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stampa Tassa sugli SMS

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Da qualche ora, sul web, rimbalza la notizia secondo la quale ci sarebbe il rischio che il governo introduca una nuova tassa che colpirà gli invii di SMS (leggete qui). Pare che un disegno di legge, il quale introdurrebbe questo ennesimo scempio, sarà discusso nei prossimi giorni dal Consiglio dei Ministri. Il tutto per finanziarie gli interventi della Protezione Civile, che sarebbe proprio oggetto di riforma. Sugli SMS si ipotizza una tassa che possa arrivare fino a 2 centesimi di euro per messaggio, inviato da cellulare, da computer o da siti internet. Questa sarebbe l’alternativa, prevista dallo stesso DDL, ad attingere dalle accise sul carburante, per un importo che oscilli fino a 10 centesimi al litro. In verità, non sono ancora riuscito a trovare una copia di questo disegno di legge, ma se la notizia dovesse risultare fondata e il colpo dovesse andare a segno, sarebbe un ulteriore insegnamento che ci giunge dai piani alti del potere circa la risoluzione di questa crisi. Questa si dovrebbe risolvere soltanto spolpando la ricchezza della popolazione. Razziando un po’ ovunque (per la serie n’do cojo, cojo). Dovremmo uscire dalla tempesta tagliandoci le gambe, così da non poter più correre liberamente per rimetterci in sesto come meglio riteniamo. Poi sarà lo stato a trovarci nuovi posti di lavoro! Poi sarà lo stato a sussidiarci! Ovviamente, dopo che avranno distrutto tutti i nostri risparmi. Invece dovremmo capire quello che diceva l’economista J. B. Say: è una palese assurdità pretendere che la tassazione possa contribuire alla ricchezza della nazione, assorbendo parte del prodotto interno, e arrecarne vantaggio consumandone parte della ricchezza. La tassazione non è nient’altro che il trasferimento di una porzione delle risorse che costituiscono il prodotto nazionale dalle mani degli individui a quelle del governo, con il pretesto di assecondarne spese e consumi pubblici [e che quest'ultimo considera più idonei per la popolazione, con presunzione e arroganza n.d.a.].









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Postato il 12/04/2012 da Pasquale Marinelli nella categoria Micropost


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consiglio.jpg

E' stato appena deliberato dal consiglio dei ministri il contenuto dei punti riguardanti il cosiddetto "decreto del fare". Leggi qui il testo integrale. Vi dirò la verità, ero scettico sulla buona sostanza di questo provvedimento, non tanto per il pregiudizio che nutro nei confronti dell'attuale esecutivo, ma per il curioso nome attribuito al decreto "decreto del fare", che esprime un intento (il fare) ma trascura di comunicare come fare (fare bene o fare male?), lasciando così intendere che l'importanza del provvedimento sia solo quello di fare qualcosa, a prescindere che lo si faccia bene o male. Infatti, per quanto condivisibili siano i punti del decreto in cui vengono ridotte le procedure burocratiche, aumentata la liberalizzazione del settore energetico, multata la P.A. per i ritardi dei suoi pagamenti, riduzione fiscale al settore della nautica e la liberalizzazione dell’accesso a Internet tramite le connessioni wi-fi, ritengo che sia stata persa un'altra occasione per affrontare seriamente la risoluzione dei problemi italiani. Infatti, il decreto non dispone nulla di significativo sul taglio della spesa pubblica e non spende più di una parola (o due) sulla riduzione della pressione fiscale. In alcuni settori, le uscite pubbliche vengono destinate in maniera leggermente diversa rispetto a prima, i costi fiscali vengono trasferiti da un soggetto all’altro, l'IMU resta ancora in vigore anche se parzialmente sospesa (ma non avevano detto di eliminarla?) e l'aumento dell'IVA, previsto per il prossimo mese, non è stato scongiurato. Con simili provvedimenti, questi ministri continuano a credere di potercela dare a bere con la storia dei loro presunti intenti sul bene comune. In effetti, hanno tutte le ragioni per essere sicuri che gli italiani si lascino abbindolare; fino a quando il 75% degli italiani si reca ancora alle urne, nonostante la palese incapacità di chi propone loro un'offerta politica in grado di mantenere le promesse elettorali, di cosa dovrebbero avere paura questi politici?



Postato il 17/06/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





matita.jpg

Li senti al bar, li senti nel treno. Ma li leggi anche su facebook e sui giornali. Ancora tanti italiani che, all'indomani delle elezioni, sprecano il loro fiato inneggiando la coalizione vincente per essersi imposta su tutti, che scherniscono gli sconfitti per la sonora batosta subita, altri ancora che sminuiscono la vittoria degli avversari. Poi c'è chi, riconoscendo la sconfitta, invita i vertici della coalizione perdente a prendersi le proprie responsabilità e chi "urla" che vi sarebbe aria di cambiamento. A questi italiani basta che cambi la faccia di chi li governa per credere che in Italia cambi qualcosa. Cari lettori del blog, una sola cosa emerge di significativo dalle recenti elezioni amministrative 2013: i non votanti del primo turno sono stati il 37,62% degli aventi diritto (un incremento del 14,78% rispetto alle passate amministrative). Invece, in occasione del secondo turno, gli aventi diritto che non si sono presentati alle urne costituiscono il 51,49% (più della metà non è andata più a votare). Oggi come oggi, questi sono i veri segnali di voglia di cambiamento degli italiani, e non l'inversione di tendenza degli esiti elettorali. Infatti, sempre più gente sceglie di non legittimare più i governi di questo sistema politico, non recandosi alle urne e, quindi, i cittadini italiani votano sempre meno. Discorsi su chi abbia vinto o perso le elezioni non servono a nulla. Non è più sufficiente che cambino le persone al governo perché la situazione politica ed economica migliori, è indispensabile che cambi l'idea di come si vive e ci si organizza in una comunità. Che al potere salga Tizio, piuttosto che Caio, è ormai solo una questione di sterile alternanza fra soggetti figli del sistema già corrotto e da cambiare. Coalizioni di destra o di sinistra non cambieranno il sistema che un numero crescente di italiani desidererebbe invece che cambi. Perché, come coloro che oggi lasciano il governo dei rispettivi comuni, anche quelli che ora li sostituiscono sono in quel sistema; non ne sono fuori. Anzi, essi, per il solo fatto di essersi candidati al gioco delle elezioni, sono diventati il sistema; quello che è democraticamente farlocco, anti meritocratico, disprezzante della proprietà privata e della libertà degli individui. In un contesto in cui sempre più italiani non partecipano più alle votazioni, ci vorrà sempre più coraggio per chi osa governare in Italia.



Postato il 12/06/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





 

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Manlio Pezzano [19/06/2013] scrive: C'è un interessante post in un blog della London School of Economics sul dibattito italiano circa l'uscita dall'euro:
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carlo [12/06/2013] scrive: Non votanti, lamentatevi con chi è stato eletto dalla minoranza degli elettori. Solo così vi riconoscerete. Dicono che chi non vota poi non si dovrebbe lamentare; lo dicono perché, se i non votanti si lamentassero e fossero in tanti, per chi è stato eletto dalla minoranza dei cittadini ci sarebbe da aver paura di chi, astenendosi, non li ha legittimati ad amministrarli e ha dimostrato di rifiutare il sistema... Vai al post

carlo [12/06/2013] scrive: più della metà degli italiani non ha scelto il sindaco che deve amministrare la loro città. E se questi si ribellassero alle disposizioni di chi è stato eletto da una minima parte dei cittadini? E se tutti questi non votanti si rifiutassero di obbedirgli, così come si sono già rifiutati di andare a votare? Che si fa? Li si arresterebbe tutti? O li si giustizierebbe? Eh già, se i non votanti sapessero che stanno diventando così tanti, cosa non combinerebbero! Devono solo riconoscersi fra loro... Vai al post


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