italia ha sfruttato questo progetto non per riformare il paese e le istituzioni bensì per ripulirsi e poi riprendere a spendere a più non posso! La comunità europea invece, da parte sua, si è mostrata come una macchina amministrativa di pianificazione più che un’istituzione a difesa della libertà economica. Circa l’euro invece, per quanto si sia riusciti a contenere l’instabilità del valore della moneta, negli ultimi cinque anni si sono create le premesse perché esso si rivelasse per quella che è sempre stato: una moneta come tutte le altre, destinata a svilirsi anno dopo anno, con le grigie conseguenze economiche che ne derivano.

Incolpare qualcuno (la Germania, ad esempio) di cospirazione contro l’Italia, permettetemelo, sarebbe da idioti. Crederci invece, sarebbe da ingenui! Lo spread sale quando gli investitori dismettono i titoli in loro possesso perché ritenuti non più convenienti. Nel caso dei BTP italiani, la sconvenienza sta nel fatto che essi erano (e continuano ad esserlo) ad alto rischio di insolvibilità, visto che il nostro è un paese che cronicamente non riesce a coprire le spese con le sue entrate fiscali.

Quindi, cospirazione o no, chi si libera di certi titoli ha sempre validi motivi per farlo e, nel caso dell’Italia, non ha bisogno nemmeno di inventarseli; è la stessa Italia che fornisce le ragioni necessarie per farsi finanziare a costi più elevati!

La Deutsche Bank è stata additata come responsabile dell’attuale crisi italiana solo perché per prima ha fiutato la puzza di bruciato proveniente dal bel paese, dove nemmeno gli stessi italiani si sono ancora resi conto della precarietà del nostro sistema. Così la banca tedesca (come tutti gli investitori), considerando le esternazioni dei politici circa la possibilità che qualcuno rischiasse di uscire dall’euro, nel primo semestre 2011 (alla vigilia della crisi europea), ha iniziato ad acquistare CDS (ossia, polizze assicurative su titoli) alfine di proteggere l’88% delle sue esposizioni in BTP dal rischio che questi costituiscono. Quindi la  Deutsche Bank non ha mai venduto titoli italiani scatenando il motore della crisi (come qualcuno vuol fare credere). Purtroppo per l’Italia, questa operazione è risultata essere un campanello d’allarme per gli altri investitori in titoli di stato italiani i quali, preoccupati, hanno iniziato a liberarsi dei BTP.

Italiani, vi è piaciuto chiedere in prestito i soldi ai francesi e ai tedeschi per coprire le spese pazze dello stato irresponsabile che continuate a votare? E ora vi dovreste lamentare della Germania piuttosto che di coloro che vi hanno governato negli ultimi vent’anni, i quali hanno esposto il paese ai pericoli che ora si stanno abbattendo sui cittadini? Ma per piacere! Che ci si assuma le proprie responsabilità! Che si inizi, per una buona volta, ad assumere le responsabilità per le scelte che ognuno fa!

In Italia, è stato necessario mettere a capo del governo un robot coi capelli bianchi, programmato appositamente per incrementare il prelievo fiscale, affinché qualche investitore privato in BTP tornasse sulla sue scelte e fosse attirato dalla garanzia che i soldi, per restituire i titoli di stato italiani sparsi per il mondo, li uscissero i cittadini di tasca loro.  E a suggerire di crederci è stata la BCE che, dall’inizio dell’anno, è il sostenitore principale del riacquisto di BTP e che, con le politiche di LTRO, ha creato nuovi euro affinché le banche riprendessero a riacquistare i titoli di stato italiani e lo spread scendesse di conseguenza.

Qual è il problema? Il problema è che se prima l’alto valore dello spread costituiva un naturale campanello d’allarme per lo stato poco virtuoso, adesso, con l’annacquamento di denaro creato dal nulla dalla BCE, il valore dello spread non dice più nulla, non dà più nessuna informazione utile. Infatti, lo spread BTP/BUND è diminuito perché si è tornati ad acquistare i titoli di stato italiani non in virtù di un’Italia in grado di ispirare più fiducia di prima, ma in relazione al fatto che la BCE si è inventata soldi nuovi affinché le banche li riacquistassero, a prescindere del miglioramento o meno della situazione italiana!

Siate onesti con la gente! Queste sono le cose da dire ai cittadini; altro che cospirazione!


Postato il 13/12/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





legato.jpg

Dal primo gennaio 2013, i pagamenti da effettuare a titolo di corrispettivo in una qualunque transazione commerciale, saranno soggetti ai termini espressamente indicati dal nuovo decreto legislativo n. 192 del 09/11/2012, il quale fissa un regime di pagamento delle fatture commerciali nell'ordine di trenta giorni. Tempi maggiori sono possibili solo se espressamente previsti nei contratti e solo in casi particolari e in presenza di obiettive giustificazioni.

Pensateci un attimo cari lettori, fra un po' dovremo giustificare allo stato anche il quando, il perché e il modo in cui, ogni giorno, tutti noi dobbiamo andare al bagno!

Con una simile disposizione normativa, lo stato sottrae ancora più libertà alla contrattazione privata. Esso si  immischia sempre di più nella vita delle persone, laddove invece esse dovrebbero godere di meno interferenze da parte di uno stato già eccessivamente tassatore. Infatti, dall'anno prossimo, un installatore di caldaie, già oberato da una pressione fiscale senza precedenti, il quale abbia effettuato la propria prestazione per la realizzazione di un edificio in costruzione, rischia di trovarsi costretto a pagare i propri fornitori entro un termine (quello di trenta giorni) eccessivamente ridotto rispetto a quello necessario affinché l'edificio venga effettivamente ultimato e sia pronto per generare i ricavi, quelli utili affinché il costruttore possa poi pagare l'installatore di caldaie.

Non solo, laddove i termini non sarebbero rispettati dal debitore, il fornitore potrà pretendere gli interessi per il ritardato pagamento, senza che sia necessaria la costituzione in mora del debitore, con un saggio maggiorato dell'8 percento rispetto all'interesse legale di mora.

Certo, qualcuno mi dirà che sia normale il fatto che l'imprenditore debba anticipare i costi della propria attività, in attesa dei guadagni sperati. Come anche che sia giusto rendere oneroso un ritardo di pagamento rispetto alla scadenza stabilita. Ma ci mancherebbe altro! Permettete però, che sia l'imprenditore, autonomamente, a determinare la soglia limite sotto la quale gli conviene attendere i profitti del suo sudore? Permettete che siano le parti in causa, che conoscono meglio di chiunque altro, meglio del legislatore, la situazione del proprio settore e della loro controparte per stabilire che tipo di flessibilità concedere ai termini del loro commercio? E il tutto senza dover giustificare ogni minima decisione! Permettete che un soggetto terzo, il quale non c'entri nulla (ma proprio nulla) con l'operazione commerciale instaurata fra due soggetti, non si metta in mezzo ad ogni occasione per spillare soldi o per fare un favore chissà a chi?

Oggi le imprese sono oppresse dalla tassazione, sono in balia di una situazione economica fortemente compromessa, dove i valori di mercato non rappresentano più la realtà e ingannano gli imprenditori, inducendoli a gravi errori economici e quindi a fallire. E ciò non per una loro incapacità ma a causa di una sleale interferenza sul mercato da parte di soggetti, come lo stato e le banche, i quali godono di privilegi normativi esclusivamente a loro riservati.

Lo stato sta imbrigliando sempre con più corde il cittadino, immobilizzandolo dalla testa ai piedi; come un salame. E queste corde si fanno tanto più stringenti da vincolare ogni movimento del singolo individuo, da non consentirgli più di muoversi liberamente così da poter, non solo servire spontaneamente la comunità, ma soprattutto effettuare le manovre necessarie affinché si recuperi in autonomia l'equilibrio perso, ed evitare di cadere quando le avversità spingono pericolosamente a terra l'imprenditore.

Ma non pensiate che la cosa sia finita qui. Dal 24 ottobre è già in vigore un altro decreto (il D.L. n. 1/2012 art. 62 e relativo decreto attuativo) fortemente vincolante per la libera contrattazione, ancora di più rispetto al decreto citato in apertura del post, il quale si applica a tutte le transazioni commerciali che avvengono in Italia fra aziende e che abbiano ad oggetto prodotti agroalimentari. In buona sostanza, questo decreto obbliga il contratto scritto per le transazioni di prodotti agroalimentari (pena la nullità dell’operazione) e ne fissa i tempi legali di pagamento: 30 e 60 giorni, a seconda che si tratti di beni deteriorabili o meno e da fatturare separatamente (cioè se l’azienda prima risparmiava più carta fatturando tutto in una sola fattura, ora non lo può fare più: e allora, vai con gli sprechi!). Entro tale termine i debitori devono regolare i relativi documenti di compravendita. Il mancato rispetto di questi termini legali comporta per il debitore, non solo il pagamento di una mora per il ritardo causato, ma anche il pagamento allo stato di una sanzione che oscilla fra un minimo di 500 euro ad un massimo di 500.000 euro (quasi, quasi ti mandano anche in galera!) Pensate per quale altra diavoleria i poveri imprenditori devono preoccuparsi!

La forma scritta può essere il contratto di cessione, il DDT, la fattura o l’ordine d’acquisto. Mentre la decorrenza del termine parte dalla data di ricevimento della merce oppure da quella di ricevimento della fattura, comprovata dalla ricevuta di invio della raccomandata, dalla firma per accettazione se consegnata a mano, oppure dalla data di invio tramite PEC. Andateglielo a dire al piccolo contadino di farsi una PEC e di ricevere così la fatture! Oppure andateglielo a dire alle imprese di pagare migliaia di raccomandate per l’invio di altrettante fatture intestate a piccole aziende sparse su tutto il territorio nazionale: e vai, su con i costi!

Si noti quanto questa disposizione sia stringente ed eccessivamente oberante per il commercio, il quale si fa sempre meno libero, ha sempre meno stimoli per favorire la nascita e lo sviluppo di nuove soluzioni alla vita e quindi è meno capace di far progredire la società.

Infatti, per sopravvivere all'elevata pressione fiscale, alla concorrenza sleale delle aziende di stato (o ad esso vicine) le quali godono di privilegi normativi esclusivi, alla ridotta funzione finanziaria del settore bancario, all'incessante aumento della burocrazia, alle spese insostenibili della pubblica amministrazione la quale è indotta ad indebitare il paese, al continuo annacquamento dei valori finanziari determinato dalla politica monetaria della BCE, gli imprenditori italiani si aiutano come possono, cercando gli spazi dove è ancora concessa più libertà. Ad esempio, se le banche non fanno più credito, la libertà di contrattazione, fino ad oggi, ha permesso alle aziende di sopperire (per quel che si può) ad una simile inefficienza bancaria, finanziandosi a vicenda. In che modo? Concedendosi liberamente più ampi e generosi tempi di pagamento, affinché le occasioni commerciali non andassero perse o, comunque, non colte.

Vincolando la contrattazione dei tempi di pagamento, così come queste due leggi fanno, si rimuovono i margini di manovra che sono stati determinanti affinché le aziende provvedessero spontaneamente a superare le inefficienze presenti sul mercato e a sopravvivere. Di conseguenza, si irrigidisce il sistema e si scoraggiano le pratiche commerciali. Ciò perché, al rischio imprenditoriale, si aggiunge anche il rischio di subire una salata sanzione, che deve essere dolorosamente pagata, per poi essere buttata nel pozzo senza fondo dello scandalo di stato.

Di seguito riporto alcuni dati di una recente ricerca pubblicata da Atradius (società di assicurazioni del credito) circa i comportamenti di pagamento di un campione selezionato di aziende italiane.

Le aziende italiane sarebbero più propense a concedere dilazioni di pagamento al mercato interno piuttosto che all'export, principalmente per fidelizzare la propria clientela e, in seconda battuta, per promuovere le vendite. Si noti in questo grafico come il 19% delle imprese italiane intervistate ritenga che il motivo della concessione della dilazione di pagamento sia quella di costituire una fonte di finanziamento a breve per il proprio cliente italiano.

In quest'altro grafico, osserviamo invece che, mediamente, i giorni di dilazione concessi dalle aziende italiane sul mercato domestico siano di circa 52 giorni. Il quasi 54% delle aziende concedono più di 30 giorni di dilazione. Nello specifico, nel settore del commercio all'ingrosso/dettaglio/distribuzione, i giorni medi di dilazione arrivano a 58 circa. Pensate un po' a quante sarebbero le aziende italiane ad essere costrette a rivedere gli equilibri raggiunti, a causa dei vincoli imposti delle nuove leggi su descritte!

Secondo questa ricerca, quasi il 40% delle fatture commerciali emesse nel mercato domestico vengono pagate oltre la data di scadenza (vedi qui). Per il 35% i giorni di ritardo oscillano fra 1 e 15 giorni, segue il quasi 26% delle fatture, il cui pagamento viene effettuato fra i 30 e i 60 giorni di ritardo. Quasi il 12% delle fatture vengono pagate oltre i 90 giorni di ritardo. Si segnala inoltre che le aziende di medie dimensioni e le microimprese registrano fatture non incassate, rispettivamente per il 45% e il quasi 42% del totale emesse. Le piccole imprese invece registrano la percentuale più bassa di fatture non incassate alla scadenza (35,7%).

In quest'ultimo grafico vediamo che per il 72% degli intervistati ammettono che, il motivo del ritardo dei pagamenti dei propri clienti italiani, sia quello di una carenza di liquidità. Inoltre, il 21% attribuisce le ragioni alle inefficienze del settore bancario.

Come si buon ben capire, persone che evidentemente non hanno mai lavorato in vita loro e che quindi nulla sanno circa le complesse pratiche commerciali, disegnano e approvano leggi che prescindono dalla realtà.

Si giustificano simili provvedimenti con l'intento di proteggere la debole forza contrattuale delle piccole imprese rispetto alle multinazionali, ma così non si permette loro di trovare soluzioni innovative per potersi ridimensionare e competere meglio sul mercato, invogliandole a restare delle piccole realtà. Per favorire una categoria si creano svantaggi per altre ben più numerose, se si considerano anche gli effetti sulla categoria dei consumatori la quale, quest’ultima, si ritroverebbe ad effettuare i propri acquisti, scegliendo in un mercato dalle offerte più ridotte (in quanto le aziende chiudono, a causa delle ritorsioni di uno stato nemico) e, di conseguenza, dai prezzi più alti.

La spocchia di stato di credere di poter controllare tutto e tutti si sta facendo sempre più opprimente.


Postato il 10/12/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





sanita.jpg

Non è garantita la sostenibilità del sistema sanitario”, questo è quanto il capo del governo italiano avrebbe dichiarato di recente. A distanza di poche ore, egli ha poi chiarito dicendo che "Affermare la necessità di rendere il Servizio sanitario nazionale effettivamente sostenibile non ha nulla, proprio nulla a che vedere con la logica della privatizzazione". Ah, mi sembrava strano! Effettivamente, in un primo momento, mi era parso di capire che finalmente si iniziasse a dibattere seriamente sulla questione, affrontandola con una mentalità diversa da quella che l’ha fatta precipitare: non più con l'idea della statalizzazione del servizio, bensì con quella della privatizzazione. Invece, no. Il presidente del consiglio si riferiva all’idea di un “sistema di compartecipazione più equo”; probabilmente con ciò egli voleva dire che, siccome le tasse da noi pagate non bastano per tenere in piedi il servizio sanitario pubblico, bisogna continuare a sostenerlo, contribuendo ulteriormente e in base ai criteri che secondo lui sarebbero di equità. Praticamente, più tasse! Potrebbe anche darsi che non era questo ciò che il presidente del consiglio intendesse dire con l'affermazione “sistema di compartecipazione più equo”. Forse egli intendeva riferirsi ad un sistema in cui la sanità sarebbe finanziata, ad esempio, minimamente dallo stato (quindi non più al 100%), per la maggior parte da assicurazioni sottoscritte liberamente dai cittadini e infine, in maniera particolare, con ticket a carico diretto del cittadino più abbiente che richiede la prestazione. In tal caso potrei affermare che l’idea sarebbe senz’altro interessante. Ma si badi bene! Tutto ciò purché accada contemporaneamente che:

- a fronte del minor intervento dello stato, non si paghino più le tasse eccessive che servivano per sostenere integralmente il vecchio sistema;

- gli istituti di assicurazione coinvolti non svolgano altro se non la sola prestazione previdenziale sanitaria;

- sia garantita la libera concorrenza del mercato assicurativo che ne nascerebbe e di quello sanitario che si svilupperebbe;

- ci siano veri controlli sul rispetto del divieto di cartelli nel settore e di produzione di dichiarazioni mendace, al fine di usufruire di possibili aiuti finanziari di stato per gli indigenti.

Tutto questo al fine di rendere un servizio sanitario più attento agli sprechi, i quali, attualmente, sembrano derivare dalla gestione amministrativa, più che da quella delle prestazioni dei servizi erogati (si legga il rapporto 2012 di Farmafactoring). Spero che in merito, si opti per un sistema sanitario concepito diversamente da come lo è oggi, altrimenti non capirei come io non debba credere che, questo intervento del capo del governo, sia un’ennesima presa per i fondelli.


Postato il 30/11/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





proteste

In televisione vedo studenti scesi in piazza per protestare contro l’austerità imposta dal governo italiano. Essi chiedono più attenzioni allo stato. Si sentono trascurati! Essi gridano il loro disagio di studenti ma non conoscono chi l’ha causato. Nessuno dice loro che il malessere accusato è stato prodotto proprio dalla fallimentare gestione operata dallo stato. Da decenni esso ha ormai degradato il livello scolastico italiano e lo ha seppellito a colpi di vanghe. Nonostante ciò questi giovani chiedono più stato! Ma quale stato! I ragazzi, al contrario, dovrebbero chiedere a questo inetto di andarsene via, di lasciarli in pace e liberi nel deserto che lo stato gli ha riservato. Nessuno dice loro che non c’è bisogno di un’istruzione per vivere la vita. Essi dovrebbero lottare e pretendere di avere la possibilità di scegliere, in autonomia e fuori dalle aule anguste, la propria formazione, altro che istruzione! Chi ritiene il contrario allora uscisse fuori il libretto delle istruzioni che spieghi per filo e per segno come far funzionare questa complicata vita. Lo faccia ora, non aspetti. Ma se un tale libretto non esiste allora non esiste alcuna argomentazione che possa dare ragione all’imposizione di un’istruzione, perché fantomatica. I giovani necessitano della libertà di scegliere la propria forma mentis (quella più utile e più adatta alle proprie inclinazioni), così da imparare veramente come rendere più fertile quel deserto desolante in cui saranno costretti a vivere. Essi non hanno bisogno di essere istruiti al niente, per giunta da uno stato dappoco. Certo, qualcuno di loro replicherebbe dicendo che essi protestano per uno stato migliore di quello attuale. Ah, l’illusione di uno stato migliore dal precedente! Certo! Queste scuole, nemmeno la storia insegnano bene a questi ragazzi!


Postato il 19/11/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





inps.jpg

Un’interessante notizia che rimbalza da ottobre è quella relativa al bilancio dell’INPS e al suo disavanzo stimato per l’anno 2012. Attualmente si parla di più di 10 miliardi di euro in rosso. Ciò a causa del disastroso bilancio dell’ente pensionistico dei lavoratori pubblici (ex INPDAP), il quale deve confluire in quello dell’INPS, così come disposto nella manovra finanziaria di fine 2011.

Infatti l’INPDAP, nel 2012, scaricherà nel bilancio dell’INPS quasi 6 miliardi di deficit. Per completezza si riporta che nel 2011 l’INPS chiuse il suo bilancio con un avanzo di circa 41 miliardi e che l’ENPALS (l’ente previdenziale dei lavoratori dello spettacolo) confluirà anch’esso nell’INPS, apportando però un avanzo di circa 3,4 miliardi.

Le cause del deficit dell’INPDAP non riguardano la questione che lo stato abbia semplicemente evaso il versamento dei contributi dovuti, bensì proprio nella disfunzione originaria del sistema pensionistico italiano. Infatti, con la riduzione degli impiegati pubblici (ossia i lavoratori attivi) e il conseguente mancato turnover con i lavoratori andati in pensione, è successo che le entrate INPDAP fossero sempre di più inferiori rispetto alle erogazioni delle prestazioni previdenziali.

Inoltre è interessante apprendere che la gestione fallimentare della previdenza dei lavoratori pubblici si sia perpetuata, nell’ultimo decennio, anche da un punto di vista meramente contabile, a causa della possibilità concessa per legge, esclusivamente per lo Stato, di trasformare i contributi previdenziali che questi doveva versare all'ente pensionistico, in anticipazioni di tesoreria all'ente.

In altre parole, un debito dello Stato è strato trattato contabilmente come se fosse un credito che esso vanterebbe nei confronti dell’ente previdenziale, così da riuscire a nascondere agli occhi del mondo il più grave stato di salute del bilancio pubblico italiano. Per un qualsiasi soggetto privato, un'operazione del genere si chiama falso in bilancio. Si sarebbe finiti dentro! Ma nel caso dello stato, ingiustizia vuole che nessuno si possa ritenere responsabile e che nessuno finisca al fresco per questo dolo.

Ma quest’ultima è solo una questione contabile, che tecnicamente fa figurare qualcosa per un’altra (traendo però in inganno il cittadino interessato a controllare la gestione dello stato che ha votato), ma che non cambia la sostanza delle cose: ossia che il problema pensionistico italiano sia di natura strutturale.

La questione fin qui esposta non è che la punta dell'iceberg di un grandissimo problema. Infatti, allorquando salta il turnover fra lavoratori attivi e quelli in pensione (cosa che può accadere sia alla cassa pensionistica dei lavoratori pubblici che a quella dei lavoratori privati), generando così un ammanco di risorse per soddisfare l’erogazione delle pensioni attuali, se non dalle entrate previdenziali, un buco simile non può che essere integrato e coperto da trasferimenti dello stato a favore dell'ente pensionistico. Capite? Quando le entrate da contributi, da soli, non sono sufficienti per erogare tutte le pensioni attuali, lo stato è costretto ad aumentare le tasse a tutti i cittadini o ad indebitarli ulteriormente, per coprire il disavanzo previdenziale e nascondere il difetto del sistema pensionistico nostrano, che favorisce la generazione presente a danno di quella futura.

Non solo, checché se ne dica, bisogna considerare anche che i contributi dovuti dallo stato per i suoi dipendenti, non generano un flusso di cassa reale così come avviene con il versamento dei contributi da parte dei soggetti privati, ma consistono solo un giroconto contabile, perché nel caso dei lavoratori pubblici, lo stato e il datore di lavoro sono costituiti dallo stesso soggetto, dove lo stato deve dei soldi a sé stesso. Ne ho parlato molto più approfonditamente circa un anno fa in questo post che vi consiglio di leggere.

Quindi è uscita fuori la conferma che il sistema pensionistico italiano ha dei difetti strutturali, già noti a chi di dovere (leggete qui) e a cui non si è mai fatto qualcosa per sostituirne il debole meccanismo, se non rendere nel futuro l'accesso alla pensione sempre più difficile e con un riconoscimento sempre più misero. E' anche risultato che lo stato italiano trucca i conti pubblici ai danni degli elettori e dei suoi investitori, i quali puntano la loro fiducia in un sistema in realtà zoppo, ignari delle reali condizioni delle finanze pubbliche e quindi con una percezione distorta circa l’effettivo stato di salute dell'Italia e circa l’operato dei politici che hanno governato.


Postato il 09/11/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





aspirapolvere.jpg

Cliccate qui e guardate un po’ cosa si ottiene se cumuliamo, anno per anno, i maggiori PIL e gettito fiscale dell’Italia, prodotti a partire dal 2005. Giusto per avere una visione più ampia di ciò che accade, per non continuare ad indossare i paraocchi attraverso i quali i giornali nazionali ci inducono ad osservare i dati diffusi! In media, nel corso degli anni, lo stato ha assorbito più del 76% dei maggiori redditi prodotti dagli italiani dal 2005 fino al 2011. In parole povere, abbiamo lavorato per goderci mediamente solo il 24% di ciò che abbiamo guadagnato negli ultimi 6 anni. Tutto questo considerando la totalità delle imposte dirette, indirette, i contributi sociali versati (inclusi quelli figurativi), al netto degli importi accertati ma di improbabile esigibilità. Si noti meglio in quest'altro grafico come alla data del 2009, anno in cui il nostro PIL è calato di 3,52% rispetto all’anno prima, più del 93% del maggior PIL prodotto dal 2005 sia finito nelle casse dello stato. Alla data del 2011, il nostro PIL raggiunge quota 143 miliardi circa e il gettito fiscale recupera il terreno perso nel 2009, raggiungendo gli stessi livelli del 2007, a quota 90 miliardi. Alla data del 2011 quindi, risulta che abbiamo versato allo stato il 62,49% del PIL prodotto in 6 anni. Ciò che inquieta sono i dati relativi alle previsioni di Bankitalia e del Tesoro riguardanti l’anno in corso e il 2013. Infatti, prendendo per buone queste previsioni, si apprende che al 2012 (anno del governo Monti) noi avremo versato allo stato quasi il 97% del maggior reddito prodotto a partire dal 2005. E poco cambierebbe nel 2013. E’ interessante il fatto che queste “belle” notizie ci vengono fornite dalle stesse istituzioni che ci stanno derubando. Esse pubblicano i dati relativi al loro operato ma ce li comunicano in forma talmente grezza che risulta impossibile estrapolarne immediatamente delle informazioni chiare e utili. Al massimo, ci offrono delle elaborazioni in base alla loro convenienza e raramente a quella nostra. Vi consiglio di tenere a mente questi dati quando l’anno prossimo saremo chiamati alle urne, quando non avremo la possibilità di decidere chi dovrà governarci (illusi se lo pensate), bensì di decidere se andare a votare o non andare a votare.


Postato il 29/10/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





oro

Cina e India stanno facendo scorta di oro. Dall’inizio dell’anno 2012 la Cina ha rastrellato in giro per il mondo 400 tonnellate di oro, mentre l’India 389, costituendo, insieme, già nella prima metà dell’anno, il 25% del mercato mondiale (fonte: World Gold Council).

Continuiamo a dare un’occhiata ad alcuni numeri  a riguardo, così da essere correttamente informati  sull’argomento oro ed essere più preparati di quei giornalisti che per ignoranza o per mala fede riferiscono dati storpiati circa il mercato dell’oro, così come è già clamorosamente accaduto questa estate, con il servizio di un TG nazionale, il quale è stato prontamente sbugiardato dalla rete (vedi qui).

Innanzitutto, la Cina, negli ultimi 10 anni, ha una media annua di richiesta di oro pari a 376 tonnellate. L’india, invece, nello stesso periodo ha acquistato ad un ritmo di 690 tonnellate d’oro all’anno. La loro domanda,  nell’ultimo decennio, ha costituito insieme il 38% del mercato mondiale. Infatti, dal 2002 al secondo quadrimenstre 2012, Cina ed India hanno acquistato, rispettivamente, 4.144 e 7.591 tonnellate di oro, per un totale di 11.735 tonnellate, sulle 30.634 trattate in tutto il mondo nello stesso periodo.

Osservando il grafico, potete notare come la Cina, in dieci anni, abbia quasi quadruplicato la propria domanda di oro. Il trend della domanda cinese è in costante crescita, contrariamente a quella indiana, la quale pur rimanendo il maggior consumatore, ha un trend più discontinuo e tendente a decrescere negli ultimi due anni. Infine si noti come l’exploit della domanda di queste due economie, registrato negli anni 2010 e 2011, abbia determinato il valore record dell’oro, il quale è schizzato, nel giugno del 2011, a più di 1.900 dollari l’oncia rispetto al 2002, quando la quotazione dell’oro era poco più alta di 300 dollari l’oncia. Oggi l’oro quota poco più di 1.700 dollari l’oncia (un affare per chi ha comprato oro dieci anni fa!).

Quindi è chiara una cosa: gli investitori cinesi (banche in primis) stanno importando oro in maniera sistematica. Si consideri che, dal 2007, la Cina è diventata la maggior produttrice di oro del mondo, scalzando definitivamente il Sud Africa: secondo USGS, nel 2011 essa ha estratto qualcosa come 355 tonnellate di oro, su un totale mondiale di 2.700 tonnellate e, dal 2002, l’estrazione cinese di oro si è incrementata del 10%. Alla luce di tutto questo, la domanda che sorge spontanea è la seguente: nonostante questa nazione vanti la maggiore estrazione di oro nel mondo, per quale motivo la Cina ha l’ulteriore necessità di comprare e importare altro oro?

Secondo il sottoscritto, qui gatta ci cova! E non sono il solo a pensarlo! Potrebbe essere una scelta dettata dalla forte incertezza che le economie occidentali (Europa e USA, in primis) stanno esprimendo nell’ultimo quinquennio, la quale starebbe inducendo la Cina a rifugiarsi nell’acquisto di metallo prezioso perché ritenuto più stabile di qualsiasi valuta o asset presente sul mercato internazionale attuale. Ma non considero questa la risposta principale alla domanda.

Non bisogna dimenticare che la Cina è il maggior detentore di debito pubblico USA. In pratica, la Cina finanzia il governo americano e gli americani sono fortemente indebitati con essa. Oggi la riserva di valore che misura le monete di tutto il mondo è il dollaro ed è in rapporto ad esso che si esprime quanto vale una moneta. Attualmente la Cina possiede la maggior parte della riserva mondiale di dollari: 1,8 triliardi circa. Questo significa che il tutt’altro improbabile tracollo dell’economia statunitense comporterebbe forti perdite per la Cina e la politica di vendita di bond e dollari americani effettuata negli ultimi anni, al fine di alleggerire la rischiosa esposizione creditoria, non è sufficiente, visto che l’investimento alternativo, ossia in euro e in bond europei, sia altrettanto pericoloso.

La verità è che la Cina stia preparando il terreno per un mondo senza più il dominio americano nel mondo. Se USA ed Europa dovessero collassare a causa delle loro enormi esposizioni debitorie, le rispettive valute diverranno solo cartastraccia, così come anche i bond governativi da essi emessi. In uno scenario del genere le valute di tutto il mondo, non avranno alcun riferimento oggettivo circa il loro valore.

E’ sulla base di questa previsione che la Cina non starebbe acquistando oro soltanto per mettere al sicuro i propri investimenti, così come forse qualche banca centrale europea o statunitense starebbe disperatamente facendo. Bensì essa starebbe assorbendo da tutto il mondo più oro possibile, affinché un domani la Cina sia la maggiore detentrice mondiale di riserva aurea presente ed estratta sul pianeta. Così la Cina possiederà, più di tutti, un valido e collaudato riferimento oggettivo di riserva di valore (l’oro, appunto), da imporre a tutto il mondo, secondo cui parametrare ex novo il valore delle valute di un’economia ed essere la nuova e più ricca potenza del mondo.

Ingegnoso, non trovate? Mentre noi ci stiamo dannando l’anima per inventare un modo per nascondere gli eccessi determinati dalle fallimentari politiche dai nostri governi, per truccare il ridotto valore della nostra produzione e del nostro lavoro, costituendo assurdi fondi di garanzia, oltraggiosi istituti intergovernativi che fungano da prestatori di ultima istanza e di irrilevanti ristrutturazioni dei debiti sovrani, mentre perdiamo le nostre energie a concepire e a convincerci delle strampalate teorie, secondo le quali fare più debito comporterebbe la ripresa dell’economia, oppure far stampare la moneta allo stato sovrano sarebbe molto meglio che farlo fare ad un istituto esterno e indipendente dai governi, qualcun altro, dal sol levante, bada alle cose essenziali, non resta ad osservare, ma si sta preparando per imporsi su tutti noi quando ormai saremo giunti alla fine del nostro declino.


Postato il 22/10/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





sciamano

E’ noto che sin dai tempi degli antichi egizi, i faraoni usassero consultare i sarcedoti, in qualità di guide spirituali in diretto contatto con gli dèi e ritenuti, per questo, preziosi consiglieri. Stesso dicasi per i capi Maya, i quali si rivolgevano agli sciamani, persone alle quali si attribuivano poteri curativi e di preveggenza. Anche gli imperatori romani si lasciavano condizionare dagli indovini, ai quali ci si rivolgeva per essere predetti il futuro. Nel basso medioevo, invece, il ricorso a simili figure da parte degli uomini di potere era alquanto frequente nei confronti dei maghi del regno, grandi conoscitori delle scienze naturali e della materia e, per questo, ad essi si attribuivano poteri magici, sovranaturali e spesso, la loro eccellente reputazione era ideale ai re per condizionare l'opinione pubblica. Nell'alto medioevo si iniziava a comprendere l’importanza di manipolare in qualche modo l’opinione pubblica, al fine di mantenere il potere. Così, tale ruolo veniva assegnato ai ministri del clero, capaci di influire efficaciemente sul consenso dei sudditi, attraverso la fede religiosa. Mentre, negli anni della "revolution", il compito di esercitare la la propria influenza sulle masse, a favore del re, fu affidato ai letterati e agli intellettuali di corte. Infine giungiamo ai giorni nostri: a chi sarebbe possibile attribuire tale ruolo mitomane, di colui che sarebbe grande conoscitore dei fenomeni incogniti? Esiste ancora la figura di colui che è considerato fidato consigliere di governo e influenzatore intellettuale delle masse? Certo che esiste ancora! Oggi egli sarebbe l'economista, prete medium del moderno sistema di potere, l'ultimo anello dell'evoluzione di una specie culturale e intellettuale mai a rischio di estinzione. L'economista racchiude tutte le caratteristiche dei suoi antenati: egli è sarcedote del diritto, preveggente degli eventi non ancora accaduti, mago custode del segreto della motiplicazione della ricchezza, scienziato assoluto delle questioni sociali. In un qualsiasi contesto metropolitano ordinario, per via delle ciance da egli proferite, sarebbe considerato un idiota. Ma gli uomini di potere suggeriscono il contrario e, per dare loro credibilità, li mettono a capo dei templi universitari e dei ministeri finanziari. A volte, li fanno anche capi di governo. Insomma, ogni epoca e ogni civiltà ha sempre la sua particolare idiozia.


Postato il 15/10/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





calcolatrice.jpg

All’indomani delle operazioni della BCE, come il LTRO di dicembre 2011 e febbraio 2012 e l’annuncio della politica OMT di pochi mesi fa, si è assistito ad un conseguente incremento degli acquisti di titoli di stato italiani, fortemente sostenuto da investitori nazionali. Sono sempre stato curioso di conoscere la composizione dei detentori dei titoli italiani, i quali stanno finanziando il nostro stato malandato. Finalmente, dopo qualche ricerca, sono riuscito ad estrapolare alcuni dati in merito, i quali si riferiscono a giugno 2012. Secondo la Banca d’Italia, il 59,66% dei titoli di debito pubblico nazionale sono in mano agli italiani (vedi grafico). Tale quota si è incrementata di 12 punti percentuali rispetto alla fine del 2010. Quindi, chi si preoccupava soltanto del fatto che gli stranieri possedessero troppi bond italiani per speculare, adesso potranno stare tranquilli! Il sistema bancario (compresa Banca d’Italia), detiene in titoli il 45,65% del debito pubblico mentre il restante 14,01% è in mano ad altri residenti, un rapporto questo che non è mai significativamente cambiato dalla fine del 2010 ad oggi. Vi rendete benissimo conto del perché la BCE si sia preoccupata di tirare fuori dalla melma la testa delle banche e non quella degli altri comuni attori mortali dell’economia. Inoltre, si capisce come i nuovi euro creati dalla BCE siano serviti solo per dare, seppur indirettamente, ossigeno agli stati che si stavano indebitando a costi troppo elevati. Mentre la quota di stranieri che detengono bond italiani, a luglio 2012 si è ridotta al 40,34%, dopo che a fine 2010 essa si era attestata al 52,46%. Ossia, gli stranieri che credevano nelle potenzialità economiche dell’Italia si sono ricredute e hanno ritirato i loro soldi. Vediamo chi sono gli stranieri che continuano a detenere titoli di debito pubblico italiano, certamente non perché credono ancora in noi ma solo perché la BCE ha distribuito nuovi denari alle banche in crisi, a condizione che esse acquistassero i nostri titoli (vedi grafico). Le banche francesi e tedesche detengono assieme il 59% del nostro debito pubblico in bond all’estero. In parole povere, se saltiamo noi, saltano anche loro! Dalle prossime volte, abbiate a mente questa situazione, per aiutarvi ad interpretare le cose che accadranno!


Postato il 08/10/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





spagna.jpg

Se il 10 dicembre del 2001 il premio Nobel per l’economia doveva essere assegnato a tale Joseph Stiglitz, tanto valeva darlo a chiunque quel giorno si stesse sbronzando in uno scolatoio qualsiasi di Stoccolma!

Alla luce delle notizie che ci giungono dal paese spagnolo, le quali riferiscono di violente sommosse popolari, quanto da me espresso in apertura del post, lo scrivo dopo aver letto una recente dichiarazione dello stesso Stiglitz circa la crisi mondiale, attraverso la quale il premio Nobel affermerebbe che “Il problema è la mancanza di domanda”. Mister Stiglitz, riferendosi agli europei, pare che abbia asserito inoltre che “Essi credono che la crisi derivi da un atteggiamento troppo spendaccione. Ma l’Irlanda e la Spagna prima della crisi erano in surplus. Non sono state le spese a mandarle a fondo”.

Per brevità di questo post, rimandiamo la questione di una delle due nazioni citate dal premio Nobel: quella dell’Irlanda; invito invece a focalizzare l’attenzione sulla Spagna, anche perché sulla cui situazione, attualmente, sono principalmente puntati gli occhi degli europei. Vediamo cosa dicono i dati Eurosat a proposito.

Il premio Nobel ha di sicuro a mente i seguenti dati per poter affermare ciò che egli ha dichiarato, ossia quelli di un debito pubblico, che in percentuale di PIL, diminuiva costantemente fino al 2007 e quelli relativi ai formidabili surplus di bilancio, registrati dal 2005 fino al 2007, dopo una progressiva diminuzione del deficit, registrata negli anni precedenti (vedi qui i due grafici).

Bisogna però approfondire le osservazioni condotte. Perché se non le approfondisce uno che l’economia la dovrebbe studiare, chi lo dovrebbe fare? Lo sbronzo qualunque in uno scolatoio qualsiasi di Stoccolma?

Andiamo a vedere da che cosa dipenderebbe questa diminuzione di deficit e debito pubblico spagnolo che, dal 2008 (anno indicativo in cui è scoppiata la crisi), è invece iniziato ad andare fuori controllo (secondo me, paradossalmente, se si prendono per buoni i dati delle performance degli anni precedenti!). Mr. Stiglitz afferma che non sarebbero state le spese a mandare a fondo la Spagna: vediamo, quindi, il grafico della spesa spagnola; dal 2000 al 2009 essa è costantemente cresciuta, del 72,13% in poco meno di un decennio. Mentre dal 2009 (a crisi già esplosa) essa ha registrato una lieve flessione di un misero 3,91%.

Circa l’austerità spagnola lo stesso Stiglitz ha affermato che “L’austerità in Spagna ha portato alla depressione”. Con una flessione della spesa pubblica di neanche il 4%, non direi proprio che la Spagna stia subendo la crisi a causa di un’austerità. Dove la vede questa austerità il premio Nobel? Chissà! Ma andiamo avanti.

Osserviamo la stessa spesa pubblica ma in percentuale di PIL. Fino al 2008, anno indicativo dello scoppio della crisi in Spagna, il reddito nazionale sembra davvero aver sostenuto l’incremento della spesa pubblica; tant’è che, nel 2008, essa presenta la stessa percentuale di 8 anni prima (39,2%). Ciò significa che il reddito spagnolo (vedi qui il grafico del PIL) è aumentato parallelamente all’aumento della spesa pubblica. Infatti, dal 2000 al 2009, il PIL spagnolo si è impennato del 72,69% (stessa impennata percentuale della spesa pubblica). Quindi, più gli spagnoli guadagnavano col proprio lavoro, più lo stato spendeva (se non è questo un atteggiamento spendaccione, che cosa sarebbe altrimenti?). E se il debito pubblico diminuiva significa che quell’incremento di spesa era finanziata da un incremento della pressione fiscale esercitata sui poveri spagnoli (questa sì causa di recessione!)

Ma di quanto è aumentata la pressione fiscale in Spagna dal 2000 fino all’anno prima della crisi? Essa è aumentata di 3 punti percentuali. La pressione media annua era del 35,10%, attestandosi al 37,10% nel 2007 (vedi qui il grafico della pressione fiscale).

Abbiamo dimostrato quindi che:

- la spesa pubblica spagnola, fino allo scoppio della crisi, è sempre aumentata;

- la spesa pubblica era finanziata da un incremento delle entrate fiscali;

- le maggiori entrate fiscali erano date da un incremento della tassazione e un contemporaneo aumento del reddito nazionale.

Cerchiamo ora di capire che cosa abbia determinato il vertiginoso incremento del PIL spagnolo, il quale, stranamente, non è più riuscito a sostenere uno stato che aumentava le sue spese, fino al 2009, al ritmo del 7,6% ogni anno.

Dati i disastrosi risultati che oggi constatiamo, è molto probabile che quel PIL in aumento, cresceva sì, ma artificiosamente. Infatti, nel 2006, in Spagna, scoppia la bolla immobiliare.

Per anni il governo spagnolo ha incentivato il mercato immobiliare, sottraendo le ricchezze da altri settori dell’economia spagnola e trasferendoli nel settore edile. Ciò ha provocato un eccesso di offerta che procurava prezzi molto convenienti per l’acquisto del “mattone” spagnolo. Se ci aggiungiamo l’iniezione di liquidità dei primi anni 2000, proveniente dall’estero (dagli USA in primis), si spiegano le vantaggiose condizioni che, nel decennio che stiamo osservando, il sistema bancario offriva per far ottenere mutui a tassi agevolatissimi, che oggi gli spagnoli possono solo sognarsi. Questo ha portato a quell’incremento del 72,69% del PIL spagnolo. Ma esso era un incremento speculativo, di natura nominale, imposto con la forza dal governo spagnolo spendaccione, il quale non ha considerato minimamente l’effettiva necessità di avere più case di quante già non ce ne fossero, e foraggiato da liquidità non proveniente da reali risparmi privati, ma da denaro proveniente dal nulla, semplicemente stampato, non rappresentativo di alcuna ricchezza reale.

Questo faceva apparire i conti della Spagna in perfetto ordine, e tradiva chi all’epoca osservava l’andamento della sua economia, ossia gli investitori, i quali commettevano errori di valutazione che si sarebbero rivelati tali solo più tardi. Ma per essi, in quel periodo, era difficile accorgersene. Nel 2012 invece, abbiamo dati a sufficienza per verificare che le cose stavano andando diversamente e un premio Nobel, affermando che la Spagna non sia stata spendacciona, che la crisi spagnola sia addirittura un problema di domanda, commette una tale superficialità da ritenersi inammissibile.

Nelle condizioni su descritte, la domanda immobiliare crebbe a più non posso, determinando, intorno al 2006, la conseguente impennata dei prezzi delle case. Fu allora che gli spagnoli si ritrovarono a fare i conti con la realtà. Secondo i dati Ceoe (associazione imprenditori spagnoli) e Ine (l’ISTAT spagnola):

- ad oggi ci sono un milione di case invendute;

- dal 2006 al 2009 c’è stata una diminuzione del 40% degli operatori occupati nel settore edile;

- 150 mila case sono nelle mani delle banche spagnole, le quali non riescono a venderle perché in Spagna la gente non ha mai avuto i risparmi necessari per smaltire l’euforia  determinata artificiosamente nei primi anni 2000.

Quindi il valore di quel PIL era ingiustificato e mascherava la vergognosa ascesa della spesa pubblica della Spagna, rivelatasi insostenibile dal 2008 in poi.

Senza parlare dell’eccessivo impiego di dipendenti pubblici spagnoli, che ha contribuito incredibilmente all’aumento della spesa. A questo proposito, riporto soltanto due dati della Banca di Spagna, che da soli rendono l’idea: dal 1976 al 2011 l’occupazione, nel settore privato spagnolo, è aumentato del 32%, nel settore pubblico invece è aumentato del 134%. Ho detto tutto!

Si può concludere che il problema della crisi spagnola, in compagnia di quella portoghese, irlandese, greca e soprattutto italiana (non dimentichiamocelo) è di natura squisitamente di eccessiva, spropositata e insostenibile spesa pubblica. Maggiore inflazione, spread, disoccupazione o minore domanda aggregata sono solo conseguenze di questa crisi.


Postato il 01/10/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





elicottero.jpg

Dopo la BCE, ora anche la banca centrale americana (la FED) annuncia che stamperà altri dollari dal nulla, attraverso l’operazione Quantitative Easing (QE), versione numero 3. Questa manovra l’ho già spiegata sinteticamente un anno fa qui, quando circolavano voci che anticipavano le mosse della BCE la quale, ispirandosi proprio alle prime due versioni del QE americano, stava per lanciare quello che poi si rivelerà essere il LTRO. Questo QE consisterà nell’acquisto di mutui cartolarizzati (cartastraccia; vi ricordate questo post?)  per 40 miliardi di dollari al mese, in stile OMT europeo, ossia in maniera illimitata. Per chi ha ancora difficoltà a capire cosa stia succedendo, tutto questo significa che l’attuale sistema economico di stampo occidentale si è ingolfato e che, di conseguenza, le crisi non si riescono più a risolvere attraverso quelle politiche concrete che rilanciano realmente l’economia, perché esse risulterebbero ormai sempre più impossibili da adottare. Per chi ha accesso alla stanza dei bottoni del sistema (ovvero, banchieri e politici), non rimane altro che far rimandare i fallimenti a catena di banche e stati. Come? Gonfiando artificialmente il valore dei mercati attraverso la  stampa di nuovo denaro, che di conseguenza varrà sempre meno rispetto al giorno prima. Il rischio di inflazione è elevato e la poca gente che continuerà a lavorare, con gli stessi soldi di oggi, potrebbe ritrovarsi ad acquistare meno di quanto comprava ieri. Inoltre, la disoccupazione non diminuirà. Queste delle banche centrali sono manovre finanziarie e non economiche! Indebitano gli stati e distorcono i mercati borsistici (compresi quelli delle materie prime, i cui prezzi sembrano gonfiarsi “inspiegabilmente”), permettendo agli istituti bancari di barare, usando i soldi degli altri a scapito dei veri risparmiatori. Sì è vero, la FED (come anche la BCE) si impegnerebbe  a sterilizzare l’eccesso di moneta creata, al fine di evitare l’inflazione galoppante, ma ciò non significa che il tutto sarà indolore per l’economia (lo spiego in questo post)!


Postato il 17/09/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





soccorso.jpg

Scrivo questo post, prendendo spunto dalla notizia secondo la quale la BCE si appresterebbe ad acquistare massicce quantità di bond di stato europei con scadenza 1-3 anni e dagli elogi, su tale decisione, esternati dal collega Alberto su EconoMia & Finanza.

Si ha ragione quando si riferisce circa il fatto che l’operazione messa in atto dal governatore della BCE consista nell’acquisto di bond europei sul mercato secondario ma in maniera condizionata. Inoltre, bisogna precisare che, la manovra annunciata della BCE non è immediatamente operativa. A quest'ultimo proposito, si può presumere che l’intervento della BCE potrebbe essere un maggiore sostegno previsto in un iter di soccorso, che in linea di massima potremmo riassumere così:

-       la richiesta dei soccorsi verrebbe dapprima fatta presente dallo stato bisognoso al futuro organismo intergovernativo ESM (per chi non sappia ancora cosa sarebbe questo abominevole organo, ecco qui un articolo in cui ho già divulgai un interessante studio fatto in merito), il quale si impegnerebbe ad acquistare i relativi titoli di stato sul mercato primario (alla prima emissione, insomma);

-       dal canto suo, l’ESM detterebbe riforme e interventi obbligatori al paese richiedente il soccorso. Pena il ritiro degli aiuti;

-       in tutto questo, la BCE (assieme all’eventuale coinvolgimento dell’FMI) avrebbe il compito di monitorare l’effettiva messa in pratica di tali richieste;

-       oltre all’intervento dell’ESM, la BCE promette ampio appoggio al soccorso, acquistando i titoli dello stato in difficoltà, sul mercato secondario al fine di combattere la speculazione.

Invece, si ha meno ragione quando si crede alla storia che la misura da adottare sia di natura illimitata. In realtà, l’intervento avrà sicuramente una soglia prestabilita, come anche quella del rendimento dei bond, superata la quale sarebbe possibile iniziare a contare sull’intervento della BCE. E’ solo che esse vengono mantenute segrete, al fine di non fornire informazioni utili agli speculatori dei mercati, i quali inizierebbero a scommettere fino a che punto l’istituto centrale è disposto ad aiutare i governi. Inoltre, per tutto questo, la BCE rinuncia alla sua posizione di creditore privilegiato in caso di default dello stato che ha emesso i titoli acquistati. Infine, si ha ragione anche quando si ritiene che una simile operazione preveda un’altra misura, parallela alla prima su descritta, di sterilizzazione, con lo scopo di annullare gli effetti inflattivi generati dalla necessaria stampa, da parte della BCE, di nuove banconote, utili per sostenere la politica monetaria così decisa.

Alberto, nel suo recente post scrive: “… questa manovra è costruita sotto sia il pilastro portante su cui ogni Banca centrale "di rispetto" deve poggiare e cioè sul contenimento dell'inflazione, sia sotto quel pilastro statutario su cui solo la BCE poggia secondo cui la politica monetaria non deve mai essere accomodante”. in effetti, gli intenti dichiarati nello statuto della BCE rispecchiano quanto scritto da Alberto. Ma si sa, di buone intenzione è lastrica la via per l’inferno.

I fatti invece, come stanno? Io vi mostro un grafico che descrive l’inflazione della zona Euro dal 1999 al 2011, poi giudicate voi se tale banca centrale sia stata degna “di rispetto” (come scrive Alberto) oppure no. Certo che fra il 2001 e il 2007, il contenimento dell’inflazione c’è stato. Fa niente poi che questo contenimento sia riscontrabile dopo un impressionante innalzamento dell’inflazione, pari al 100%, registrato dal 1999 al 2001 (poca roba, in due soli anni!). Poi dal 2007, un disastro completo; la BCE, in stato di crisi, dimostra di non essere in grado di contenere un’inflazione bruscamente altalenante. Questo semplicemente perché è stata lei ad averla creata, con i precedenti aumenti della base monetaria, che hanno portato l’inflazione dell’euro zona ad un incremento del 125% in dieci anni. Osservate l’andamento tendenziale in scala logaritmica che ho evidenziato in rosso: dall’anno in cui la BCE è entrata in funzione, l’inflazione è sempre in aumento. Forse perché col termine “contenere” si intendeva, in realtà, “far aumentare l’inflazione, ma poco a poco”!

Ironie a parte, quando Alberto, riferendosi alla mia possibile opinione in merito, scrive la frase “Pasquale lo sa meglio di me e forse non ne sarà del tutto insoddisfatto”, egli rimanda ad uno stato emotivo, mio personale, del tutto relativo, perché il punto non è tanto legato alla questione sul mio essere soddisfatto o meno! Per me le banche centrali non sono degne di rispetto a prescindere e andrebbero tutte abolite, a favore di una moneta di proprietà degli individui (non delle banche o dello stato), in concorrenza con le altre esistenti e con riserva di valore certa e limitata.

Tornando al tema del post, la BCE, così come ha già fatto nell’estate del 2011 con l’operazione SMP (fallendo miseramente, ricordiamocelo!), stamperà nuovo denaro dal nulla per dare ulteriore tempo ai governi europei affinché essi cerchino di sistemare i disastri che non sono stati in grado di fare in momenti più congeniali, ovvero nei primissimi anni in cui l’Euro entrò in circolazione. Con questo nuovo SMP, più strutturato, denominato Outright Market Transactions (OMT), la BCE si appresterà ad acquistare bond di stati europei in difficoltà, per mascherare la reale percezione di rischio che il mercato esprimerà nei loro confronti, così da contrastare i pericolosi rialzi dei rendimenti, di fatto falsandoli (e ciò non è positivo!).

Anche se la BCE, in qualche modo compenserà l’aumento della base monetaria generata prima, ritirandola poi, imponendo o incentivando l’aumento delle riserve detenute dalle banche presso di essa, da tutto ciò ne beneficerà qualcuno a discapito degli altri. Perché? Perché è logico ritenere che quando uno stato europeo a caso (l’Italia) si troverà a dover pagare rendimenti troppo alti sul suo debito pubblico e, quindi, a chiedere aiuto alla BCE:

-       la banca centrale, col suo appoggio, incentiva lo stato ad indebitarsi ulteriormente. Il denaro raccolto a prestito dallo stato andrà a finanziare la politica del relativo governo che, come già si sa, privilegia una certa classe amica (spesso minoritaria) a svantaggio delle altre, distorcendo così i rispettivi mercati nazionali;

-       di conseguenza, la spesa pubblica non diminuirà, perché se si è fatto nuovo debito, lo si è fatto per aver stabilito una maggiore spesa pubblica (è ovvio!). E anche se a governare non ci fossero i politici ma dei “tecnici”, abbiamo già visto che al massimo si ottiene una rivisitazione della spesa e non un taglio della spesa così come invece sarebbe necessario effettuare;

-       il nuovo debito pubblico che così si andrà a creare, si cercherà di ripagarlo attraverso l’incremento delle tasse, nonostante sia necessario diminuirle, le quali verranno pagate anche e soprattutto da quei cittadini che non hanno ricevuto alcun incentivo o finanziamento, a seguito del nuovo denaro raccolto a debito dallo stato;

e il risultato sarà che la politica della BCE, se da un lato riuscirà a contenere l’inflazione che si genererebbe come conseguenza alla sua politica OMT, dall’altro avrà:

-       incentivato all’indebitamento ulteriore del paese già in difficoltà;

-       ma soprattutto a spostare le ricchezze da una classe sociale (quella che non beneficia del maggiore denaro raccolto attraverso l’indebitamento) ad un’altra (quella che invece ha immediatamente ricevuto dallo stato il denaro ottenuto a prestito), alimentando così ingiustizia e demerito.

In pratica, l’operazione della BCE sottrarrà liquidità destinata, ad esempio, alla concessione creditizia per le iniziative imprenditoriali dei privati, per riversarla sul mercato del debito pubblico e a condannare il paese sciagurato a far prevalere le corrotte necessità dello stato su quelle dei singoli individui.

Certo che un simile ragionamento logico, un keynesiano non lo concepisce minimamente. Perché non osserva e non studia gli effetti di lungo periodo; egli guarda solo il breve. Perché guardando solo il breve periodo tutti i conti tornano, contrariamente no! E, il lungo periodo, il keynesiano non lo vuole proprio guardare e quando glie lo si chiede, risponde così come fece Keynes: “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Alla faccia del rispetto per le prossime generazioni! Ciò perché il keynesiano non ha una teoria economica che funga da binocolo, così da permettergli di vedere oltre. Il keynesiano resta fedele solo e soltanto ad un approccio, secondo il quale ogni crisi (di qualsiasi natura essa sia) dovrebbe essere sempre affrontata attraverso l’aumento della spesa pubblica, per incrementare la domanda e quindi i consumi, anche se questo significhi indebitarsi. Un po’ come quello che raccontano il Gatto e la Volpe a Pinocchio, convincendolo che piantando gli zecchini nel campo dei desideri essi sarebbero cresciuti sugli alberi e moltiplicati. Lascio giudicare a voi lettori se tutto ciò sia razionale oppure no.

In ultima analisi invito, chi desideri approfondire la questione, ad ascoltare il governatore della BCE, durante la sua audizione di qualche qualche giorno fa. Egli ha aggiunto che la banca centrale europea abbasserà il rating per i titoli collaterali necessari affinché le banche possano ottenere più agevolmente un finanziamento dalla stessa BCE. Vi invito altresì ad osservare come la Germania, comunque, sia riuscita ad imporre la sua volontà di condizionare qualsiasi aiuto alla cessione della sovranità fiscale. Che i giustissimi disappunti legati alla questione di conferire all’ESM la licenza bancaria, con questo meccanismo, siano stati furbescamente bypassati. Che l’Italia non ha ancora fatto le riforme strutturali necessarie e che, ancor quando qualche lodevole iniziativa, l’attuale governo, l’abbia presa, i partiti politici che hanno voce in parlamento, l’hanno ostacolata e impedito l’emanazione dei relativi decreti attuativi.

Questo invito lo faccio affinché si insista a ragionare con la propria testa e non con quella degli economisti che vanno in televisione con la faccia come il sapone! Ragionando sui punti da me modestamente proposti, si potrebbe iniziare a capire il perché:

-       dell’improvviso e provvisorio innalzamento dell’indice delle quotazioni della Borsa Italiana e dell’allentamento della morsa dello spread fra BTP e BUND di questi giorni;

-       dell’impercettibile sensazione che il processo di accentramento della politica fiscale europea, e presto anche del walfare, avanzi, sottraendo sovranità ai singoli stati europei sempre di più;

-       dell’allarme spread il quale tornerà sopra i 400 punti base entro la fine di quest’anno (questa è una mia scommessa);

-       i partiti, in un simile quadro economico, per non sporcarsi le mani, fanno girare voci le quali vedono per l’Italia un governo Monti-bis (o qualcun altro a lui simile).


Postato il 11/09/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





pos.jpg

Cari lettori, sembra che da luglio 2013, il governo vorrebbe imporre ad ogni esercizio pubblico l'obbligo di accettare pagamenti con moneta elettronica, i quali superino la soglia di 50 euro (leggi qui). Ciò lo si legge nella bozza del famoso “decreto crescita” che contiene le misure della cosiddetta ”agenda digitale”. Esercenti e professionisti dovranno quindi sobbarcarsi del costo di un servizio POS e di installazione dei relativi terminali. Tale proposta si aggiunge ad una serie di azioni politiche e discussioni economiche le quali mirano a disincentivare, se non addirittura a convincere di vietare o di tassare l’uso del contante. Il restringimento della libertà individuale di usare il contante provoca distorsioni all’economia che evidentemente sono ignorate da coloro che si svegliano una mattina e si fanno portavoce di certe idiozie. L’uso del contante è l’ultima libertà che ci è rimasta sulla benedetta questione monetaria, dopo che ci è stata privata quella di scegliere quale moneta usare e quale valore ad essa attribuire. E’ vero che così facendo si complicherebbe la vita all’evasore, ma la si complicherebbe a tutti, anche a quelli onesti. Transazioni che, con l’uso del contante, avverrebbero con estrema velocità, con l’introduzione di una tassa sul contante o di un vincolo qualunque per il suo utilizzo, le rallenterebbe. Si sprecherebbero più tempo, soldi ed energie per servizi che ci aiutino a liberarci il più possibile del contante dalle proprie tasche. Indurrebbe tutti a sostenere i costi di un conto corrente bancario e ciò per la felicità degli istituti di credito, i quali dicono grazie al compare stato per averli messi al riparo da uno degli ultimi modi esistenti che noi cittadini abbiamo per decretare che una banca sia inaffidabile: ovvero, ritirando i nostri depositi dalla banca inefficiente, per impiegarli più fruttuosamente. Per non parlare della nostra privacy, la quale verrebbe continuamente violata attraverso gli strumenti di tracciabilità del contante, che raccoglierebbero dati potenzialmente utilizzabili dallo stato per ulteriori soprusi alla nostra libertà. Come si può dedurre, i costi sociali provocati da azioni coercitive, le quali mirano ad indebolire il libero uso del contante, sono di estremissima importanza e non trascurabili. Andateglielo a dire a chi ci dice certe cose senza studiare l’economia o a chi dice di studiarla ma per conto di qualche politico o banchiere!


Postato il 06/09/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





fesso.jpg

Dopo il referendum sull’acqua pubblica ecco un’altra presa per i fondelli: il referendum anticasta per tagliare gli stipendi ai parlamentari. Per carità! Non sono a favore della super macchina statale che invade vergognosamente la libertà di noi cittadini, figuriamoci se mi vado a schierare a favore dei parassiti della classe politica dagli immeritati stipendi d’oro! E’ ovvio che io sia contrario ai mega stipendi da parlamentare. Il problema, invece, è che le vagonate di e-mail giunte alla mia posta elettronica, le quali invitano ad apporre la propria firma per raggiungere le 500 mila necessarie al fine di indire il referendum, trascura alcuni piccoli dettagli sulla regolarità dell’iniziativa. Infatti, se tale quota dovesse essere raggiunta, cari miei lettori, tutta la raccolta firme sarebbe nulla. Leggetevi la legge n. 352 del 25 maggio 1970, scorrete lo sguardo fino raggiungere l’art. 31 e leggerete che “non può essere depositata richiesta di referendum nell'anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l'elezione di una delle Camere medesime.”. Inoltre, secondo la stessa norma sui referendum, le firme vanno depositate dal 1 gennaio al 30 settembre (art. 32), "entro tre mesi dalla data del timbro apposto sui fogli medesimi a norma dell'articolo 7, ultimo comma" (art. 28). Quindi, nel caso di questa iniziativa referendaria, la cui raccolta firme è partita a maggio di quest’anno, le relative firme si potrebbero depositare solo a partire dal 1 gennaio 2013. Ma fino ad allora esse sarebbero nulle, perché depositate oltre il termine di tre mesi, così come stabilito dalla legge. Fra l’altro, nel 2013 non sarebbe nemmeno possibile indire il referendum, perché sarebbe in contemporanea con le elezioni politiche che si terranno proprio l’anno prossimo e, questo, la legge lo vieta espressamente all’art. 34, prevedendo che, in tal caso, il referendum già indetto è da intendersi sospeso e da rinviarsi all’anno successivo (cosa che comunque non avverrebbe mai, visto che le firme raccolte sarebbero dichiarate nulle, in quanto depositate oltre il termine previsto). Forse i promotori di questo referendum sono in cerca di pubblicità, o chissà di cos’altro, fatto sta che, se non si presta attenzione a ciò che si legge o a ciò che si firma, si rischia sempre di favorire il più furbo e, peggio ancora, di essere fatti fessi. Aprite gli occhi, ragazzi!


Postato il 20/07/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





tasso.jpg

La BCE sta continuamente perdendo di vista i principi secondo cui essa fu istituita. Essa non è più garante della stabilità economica. Dopo le operazioni di acquisto massiccio di debito pubblico sul mercato secondario, le operazioni LTRO, ieri mattina, dopo circa 6 mesi dall’ultimo taglio del tasso di sconto, esso è stato ulteriormente ridotto di 25 punti base. Quindi, per le banche commerciali, chiedere in prestito altri euro alla Banca Centrale Europea vuol dire pagare appena lo 0,75% di interessi. La cosa assurda, che viene fatta passare per una cosa normale, è che il tasso di sconto, ossia il prezzo del denaro, sia deciso non dall’incontro fra la domanda e l’offerta di moneta, bensì dalla decisione arbitraria di una Banca Centrale, che ne fissa il valore artificialmente. Ridurre in maniera sintetica il tasso di sconto, sempre più in prossimità dello zero, significa stimolare inopportunamente la domanda di moneta, aumentandone la quantità in circolazione e riducendone il potere d’acquisto. Non si centra il vero problema dell’area Euro, ossia la scarsa solvibilità dei suoi impegni, che ha generato questa crisi. Si pensa invece a risolvere un problema di liquidità, che non esiste. Il prezzo del denaro diminuisce se c’è un incremento della propensione al risparmio da parte della gente. Ma se esso diminuisce per decisione arbitraria di una banca centrale, quel prezzo è artificiale, perché non è sostenuto da risparmi reali. Di conseguenza gli investimenti che si realizzeranno, risulteranno insostenibili nel lungo periodo, perché nessuno li ha mai voluti e perché nessuno potrà mai permetterseli, visto che in realtà la gente non risparmia. E’ storia già vista. Chi beneficerà da una simile operazione? Solo coloro che sono più vicini agli istituti dai quali affluirà la moneta fresca di stampa: banche e istituti finanziari sono in prima linea. A seguire, i dipendenti pubblici, le aziende che lavorano per lo stato, imprese esportatrici (a dispetto di quelle importatrici) e imprenditori capaci di corteggiare meglio i direttori di banche. Questi saranno i primi a godere dei benefici temporanei dell’aumento di moneta in circolazione, perché useranno quei nuovi denari su mercati i cui  prezzi attuali sono ancora bassi rispetto a quanto lo saranno, quando la moneta di nuova emissione invaderà tutta l’economia e ne avrà fatto aumentare i prezzi. Mentre, per gli individui non privilegiati, che riceveranno per ultimi la nuova moneta emessa, anche se essi avranno più denaro in tasca, l’effetto espansivo si neutralizzerà, a causa dei prezzi i quali saranno già irrimediabilmente aumentati. In poche parole, i potenti stanno pensando agli “stra-comodacci” loro! La BCE spara le sue ultime cartucce svalutando l’euro, tirandosi appresso tutte le economie concorrenti!


Postato il 06/07/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





intervista.jpg

E’ un onore per me pubblicare di seguito l’intervista a Francesco Carbone, rilasciata il 26 giugno scorso, in esclusiva per il blog. Egli è uno studioso di economia, autore e divulgatore di saggi di economia e finanza e presidente dell’associazione Usemlab.

Carbone non è nuovo su questo blog. Qualcuno ricorderà che ho già avuto modo di presentarlo attraverso il suo ultimo lavoro editoriale “A Scuola di Economia”. Questa volta ho chiesto a Francesco di fare una chiacchierata e di poterla condividere con tutti voi, per conoscerlo un po’ di più e perché ci aiuti a comprendere meglio cosa, secondo lui, stia succedendo all’economia italiana ed europea in questi ultimi turbolenti anni. Consiglio vivamente di leggere l'intervista, tutta d’un fiato, perché è interessantissima.

Buona lettura.

------------------------------------

Ciao Francesco! Tu sei autore di un libro che si intitola “A Scuola di Economia”, acquistabile on-line sul sito di usemlab.it e che questo blog ha già avuto modo di presentare ai suoi lettori. Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a realizzarlo e in che modo questa tua opera può aiutare le famiglie e i piccoli risparmiatori?

“Come tutti gli altri quattro libri della serie USEMLAB, il libro ha come primo obiettivo quello di far intraprendere al lettore un percorso di crescita personale mirato ad una maggiore consapevolezza del mondo economico e finanziario. Questa trasformazione si pone come fattore indispensabile sia per riuscire a difendere i propri risparmi, sia per trovare, tanto come consumatori, lavoratori, imprenditori, il giusto orientamento nelle scelte che prendiamo quotidianamente.

A Scuola di Economia in questo senso è il libro più completo di tutti quelli finora pubblicati. Nei propri programmi ministeriali l’educazione pubblica ignora totalmente, e direi volutamente, qualunque corso di istruzione economica e finanziaria di base. Questo libro compensa tale lacuna presentando attraverso quaranta semplici lezioni un corso intero, di gran lunga migliore e più interessante della macroeconomia e microeconomia insegnate nelle nostre università ancora legate a un approccio economico errato, di tipo ingegneristico, matematico, positivista.”

Tu sei un divulgatore della teoria economica della scuola austriaca. Qual è la differenza fra il pensiero della scuola economica austriaca e quello mainstream della scuola economica keynesiana? Che cosa significa e cosa comporta per te essere un divulgatore di questa scuola di pensiero in Italia?

“La differenza è di metodo. La Scuola Austriaca è l’unica che considera la scienza economica come una scienza umana e sociale. Non a caso il libro accademico di riferimento della Scuola Austriaca resta ancora dopo oltre sessanta anni dalla prima pubblicazione (del 1949) L’Azione Umana di Ludwig Von Mises. Partendo da metodi diversi si giunge a identificare cause, risultati, conclusioni, soluzioni quasi sempre differenti se non addirittura totalmente agli antipodi le une con le altre.

La scoperta della Scuola Austriaca, avvenuta per me a distanza di circa sette anni dalla Laurea in Economia, mi ha aperto le porte per una nuova e più profonda comprensione dei processi economici. I corsi tradizionali seguiti all’università avevano, eufemisticamente parlando, soddisfatto solo in maniera parziale la mia curiosità intellettuale. E’ stato come vivere l’esperienza di una rivoluzione copernicana applicata al mondo economico. Cosa può esserci di meglio che riuscire a trasmettere agli altri, in termini comprensibili, una conoscenza che è in grado di trasformare letteralmente ciò che pensiamo, che facciamo, che diventiamo? Si tratta senza dubbio di una grande soddisfazione.”

Per un cammino sociale prospero, quali sono i punti deboli dell’Europa e dell’Italia e di chi è figlia questa crisi economica?

“L'Europa è ingessata in uno Stato sociale insostenibile oramai da lungo tempo e l'Italia fa parte di quei paesi che si ritrovano nella fascia più debole, lo dimostrano, con ben pochi margini di dubbio, gli sviluppi più recenti sui mercati finanziari. Già l'anno scorso eravamo giunti sull'orlo del baratro. Solo gli interventi della Banca Centrale Europea sono stati in grado di acciuffarci all'ultimo momento da una rovinosa caduta. Le forze in gioco che chiedono il raggiustamento degli squilibri strutturali europei tuttavia non sembrano volersi arrestare.

Le continue svalutazioni del passato hanno nascosto in maniera sistematica problemi strutturali che l'Euro ha solamente fatto emergere in superficie. Le dinamiche che hanno avuto luogo in questi ultimi dieci anni sotto l'ombrello dell'Euro, per un vizio connaturato non tanto alla valuta unica, quanto alla cosiddetta tragedia dei beni comuni rendono oramai impossibile il rientro su un sentiero prospero senza passare prima da un raggiustamento profondo che sono certo, troverà sviluppi inevitabilmente traumatici.”

Che cosa intendi con “tragedia dei beni comuni”?

“Una tragedia dei beni comuni emerge quando i diritti di proprietà non sono ben definiti. Nel mare, ad esempio, un pescatore è incentivato a pescare quanto più egli riesce a fare, prima che gli altri pescatori gli sottraggano le risorse comuni. Ciò porta a un sovra sfruttamento ed eventuale esaurimento della risorsa. Non a caso molto spesso vengono loro imposte delle quote di pesca. I paesi dell'Unione potendo monetizzare indirettamente i propri deficit via sistema bancario, e scaricando i costi sui paesi più virtuosi, hanno goduto dello stesso incentivo. E sempre non a caso erano stati fissati dei criteri da rispettare in relazioni ai deficit e ai debiti pubblici. Tuttavia il rispetto di tali criteri non è mai stato cogente. Di conseguenza nessun paese "debole" dell'area Euro ha sfruttato l'Euro per mettere i propri conti pubblici a posto ma negli anni del boom ha perseverato in politiche di spesa insostenibili. Adesso i nodi sono venuti al pettine, e nessuno vuole pagare le conseguenze delle proprie azioni, anzi la Germania si trova persino in una delicata situazione: se si rifiuta di continuare a finanziare i paesi deboli rischia ugualmente di pagare un costo elevatissimo e di perdere tutti i crediti finora concessi al resto dell'Eurozona (circa 700 miliardi) tramite un complesso meccanismo definito Target 2.”

Caro Francesco, aiutaci a capire cosa, secondo te, nella prima metà di quest’anno sia veramente accaduto all’economia europea (e, di riflesso, a quella italiana).

“Semplicemente le politiche monetarie della BCE tese a fornire liquidità alle banche e ai mercati attraverso le cosiddette operazioni LTRO, hanno continuato a incentivare comportamenti rischiosi (moral hazard). All'esaurirsi dello stimolo, avvenuto davvero in tempi molto rapidi, il reale problema di solvibilità è riemerso in superficie, peraltro aggravato. Non si può continuare a curare un problema di solvibilità come se fosse uno di liquidità. Ciò nel lungo termine non fa che peggiorare la situazione. E' un errore che viene ripetuto da diversi anni, perlomeno dall'esplosione della crisi finanziaria del 2008.

Purtroppo tutto questo si incastra per come la vedo io, in un contesto molto delicato: siamo infatti prossimi alla fine di un superciclo economico, fondato sul debito e sul denaro a corso forzoso. L'Europa è in questo momento solo l'anello più debole di una catena sulla quale agiscono forze enormi, troppo a lungo represse. Questo anello a sua volta è formato da altri piccoli anelli e l'Italia era uno di quelli che stavano per cedere. Lo è ancora, ma grazie agli interventi della BCE alcune di queste forze hanno trovato modo di spostarsi e di scaricarsi sulla Spagna. Un intervento coordinato e massiccio come vanno auspicandosi le forze politiche europee non risolverebbe alcun problema, al limite otterrebbe il risultato di spostare l'energia su qualche altro anello interno o anche esterno all'Eurozona, potrebbe essere l'Inghilterra o il Giappone.”

Quali scenari si prospettano davanti a noi? Se quello dell’economia austriaca fosse un pensiero applicato, come se ne uscirebbe?

“Il problema è che questo superciclo durato cento anni è giunto al culmine della propria sostenibilità. Negli ultimi 35-40 anni ha avuto modo di creare distorsioni strutturali mai viste prima nella storia. Se non fosse stato per l'incredibile sviluppo tecnologico e per la globalizzazione, che hanno avuto modo di generare enorme ricchezza per gli abitanti dell'intero pianeta, questo ciclo sarebbe già giunto alla definitiva resa dei conti. Non possiamo escludere che nuove scoperte possano alleviare o posticipare questo raggiustamento traumatico, tuttavia è solo applicando i principi del libero mercato che si potrà riprendere un sentiero sano di crescita sostenibile e di benessere diffuso.

Tali principi vanno applicati al cuore dell'economia, ovvero al denaro e al sistema finanziario, di fatto gestiti da un pianificatore centrale con poteri assoluti. Troppi, quasi tutti sbagliano accusando il liberalismo, il liberismo e il libero mercato, in realtà il primo è defunto da oltre cento anni, il secondo è pesantemente distorto dal contributo teorico spesso alquanto confuso dei monetaristi, e il terzo lo ritroviamo perlopiù nel mercato che ci fanno generalmente sotto casa una volta a settimana.

Il sistema in realtà è vittima di un interventismo sempre più profondo che si è radicato proprio laddove non dovrebbe essere affatto applicato. “La Crisi dell'Interventismo” non a caso è il sottotitolo che scelsi per il mio primo libro, Prevedibile e Inevitabile, che nel dicembre 2008 ha lanciato la collana USEMLAB giunta con A Scuola di Economia al suo quinto e speriamo non ultimo volume.”

Grazie mille per la tua disponibilità, Francesco, da parte mia e dei lettori del blog.

------------------------------------

Per chi fosse interessato ad approfondire gli argomenti trattati in questa intervista, consiglio di acquistare i testi distribuiti da Usemlab.it. In particolare, per iniziare un percorso di apprendimento più consapevole della disciplina economica, segnalo:

-     Che cosa è il denaro, Usemlab, 2010, pp. 220

-     A Scuola di Economia, Usemlab, 2012, pp. 350

-     Guida per investire nell’oro e nell’argento, Girbaudi, 2009, pp. 254

-     La Tragedia dell’Euro, Usemlab, 2011, pp. 220

-     Prevedibile e Inevitabile, Usemlab, 2008, pp. 258

Solo per i lettori di questo blog, per tutto il mese di luglio 2012, è riservato uno sconto speciale del 10% sull’acquisto di qualsiasi libro che trovate a questo indirizzo. Vi basterà digitare, al momento dell’acquisto, il seguente coupon “marinelli”, per ottenere lo sconto speciale. Per gli ordini superiori a 50 euro, le spese di spedizione sono gratis. Mentre per quelli effettuati con corriere, è prevista una simpatica shopper di cotone in omaggio. Non perdete questa occasione!


Postato il 03/07/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





meraviglie.jpg

Sembra che il ministro del lavoro italiano abbia dichiarato che: “il lavoro non è un diritto, va guadagnato, anche con il sacrificio”. Per questo, tutti gli hanno dato addosso, ritenendo aberrante una simile affermazione, come se avesse detto qualcosa di male. Purtroppo, vivere in Italia, è un po’ come vivere nel paese delle meraviglie; si tira avanti inconsapevoli di ciò che accade attorno. Ogni tanto qualcuno, prova ad indossare il cappello del cappellaio matto, esprime la sua opinione e subito si scatena l’indignazione italiota. Questa è la prima volta che sono d’accordo col ministro. La storiella del lavoro considerato come un diritto ha legittimato per decenni le istituzioni ad occuparsi della materia e a cercare di garantire un posto di lavoro per tutti, allorquando il libero mercato non lo fa, a spese degli imprenditori privati. Quindi, ad essi, che si assumono il rischio di tutta la loro impresa, non gli è permesso di decidere come gestire al meglio la propria creazione, perché gli viene imposto chi, come, quando e a quale costo assumere un lavoratore o licenziarlo. Inoltre, la storia che il lavoro sia un diritto legittima anche il fatto che sia un dovere dello stato assumere più personale, sempre a spese dei cittadini, i quali pagano più tasse, così da creare l’occupazione che il libero mercato da solo non crea. Ciò determina:

-    aumento degli sprechi della pubblica amministrazione, a causa di inopportune assunzioni nelle amministrazioni statali;

-    riduzione della competitività delle aziende private, a causa del livello inappropriato dei salari rispetto alla effettiva produttività dei fattori dell’impresa;

-    riduzione dell’efficienza delle attività private e di quelle della pubblica amministrazione, a causa della difficile dismissione di risorse umane non produttive e quindi inefficienti o addirittura dannose;

-    ridotte opportunità di creazione di nuova occupazione nel settore privato, a causa della rigidità dell’ordinamento del mercato del lavoro, il quale rende insostenibile il costo del personale e impossibile il raggiustamento spontaneo dei disequilibri;

-    fuga degli investimenti all’estero, a causa della scarsa convenienza a produrre in un paese in cui è lo stato ad imporre le decisioni, al posto di chi vi ha l’iniziativa di impresa.

Ma se si vuole continuare a pensare che il lavoro sia un diritto da ricevere, anziché la necessità di guadagnarsi da vivere, allora che non ci si lamenti se si pagano troppe tasse, se si assumono troppi dipendenti pubblici, se ci sono dipendenti pubblici che fanno tutt’altro che lavorare, se il paese è indebitato e se c'è troppa disoccupazione.


Postato il 29/06/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





vortice.jpg

Per fortuna, di Eurobond non se ne parla. I tedeschi sono categorici. E meno male che ci sono loro che tengono a freno una simile idiozia! In alternativa la Germania ha proposto il progetto ERF (European debt Redemption Fund).

L’obiettivo di questo progetto non è quello di finanziare i debiti pubblici dei paesi membri, così come sarebbe con gli eurobond, bensì quello di riportare, nel giro di 25 anni, la soglia dei debiti pubblici europei al 60% del PIL, così come è stabilito nel trattato di Maastricht. In che modo? Trasferendo la quota di debito del singolo paese, eccedente il 60% del suo PIL,  ad un fondo europeo creato ad hoc, il quale emetterà bond europei  con un termine ventennale, al quale poi bisognerà fornire le risorse necessarie per estinguere tale debito giunto a scadenza, compreso i relativi interessi.

Questa è solo un’idea allo stato embrionale e giudicarla è un po’ prematuro. Non crediate che con ERF parte del debito pubblico di un paese sparisca veramente. Svanisce solo contabilmente, allo scopo di far ridurre la pressione speculativa sui debiti pubblici dei paesi europei, i quali manterrebbero la propria sovranità e riceverebbero un’ulteriore occasione per riformare la spesa pubblica.  Il debito ormai esiste e, checché ne possano dire i populisti d’Italia, questo lo si deve pagare. Non pagarlo, così come suggerisce qualche astro nascente della politica nostrana, non significa non scontarlo nelle conseguenze che ne deriverebbero. Anzi!

Con una proposta del genere, la Germania vuole imporre agli asini d’Europa (e un po’ essa si illude, diciamolo) la cosa più naturale e già prevista negli intenti  dei trattati che hanno dato vita all’unione monetaria: essere più responsabili nelle scelte politiche; continuare ad indebitarsi per mantenere uno stile di vita insostenibile non è cosa buona!

Guardando questo grafico, è possibile rendersi conto che l’Italia, trasferendo all’ipotetico fondo ERF la quota eccedente del suo debito pubblico (1.013 mld di euro), costituirebbe la fetta più grande dell’intero progetto, ovvero il 33%. Ciò significa che l’Italia sarebbe il primo paese a  guadagnarci, perché potrebbe puntare a godere di un minor tasso di interesse da corrispondere sul suo debito trasferito, rispetto a quello che pagherebbe altrimenti. Ma a quale costo? Sicuramente quello di adottare riforme vere (non le pagliacciate degli ultimi mesi, di un governo spacciato per tecnico) in un tempo tassativamente medio-lungo (20 anni) e sotto ricatto dei paesi europei dalle economie più solide.

Purtroppo si continua a non affrontare la questione alla radice, cioè mettendo in discussione l'esistenza di una banca centrale nel sistema monetario, la quale ha dimostrato di non essere in grado di garantire gli intenti di stabilità. Inoltre, in poco più di dieci anni dall’entrata in vigore dell’euro, l’Italia non ha riformato un bel nulla, nonostante quegli anni fossero propizi. Adesso, un probabile progetto ERF potrebbe concedere altri 20 anni per darci una regolata. Quindi, da questa proposta, si deduce che la Germania sembra fidarsi dell’Italia, tanto da volerle dare un'altra possibilità. Noi italiani invece, dobbiamo fidarci dell’Italia?


Postato il 23/06/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





prestito.jpg

Euro-crisi: non esiste ancora una soluzione. Lo dimostra il fatto che c’è un continuo susseguirsi di notizie riguardanti una imminente e ulteriore iniezione di liquidità nel sistema economico globale. A rendere la situazione particolarmente preoccupante sono le vicine elezioni che si svolgeranno in Grecia il prossimo 17 giugno: il risultato potrebbe scuotere negativamente i mercati finanziari e tirarsi appresso tutto il sistema bancario al quale siamo maledettamente condizionati. Per scongiurare questo, sembra che le banche centrali siano pronte a stampare nuova moneta per evitare l’acuirsi della stretta creditizia, così da comprare altro tempo e rimandare per un altro po’ l’enorme problema dell’indebitamento pubblico. Nel frattempo, il sistema bancario spagnolo riceverà ben 100 miliardi di euro di finanziamento dall’unione europea, esattamente così come iniziarono gli innumerevoli aiuti alla Grecia per rinviare il suo default. In questo modo le banche spagnole verranno ricapitalizzate (praticamente l’operazione LTRO non è servita a un bel niente, se non a distorcere ulteriormente le valutazioni dei mercati finanziari e non). Forse questa sarà l’occasione ideale per far partire il tanto temuto, anche da questo blog, fondo salva stati (ESM)? Chissà! Se così non sarà, noi italiani, popolo ormai ai piedi di cristo, prepariamoci ad accollarci il salvataggio di un altro paese europeo che è giunto sull’orlo del fallimento. Secondo gli accordi Efsf, l’Italia dovrà contribuire prestando il 19,8% dei 100 miliardi promessi alle banche spagnole, ad un tasso del 3%. Fa niente che poi noi ci indebitiamo al ritmo del 7% di interessi. A questo punto, immaginate un po’ da dove lo stato prenderà questi soldi!


Postato il 16/06/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





imu.jpg

Cari sindaci d’Italia. Ci tenete ai vostri elettori? Rispettate tutti i cittadini, anche quelli che non hanno votato per voi ma per il vostro avversario? Tenete a cuore l’economia della vostra comunità? Dimostratelo. Fate in modo che i vostri concittadini non paghino l’IMU. Anche se denominata imposta, in realtà questa è una tassa patrimoniale che incombe indistintamente sui ricchi e i meno ricchi (e già solo per questo, essa è da ritenere incostituzionale). Fra l’altro, essa è imposta da un governo illegittimo (diciamocelo chiaro, chiaro e tondo, tondo) che sta impoverendo la popolazione. Come difendersi? Basta solo che i consigli comunali facciano in modo da azzerare l’IMU dovuta dai cittadini. E’ molto semplice. Ogni singolo comune può deliberare autonomamente la soglia dell’aliquota IMU, la quale può essere fatta oscillare, rispetto all’aliquota ordinaria fissata dal governo, dello 0,2% per la prima casa e dello 0,3% per la seconda. Ebbene, attraverso una delibera, basta far ridurre l’aliquota al minimo consentito dalla legge e successivamente, con un’altra delibera, far elevare le detrazioni che il comune può liberamente riservare ai cittadini, fino a concorrenza dell’imposta dovuta. In questa maniera, i comuni possono aggirare la legge che impone loro di applicare un obolo che spilla ingiustamente denaro alla gente, semplicemente neutralizzando l’IMU dovuta. Se per la seconda casa, un simile provvedimento non riuscirebbe ad azzerare completamente tale l’imposta, per la prima casa il giochetto funzionerebbe al 100%. Meglio di niente! Intanto, decine di comuni in Italia stanno approvando delibere che di fatto non fanno pagare l’IMU. Un comune di esempio è quello di Pontivrea in provincia di Savona (leggete qui).


Postato il 08/06/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





accusa.jpg

Gli economisti che attualmente siedono al potere sono intellettualmente (e non solo) responsabili dei disastri economici che stanno avvenendo e che iniziano a dilagare. Sono quelli a capo dei grandi gruppi bancari, delle banche centrali e della politica.

Si spacciano per grandi stregoni capaci di prevedere il futuro. Ma poi non hanno previsto la crisi del 2007 in USA. Si impongono come conoscitori assoluti di ogni segmento dell’economia e di chi vi opera. Ma poi non hanno previsto la crisi del 2009 in Europa. Si pavoneggiano nei talk show televisivi ostentando saggezza, per la serie “io so’ io e voi non siete un ca…”. Ma poi non sanno trovare una soluzione all’attuale recessione.

Essi considerano l’economia come se fosse una scienza naturale (come la fisica, la chimica, la matematica). Invece l’economia è una scienza inesatta: è una scienza sociale (come il diritto, la filosofia, la storia, la psicologia, la geografia, ecc.). Essi usano modelli matematici per interpretare e organizzare la realtà e i comportamenti umani. Considerano l’uomo come un essere irrazionale.

Viceversa, i fenomeni economici non sono matematizzabili perché gli uomini, che ne sono i protagonisti, sono imprevedibili (di irrazionale c’è solo il modo che tali economisti hanno per condurre lo studio sociale). E quando i loro modelli matematici non funzionano (praticamente, sempre), ciò succede non perché essi sono errati, bensì perché non adatti.

Il capitalista non è l’uomo avido e crudele che deve essere regolamentato anche sul numero di volte che egli deve assentarsi per andare in bagno. Il capitalista è l’essere creativo, capace di dare una risposta ai bisogni di una comunità, assumendosi il rischio della sua impresa (più buono di così, si muore!). Se le questioni imprenditoriali fossero davvero risolvibili con formule matematiche non avremmo problemi economici.

Nelle facoltà universitarie, l’economia si studia così come se si studiasse la matematica. Il novantanove percento di chi esce dalle aule in cui si è fatto lezione di economia politica non ha capito un bel niente di ciò che si è parlato. Invece, il restante un percento, crede di aver capito qualcosa. Fra quest’ultimi c’ero anch’io! (non sapete quanto mi è costato riuscire ad ammettere ciò).

La missione di ogni economista deve essere quella di studiare i fenomeni di cooperazione sociale e, dall’analisi delle rilevazioni statistiche, egli deve interpretare ciò che gli avvenimenti economici vogliono insegnare all’uomo. Gli studi di un economista devono assecondare le istituzioni sociali che spontaneamente si consolidano fra gli individui in anni di convivenza, come il denaro, il diritto, la morale, senza escogitare piani di stato, come ad esempio la stampa di denaro dal nulla o l’abuso del diritto positivo, col quale si obbliga altre persone ad assumere certi comportamenti. Simili escogitazioni, studiate a tavolino con arroganza, corrompono il naturale evolversi di una società, avvantaggiando una elite piuttosto che un’altra, accelerando lo sviluppo di un settore anziché quello più urgente e più utile.

In breve, questi economisti, hanno perso completamente ogni contatto con quella che è la realtà.


Postato il 07/06/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





spremere.jpg

Dopo essere stata duramente colpita da un devastante terremoto, la regione Emilia ha bisogno di aiuti economici. Ognuno di noi è chiamato all’appello per contribuire al fabbisogno dei terremotati. Un piccolo sacrificio di ciascuno sarebbe un aiuto enorme per questa popolazione! Quanti italiani vorrebbero essere d'aiuto ma non possono, in quanto  si trovano in condizioni economiche tali da non potervi fare fronte direttamente, perché è un lavoratore precario (non solo contrattualmente ma anche economicamente), un disoccupato o la vittima di un tale tartassamento, il quale rischia di mandarlo sul lastrico? Come potrebbero mai intervenire, costoro? Niente paura, ci pensa mamma stato! Come, con i soldi suoi? Su dai, non esageriamo! Sono tre anni, ormai, che ce la meniamo col fatto della crisi! "Ci pensa lo stato" nel senso che esso imporrà un decreto, secondo cui il prezzo di mercato della benzina deve essere ulteriormente aumentato di 2 centesimi al litro, così da devolverli ai bisognosi, anche se a danno dell'economia. Questo è quello che ha deciso il consiglio dei ministri e che varrà fino al 31 dicembre di quest’anno. Io sono solidale con la popolazione emiliana. La disgrazia abbattutasi non ci voleva proprio, in un momento delicato come quello che stiamo attraversando! Ma la mia provocazione è un’altra. Lo stato prosciuga risorse incredibili alla popolazione lavoratrice (se si considera la pressione fiscale totale, si arriva a soglie che si aggirano attorno al 70 percento del reddito procapite). E considerato ciò, questo stato non è in grado di intervenire in aiuto dei terremotati, in modo esclusivo, con i soldi già sottratti forzosamente ai cittadini? Ne deve prelevare altri? Ma allora a cosa serve questo stato, se in casi del genere deve sempre farvi fronte direttamente il cittadino? Ebbene, la si pianti di sostenere uno stato che è ormai uno spremiagrumi! Una popolazione libera di intascare tutte  le risorse (o buona parte di esse) derivanti dal proprio lavoro, potrà permettersi liberamente di privarsi di una piccola parte, per devolverla in beneficienza in maniera spontanea e senza che nessuno glie lo imponga. La beneficienza necessita di un presupposto: la volontarietà. Se la beneficienza deriva dalla coercizione, quello si chiama pizzo.


Postato il 01/06/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





futuro.jpg

Spesso leggo interessanti previsioni riguardanti l’uscita di questa o di quell’altra nazione dall’eurozona, oppure dell’abbandono dell’euro e del ritorno alla moneta nazionale. Alcune prospettano scenari apocalittici, altri descrivono questi probabili avvenimenti come un’opportunità. Ma ancora più spesso vedo strumentalizzare queste previsioni per fini politici, condite con percentuali e dati numerici che, il più delle volte, sono riferite in modo tendenzioso, al fine di terrorizzare l’opinione di massa anziché di invitare alla riflessione. La verità è che non ci sono precedenti circa tali eventi. Ora più che mai, ogni tentativo di riferire cosa accadrebbe è una soggettiva opinione. Se poi tale opinione fosse il risultato dell’analisi delle serie storiche dei relativi fenomeni economici, correlata con lo studio dell’azione umana, essa avrebbe addirittura un rigore scientifico, anche se di natura deduttiva e aprioristica. Ma quando si leggono queste tesi, suffragate da fantomatici numeri, gettati qua e là, attribuiti ad un accadimento economico futuro, allora essa è solo pura pratica medianica da indovini di luna park. In economia nessuno può misurare empiricamente cosa accadrà. Il compito della scienza economica è quello di studiare come i fenomeni economici interagiscono con l’azione umana, attraverso l’interpretazione del passato, così da spiegare il presente e da decifrare cosa gli avvenimenti economici ci stanno insegnando, per guidare consapevolmente la nostra condotta futura. 


Postato il 28/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





ltro.jpg

Già lo scorso aprile si poteva prendere atto del fallimento dell’operazione LTRO (quella che avrebbe dovuto salvare le banche e gli stati europei), quando si registrava l’incremento dello spread italiano, il quale tornava ai livelli pre-LTRO.

Non sono passati nemmeno 3 mesi dalla manovra LTRO-2 (5 mesi, invece, da LTRO-1) e lo spread fra i rendimenti dei BOT e Bund tedeschi è salito ancora, raggiungendo quota 427 punti base, nel momento in cui io scrivo. Non solo! Dopo soli 3 mesi, sembra che le banche europee rischino di tornare ad essere nuovamente in sofferenza di liquidità. Il motivo risiede nei tetri scenari che lo sfacelo della Grecia lascia prospettare. Anche perché gli euro già ricevuti, entro tre anni, devono essere restituiti alla BCE!

E’ assurdo! Con tali manovre sono stati creati dal nulla un trilione di euro, prestati alle banche ad un tasso di interesse dell’uno percento (praticamente regalati!) e siamo punto e a capo? C’è di più! Sembra che le banche si aspettino un'altra tranche LTRO-3, leggete qui.

Il problema è che molti di quegli euro creati dal nulla, rischiano di tracimare nell’economia reale e l’effetto sull’inflazione sarebbe galoppante. E ciò sarebbe un danno non solo per noi comuni mortali che ci ritroveremmo con euro che valgono di meno, ma anche per i signori banchieri, ai quali i prezzi sfuggirebbero dal loro controllo, che schizzerebbero verso l’alto a più non posso. Di conseguenza, in uno scenario di shock di prezzo, i comportamenti individuali degli investitori non sarebbero più condizionabili con la classica leva al rialzo dei tassi di interesse, perché altrimenti il sistema salterebbe.

Ecco che così si spiega il motivo per cui le banche evitano di fare credito con il denaro ricevuto grazie all’operazione LTRO! Non solo per aiutare a coprire i deficit degli stati, incanalando il denaro attraverso il sistema bancario, ma anche per scongiurare il rischio, per tutti sconveniente, di inflazione, così che i banchieri possano continuare ad imporre agli stati, l’adozione delle misure necessarie al fine di condizionare il comportamento degli investitori e risparmiatori, proprio come hanno sempre fatto nell’ultimo decennio (ad esempio, facendo imporre nuove tasse). Il tutto usando come grimaldello la posizione debitoria degli stati stessi e la minaccia di una deflazione dei prezzi, la quale svaluterebbe i mercati reali.

In altre parole, abbiamo un’economia estremamente pianificata da una Banca Centrale Europea, la quale quest’ultima, nel tentativo disumano di controllare le enormi interazioni possibili fra gli individui, attraverso le sue politiche di creazione di denaro all’infinito, è costretta a:

-       finanziare le inefficienze degli stessi stati che le conferiscono il potere di controllare la moneta;

-       usare il sistema bancario riducendolo da efficienti intermediari del credito a deleterie periferiche che agiscono per conto di essa, al servizio dei governi non virtuosi;

-       diluire l’inflazione con la stretta creditizia, evitando che essa esploda e che i conseguenti comportamenti degli investitori diventino da essa non più controllabili;

così da poter minacciare i paesi circa il pericolo di una deflazione.

L’impegno della banca centrale è quindi quello di non far perdere potere sui governi all’intero sistema bancario, tenendoli con una corda attaccata al collo. Tutto ciò la banca centrale non potrà continuare a farlo se non creando sempre più frequentemente trilioni di euro dal nulla, che terranno in vita il sistema di potere finanziario, composto da stati compiacenti e banche suoi vassalli. Al resto dei cittadini invece, composto da imprenditori, famiglie e risparmiatori, il cui sudore del lavoro, per questo sistema di potere, è il nettare da spillare, non resterà altro che continuare a pagare le conseguenze di questo diabolico impianto, in termini di:

-       costante svalutazione del denaro imposto loro con la forza per le loro transazioni;

-       costante aumento della pressione fiscale gravante sul proprio lavoro e patrimonio restante;

-       costante aumento della disoccupazione, indotta dalle assenti o insufficienti politiche di liberalizzazione.

Ameno ché, non ci si svegli una volta per tutte e si reagisca smettendo di legittimare i soli e veri responsabili di questo preludio di un disfacimento epocale, ossia la classe politica impotente circa gli intenti dichiarati sul bene comune e approfittatrice del potere ad essi conferito.


Postato il 18/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





bibita.jpg

E’ balzata agli onori della cronaca, la proposta del ministro della salute italiano di tassare di 3 centesimi di euro le bevande gassate, al fine di rafforzare le campagne di prevenzione e promozione di corretti stili di vita. Ad ottobre 2011 già scrivevo così su questo blog “Spero che nessuno in Italia si lasci ispirare. Questa, in realtà, è l’improvvisazione di turno attraverso la quale, con una scusa del genere, si tende a nascondere ben altri motivi, quale potrebbe essere, ad esempio, la necessità di battere cassa.”. Mi riferivo alla tassa che allora la Francia già applicava, alla stessa maniera, sulle bibite gassate. Cavoli, l’avessi mai scritto! Il “genio del villaggio” di turno si è lasciato ispirare veramente, pur di far incassare allo stato italiano altri 250 milioni di euro annui (almeno, così si stima). Naturalmente, le considerazioni in merito sono le stesse che faci allora. Inoltre, ritengo che non bisogna essere professoroni di chissà quale università, per proporre di risolvere i problemi dell’amministrazione pubblica, inventandosi scuse così idiote per imporre nuovi balzelli ai cittadini già in sofferenza. Ma di quale campagna di prevenzione si vuole parlare? Ma la salute di quale povero cristo si vuole correggere? Ma che campagna di promozione volete fare? Se veramente queste bibite fossero così dannose per la nostra salute, sarebbe stato più lineare (ma pursempre intollerabile e, soprattutto, ripugnabile) un discorso che preveda il divieto di vendita di queste presunte bibite “nocive”. Cosa vorrebbero mai risolvere con il prelievo di 3 centesimi a lattina? Ma siamo seri! Da queste operazioni scaturiscono solo danni e nessuno vantaggio per questa economia italiana già insopportabilmente strozzata!


Postato il 14/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





Il baro (1594) - Caravaggio. Kimbell Art Museum, Fort Worth (USA)

A marzo 2012, il tasso di variazione relativo all’aggregato monetario M3, registrato dalla Banca d’Italia, torna ad essere positivo! Ma questo non significa che le banche italiane abbiano ripreso a finanziare le imprese! Leggiamo bene il bollettino statistico di Bankitalia. Innanzitutto, per chi non conosce ancora cosa sia l’aggregato M3 del sistema bancario, possiamo dire che esso non è altro che la sommatoria di tutti gli strumenti monetari presenti in un certo sistema economico (costituiti da banconote e monetine in circolazione, dai conto correnti bancari, dai depositi bancari vincolati ad una scadenza, dai prestiti e dai titoli di debito in seno alle istituzione finanziarie monetarie). Come si legge dalle tabelle del resoconto della Banca d’Italia, rispetto al mese scorso, M3 cresce dell’1,09%. Ma da che cosa è realmente dipeso questo risultato? Certamente molto dipende anche dall’incremento degli investimenti delle nostre banche in obbligazioni e prestiti (proprio quei strumenti che abbiamo visto far parte dell’aggregato M3). Ma questi investimenti sono stati effettuati non in attività di iniziativa privata, bensì in titoli di debito pubblico. Infatti, l’incremento di investimenti in titoli di stato è di un pelo sopra i 24 miliardi di euro rispetto allo scorso mese. Invece continua a diminuire l’investimento in attività private che, in termini di obbligazioni, si passa dai 193 miliardi di febbraio ai 177 di marzo (meno 6 miliardi). Questo significa che le banche continuano a non volersi esporre nei confronti dei privati. Per le banche, cedere all’economia la montagna di denaro ricevuto dalla BCE, è ritenuto un investimento ad alto rischio di insolvenza. E quindi fallimentare. Ma in attività statali, pluri patentate come fallimentari (lo sanno anche le pietre, ormai), le banche continuano ad investire. E non poca roba! E’ la dimostrazione di come, nel sistema economico, le banche siano le sole a dover essere salvate, ma barando: facendosi creare nuova moneta dalla BCE, loro complice, così da poter imbellire i propri bilanci, più finti di una protesi dentaria. Il triangolo si chiude, ovviamente, con lo stato che fa loro da palo. E noi? Ah, poveri noi!


Postato il 02/05/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





 

Ecco un altro interessante utilizzo della rete. Questa volta da parte di DPiù Discount, una delle più promettenti catene di discount in Italia, con più di 250 punti vendita operanti sul territorio nazionale. Per promuovere le proprie offerte e portare a conoscenza le novità commerciali proposte alla propria clientela, DPiù Discount ha deciso di mettere gratuitamente a disposizione, sul proprio sito web, delle applicazioni per Iphone, Ipad e Android, così da favorire il cliente ad un più pronto accesso alle notizie utili, rendendole efficacemente fruibili attraverso gli evoluti dispositivi mobile, ormai diffusissimi. In questo modo, il consumatore potrà consultare il volantino digitale delle offerte, sempre aggiornato, ovunque egli si trovi. Questa catena di distribuzione sta sfruttando al meglio la spiccata attitudine sussidiaria che internet può conferire al proprio business, così da approfittare di maggiori occasioni di contatto e di acquisto. Alla cura della qualità delle proprie forniture, della gamma offerta sempre più ampia, del rapporto qualità/prezzo e di uno staff preparato e motivato, DPiù Discount ha aggiunto la cura del contatto sempre più diretto con il consumatore. Infatti, esso ha anche reso più comunicativo il proprio sito web, orientando la navigazione per argomenti, creando interessanti offerte nella nuova sezione viaggi e attivando un servizio di newsletter tramite e-mail e sms. Come si può vedere, più internet è libera di evolversi fra la gente, più la gente che può accedervi può migliorare la qualità della propria vita.


Postato il 26/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





rapina.jpg

Ecco la trovata di due economisti americani per fronteggiare il problema del default dei debiti pubblici europei (scarica il paper in inglese divulgato qualche settimana fa). In buona sostanza, l’idea consiste nel far emettere, ai governi, titoli di stato con la clausola “tax-backed”. In pratica funzionerebbero così: in caso di default dello stato, il rimborso del loro valore a scadenza sarebbe possibile attraverso la compensazione di esso con le tasse dovute dal possessore dei titoli stessi allo stato.

La cosa ridicola non è tanto il fatto che un’idea del genere sia stata concepita e poi divulgata, quanto il fatto che questi due, dalla stampa, siano considerati dei geni!

Il principio sarebbe quello di far trasformare in moneta, utile per pagare le tasse, ciò che invece sarebbe carta straccia, in quanto emessa da uno stato ormai fallito.

Scusate, ma qui di geniale c’è ben poco. I titoli derivati raramente sono una cosa buona e la categoria nella quale rientrerebbero questi titoli è proprio quella dei derivati.

Secondo questa ”genialata”, perché i titoli di stato di un paese fallito, da carta straccia si trasformino in moneta accettata per il pagamento delle tasse, sarebbe necessario innanzitutto che quello stato dichiari ufficialmente il proprio fallimento. Invece i governi sono restii a dichiararlo. Checché se ne dica, nessuno degli stati europei ultimamente inguaiati ha mai dichiarato il default e mai lo farebbe (nemmeno la Grecia l’ha fatto, nonostante lo sia tecnicamente. Essa è sempre stata ritenuta semplicemente sull’orlo del fallimento e mai fallita). Infatti, in una situazione di default, ameno ché lo stato sciagurato non abbia intenzione di sostituire l’attuale moneta corrente (l’euro, ad esempio) con una nuova, rappresentata proprio dai titoli di debito da esso emessi, ha bisogno di entrate liquide correnti per far fronte alle varie incombenze che giungono a scadenza (soprattutto se estere). Fra l’altro, le banche non lo permetterebbero mai; pena l’haircut (ovvero, la svalutazione) dei titoli da esse posseduti, con conseguente aumento delle perdite nel loro bilancio.

Un’altra considerazione, riferibile al poco senso pratico dell’idea, è quella riguardante l’inesistenza di una diretta relazione fra la distribuzione dei titoli di stato e le effettive entrate fiscali. Non sono riuscito a trovare dati utili che riferiscano quanti siano (di numero) e chi siano gli italiani che posseggono titoli di debito pubblico del proprio paese. Forse perché sono pochi e noti? Siccome io credo che sia esattamente così e che essi siano la minoranza del paese, allora immagino che, quel famoso 56% di debito pubblico italiano in mano agli italiani (fonte Bankitalia), sia concentrato in grosse dosi per ciascun possessore, per un valore ben superiore rispetto alle imposte da esso dovute allo stato. Di conseguenza, l’impatto sul rendiconto pubblico, teorizzato da questa idea, è decisamente poco rilevante al fine di ridurre l’esposizione debitoria dello stato, poiché questa specie di titoli, sarebbe parzialmente garantita solo nella misura di quanto è dovuto allo stato in termini di imposte. Per la restante parte del loro valore, al possessore di essi non gli rimarrebbe altro che attaccarsi al tram e attendere di poter utilizzare il credito residuo compensando le future imposte, a favore di uno stato ormai fallito.

“Meglio di niente!” sospirerebbe qualcuno. Ma stiate pur certi che avrebbe molto meno da sospirare di sollievo chi invece non acquista titoli di debito pubblico; ovvero la maggior parte di noi.

Cliccando qui  potete leggere nel dettaglio una mia modesta relazione, riguardante un esercizio da me condotto, con il quale, attraverso un modello economico, mi sono divertito ad analizzare gli effetti che genererebbe l’introduzione di questa assurda proposta.

Questa di cui stiamo parlando, è una proposta divertente per fini didattici ma, nella pratica, circa la risoluzione della crisi del debito pubblico, è inutile come un coriandolo in un bagno, dove la carta igienica è finita!

Cosa in realtà, di questa proposta, per alcuni sembra essere geniale? Una soluzione del genere, in effetti, indurrebbe a rendere il titolo dello stato in difficoltà competitivo sul mercato finanziario, più di quanto non lo sarebbe uno simile ma del tipo ordinario. Lo renderebbe meno sensibile agli aumenti dello spread. Ma così come ho dimostrato nella mia relazione, tutto questo è geniale solo per i loro interessi; per quelli dei grandi investitori; per quelli delle banche, che con questi titoli di debito derivati attutirebbero il rischio di svalutazione dei bond di stato posseduti.

La trovata sarebbe geniale anche per le politiche dei governi, i quali sarebbero ulteriormente incentivati a perseguire la strada più veloce per ottenere risorse economiche che colmino il deficit prodotto dalle loro politiche, cioè ad indebitarsi, visto che i titoli di stato emessi con la clausola tax-backed sarebbero più appetibili e allocabili sul mercato.

Questi titoli derivati di debito pubblico, sono uno strumento innovativo per poter estendere con più efficacia il rischio di insolvenza dello stato fallito, dai soggetti professionisti che comprano titoli di debito pubblico, e che controllano i mercati finanziari, alle imprese e alle famiglie che non capitalizzano i propri redditi nell’acquisto di essi. Così questi ultimi, oltre a continuare ad essere chiamati a pagare maggiori imposte per ripagare il debito pubblico, pagherebbero ulteriormente perché subirebbero l’inefficienza prodotta dell’azione dello  stato sul territorio in cui esercitano la propria attività o conducono la propria esistenza. Nell’esercizio da me effettuato, questa inefficienza è rappresentata dalla sopravvenuta incapacità dello stato di ultimare l’erogazione dello stanziamento spettante all’impresa che realizza una certa opera pubblica.

Che qualcuno potesse fare delle riflessioni logiche del tipo qui esposto, i due “geni dell’economia”, che ci hanno proposto un simile espediente contro la crisi, lo avevano previsto. Per questo hanno composto un preparato a base di vasellina, per tranquillizzare chi realizza la fregatura che si cela dietro, dicendo che, una volta immessi sul mercato, gli splendidi tax-backed bond non avrebbero mai occasione di essere utilizzati per i pagamenti fiscali, “poiché questo sostegno fiscale costituirebbe una soglia minima assoluta, al di sotto della quale il valore dell'asset non  potrebbe scendere e, siccome le obbligazioni pagano un tasso di interesse equo e non gonfiato, non comporterebbe alcun rischio di perdita e nessun motivo di rinunciare all'investimento”. Cioè sarebbe sufficiente la consapevolezza della possibilità che i tax-backed bond possano non essere mai effettivamente utilizzati per ripagare le tasse, ma rimborsati normalmente a scadenza, per non perdere mai la fiducia nei titoli emessi dallo stato.

Sottointeso: lo stato, pur accumulando deficit, non fallirebbe mai. Ah, sì? Ma costoro ne sono proprio sicuri?

Da scienziati dell’economia quale essi sarebbero, questa affermazione l’avranno almeno dimostrata? Per quanto mi risulta, no! Ma pur volendo, non possono dimostrarla a priori. Non la potrebbe dimostrare nessuno. E quindi nemmeno io che ne sto parlando. Perché il fattore cruciale di questa stramba teoria sarebbe l’eterna fiducia dell’individuo nello stato. Un fattore, questo, imprevedibile e incontrollabile perché è umano e quindi soggetto a condizionamenti non omogenei. Ma se a dirlo è qualche stallone cattedratico, economista americano, il quale crede ancora che non possa esistere un sistema economico il quale  prescinda dai truffaldini pilastri del controllo finanziario e monetario dell’attuale società moderna, quali una banca centrale, una moneta emessa dal nulla a corso forzoso e un tasso di interesse arbitrariamente imposto, che stanno riducendo la nostra vita ad una ininterrotta occupazione sul lavoro in cambio della povertà, dovremmo star sicuri che egli abbia comunque ragione?

Ovviamente no, non ha ragione! Non ha ragione!

Discussioni di Economia


Postato il 23/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





esm.jpg

Ricordate la questione del fondo slava-stati affrontato in questo post sull’ESM? Ebbene, il momento in cui iniziare veramente a preoccuparsi è arrivato. In parlamento è approdato il DDL n. 3240 del 03/04/2012 di ratifica del trattato ESM e il DDL n. 2914 di ratifica della modifica dell’art. 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Ad oggi nessuno, dico, nessuno dei parlamentari ha presentato una mozione che almeno evidenzi gli espliciti atti di cessione della sovranità delle politiche economiche dell’Italia, contenuti nel trattato europeo del 2 febbraio 2012, ad un’istituzione finanziaria intergovernativa europea, che gestisca il fondo salva-stati (ESM) fra speciali privilegi e immunità fiscali senza pari per nessun soggetto operante nella comunità europea. Se tali ratifiche dovessero essere approvate, si sarà contribuito ad un ulteriore privazione della libertà economica del nostro paese, laddove si dovesse attingere alle risorse economiche del fondo salva-stati. E viste le condizioni in cui versa l’Italia, la richiesta di un prestito al futuro organismo che gestirà il fondo, rischierà di essere sempre meno un’eventualità e sempre più una certezza. Il silenzio, l’ignoranza e la superbia di chi oggi ha il potere di dire no a queste due ratifiche (ossia i parlamentari) è disarmante. Così come lo è anche  il mutismo dei mezzi di comunicazione di massa, che nulla fanno perché la gente sia informata dei rischi che il paese in cui vive, o dove spera di realizzarsi, sta correndo.


Postato il 16/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





sms.jpg

Da qualche ora, sul web, rimbalza la notizia secondo la quale ci sarebbe il rischio che il governo introduca una nuova tassa che colpirà gli invii di SMS (leggete qui). Pare che un disegno di legge, il quale introdurrebbe questo ennesimo scempio, sarà discusso nei prossimi giorni dal Consiglio dei Ministri. Il tutto per finanziarie gli interventi della Protezione Civile, che sarebbe proprio oggetto di riforma. Sugli SMS si ipotizza una tassa che possa arrivare fino a 2 centesimi di euro per messaggio, inviato da cellulare, da computer o da siti internet. Questa sarebbe l’alternativa, prevista dallo stesso DDL, ad attingere dalle accise sul carburante, per un importo che oscilli fino a 10 centesimi al litro. In verità, non sono ancora riuscito a trovare una copia di questo disegno di legge, ma se la notizia dovesse risultare fondata e il colpo dovesse andare a segno, sarebbe un ulteriore insegnamento che ci giunge dai piani alti del potere circa la risoluzione di questa crisi. Questa si dovrebbe risolvere soltanto spolpando la ricchezza della popolazione. Razziando un po’ ovunque (per la serie n’do cojo, cojo). Dovremmo uscire dalla tempesta tagliandoci le gambe, così da non poter più correre liberamente per rimetterci in sesto come meglio riteniamo. Poi sarà lo stato a trovarci nuovi posti di lavoro! Poi sarà lo stato a sussidiarci! Ovviamente, dopo che avranno distrutto tutti i nostri risparmi. Invece dovremmo capire quello che diceva l’economista J. B. Say: è una palese assurdità pretendere che la tassazione possa contribuire alla ricchezza della nazione, assorbendo parte del prodotto interno, e arrecarne vantaggio consumandone parte della ricchezza. La tassazione non è nient’altro che il trasferimento di una porzione delle risorse che costituiscono il prodotto nazionale dalle mani degli individui a quelle del governo, con il pretesto di assecondarne spese e consumi pubblici [e che quest'ultimo considera più idonei per la popolazione, con presunzione e arroganza n.d.a.].


Postato il 12/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





nodi.jpg

Non è passato molto tempo dall’ultima tranche dell’operazione LTRO della Banca Centrale Europea, la quale sembrava essere la soluzione definitiva per spazzare via la crisi. E’ l’operazione che ha ampliato la base monetaria europea di più di un trilione di euro a favore delle banche commerciali. Tant’è vero che il primo ministro italiano riferiva, fino a qualche giorno fa, che la crisi fosse addirittura passata. Ieri però, lo spread dei titoli di stato italiani è tornato ai livelli di pre-LTRO: 404 punti base, con un rendimento allarmante del 5,6%. In pratica, i titoli italiani sono tornati ad essere considerati rischiosi. Un’oscillazione di più del 145%, rispetto ai 278 punti base del 19 marzo, nel giro di un mesetto, non è una cosa normale. Continuiamo a prenderci in giro! E’ come se qualcuno stesse, col sedere, cercando ti tenere nascosto sott’acqua un enorme pallone fatto di sola aria, senza riuscirci per più di quanto è sua intenzione. E di conseguenza, il pallore ritorna sempre su a galla. Chi opera sui mercati finanziari ha capito che le operazioni di finanziamento a basso costo, a favore degli istituti bancari, in realtà sono un bluff. Sono bastati appena 2 mesi per capirlo e per rendersi conto che strutturalmente, in Italia, il governo non sta facendo nulla di incoraggiante perché l’economia riprenda a funzionare in modo efficiente, ma sta solo prendendo tempo. Chissà per cosa? Non si è ancora capito che il sistema finanziario, con l’aiuto dei governi, il quale ha soppiantato quello capitalistico, è una grande truffa a danno dell'umanità che si sta inceppando. Oramai, ogni operazione non regge più di qualche mese, tanto è alto il livello di sopravvalutazione prodotto in anni di distorsioni e annacquamenti monetari. Che la piantino i “distrattori demagoghi” di massa col dire che tutto questo è colpa del capitalismo sfrenato. Non c’è nulla di capitalistico in quello che si è fatto, nelle economie occidentali, dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Chi riconosce la BCE come istituzione monetaria? Chi riconosce certi servizi di esclusiva gestione pubblica? Chi rende legittimo per le banche ciò che per i comuni mortali è illegale? Chi continua a cedere sovranità a comitati d’affari travestiti da fondi di aiuto internazionale (vedi l’ESM). Chi ha deciso cosa si è dovuto finanziare e cosa no, con gli euro stanziati per la nascita dell’euro? Chi decide di indebitare i cittadini per finanziare politiche inutili e dannose per un paese? E’ sempre stato un pianificatore centrale, il quale ha sottratto la libertà all’iniziativa individuale e che ha reso sempre più sbiadito il sano sistema del capitale. E’ lo stato! Ecco con chi ce la dobbiamo prendere; con questo apparato che non si limita ad ordinare la società ma a controllarla, allungando troppo i suoi tentacoli sulla vita di tutti noi.


Postato il 11/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





destini.jpg

(leggi parte 1 di 3) - (leggi Parte 2 di 3)

Quella che segue è la terza ed ultima parte che conclude la discussione di economia sull’operazione LTRO, con le considerazioni riguardanti le conseguenze che esso provocherà nell’economia reale.

In un certo modo, con LTRO è stato preso del tempo (tre anni, appunto) in cui poter porre in essere, nei paesi a rischio default, i raggiustamenti necessari per la ripresa. Ma come più volte mi sono ripetuto su questo blog, almeno in Italia, non stiamo sulla giusta strada.

Alla fine di tutto ciò, le banche sono quelle ci guadagnano da questo tipo di interventi, le quali stanno sistemando i propri bilanci. Esse sono state letteralmente sussidiate attraverso una manovra di politica monetaria che le ha gonfiate di aria fritta anziché lasciarle al destino a cui erano segnate: cioè, a fallire. Con il fallimento di una banca, si liberano risorse in quel mercato in cui si decreta la fine di un’attività inefficiente. Ma ciò non viene permesso e si preferisce salvarle continuamente, rendendole veri e propri  “morti che camminano”.

E i governi, cosa ci hanno guadagnato? Il rifinanziamento del loro debito pubblico. Gli è bastato promettere che avrebbero ridotto la spesa (ma quando mai!). Contemporaneamente però, essi subiscono l’aumento dello stesso nei confronti delle banche. E nient’altro. Purtroppo, con questo piano, gli stati si ritrovano con un cordone ombelicale saldamente collegato con le banche e, così, i loro destini sono sempre più uniti. Se saltano gli uni, saltano sicuramente anche gli altri, perché le banche sono piene di cambiali di stato (che noi cittadini paghiamo con le tasse, in ultima istanza) e i governi sono sempre più debitori delle banche.

Adesso l’economia europea, fra banche che si incorporano fra esse e piani come LTRO, dispone di una quantità esagerata di massa monetaria, che non viene offerta all’economia reale e che, quindi, non ci circola (ecco perché non c’è inflazione fuori controllo). Questo denaro serve perché fluisca nel mercato finanziario, alimentando operazioni di compravendita titoli le quali tendono a sopravvalutare le consistenze reali alle quali si riferiscono. Ben si comprende quindi, che il denaro non erogato, serve solo per far mantenere lo status quo delle banche (in primis) che devono finanziare le politiche dei governi inefficienti. Nell’economia reale invece, gli attori subiscono le manovre di austerità, senza che il settore privato riceva le adeguate misure, le quali producano le vere opportunità di ripresa.

Fra l’altro, le notizie che giungono dai mercati finanziari saranno sempre più inquinate da distorsioni, dovute proprio a meccanismi come LTRO, risultando completamente inutili, se non addirittura pericolose. Ad esempio, dire che lo spread del rendimento dei bond italiani e quelli tedeschi sia notevolmente diminuito negli ultimi mesi, significherebbe certamente che si sia tornati ad investire nel paese italiano e che sia aumentata la fiducia nei confronti dell’Italia. Ma non è così in questo caso. Perché i nostri titoli di stato continua a non comprarli nessuno se non le banche europee, sulla base di un accordo che mira a nascondere le inefficienze dell’economia dei paesi poco virtuosi. Lo abbiamo appena analizzato. Cosa è cambiato rispetto all’anno scorso, tanto da far credere che l’Italia abbia recuperato la capacità di restituire i propri debiti, di attirare nuovi investimenti, di incrementare l’export, di favorire le famiglie in difficoltà? Direi nulla. Quindi, la riduzione dello spread, ad oggi, è un indicatore corrotto, modificato artificialmente. E l’imprenditore che si dovesse fidare di un dato del genere (come molti di quelli che si formano sui mercati finanziari), credendo che la crisi stia passando, può commettere degli errori che pagherà in futuro non per colpa sua, ma per colpa di meccanismi politici che provocano informazioni alterate e prive di fondamenti reali, ma solo nominali.

Allo stesso tempo, i grandi d’Europa stanno ottenendo le giustificazioni necessarie per cambiare le regole di questa scellerata Europa: vedi il rischio di ratifica dell’abominevole trattato che costituirebbe l’ESM, l’organismo intergovernativo col quale si intende far continuare a cedere sovranità alle singole nazioni europee.

Infine, i vecchi partiti d’Italia, dopo essersi scrollati da dosso le responsabilità di governo del paese in una condizione così difficile, si stanno riorganizzando per tornare a combinare guai, mentre la gente assiste attonita e fa quel che può per tirare avanti la vita, fra aumenti di tasse e finte riforme.

Il risultato è quello di avere un sistema bancario che non funge più da intermediario creditizio fra i risparmiatori e le attività produttive. Il sistema bancario è divenuto uno strumento della politica dei soliti noti che si presta ad operazioni di spostamento delle ricchezza, dal settore privato a quello pubblico (ai voglia a dire di nazionalizzare le banche! cambierebbe solo la forma ma non la sostanza). E’ questo ciò di cui stiamo parlando. Pensateci bene. Perché le banche continuino a fare i loro sporchi “comodacci” loro, le si allagano di denaro (perché noi comuni cittadini non ne versiamo più nelle loro casseforti). Perché i politici continuino a fare il loro sporchi “stracomodacci” loro, si permette loro di indebitare lo stato che governano, affinché continuino a realizzare investimenti inutili per la società e favorire i pochi imprenditori amici. Perché i signorotti dell’alta finanza continuino a guadagnare senza “zappare la terra”, si obbligano i governi a prosciugare le tasche dei cittadini (che la “terra la zappano” per guadagnarsi il pane) con l’imposizione fiscale sempre più pressante, affinché le ricchezze prodotte giungano a coloro che, a suo tempo, hanno emesso il fluidificante necessario (cioè il denaro) affinché i privati le realizzassero. E così il cerchio si chiude.

Alla fine, noi cittadini stiamo pagando gli errori di scelte elettorali, che nei decenni hanno legittimato col voto, farabutti e delinquenti a fare quello che vogliono. La garanzia di tutto questo stratagemma sono le famiglie, che col sudore del loro lavoro sacrificano la propria esistenza per guadagnarsi un reddito dignitoso.

Per chi ha approfittato del diabolico meccanismo del LTRO, per politici e banchieri, fortuna vuole che la Costituzione si riferisca all’Italia come ad una Repubblica fondata sul lavoro di noialtri. Altrimenti, se fosse definita come una Repubblica fondata sull’ozio, chissà che fine avrebbero fatto questi politici e banchieri? Poverini!

Discussioni di Economia


Postato il 26/03/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





cartastraccia.jpg

(leggi Parte 1 di 3)

Nella prima parte di questo post ho introdotto LTRO e ho trattato l’argomento al fine di individuare le ragioni per le quali esso è stato adottato dalla Banca Centrale Europea. In questa seconda parte invece proverò ad esaminare le operazioni messe in atto, per comprendere in cosa consiste concretamente LTRO.

Le banche che hanno partecipato all’operazione di prestito di nuovi euro, hanno dovuto presentare un collaterale, ossia delle garanzie, delle cambiali; anche se si preferisce identificarle con il nome di obbligazioni. Per questo motivo sono stati convocati i consigli di amministrazione e deliberato l’emissione di nuove obbligazioni bancarie, le quali in un secondo momento, le stesse banche che le hanno emesse si sono acquistate. No! Non sono io il pazzo che lo riferisco. E’ stato fatto veramente così!

Si prenda visione di questi i due bollettini di Borsa, riguardanti due delle più grandi banche italiane, circa l'emissione di proprie obbligazioni, per la partecipazione a LTRO-1: bollettino 1, bollettino 2.

Questo accadeva a dicembre 2011. Poco prima di LTRO-1. Così facendo, emettendo e acquistando le proprie obbligazioni, nulla cambia nei bilanci, visto che il valore dell’emissione risulta sia nel passivo, come emissione di obbligazioni, sia nell’attivo come obbligazioni proprie in portafoglio. Di fatto, annullandosi. Dopodiché, con l’avvallo del governo, le banche hanno presentato queste obbligazioni emesse e acquistate da esse stesse, come garanzia alla BCE (si pensi che, per la tranche di febbraio, le obbligazioni bancarie italiane emesse ammontavano a poco più di 40 miliardi di euro), in cambio di denaro liquido (per le banche italiane, 116 miliardi a dicembre 2012 e 139 miliardi a febbraio 2012).

In che cosa consiste l’avallo del governo? Lo spiego con questa espressione: “non preoccuparti banca centrale! La banca ti restituirà tutto quanto indietro. Male che vada, metto io sotto torchio i cittadini e ti ripagano loro con le maggiori tasse che li farò versare!”. Capite qual è la storiella?

Ma, ora che i soldi sono a disposizione delle banche, che fine fanno tutti questi denari regalati (seppur per soli tre anni)? Il governatore della BCE ha riferito che questi saranno utili perché le banche riprendano a concedere prestiti alle imprese e alle famiglie, per la ripresa economica. Pensatela come volete, ma io non ci credo. Per una serie di motivi.

Innanzitutto, vi invito a prendere visione di questo grafico:

debito.jpg

(fonte: Intemarket&more)

Da dicembre 2010 l’indice EuroStoxx 50 (che racchiude le performance dei 50 migliori titoli quotati in borsa) e quello del titolo di stato governativo europeo di riferimento, ossia il bund tedesco, hanno registrato una andamento praticamente identico fino a dicembre 2011. Poi si è creato un gap fra i due indici, che continua tutt’ora ad acutizzarsi. Quale eccezionale evento ha prodotto ciò nel dicembre 2011? Non ve lo ricordate? Ne stiamo parlando sin dall’inizio di questa discussione. Il fenomeno è dovuto proprio a LTRO di dicembre 2011, che ha iniettato nel sistema bancario europeo 489,19 miliardi di euro. E’ immediato dedurre che le banche abbiano iniziato ad utilizzare quel mare di soldi sul mercato finanziario, per acquistare i migliori asset quotati e trascurare i titoli di stato tedeschi, i quali quest’ultimi, godendo già di un buon apprezzamento sul mercato, probabilmente non sono stati oggetto di trattativa, nell’accordo che ha sancito il piano di attuazione di LTRO.

Non solo. Osservate gli spread di questi titoli di stato europei:

debito.jpg

Se si osserva la zona gialla di ciascun grafico (da novembre 2011 a marzo 2012), in tutti si nota l’inizio di una flessione della curva dello spread. Per l’Italia, ad esempio, la punta massima di spread registrata a novembre 2011 era di 553 punti base. A marzo di quest’anno lo spread non sale oltre i 329 punti base. Come mai? Stessa risposta di prima. I soldi immessi con le due tranche LTRO sono stati utilizzati per acquistare i titoli di stato dei paesi in seria difficoltà; per non farli fallire, come da accordo trilaterale fra BCE, governi europei e banche europee. Secondo la BCE, a gennaio 2012, le banche italiane avevano acquistato bond governativi per circa 21 miliardi. Un affare per le banche visto che, attualmente, il rendimento di questi bond è di sicuro maggiore di quell’1% di interesse che esse pagheranno alla BCE fra tre anni, per il prestito ricevuto.

Inoltre, questa pioggia di soldi, molto probabilmente, è stata utile alle banche anche per ripagarsi l’acquisto di obbligazioni proprie di cui abbiamo parlato poc’anzi. Scommettiamo che nei bilanci 2012 vedremo notevolmente aumentati gli attivi patrimoniali delle banche partecipanti a LTRO?

Con tutti questi euro, le banche starebbero rimborsando le obbligazioni prossime alla scadenza, ma soprattutto ritirando quelle non ancora maturate, pagandole oggi meno di quanto le pagherebbero una volta giunte a scadenza; guadagnandoci così sulla positiva differenza.

Riepilogando, ecco cosa è successo:

debito.jpg

Praticamente, le banche si stanno riempiendo di carta straccia.

E per le imprese? Per le realtà bisognose di un credito, per far sviluppare le proprie idee imprenditoriali? Be’ cari lettori, rimarrà davvero molto poco per quest’ultimi. Praticamente nulla, se non per qualcuno, amico diretto dei potenti (ci siamo capiti!). Restituire più di un trilione di euro in appena tre anni, significa che le banche staranno sicuramente iniziando in queste ore la restituzione di quanto ottenuto. Non vi pare? Soprattutto per quanto riguarda quelle banche che hanno partecipato a LTRO perché attirate dall’opportunità di ottenere denaro ad un tasso dell’1%, più che dal reale bisogno di liquidità… (continua a leggere Parte 3 di 3)

La terza e ultima parte di questo primo argomento, della rubrica Discussioni di Economia, è rimandata alla prossima pubblicazione, in cui tirerò le somme di quanto già esposto, per esprimere la mia opinione su quali conseguenze provocherebbe LTRO nell’economia reale.

Discussioni di Economia


Postato il 23/03/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





europioggia.jpg

Come già annunciato tempo fa, do il via alla nuova rubrica “Discussioni di Economia” (DdE). Questa prima volta per discutere delle operazioni bancarie riguardanti l’immissione di denaro, poste in essere dalla BCE. Per restare con un occhio sempre rivolto alla realtà (come è mia abitudine, quando affronto certi temi), faccio riferimento all’esempio più recente, che risale allo scorso febbraio, quando le banche europee hanno beneficiato della bellezza di 529,53 miliardi di euro “freschi di stampa”.

L’operazione di cui si vuole discutere è definita Long Term Refinancing Operation (LTRO). Attualmente, ne sono stati messi in atto due: il primo a dicembre 2011, con il quale il sistema bancario aveva già ottenuto 489,19 miliardi di euro “sonanti” (LTRO-1), il secondo a febbraio 2012 (LTRO-2). In definitiva, gli euro complessivi versati nelle casseforti virtuali delle banche d’Europa sono pari a 1.018,72 miliardi. Questa è la somma di denaro ritenuta necessaria dall’estabilischment della politica monetaria europea, per ripiegare ad una crisi finanziaria che sembrava essere fuori controllo.

Badate bene però! LTRO è un ripiego e non la soluzione ai problemi dell’economia reale, la quale sta subendo i contraccolpi di questa crisi finanziaria e che subirà anche gli effetti di questa macchinosa operazione. Vediamone il perché.

LTRO è il corrispondente europeo del Quantitative Easing (QE) posto in essere dalla banca centrale americana, la FED. Entrambi non fanno altro che collocare liquidità presso le banche, senza però produrre effetti sull’inflazione dei prezzi dell’economia reale. Infatti, LTRO consiste in un prestito di euro della BCE alle banche, ad un tasso agevolato dell’1% (praticamente regalato), a tre anni. Giunta la scadenza, le banche restituiscono alla BCE gli euro ricevuti in prestito, la quale successivamente li elimina dalla circolazione.

In che modo LTRO contribuisce a calmare la crisi finanziaria? Considerato che questa crisi è dovuta alla sfiducia dei mercati nella capacità di rimborso dei titoli di stato di alcuni dei paesi europei, allora il problema da risolvere sarebbe proprio quello di ripristinare questa fiducia che è venuta a mancare. L’indicatore di questa fiducia/sfiducia è il famoso “spread” fra il rendimento dei titoli di stato e quello del titolo più performante preso a riferimento (benchmark bond). Per abbassare lo spread dei titoli di un determinato stato, ritenuti rischiosi, è necessario, ad esempio, che essi tornino ad essere apprezzati sul mercato e ad essere acquistati dagli investitori.

Siccome il tempo è denaro e intervenire nella struttura delle economie dei paesi in difficoltà per ripararne i “guasti” e attenderne gli effetti, richiederebbe anni (anche se sarebbe stata la cosa prioritaria e più saggia da fare), allora i politici e i banchieri di tutta Europa hanno pensato che il metodo più veloce per affrontare l’emergenza fosse quella di riferirsi agli unici investitori in grado di contribuire ad attuare un pronto rimedio alla critica situazione: le banche. Ossia coloro che già posseggono enormi quantitativi di titoli di stato a rischio di insolvenza, coloro che in passato li hanno assicurati con la creazione dei titoli derivati CDS (moltiplicando di fatto le funeste conseguenze del fallimento di uno stato), coloro che negli ultimi tempi hanno esercitato grande pressione agli stessi stati, non acquistando più i loro titoli.

Così gli istituti di credito hanno tirato la corda, minacciando di provocare il fallimento degli stati europei in difficoltà. Il tutto affinché i governi più virtuosi e determinanti d’Europa accettassero l’idea che, visto e considerato che la BCE, per statuto, non può cedere direttamente denaro di nuova emissione agli stati appartenenti all’UE, ci si dovesse inventare qualcosa pur di dare alle banche la sola cosa di cui hanno bisogno per non fallire: di liquidità, senza la quale non sarebbe neanche possibile iniziare ad acquistare massicciamente e in tempi brevi i titoli degli stati europei, utili per finanziare le rispettive politiche di governo (soprattutto di quelli in pericolo di default come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo).

Come potete vedere, nessuno ancora sembrerebbe essersi posto il problema di cosa invece avrebbe bisogno la popolazione, per riprendersi un presente e un futuro dominato da politiche squisitamente virtuali. Nessuno ancora ha seriamente sbrigliato nuove opportunità di realizzazione per la componente operosa della società, che vive la realtà e tocca con mano lo sgretolarsi di un tessuto non più capace di garantire sicurezza agli individui, perché lacerato dalla crisi di un irresponsabile e corrotto sistema finanziario globale... (continua a leggere Parte 2 di 3)

Per oggi mi fermo qui e rimando la continuazione di questo post alla prossima pubblicazione. Anticipo solo che, nella seconda parte di questa DdE, continuerò la trattazione del tema, esaminando l’assurdità (se mai fosse possibile l’esame di un’assurdità) delle operazioni messe concretamente in atto dal sistema bancario, per mascherare, con la solfa del salvataggio dell’Europa, un vero e proprio soccorso d’emergenza riservato esclusivamente a coloro che sono responsabili di una crisi che solo noi cittadini comuni siamo chiamati a pagare. E nessun altro!

Discussioni di Economia


Postato il 20/03/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





senzasoldi.jpg

Bankitalia fa sapere che, nel mese di gennaio 2012, il debito pubblico italiano è aumentato di 37,9 miliardi di euro rispetto a dicembre 2011, raggiungendo la quota totale di 1.935,83 miliardi di euro. Dei 37,9 miliardi, 4 sono dovuti al fabbisogno del mese, costituito per la maggior parte dalle spese per interessi e dalla quota di partecipazione all’Efsf, per cui ci siamo impegnati a versare qualcosa come 125 miliardi per i prossimi anni. Secondo l’ISTAT, gli italiani sono quasi 61 milioni. Questo significa che su ciascun abitante grava un debito pubblico di circa 31,74 mila euro (neonati compresi). Se consideriamo che gli italiani lavoratori e produttori di reddito siano 22,94 milioni, ci rendiamo conto che solo il 37,74% manderebbe avanti la baracca, mentre il restante 62,26% della popolazione è formato da 25,04 milioni fra neonati, adolescenti, studenti e chi non cerca lavoro, da 2,31 milioni di disoccupati e da 10,49 milioni di pensionati (quest’ultimo dato è riferito all’anno 2010 dall’INPS). Io non mi lascio coinvolgere dall’euforia mediatica che vuole farci credere che le cose si stiano risolvendo per tutti. Semplicemente perché credo che le cose si stiano sistemando solo per alcuni. Con l’introduzione dell’IMU e della Tobin Tax, con i ritocchi alle addizionali IRPEF, con l’aumento delle accise sul carburante e dell’aliquota IVA, si stima che la pressione fiscale reale del 2012 (stornando la ricchezza prodotta a nero) sarà del 54,5%. Quindi, i 22,94 milioni di italiani che lavorano, intascano solo il 45,6% circa della ricchezza da loro prodotta. La maggior parte di essa è destina in maniera coatta al mantenimento del 62,26% della popolazione non lavoratrice. Lo squilibrio è impressionante, è ovvio che in quel 62 percento ci sia chi lavora a nero pur di non arrestare la propria esistenza. E’ ovvio che in quel 22 percento di occupati ci siano coloro che evadono le tasse per legittima difesa. Altrimenti, come si sosterrebbe la proporzione che si evince, secondo la quale 1 italiano lavora per mantenerne 3 (sé stesso compreso)? Non riesco ad immaginare come sia possibile che, pur pagando un sacco di tasse, queste non bastino per mandare avanti tutto lo stato; che ci sia anche la necessità di indebitarsi! Questi sono dati diffusi dallo stesso stato sciupone che oggi condanno. E questi che esso pubblica, sono dati negativi. Se si analizzassero onestamente, ci si accorgerebbe di quanto ci sia veramente poco per cui essere positivamente euforici.


Postato il 16/03/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





Desidero divulgare e condividere una sensazionale scoperta nel campo dell’energia, pubblicata negli ultimi mesi dal ricercatore Ermanno Franceschini. Chi segue il mio blog sa benissimo che il progresso non va mai confuso con lo sterile accumulo di denaro nei conto correnti. Bensì il progresso è nuova conoscenza. Ebbene, questa che vi sto per presentare ha catturato particolarmente la mia attenzione perché potrebbe sconvolgere l’idea di creazione e fornitura dell’energia elettrica. Questo ricercatore ha escogitato una maniera per sfruttare i cosiddetti raggi cosmici, costituiti da particelle e nuclei atomici, composti per il 90% da protoni, carichi di energia elettrica e i quali quotidianamente colpiscono la Terra, collidono con l’aria circostante e si disperdono in tutto l’ambiente terrestre. Dopo anni di studio, il team di ricerca di Franceschini ha realizzato un modulo a celle energetiche allo stato solido, che cattura queste particelle libere, si autoricarica come un normale condensatore e fornisce energia elettrica come una normale batteria (guarda i video esplicativi). Questo significa che oggi è possibile realizzare un congegno capace di generare in modo autonomo e continuo energia elettrica, giorno e notte, ovunque ci si trovi. L’idea troverebbe applicazione sui nostri cellulari, notebook, elettrodomestici, nell’impianto elettrico delle auto, spazzando via ogni preoccupazione relativa alle batterie scariche che vincolano il loro funzionamento, i quali diverrebbero autoricaricanti e sempre pronti all’uso. Tutto ciò sarebbe il primo passo verso una nuova tecnologia che potrebbe contribuire a rendere più facile la vita degli uomini e più sostenibile il rapporto fra noi e l’ambiente che viviamo. Per questo ritengo che sia necessario concentrare maggiori attenzioni su una scoperta del genere e incanalare gli interessi e le risorse necessarie affinché essa sia sviluppata, per contribuire al progresso della nostra civiltà.


Postato il 24/02/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





salvagente.jpg

Torniamo ad occuparci del fondo salva-stati. Il 5 gennaio è stata costituita la società anonima ESBPF (European Sovereign Bond Protection Facility ) con sede in Lussembrugo. Essa è una scissa dell’EFSF (il cosiddetto fondo salva-stati) costituita dai ventisette paesi dell’Unione Europea. Ufficialmente, lo scopo di questa nuova società sarebbe quello di facilitare l’utilizzo del fondo salva-stati, raccogliendo nuove risorse attraverso l’emissione di certificati di protezione (cosa saranno mai?), i quali fissano un tetto all’ammontare da rimborsare in caso di default del debito sovrano europeo acquistato dagli investitori. Trovate tutto quanto scritto qua. Si dice che le risorse raccolte, grazie a questi nuovi strumenti di garanzia, consentiranno la ricapitalizzazione delle banche europee, una maggiore durata dei prestiti concessi dal fondo e l’acquisto di bond sui mercati. In realtà, l’idea di questi certificati assomiglia molto a quella dei CDS (le polizze assicurative stipulate contro il rischio di non essere rimborsati dall’ente che emette le obbligazioni sottostanti). Questi strumenti (detti “derivati”) sono la causa tecnica dell’esplosione della crisi finanziaria che stiamo subendo oggigiorno. Considerato che più nessuno acquista in euro i CDS sui bond degli stati europei (infatti conviene acquistarli in dollari, che sono più stabili), la novità dei certificati di protezione sembra avere un ben altro scopo celato; riconfermare la deleteria prassi di attrazione all’acquisto di bond rischiosi, ma con una veste apparentemente più sicura, sì da consentire ai paesi in difficoltà di ricevere aiuti finanziari dal fondo (di indebitarsi, insomma) ad interessi più contenuti ma anche da immettere in circolazione un’altra tipologia di titoli derivati altamente pericolosi. In pratica, la musica non cambia.


Postato il 22/02/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





salvataggio.jpg

Per l’Italia (e non solo) esiste il serio rischio di ratificare l’ultimo atto di questa strana democrazia.

Oltre alle burlate italiote quali le manovre “salva-Italia”, ”cresci-Italia” e via dicendo, qualche volta si sente parlare anche del “fondo salva-stati”. Che cosa sarà mai? Potete anche provare a capirci qualcosa tramite i giornali e i telegiornali tradizionali ma scommetto che sarà tutto inutile, così come lo è stato per me fino a poco tempo fa, quando incuriositomi ho finalmente deciso di scaricare e leggere direttamente la nuova versione del trattato europeo approvato dal Consiglio Europeo il 2 febbraio 2012 e che istituirebbe il meccanismo europeo di stabilità (detto anche ESM).

Come giustamente fa notare la studiosa di diritto ed economia Lidia Undiemi nel suo preziosissimo dossier che invito a scaricare e a leggere qui, è in atto un vero e proprio sconvolgimento di questa sciagurata democrazia europea, a favore di un organismo intergovernativo finanziario (l’ESM appunto) il quale dovrebbe gestire un fondo di 700 miliardi di euro, allo scopo di garantire la stabilità finanziaria dei paesi europei.

La questione non si esaurisce con tale intento dichiarato. In realtà, esso maschererebbe la vera intenzione; cioè quella di voler pianificare le economie di tutti quei paesi in dissesto finanziario, i quali usufruiranno delle opportunità di credito concesse da questo organismo, una volta però che essi si siano legati irrimediabilmente al rigido e assurdo dettato del Consiglio Europeo.

Una delle prime cose che si evince dalla lettura del trattato in questione è che questo documento prodotto a Bruxelles sembra più una scrittura privata che un trattato fra stati. I soggetti indicati sono chiamati contraenti, soci, creditori, debitori. Fra l’altro, il testo non detta semplicemente regole ma istituisce un vero e proprio ente intergovernativo, il quale gestirà questo fondo così come lo farebbe un comune istituto di credito (una banca, insomma) ma con la sola differenza che i rappresentanti che ne faranno parte usufruirabbero per legge di immunità e privilegi speciali ed eccezionali, come scudi patrimoniali, condoni fiscali, protezione da interventi giudiziari, segretezza dei documenti prodotti. Leggere per credere!

I 17 paesi che aderiranno (Italia compresa) si impegnerebbero quindi non come stati sovrani ma come soci ed essi potranno usufruire di elargizioni da parte del fondo in caso di necessità finanziaria. Ma a quale prezzo? Sarà mica questa la “magia stile anni novanta” alla quale facevo cenno nel post “La manovra che ci manda a Monti”.

Il tutto ve lo spiega brevemente in questo video la dottoressa Undiemi, che gentilmente ha accettato il mio invito a far diffondere il suo studio anche tramite questo blog.


Postato il 09/02/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





schiacciato.jpg

Sento dire che siamo giunti alla fine del sistema capitalistico. Lo sento dire soprattutto da certi tipi, di certe ideologie dai principi mal compresi. Lo sento dire col sorrisino imbecille da chi non lo ha letto ma che glie l’hanno solo detto, che era stato già previsto ne “Il Capitale”, che loro avevano ragione! Ma guarda un po’! Be’ è vero! Il sistema capitalistico è giunto al capolinea. Ma non oggi, cari miei! E’ già successo un bel po’ di tempo fa, negli anni ’50. Ma soprattutto è accaduto non per le cause espresse dal succitato saggio letterario. Il capitalismo agonizzava prima e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Poi ci fu il boom economico, che in realtà fu una colossale illusione creata da una politica monetaria espansionistica senza precedenti, che con l’accumulazione del capitale per generare ricchezza non aveva nulla a che fare. E infine ci si è messo lo statalismo estremo e la creatività finanziaria. Da lì in poi le valutazioni degli imprenditori sono state effettuate su valori alterati dalle distorsioni di stato, mentre il sistema finanziario, con le sue operazioni dai valori sempre più astratti, ha soppiantato definitivamente quello capitalistico. Tutto ciò da quando le banche non hanno più svolto la mera funzione di intermediazione finanziaria ma quella di biscazzieri, per le quali il risparmio frenerebbe l’economia mentre il consumismo la farebbe evolvere (che per una società, credere a questo, è una gigantesca idiozia di massa). Da quando i mercati finanziari si sono trasformati in casinò globali, nei quali si punta la posta come alla roulette. Da quando i cittadini hanno delegato ogni decisione ai politici farabutti. Da quando lo stato di salute delle imprese si valuta sulla base delle sensazioni degli operatori di borsa e non circa gli aspetti più elementari di un’azienda. Da quando gli stati vengono valutati con criteri analoghi per la valutazione delle imprese private (uno stato che svolge funzioni come se fosse un’impresa privata è già di per sé un’astrazione nonché l’abominio dei tempi moderni, se poi lo si vuole pure valutare come un’azienda, allora questa crisi ce la siamo proprio cercata!). I governi, con le loro leggi e i loro innaturali interventi, hanno soffocato il capitalismo, un sistema sociale che era naturale e non pianificato, che ha smesso di far esprimere in maniera genuina, autentica, gli individui per gli individui. Insomma italiani, dagli anni ’50, chi è al potere e gli amici di questi ci truffano con questi sistemi di pianificazione. Continuiamo ad andare a votare. Votiamo, votiamo! Ma perché  votiamo?


Postato il 05/02/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





capricci.jpg

Sono ormai tre i giorni di disagio che sta comportando la protesta nazionale degli autotrasportatori, per la quale i distributori di carburante sono oramai a secco. Questa si accoda ad un’altra protesta, quella del Movimento dei Forconi, che dalla Sicilia è già dilagata in molte altre zone del meridione.

Io sono molto attento ai dettagli. Pochi vanno a guardare i dettagli di ciò che gli capita davanti. Perciò mi sono procurato le richieste formali di coloro che hanno promosso l’iniziativa di protesta, per cercare di capire le ragioni di questo fermento. In particolare, quelle degli autotrasportatori potete leggerle qui e quella del novello movimento qui.

Per quanto riguarda le richieste degli autotrasportatori, ho poco da eccepire. In buona sostanza essi chiedono di potersi difendere dalla tassazione subita con l’acquisto del carburante, più certezza del credito, controlli e sanzioni più efficaci, esenzione da obblighi inutili e nuove regole per il rimborso delle spese autostradali. Insomma, questioni su cui il governo poteva e doveva prendere delle decisioni ma che non ha considerato minimamente. Inoltre, più che una lista di richieste questa mi è sembrata la preghiera di qualcuno che non ce la fa più. Quasi a dire “mamma stato, ti prego, non ti curar più di me!”. E ciò la dice lunga sulla soglia di disperazione raggiunta dalla classe operosa del paese!

Più scettico sarei per quanto riguarda alcune delle richieste avanzate dalla protesta di questo Movimento dei Forconi. Ho letto che essi sono per l’indipendenza e, addirittura, per una nuova moneta sicula. E poi che essi basano le ragioni della manifestazione di protesta sul riscatto del sud, sulle ingiuste confische subite con l’Unità d’Italia, sulla drammatica emorragia delle giovani menti alla ricerca di regioni più ospitali e tanto altro ancora. Ragioni, queste, che onestamente mi trovano interessato ad approfondirne gli aspetti, le cui argomentazioni le ritengo importanti e su cui bisogna dar sufficiente luce per iniziare finalmente a vedere oltre e a concepire in meglio la società in cui viviamo.

Purtroppo, leggendo poi le richieste che sono oggetto della loro protesta di questi giorni, c’è da concludere che ad oggi sono molti a non aver capito ancora un bel niente di cosa stia accadendo.

Si chiede la defiscalizzazione del carburante. E su questo siamo d’accordo! Si chiedono maggiori controlli sui costi fissi delle utenze, meno rigore burocratico (circa il rilascio del DURC), esenzione dall’IMU a favore della produzione rurale locale, meno oneri fiscali sul tardato pagamento esattoriale, meno discriminazione fiscale con le altre regioni a statuto speciale, erogazione immediata delle spettanze da calamità e immediata compensazione delle tasse. Insomma, tutte richieste sacrosante. E’ innegabile che la realtà produttiva sia con l’acqua alla gola e che legittime siano tali lamentele.

Ma mi cadono le braccia quando leggo in particolare:

“Arginare con leggi che limitino le strategie commerciali messe in atto dalla GDO che fa cartello nei confronti di un’offerta frazionata ed a tutela del consumatore pensare anche ad un ricarico massimo ammissibile.”

“Leggi ferree per scongiurare il taroccamento dei prodotti e conseguente intenso monitoraggio della Guardia di Finanza sui traffici merci alle frontiere ed ai porti.”

Applicazione di una tassa per chilogrammo agli importatori di ortofrutta e prodotti ittici, devolvendo tale introito ad un fondo di riserva per l’agricoltura italiana e la pesca.”

“Abolizione degli sconti che la grande distribuzione richiede alle imprese commerciali che la riforniscono, e pagamenti più celeri secondo il modello francese.”

“Perequazione dei maggiori costi di produzione che sostengono le aziende agricole siciliane.”

“Istituire una legge in base alla quale nei supermercati si limiti ad un massimo del 50% la presenza di prodotti ortofrutticoli ed ittici di provenienza non siciliana.”

“Applicazione di una tassa su “cibi spazzatura” ed introduzione della TAXA SODA applicata in Francia ed altri paesi.”

Praticamente si predica l’indipendenza meridionale, però poi si chiede, come soluzione ai problemi denunciati, l’intervento dello stato, affinché si occupi di equilibrare le storture del mercato (quelle che esso stesso ha provveduto a creare con i suoi passati e presenti interventi nell’economia). E in che modo? Controllando i prezzi sia al consumo sia alla vendita fra distributore e fornitore, pianificando i mercati, non permettendo che sia la gente a trovare il giusto prezzo fra domanda e offerta. La conseguenza empirica è che l’offerta prima o poi diminuisce, a causa dei prezzi di vendita fissi, che rende sconveniente lavorare per non conseguire un opportuno margine di guadagno.

Si pretende il poliziotto alla frontiera per proteggere il consumatore dall’ingresso di prodotti falsi. Come se il consumatore fosse un bambino incapace di intendere e volere, tanto da non essere in grado di riconoscere (autonomamente o in gruppi organizzati) il prodotto originale da quello tarocco. Addirittura, si vogliono ripristinare i dazi doganali all’entrata, che farebbero di sicuro aumentare i prezzi di vendita dei prodotti importati. Poi si propone di girare il gettito che se ne ricava al settore agricolo locale. Praticamente si chiede e si pretende di organizzare e ricevere elemosina! Anche pretendendo, udite udite, il livellamento dei costi di produzione sostenuti delle imprese del sud con quelli sostenuti dai produttori di altre zone d’Italia. Circa quest’ultima richiesta, non si capisce bene come intervenire in tal senso ma, intuendone i capricci che ne sono alla base, direi che questa sia la più grossa delle sciocchezze elencate, dopo la taxa soda ovviamente, della quale evito di parlare visto che mi sono già espresso nel merito con questo post.

Credo che il sud non sia ancora culturalmente pronto per dare inizio alla rivoluzione del presente e per sostenere un nuovo modo di vivere e organizzare la propria società. In maniera indipendente, con un approccio più responsabile. Il sud riserva le ultime forze per gridare e urlare così da chiedere le attenzioni di mamma stato, perché gli risolva la vita, anziché per liberarsi dalle inefficienze che l’apparato statale ha coltivato in seno, nella sua secolare proliferazione nella società.

Comprendo il malcontento, comprendo le urla disperate e la rabbia che giunge al limite dell’esplosione. Ma non posso tollerare il perseverare di vecchi ragionamenti come quelli che si evincono da queste manifestazioni, i quali fanno passare per buone le vecchie soluzioni di comprovata inefficacia. Tali principi conservatori mirano solo al protezionismo e alla redistribuzione coercitiva della ricchezza, che per quanto apprezzati siano da chi ha interesse a non perdere lo status quo, limitano le opportunità di realizzazione della vita degli altri, perché basati su presupposti non meritocratici. Perseverare con questi ragionamenti significa alimentare il male sociale dei giorni nostri, ossia la deleteria deresponsabilizzazione dell’individuo per le sue azioni, a favore di banchieri e politici approfittatori.

Anzi, perseverare con questi ragionamenti significa anche essere un po’ imbecilli. Scusate!


Postato il 26/01/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





gabbia.jpg

Ai confini della genialità, dopo aver disposto di tartassare gli italiani a più non posso, solo ora il governo si è apprestato per la redazione di disposizioni circa le liberalizzazioni. Sfogliando la bozza del decreto in discussione, hanno attirato la mia attenzione alcune misure, quali:

1.     l’aumento del numero delle farmacie; non eliminando l’obbligo di licenza di vendita ma fissando un nuovo rapporto obbligatorio (una farmacia ogni 3.000 abitanti);

2.     il favorire maggiore concorrenza fra i prodotti farmaceutici; non eliminando il vincolo di vendita nelle sole farmacie ma obbligando i medici ad indicare nella prescrizione medica il farmaco equivalente se di minor prezzo;

3.     l’incremento dell’occupazione giovanile; non con la riforma del diritto del lavoro e la semplificazione fiscale ma introducendo una nuova compagine societaria, la “società semplificata a responsabilità limitata” per chi ha meno di 35 anni, costituita senza atto pubblico, con un capitale sociale simbolico di 1 euro;

4.     la facilitazione dell’accesso dei giovani alle professioni; non abrogando l’obbligo di iscrizione agli albi ma concedendo agli atenei la possibilità di integrare la pratica professionale nel piano di studi universitario;

5.     l’aumento del numero dei notai; non abrogando il relativo albo ma incrementando i ruoli a concorso a più di 1500 nuovi notai, in 500 nuove sedi, ponendo limiti temporali minimi per l’apertura degli studi e aumentando la competenza territoriale degli stessi;

6.     l’incremento della concorrenza fra imprese assicuratrici; non abrogando l’obbligo agli automobilisti di assicurarsi ma imponendo agli intermediari di informare i clienti circa le condizioni contrattuali di altre tre diverse compagnie assicuratrici;

7.     la liberalizzazione del settore energetico e dei trasporti; non favorendo l’eliminazione dei vincoli normativi e infrastrutturali per l’ingresso sul mercato di nuovi concorrenti ma costituendo un’ennesima autorità garante (l’Autorità per le Reti).

Non è che a me non vada bene mai niente! Questa bozza, fra l’altro, prevede alcune misure ben accette per un processo di liberalizzazione, come l’abrogazione delle tariffe professionali minime e massime o la concessione ai punti vendita del diritto di rifornirsi da più fornitori anziché esclusivamente da uno solo. Ma da quanto emerge da una prima lettura, direi che il mio concetto di liberalizzazione stride con quello che si deduce dal disegno di questo disposto normativo. Liberalizzare per me significa rimuovere vincoli a favore di una maggiore concorrenza fra gli attori economici. Invece l’intento di quanto su evidenziato è apporre altri obblighi e orpelli!

Ad esempio, obbligare i medici ad indicare il farmaco generico, gli intermediari ad indicare le condizioni contrattuali di più compagnie, continuare ad obbligare il numero massimo di licenze per la vendita dei farmaci o delle abilitazioni alla professione di notaio, come diavolo contribuisce a liberalizzare i rispettivi mercati che da anni sono ingessati e non producono un libero abbassamento dei prezzi di vendita? Non si tratta nemmeno del concetto di semplificazione, il quale sarebbe un vero inizio per transitare alla liberalizzazione vera e propria. Invece qui si impongono altri obblighi inutili al fine dichiarato. Comunque il settore farmaceutico resta protetto e comunque la professione notarile resta protetta. Essenzialmente, non cambia nulla!

E che dire di un probabile aborto giuridico quale sarebbe la “società semplificata a responsabilità limitata”? Ma non si faceva prima a riformare la compagine societaria a responsabilità limitata già esistente? L’inutilità prevista dell’atto pubblico per la costituzione di essa la si poteva estendere a quella di tutte le tipologie di società previste dal nostro ordinamento. Purtroppo, dare un senso all’esistenza dei notai è più forte di avviare una liberalizzazione seria per questo paese! Trovo ridicolo l’euro simbolico per la costituzione del capitale sociale di questo tipo di società, perché quest’ultimo invece è la vera garanzia verso i terzi e non la firma del notaio sull’atto. Già me le vedo; migliaia di imprese organizzate con questa forma societaria i cui soci investono rischiando capitali simbolici da 5, 10, 100, 500 euro. Che razza di imprese saranno queste, da valere così poco che nemmeno i soci stessi rischiano più di tanto in esse! Figuriamoci se ci sarà qualche istituto a concedere loro dei prestiti? Se si avviano imprese di così scarso valore, che bisogno c’è di istituire un’altra compagine societaria? Bastano gli istituti per l’impresa già previsti dal nostro diritto!

Inoltre, per gli albi professionali. Va bene far perdere meno tempo per il compimento del tirocinio ma comunque gli ordini professionali continueranno ad esistere e a vincolare obbligatoriamente l’ingresso all’esercizio delle professioni.

E infine, l’istituzione di un’altra autorità, la quale diriga il mercato energetico e dei trasporti, intervenendo sulla formazione delle tariffe e sulla concessione delle licenze. Praticamente un altro mostro amministrativo che non permetterà alla domanda e all’offerta di interagire liberamente tanto da consentire una naturale allocazione delle risorse in base alle reali esigenze, ma che centralizzerebbe le decisioni nelle mani del solito soggetto pubblico. Chiedo ai nostri governanti: così si liberalizza, accentrando le decisioni?

Niente da fare, cari lettori! In Italia lo stato non vuole schiodare dal ruolo di mamma di tutti noi . E, considerate le pressioni delle categorie sociali e professionali, l’Italia più forte non vuole cambiare bensì ma  vorrebbe continuare sulla rotta che ha condotto la nostra economia in una gabbia, fregandosene delle generazioni future. Ci dicono che dobbiamo continuare a fidarci della macchina che è la causa dell’intasamento del nostro sistema di vita sociale; lo stato. Quindi esso deve continuare a regolare tutte le nostre relazioni e, conseguentemente, di liberalizzazioni se ne sente solo parlare. Purtroppo!


Postato il 21/01/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





furto.jpg

Il non eletto presidente del consiglio italiano ha dichiarato che a mettere le mani nelle tasche dei cittadini non è lo stato bensì sono gli evasori fiscali. Un affermazione questa che può presupporre tre cose circa colui che lo dice: che egli sia intellettualmente stupido, che egli sia intellettualmente convinto oppure che egli sia intellettualmente disonesto. Probabilmente il professore basa la sua affermazione sul concetto secondo il quale se tutti pagassero le tasse, non ci sarebbe bisogno di aumentarle, così da sopperire alle mancate entrate fiscali causate dai furbi evasori. A dir la verità i dati dicono tutt’altro. Se si considerano attendibili i dati disponibili sul recupero dell’evasione fiscale, pare che dal 2006 al 2010 si sia registrato un incremento del solo recupero riferito all’Agenzia delle Entrate e all’INPS del 152% (non si considerano le minori compensazioni da credito d’imposta). Mentre nello stesso periodo la pressione fiscale aumenta di 0,6 punti percentuali (dato non depurato dai redditi sommersi). Osservando i relativi grafici qui, noterete la linea arancione che indica il trend in deciso aumento in entrambi i casi. Ciò significa che nemmeno ufficialmente risulterebbe un rapporto inverso fra maggiore gettito fiscale e pressione fiscale, così come invece sostiene il presidente del consiglio. Questo perché l’entità della spesa pubblica non è costantemente invariata nel tempo. L’affermazione del presidente è viziata dalla solita lacuna metodologica del keynesiano d.o.c., ossia quella di considerare fissi parametri che nella realtà sono variabili. Infatti, l’asserzione di partenza è sicuramente valida (ma solo in teoria) se si considera una spesa pubblica la quale, nel periodo considerato, né aumenta né diminuisce. Ma come potete notare nel grafico rosso, la spesa pubblica è variata eccome: dal 2006 è aumentata dell’8,6%! Illustrissimo professore, per principio io sarei contrario all’evasione, ma se siamo giunti a questi livelli e se anche lei ci prende in giro, forse si fa bene a dire che “cà nisciun’ è fess’!”. Non crede?


Postato il 11/01/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





negozio.jpg

Quando qualche volta si adottano provvedimenti non solo necessari ma anche sensati, per cortesia non aggiungiamo confusione su confusione!

L’articolo 31 del D.L. n. 201/2011 sancisce che “[…] costituisce principio generale dell’ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura […]”, stabilendo così l’incondizionata liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali a partire da oggi, 6 gennaio 2012.

Ne sono seguiti fiumi di proteste all’italiana! I commercianti (per la maggior parte, piccoli commercianti), arrabbiati, sono insorti in questi giorni, denunciando la compiuta ingiustizia contro la loro categoria a favore delle grandi aziende di distribuzione (iper, centri commerciali, grandi magazzini, ecc.), sostenendo l’inutilità di un dispositivo del genere per fronteggiare la crisi, il quale lederebbe il loro mestiere e dunque l’intera economia.

L’arrabbiatura dei piccoli commercianti è comprensibilissima; li è stato tolto un privilegio. Ossia quello di garantirsi che nessun’altro concorrente svolga l’attività commerciale durante un predeterminato giorno di chiusura, in cui tutti devono obbligatoriamente riposarsi, stando tranquilli che nessuno, in quello stesso giorno, lavori fregando i clienti all’altro che invece ozia.

Prima di questa liberalizzazione, i consumatori hanno dovuto sempre assecondare l’obbligo di chiusura imposto ai commercianti, subendo l’antipatico disagio settimanale di non trovare aperto, nello stesso giorno, un solo negozio di alimentari fino all’indomani (a chi non è capitato mai?). Inoltre, prima di ciò, l’esercente che riteneva opportuna l’apertura continuata della sua nuova attività, al fine di soddisfare meglio la clientela da conquistare, non ne poteva approfittare in tal senso.

Invece ritengo che svincolare l’apertura degli esercizi sia un esempio di come creare opportunità:

-          prima di tutto per la gente che acquista, la quale ha la possibilità di poter soddisfare facilmente i bisogni urgenti e dell’ultimo momento, in qualunque ora e giorno liberi dai propri impegni, i quali magari non permettano di dedicare tempi più comodi per fare la spesa;

-          per i commercianti stessi, i quali, se lo desiderano, possono tenere alzate le saracinesche anche in quei giorni e in quelle ore solitamente di chiusura forzosa, per approfittare delle opportunità di vendita che altrimenti sarebbero sfuggite. Un’occasione utile in periodi di difficoltà economica come questi;

-          per chi è in cerca di un lavoro, perché il titolare dell’esercizio che non intende rinunciare al giorno o alle ore tradizionali di chiusura dell’attività ma, contemporaneamente, vuole sfruttare l’opportunità di offrire il servizio continuato, potrebbe assumere un dipendente che copra il turno di lavoro interessato;

-          per chi crede ancora alla favola che più acquisti facciano girare l’economia, i quali adesso potrebbero ritenersi contenti e soddisfatti e possono continuare a declinare la solfa che ha annebbiato la vista a tutti.

A parte l’ultimo punto, che ammetto essere una cattiveria nei confronti dei keynesiani (non me ne vogliano!), per quanto riguarda gli atri tre, conosco già le probabili repliche degli interessati. Ad esempio “soldi non ce ne sono, non si arriva a fine mese, figuriamoci a cosa servirebbe per la ripresa economica, restare aperti quando poi la gente non acquista comunque!” oppure “nessun esercente potrà permettersi il meritato riposo settimanale sapendo che nello stesso giorno, qualche suo concorrente sul territorio stia lavorando e fregandosi i suoi potenziali clienti!”. E ancora “tutto questo favorisce solo la grande distribuzione organizzata”.

Il decreto summenzionato non obbliga niente a nessuno, dice semplicemente “fate come vi pare!”. Che non è poco di questi tempi! Quindi se l’esercente vuole chiudere l’attività per il tradizionale riposo settimanale, nessuno glie lo vieta. Se poi egli ha il timore che, durante il suo giorno e le sue ore di riposo, qualcun altro gli stia fregando la clientela, allora nessuno gli vieta di restare anch’egli aperto e di assumere un aiutante che gli copra il periodo che fino a ieri sarebbe stato di chiusura. E se questo non è sostenibile per i piccoli esercenti, ma solo per i grandi colossi multinazionali della distribuzione, i quali possono permettersi l’investimento in nuovo personale e il costo fiscale di un ulteriore assunzione, allora è di questo che bisogna parlare ed è per questo che ci si deve arrabbiare. Non discutere se sia giusta o sbagliata la liberalizzazione dell’apertura degli esercizi, la quale offre indiscutibilmente delle opportunità di guadagno, di spesa e di occupazione, ma dell’ostacolo fiscale, con cui lo stato opprime l’economia, che rende vana la liberalizzazione concessa e che non permette a tutti (ma solo a pochi) di cogliere le opportunità che essa riserva.

Non lasciamoci distrarre dai falsi problemi! L’ingiustizia non sta nel rendere più concorrenziale il mercato (che non può che fare bene alla collettività), ma nell’abuso del potere di prelievo della ricchezza dei cittadini da parte dello stato. Quella fiscale è una delle distorsioni del mercato che lo stato procura alla società e di cui vi ho sempre parlato. Tartassando eccessivamente, lo stato non permette al mercato di individuare oggettivamente gli attori che meritano perché ritenuti i migliori. Spesso oggi le imprese stanno chiudendo perché l’imposizione fiscale e i rischi che ne derivano sono insostenibili, non perché non si è bravi nel servizio offerto. Lo ripeto: questa è l’ingiustizia.


Postato il 06/01/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





legati.jpg

Guardate come ci prendono in giro. La super discussa manovra salva-Italia, approdata in parlamento lunedì scorso, presenta alcune differenze rispetto al disegno di legge diramato qualche giorno prima. Fra esse ce ne è una sostanziale. Ricordate l’azione prevista circa la liberalizzazione del mercato dei farmaci di fascia C (quelli con la prescrizione medica, ma non rimborsati dallo stato)? Essa si esprimeva a favore delle parafarmacie, le quali avrebbero potuto allargare incondizionatamente i proprio orizzonti commerciali, attraverso la libera vendita di una più vasta gamma di prodotti (ecco la bozza dell'articolo 32 inizialmente diramato). I farmaci di fascia C rappresentano un business di 3 mld di euro l’anno. Un duro colpo per la casta dei farmacisti e un enorme vantaggio per la società, la quale godrebbe degli effetti positivi di una più libera concorrenza, in termini di prezzo alla vendita e di occupazione lavorativa. Ebbene! Tale disposizione è stata neutralizzata. Infatti, in Parlamento è stato presentato il seguente e definitivo testo dell’art. 32 del D.L. n. 201/2011: “In materia di vendita dei farmaci, negli esercizi commerciali (ndr. prafarmacie) […] che ricadono nel territorio di Comuni aventi popolazione superiore a quindicimila abitanti […] in possesso dei requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi fissati con decreto del Minis